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giovedì 27 agosto 2015

13.02.2031 (terza parte)


La guida, la scolaresca e maestrine di ventun'anni li seguirono nella sala e si accostarono ai tre ritratti. Il giovane cambiò tono, colorò la sua storia triste di una nota di eccitazione:
«Il principio da cui partirono i tre scienziati», spiegò, «è ciò che è in alto è come ciò che è in basso: la tabula smaragdina. La strada per lo spazio non doveva necessariamente passare per gli strati dell'atmosfera e milioni di chilometri di vuoto invalicabile; né comporta l'impiego di astronavi che - finalmente ci persuademmo - né avevamo, né abbiamo né avremo mai le conoscenze per costruire.»
«... fabbricammo solo bare...»
«Smettila!», Jyoti gli tirò un calcio.
La guida si spostò su vecchie foto in bianconero: istantanee bizzarre, grottesche e rutilanti di capitelli con lucertole fra le fiamme e di carole nuziali fra androgini mostruosi; giovani perplessi, con i piedi mutilati, alle porte chiuse a chiave di magnifici giardini:
«I nostri predecessori cercarono wormhole: noi sappiamo che esistono vie interiori; rotte psichiche per la Luna, Marte e ogni altro pianeta del sistema solare, per ora.»
ma più in là non si va'...
«Le mistiche botteghe degli antichi alchimisti, qual è questa dove adesso vi trovate, sono basi per missioni introspaziali dei nostri psiconauti.»
«Mai più rampe di lancio né astronavi esplose a terra», applaudì una maestra.
«Escono dai comignoli», chiese una bambina, «come fa Babbo Natale con la slitta e le sue renne.»
Nicholas ridacchiò, si accucciò per abbracciarla e parlarle in un orecchio. Le indicò la fotografia di Krzentowski esaltata da un'alogena di ieratico chiarore:
«No, piccola: ma i genitori e i nonni di quello là, più o meno cent'anni or sono, uscirono in sei milioni dai camini d'Europa.»
La bambina tremò. Lo guardò ammutolita, agghiacciata, atterrita: Jyoti capì che non aveva colto l'allusione, ma qualcosa di orrendo e cupo le era entrato comunque dentro.
Tirò Nicholas per il bavero nella cabina di un ascensore.



Un addetto al guardaroba, già avvertito da Pelly-Pelly, fece loro firmare i moduli e consegnò le due nuove uniformi: stirate, inamidate e puzzolenti di cellophane; gli involti biodegradabili scroccolarono nel cestino.
Jyoti in spogliatoio trovò Barbora Biyah; sentì Nicholas nelle cabine degli uomini che parlava, stupito, con l'ennesimo pari-grado; riconobbe la voce: l'accento ucraino di Grigorij Povitry.
Barbora, stravaccata su una panca a godersi uno spinello – il tailleur con tutta calma a una gruccia: c'è tempo – ricambiò la sua sorpresa di incontrare un altro Mentore:
«Che cos'è 'sto spiegamento di forze?! Siamo tre!»
«C'è Borelli là con Grigorij; l'ho raccolto sulla metro.»
«Non vorranno assegnarci allo stesso equipaggio. In quattro è un casino.»
«Che io sappia non ce n'è altri...»
«Lavoro solo sola, con altri stono abbestia!»; Barbora schiacciò a terra il mozzicone di marijuana, cercò l'olopad nello zaino militare, scucito, fitto di spillette souvenir di rave party e mostrò la mail laconica datata sei giorni prima; «c'è scritto convocata; e non è in copia conoscenza. Non era destinata a voi coglioni.»
Jyoti le rispose con un'identica mail: stessa data, stesso testo, stessa firma di Dulcamaro; e sigillo dell'Agenzia con il ciuco musicante. L'altra si vestì in fretta: l'affresco di tatuaggi che la copriva da collo a piedi - il viso pallido affiorava da quei colori come il volto di Ofelia dal dipinto di Millais - sparì sotto il blu scuro del tailleur castigato.
Fuori gli spogliatoi ritrovarono Nicholas, Grigorij: benché cambiati d'abito le sembrarono trasandati; scarsa igiene da nerd e abbrutimento da alcolizzato.
«L'ho detto già a Flamel...»
«Se sapevo restavo a Kiev.»
«... un motivo dev'esserci; non commettono errori.»
«Se sapevo m'ubriacavo.»
«Sembra tanto la barzelletta: c'è il russo, il francese, l'inglese e l'italiano che...»
«Barzelletta sarai tu, frocio: sono la meglio di tutto il gruppo.»
«T'ho messa a pecora, l'altra sera: non m'hai chiamato frocio.»
Jyoti interruppe il loro lurido battibecco:
«Andiamo dal direttore.»
Li odiava, si odiava quando insulse circostanze li mandavano fuori zucca; smettevano le apparenze da irreprensibili funzionari: scoperchiavano menti esatte, brillanti e razionali e un equivoco deficiente scopriva il loro bluff. Ipersensibili schizofrenici ma adatti a quel lavoro.
All'idea di render conto a Dulcamaro, di chiedere perché; sacrosante spiegazioni, cincischiarono, piagnucolarono e sbasoffiarono come bimbi. Tacquero per qualche istante. Grigorj tutt'un tratto batté i pugni sul muro, ma in un istante tornò mite e col dito in bocca:
«... io, però... per carità, mi sta bene...»
«Siete tutti primedonne», Nicholas si stizzì, «sapevate che andiamo in streaming, volevate apparire soli.»
«Sarai bello solo tu», Barbora gli sputò.
«Non puzzo di lesbica.»
«... io sono epilettico, dotato; come Fëdor Dostoevskij... Non ho studiato a scuola. Siete falsi, sono autentico; dovrebbero usare me...»
«Fra le gambe, sei dotato.»
«Manca il cazzo, Biyah?»
L'altra strinse il nodo alla cravatta di Nicholas fino quasi a strozzarlo, lo ridusse cianotico. Il custode del guardaroba, zitto, si ostinava a guardare altrove e far finta di esser sordo.
«Andiamo dal direttore!», Jyoti strillò.
Le obbedirono con gli occhi bassì; sì, ci ha ragione. Si aggiustarono l'uniforme, tornarono all'ascensore e salirono alla torre del Dirigente Scientifico.
In un atrio a sesto acuto fra l'ufficio di Dulcamaro, un salotto da attesa, e la sala conferenze già imbandita di buffet, incontrarono quattro tizi che le sembrarono perdigiorno: tre uomini e una donna di mezza età; archeologia di una pellicola anni 'Ottanta italiani o showmen coreani di un reality pornosoft.
Lei, sconcertata, esitò a riconoscerli: nei profili e le oloschede studiate, nelle foto in scafandro hermetico e attributi esoterici, li credette supercowboy stile Iron Man o Roboute Guilliman: ma adesso era in presenza di quattro tipi improbabili a disagio in giacca tweed e in un abito di Armani; con ciondoli, orologi, collanine e bracciali etnici e patacche cafone sui torace villosi. La cavigliera con il corallo di Padre Pio che pencolava da un tacco dodici griffato Manolo Blahnik; gggesù!
Ma le iridi trasparenti, bruciate di ciascuno irradiavano segreti e terrori eleusini.
Gregor Breath, Naila Wasser, Friedrich Piros, Alvian Boden: l'equipaggio di straordinari psiconauti che ognuno di loro pretendeva per sé.
Si buttarono a braccia aperte con melensa cordialità:
«Sono il vostro Mentore!», li stordirono di sorrisi, «io, sono il Mentore!»; si spintonarono si strattonarono l'un l'altro per persuadere i quattro in sincero imbarazzo. Jyoti indovinò, da quei volti tirati, che anche loro attendevano con le idee poco chiare.

(… continua ...)


mercoledì 26 agosto 2015

13.02.2031 (seconda parte)


La stazione successiva, Salamandre sur Feu, un agente antiterrorismo – madido, trafelato – salì a bordò e chiese a tutti di scendere; proseguire su un altro treno e scambiare a Mariage Chimique. Navette di emergenza attendevano in superficie; fermate a richiesta sulla linea degli autobus.
«Sta' a vedere: è una bomba», si imbronciò una lolita: le amiche annuirono ci hai ragione, mi sa; masticarono scocciate il chewingum e che due palle, facciamo tardi.
Jyoti pestò, sul marciapiede di cotto, una pozza viscosa e scura scivolosa di frattaglie; cocci chiodi bulloni e viti galleggiavano nel sangue. Tutt'attorno era cosparso di teli bianchi, di sacchi; poliziotti in tuta azzurra antisettica tracciavano con i laser posizioni di cadavere, assegnavano cifre e lettere a rottami accartocciati. Un olezzo di mattatoio scivolò nei cunicoli, i proiettori pubblicitari la irradiarono di scarlatto.
Lo stomaco le si strinse di paura e di nausea.
Breaking news si succedettero sugli schermi ai cornicioni: il volto allucinato di un giovane orientale, Ibrahim Ibn Dostlarin, era stato identificato dai pochi denti rimasti; la mandibola del terrorista in una schiuma di carne frolla. Kamikaze dell'Isis, Califatto di El Cairo; studente in Belle Arti all'École di Lione: sei chili di plastico nascosti in un abbozzo di scultura. Il contatore delle vittime accertate, sull'angolo superiore a sinistra dell'olomonitor, oscillava fra 130 e 155.
L'eco sorda di un altro ordigno rimbombò in galleria, lontano chilometri di sporcizia e di topi. Una nube di carbone salì fino alla volta. Gli agenti che accompagnavano i passeggeri su un altro treno, obbedienti a nuovi ordini abbaiati all'auricolare, si fermarono sulle porte e imbracciarono i fucili, ordinarono alla gregge di abbandonare la Metro:
«Per oggi si va a piedi, gente, ci dispiace»; sopportarono l'uragano di che coglioni!; succede sempre; è mai possibile che?!; della folla arrabbiata già in ritardo in ufficio.
Lei, spaventata e stordita, seguì a caso la freccia verde che indicava sortie; Nicholas le tenne il braccio; la portò fino all'uscita con la icona dei taxi:
«... resteremmo imbottigliati», Jyoti esitò, «con i mezzi di emergenza...»
«Gli attentati fanno molto più notizia di una missione introspaziale dell'E.S.E.S. Se mancassimo di un quarto d'ora, di un'ora, i giornalisti ci aspetterebbero: hanno altro di cui scrivere, adesso. Prendiamocela comoda.»
Un autista cingalese aprì loro la portiera, la vettura lasciò in fretta la pensilina e si immerse nel fiume lucido del traffico cittadino. Il ronzio delle Renault Électrique e gli spurghi di metano; il riverbero solare sui tettucci di Toyota. Il taxi strattonò. Un'anziana ingobbita si trascinava sul marciapiede, la affaticavano due bottiglie di latte e una sporta di verdure. Su un lungoviale li superò di un centinaio di metri.
L'iPhone, la buon'ora.
Jyoti rispose al professor Dulcamaro, che a raffiche angosciate domandava se stesse bene; se non fosse all'ospedale, ferita o peggio ancora:
«... hai visto, hai sentito, hai saputo delle bombe?!... eri in metro?! Sei in ritardo, ci stavamo preoccupando!...»
«... sono... ho preso un taxi; sono i soliti casini. Sì, sto bene; dovrei farcela per mezzogiorno...»
«Abbiamo preso un taxi», Nicholas la punse; le tolse il cellulare e confortò Dulcamaro, «siamo in due, direttore, siamo vivi: l'ho raccolta in stazione. La stampa è già arrivata?»
L'ho raccolta, 'sto stronzo!
«Ci hanno detto che forse, casomai ne avranno il tempo, manderanno uno stagista nel primo pomeriggio.»
«A dopo, professore», interruppe la conversazione e le rese l'iPhone; «sono tutti a specchiare morti nelle lenti dei Google Glass: che cosa ti avevo detto?»
«Lo ammiro, il tuo modo di fare schifo.»
Scavalcarono l'Adour su un ponte a sei corsie; i quartieri residenziali, del terziario e degli affari si dissolsero all'aria sporca nel lunotto dell'auto. Il traffico si sfoltì: e una selva di latta di avvertimenti di sensi unici, divieti, isole pedonali, li obbligò alle strade strette e le pietre del centro storico.
Vicoli medievali sotto bifore a sesto acuto, angeli serafici in edicole di marmo; tortili di serpenti e di intrecci vegetali, pavoni all'abbeveraggio in grandi vasche per il bucato. Carrucole arrugginite da un occhiello di spiovente. Scorci grigi di archivolti, di verande e di facciate tali quali i dagherrotipi nei volumi di Fulcanelli.
Nel perimetro di sicurezza di una base introspaziale - Jyoti si consolò, ricordando i manuali di addestramento - tutto deve restare qual era secondo il Libro; e ove fosse necessario ricostruito daccapo. Quell'effetto cartolina che accontentava comitive di pensionati, e la incupiva dell'impressione di sbronzarsi di formaldeide...
Dulcamaro li attendeva all'Hôtel du Roi-Reine asciugandosi la fronte con un kleenex stropicciato, camminava avanti e indietro col fiato corto, sbiancato, sotto il portico d'ingresso del palazzo duecentesco. Pagò al cingalese settantanove e novantanove di corsa; l'auto rollò via sui sampietrini in dissesto e urtando col paraurti su stilofori erosi.
«Eccovi, sant'Iddio!»
Una targa di ottone lucido sul portone di quercia antica recitava San Paolo che scriveva ai Corinzi. In caratteri vitruviani altrettanto solenni, sopra, la sigla dell'E.S.E.S; Maison Philosophique 484.

haec autem omnia in figura contingebat illis: scripta sunt autem ad correptionem nostra, in quos fines saeculorum devenerunt

«Buongiorno, mentore Flamel; buongiorno, mentore Borelli»; la receptionist li accolse con uno sguardo schifato: inghiottì delle impronte rosse, macabre, appiccicose che Jyoti lasciava sul parquet lucidato.
E, per giunta, aveva anche una calza smagliata, checcazzo!
Nicholas lasciò un bottone, il distintivo sul pavimento, con la stessa noncuranza che per involti di caramelle:
«Procuraci un cambio d'abito, mademoiselle Pelly-Pelly: è stata una mattinata piuttosto concitata.»
«Mademoiselle Pelican»; la ragazza gli sibilò.
«... ma a letto ti piace più Pelly-Pelly, porcella...»
Gli rispose col dito medio.
Attraversarono un'ampia sala col soffitto a cassettoni, tappezzata di teche, vecchie foto, documenti e pannelli illustrati sulla storia dell'Agenzia. Un giovane allampanato con l'uniforme caduta addosso, la voce monotona da tutorial su YouTube, raccontava a una trentina di mocciosi dodicenni le colpevoli vicende dei trascorsi quindici anni. L'esplosione al decollo di tre "Arianne" consecutivi: diciotto astronauti morti; lo schianto su Colonia: centomilaottocento vittime. Tetri panorami dei sacrari di marmo bianco eretti in Romania ai Caduti dello Spazio; ettari di lapidi di bruciati dai fallimenti; troppi fallimenti. Cadaveri di astronavi e scafandri come teschi. L'abbandono della Nasa, la Roscosmos e i cinesi e nazioni involute a commiserarsi e guardare giù. Dieci anni di passi indietro e di faccia nella polvere: una serie ininterrotta di lutti dal 2019 al 2029.
E c'era quel videoclip del Ministero dell'Istruzione:
«... avventurarsi nel vuoto cosmico non è cosa per l'uomo: rinuncia...»
«Mi hanno rotto le balle, queste gite scolastiche. Dovremmo avere un olo-cinema qui; proiettare Interstellar; Star Wars e Star Trek. Perché diciamo loro certe cose?»
«Perché sono accadute», Nicholas la ammonì.
«La gente ci odia sempre
«In effetti siamo passati da spesa inutile per esplorare lo spazio a spesa inutile per praticare la magia nera e esplorare lo spazio. Invece che darne ai poveri e i bambini dell'Africa. È il genere di level up da supervillain di D&D.»
«Sai essere serio?»
Lui, come sempre nella stanza successiva, trattenne un grasso riso per quelle immagini di primitiva ignoranza; i pentacoli dei grimoire, le sephiroth dei manoscritti spagnoli; i graffiti rupestri e gli uncinetto vodoo; i quadretti di Shiva, di Vishnu e di Ganesh a colori improbabili nelle riviste degli Hare Krishna.
Al centro della sala tre ritratti fotografici: i volti saggi di un anziano col naso adunco e un indiano paffuto incanutito dagli anni; un lappone raggrinzito con un sorriso da orecchio a orecchio.
A caratteri cubitali, su un cartellone plastificato:
2028-2029: LA TEORIA HÄMÄLÄINEN – KRZENTOWSKI – SRIVASTAV.

(... continua ...)


martedì 25 agosto 2015

13.02.2031


13.02.2031.
Aprì gli occhi intirizzita sul sedile dell'Eurostar. lesse l'ora su un oloschermo che brillava nel corridoio: 07.49.
Il vetro era appannato da un gelido mattino, e l'aurora appiccava fuoco al verde cupo dell'orizzonte puntuto di conifere e antenne e campanili. Le pennellate di bianco calce, mattone e rosso vivo di stazioni che il treno superava in un fischio; cartelli bianchi e blu e dozzine di Saint-qualcuno; mucche e pecore già arrampicate in collina e casupole coi tetti azzurri luccicanti di brina.
Jyoti inghiottì di nostalgia di qualcosa; se sapessi che cosa.
Container, reticolati, piattaforme di cemento imbruttirono la pianura, diventò terreno brullo. Hangar di lamiera corrosa dalla pioggia, autobotti svuotate; bocchettoni acciambellati nel fango e pneumatici sgraffignati. Edifici in abbandono per chilometri di sterrato, una insegna arrugginita su un cancello sopravvissuto.
ESA – BASE DE LANCEMENT 67me ARRONDISSEMENT.
Una giovane donna, due sedili più avanti, soffiò nell'orecchio di tre bimbi addormentati:
«C'è il missile, il missile!»; si scrollarono dal sonno, si sfregarono la cispe, si grattarono fra i capelli e si affacciarono al vetro freddo.
Passeggeri infastiditi riaffondarono negli olopad; si rannicchiarono a dormire sull'altro fianco e appoggiarono sugli zaini, i giubbotti ravvoltolati, i cuscini ortopedici e le sporte con un panino. Dal fondo del vagone venne avanti il controllore.
Una rampa di acciaio eroso le apparì dal finestrino, foglie di rampicanti la coprivano per metà; stanchi uccelli neri la incrostavano di guano: un "Arianne" raggelato, dallo scafo ingrigito, era muto in quella gabbia di tralicci e di cavi, tubi di carburante aridi e afflosciati. Un decennio di sole, temporali e di grandine sbiadiva le insegne azzurre sulla prua dell'astronave; il vento batté un'eco di sconfitta, rassegnazione e di vuoto sui due grandi vettori crepati dalle intemperie.
L'Eurostar gli corse attorno a trecentocinquanta l'ora: l'ombra immensa dell' "Arianne" coprì ancora i binari. Jyoti guardò al missile - come i bimbi eccitati - con gli occhi luccicanti e un groppo nella gola, e i battiti del cuore diretti da John Williams.
Il vicino di posto, ostinato a spalle al vetro, la infilzò all'improvviso di uno scusi innervosito; e abbassò la tapparella di incerata color malva.
Un'altra, dietro lei, si segnò con gli occhi bassi.
L'astronave rimpicciolì, sparì in coda lontana al treno; ritornarono paesaggi di reticoli sfondati, cumuli di immondizia e depositi rottami; l'erba scura e i pini fitti riconquistarono lo sterrato, un'ora di nulla verde e stazioni Sur-Le-qualcosa.
Quella donna coi tre bambini litigò con uno smilzo, all'incirca venticinquenne, con la barba, lo zaino e gli stracci stile grunge; la violenza acculturata da studente universitario:
«Che cos'è, si divertono?! Bella roba!», la accusò, «Invece di insegnargli che è come Auschwitz, Dachau!... Quella, le altre basi, sono come cimiteri!»
E ha detto di insegnargli, Jyoti si innervosì, non sa manco parlare bene; mette in tasca la verità.
«Sono piccoli; vedono un'astronave e...»
«Lo sa, si rende conto di quanta gente c'è morta?! Sono grandi abbastanza per capirlo, mi pare!»
La gggente che è morta, con tre g, è sempre tanta. Ero anch'io così spocchiosa dieci anni fa?
I bambini si arrossirono di un rimprovero non compreso; la donna, impallidita, balbettò che si scusava. Lo studente cambiò posto, lisciò i rasta, sbuffò: spiegò al controllore, che vidimava le travel-app, che stava più a suo agio a un sedile da quella lì.
L'uomo anziano in divisa e cappello blu fece spallucce e schioccò le labbra, carezzò i tre bambini fra i capelli arruffati:
«Perché ci avete il muso? Si annoiano, signora?»
«Sono solo un po' stanchi.»
«Siamo quasi arrivati»; il controllore le strizzò l'occhio.
Tiè, porta a casa, presuntuoso stronzetto.
L'oloschermo segnò le 09.45, il paesaggio si inquinò di automobili e feriale. Gli autotreni si accodarono ai caselli autostradali; la campagna andò inurbandosi in rotatorie, depositi, fabbriche dismesse e quartieri dormitorio. Ristoranti sulle statali e parcheggi già affollati; gente piccola, invisibile a passo svelto si inchiodava agli specchietti e annodava le cravatte. Torri lucide dei webnetwork privati e autoblinde ai cancelli dietro sacchi di sabbia; furgoni di africani, di greci, d'italiani e di iberici scaricati a un altro ingresso degli estesi stabilimenti. L'ologramma di un Burger King e un comando Gendarmerie.
L'Eurostar rallentò, stridette sui binari; il velo verde di un parco pubblico e i graffiti su un muro bruno: un esercito di struzzi con la testa sottoterra. Jyoti guardò alla coppia, su una pista ciclabile, madida di footing con gli i.pod nelle orecchie: tenevano il passo al treno; sì: siamo arrivati.
Una voce elettronica, suadente e poliglotta avvertì i passeggeri della prossima fermata:
«... stazione di Baudet... stazione di Baudet...»
Le guglie duecentesche, il labirinto del centro storico, apparvero in uno scorcio fra i grattacieli di vetro-acciaio; le insegne dell'E.S.E.S. fra gli artigli di gargolle.
Jyoti si alzò in piedi, si lisciò il tailleur sui fianchi, prese la sua borsetta dal vano dei bagagli. Frugò fra le sue cose e si appuntò il tesserino: un asinello che suona l'arpa e sullo sfondo la luna e il sole: a vergogna per il passato e ambizione per il futuro.
Di proposito attraversò il corridoio, e uscì dal vagone, dal lato dell'imbecille che si indignava dei tre bambini; restò a guardarlo fisso - col distintivo in bella mostra sul bavero - con la scusa che la predella era affollata di gente, le toccava fermarsi lì. Lo studente si gonfiò di indignazione; di una rabbia ad origine controllata di quelle che si acquistano negli equo-solidale: lo interruppe che cessava una guerra in Africa con un like e un esclamativo su una pagina di Facebook; scongiurava su Pinterest l'estinzione degli orsi grizzly. Lei gli lesse, fra i peli della barba, un prontuario di insulti al Sistema e i Poteri: sono quelli come te, che tutti-i-mali-del-mondo!; la erede colpevole dell' "Arianne" sui tralicci.
Anche gli altri passeggeri la trafissero di sguardi obliqui.
L'Eurostar si alzò di muso su una rotaia sopraelevata, passò sulle parabole e un sottobosco di antenne, ripetitori, olocamere, ultrafono subliminali e gigaschermi pubblicitari; terrazze condominiali coltivate a marijuana, voli di elicotteri e rifugi di cecchini. E infine si fermò, in grembo alla stazione, sotto volte a crociera e vetriate fotovoltaiche; ai piedi di luce laser di una immensa Matilde Balti. Spandeva sulla folla fragranze di Chanel.
«... stazione di Baudet... stazione di Baudet...»
Il binario era gremito di viaggiatori, personale S.N.C.F. in uniforme antracite e viola; robot inservienti, volontari di Croce Rossa, squadre di boy-scout e zingari mendicanti. Mitraglieri dell'esercito in cabine antiproiettile - pilastri di vetro scuro su uno zoccolo di cemento - puntavano le AATM su un oceano di cappelli, burqa, teste calve, turbanti da brahmano, lenti scure e messe in piega e calotte di vetroresina.
Le etichette, dappertutto, pour votre sécurité.
Jyoti smontò dal treno, sgomitò in quella ressa, scelse un gate e offrì l'indice allo scanner. Un enorme e indifferente miliziano G.I.N.G, anonimo del kevlar di un pauroso casco nero, fece cenno che passasse con la canna del fucile.
Scese un quarto d'ora le scale mobili per l'uscita; e ancora minuti, puzzolenti di orina e ferro, per la fermata Corbeau Sur Crâne della Metro Linea Nera.
Si unì al gregge eterogeneo, colorato e chiacchierone di studenti ed impiegati che guardavano al tunnel buio; una voce da imbranato la chiamò fra la folla. Pochi passi dietro a lei nella ressa, impacciato da un gruppetto di punkaddrone, Nicholas Borelli si sbracciò a salutarla: spintonò chiedendo scusa e le venne più vicino. Il suo completo blu ne uscì tutto gualcito; il tesserino col ciuco e l'arpa, Européenne Société Esotérique et Spatial, ciondolava appeso a un filo da uno strappo nella giacca.
«Ciao, Flamel»; la baciò su una guancia.
«Passa al guardaroba, non appena alla Dimora: oggi ti fanno il culo, se ti vedono così conciato.»
«Me ne frego, di figurare coi giornalisti», Nicholas, insofferente, si sventolò con un olo-pad; l'ordine del giorno galleggiò su un display unto: ditate, patatine, pizza al trancio e frappè di fragola e i residui sullo schermo del suo regime da genio single; «Ma è bello vederti qui: che ci sei venuta a fare?»
Jyoti allargò le braccia: non si fosse ancora accorto, distratto qual era, che anche lei attendeva il treno in tesserino e uniforme:
«Potrei chiederti la stessa cosa. Mi stupisce, in effetti.»
«Se siamo pari grado, non c'è bisogno di tutti due; di solito basta un Mentore.»
«Perché non è di solito
Alzò i cigli e smorfiò che boh; ficcò i pugni nelle tasche: per lui, fresco e sbarbato - la doccia calda un'oretta fa - si trattava di sopportare qualche fermata di sotterranea; mangiarane cocco-di-mamma sempre al centro di questo mondo.
«Se è un errore, e spero non sia un errore, mi scoccerebbero dieci ore di Frecciargento per timbrare il cartellino e tornarmene in Italia.»
«Noi non commettiamo questo genere di errori», Nicholas scherzò, «solo tragici errori; centinaia di vittime.»
Una folata d'aria fetida e elettrica spazzò le cartacce che sporcavano i binari; le lattine accartocciate e i mozziconi di ganja. Il pannello digitale scandì – 02.59; lampeggiò di divieti e istruzioni ai passeggeri.
«... quindi», Jyoti schiarì la voce, «se davvero saremo in due, suppongo che anche tu abbia studiato i profili dell'equipaggio...»
«Ieri sera sul water. Lettura entusiasmante.»
«Gregor Breath è l'europeo più dotato in uscita in corpo astrale; Naila Wasser si è spinta fino kether nei test di meditazione sull'albero; Friedrich Piros ha eguagliato il suo maestro tibetano nell'om mane padme hum; Alvian Boden e sciamano del distretto di Udachnyy: è un'infornata di psiconauti fra i migliori che abbiamo.»
«Ho letto i comunicati: il web sarà entusiasta. Sono sempre i migliori... ma nessuno si è spinto al di là di Plutone.»
«Non muoiono, però.»
«Siamo come quei nazisti dei vecchi film anni 'Ottanta», si batté sul distintivo sul doppiopetto blu navy, «ci resta solo il marchio, l'uniforme da cattivi, ma alla fine della storia non uccidiamo gli eroi.»
«Non abbiamo un bel curriculum», Jyoti si irrigidì.
Il treno ruggì fuori dal tunnel nero ventoso, Nicholas scavalcò la linea gialla sul marciapiede investito da raggi rossi e ululati d'allarme. L'alito arroventato del vagone, le scariche, gli bruciacchiarono i ricci neri e un lembo della giacca; un'isterica gridò che era già morto, schiacciato. Lui voltò le spalle, birichino e incurante, al personale del metro che lo sgridava se fosse matto, per caso!
Lei, con gli occhi bassi, si vergognò per entrambi; lo prese complice sottobraccio, sgattaiolarono nel vagone e si sedettero fianco a fianco sui seggiolini di plastica:
«Non abbiamo più rischiato», Nicholas si immusonì.

(… continua ...)


lunedì 24 agosto 2015

Prologo



PROLOGO
Vanno e vengono in centinaia con le felpe di Walking Dead, ma è come fosse sola. Sono scalzi, con il cappuccio e non riesci a vederli in faccia.
Là al muro un calendario di Doctor Who riporta due febbraio duemilaundici: trattandosi di un Time Lord non crede sia attendibile.
Jyoti ora ha quattordici anni, però è in tailleur navy e cravatta come veste alla Dimora.
Scaffali di fumetti e gadget e action figure; collezioni di Magic ordinate nelle pagine trasparenti: ma la plastica profuma di incenso e legno antico, c'è una luce soffusa di candele e tramonti nordeuropei da vetri gotici colorati. Eppure su al soffitto pencola il vecchio neon, sfrigola, va' e viene; e Kalb non ha mai voglia di cambiarlo con uno nuovo.
L'espositore di blue ray degli anime riempie una parete; un cestino di vinile di Aretha Franklin, James Brown, Janis Joplin, Stevie Wonder e i Jackson Five – col cartello in oferta – è vicino alla cassa e la bilancia elettronica.
Uno stupido rottweiler giallo è accucciato dietro il banco.
Kalb è qui da sempre, non impara l'italiano: il negozio è tutto buffo di avvisi sconta; chiuso per faerie; dizione limitata o ultimi a riva.
«... ma a che serve la bilancia?», chiede Jyoti.
«Sono onesto, non ti imbroglio sul prezzo.»
«... però in fumetteria...»
Pesa gli anime e i dischi soul e le batte lo scontrino.
Jyoti ha comperato un vinile e un dvd, non ne legge le copertine; Kalb, al bancone, le sorride e la dà il resto. E a lei sembra normale che le monete da un euro siano invece sferette d'onice levigate e iridescenti, i cinque pianeti fra la Terra e Plutone.
Le infila nelle tasche, le cadono: c'è un buco. Nel sogno accade sempre la stessa cosa.
Kalb diventa magro, affilato e più scuro di carnagione:
«Questo non è un sogno», le sussurra.
Il suo stupido, brutto rottweiler giallo latra forte e la sveglia.

(...)

venerdì 21 agosto 2015

mercoledì 12 agosto 2015

Anubi (un frammento)


Estate: si scartabellano vecchi file, si incrociano letture. Complici due amici che hanno avviato una fumetteria, ho ripreso certe pagine di "Sandman" di Neil Gaiman, e mi sono ricordato di questo frammento. Anno 2009, ovvero sei anni di errori, imperfezioni, studi e esercizi. Ma, nelle mie intenzioni narrative, Anubi resta sempre in agguato...

ANUBI, FRAMMENTO N. 1

AVVERTENZA: Questa pagina è stata rinvenuta contemporaneamente in un’antica tomba egizia presso Deir el Bahari da un equipe di archeologi, nonché in un monolocale in un condominio in pessime condizioni igieniche da un assistente sociale allertata dai condomini. Entrambe le manifestazioni del documento – quella su papiro vergato in geroglifici e quella su post-it scarabocchiato a matita appiccicato al frigorifero – sono autentiche fuor d’ogni dubbio. Stando alle recenti acquisizioni della fisica quantistica, per cui una particella potrebbe essere presente in più luoghi dello spazio e del tempo, ciò non fa stupore alcuno.

Contatevi.
Se poteste davvero contarvi, se il vostro calcolo non errasse di statistiche, percentuali, probabilità, dati mancanti, dati trascurati, incognite e variabili; e insomma non lo affidaste alle vostre imbarazzanti ed ilari matematiche, scoprireste che non siete, che non siete mai stati né sarete mai né più né meno di nove miliardi.
Tale è il numero di anime assegnate a questo mondo dall’Architetto dell’Universo: nove miliardi di colonne necessarie tutte, dalla prima all’ultima, al sostegno dell’Edificio Sublime che siete, che abitate, che vi compete e di cui siete parte. Nove miliardi di preziose, di irrinunciabili pedine sulla Plancia Perfetta del Gioco Inevitabile. Che altrimenti collasserebbe. Che fallirebbe altrimenti.
Né fallire potrebbe, è inteso: ché questo è il Volere dell’Unico, e per certo nulla nei novantanove universi, né al di sotto né attraverso di essi può metterlo in discussione né distorcerne gli intenti. Tuttavia voi, limitati nello spazio e soprattutto nel tempo, fondamentalmente idioti e ciechi, costretti al pallottoliere della mortale finitezza e imperfezione, devastati dall’errore, dalla distanza, dalla congettura, dall’erratico e goffo formulare pensieri per mettere lacci all’inesprimibile, mai riuscirete a enumerare sull’infallibile divino abaco il vostro numero vero.
Vi illudete e disperate o vantate che nella tale o talaltra epoca foste di più, di meno, più o meno gli stessi; stimate che le guerre e le catastrofi e le malattie vi decimarono; gioite se pace e fertilità e innovazioni scientifiche incrementano il vostro numero. Approssimate che qua uno nacque e di là uno morì, così che più o meno, così che all’incirca, le somme risultino…
No.
II più o meno, il così così, l’all'incirca non appartengono al Divino – ovvero Gli appartengono perché tutto Gli è proprio, ma di fatto non è un criterio che applica. E il Divino vuole, dove armi o la peste o le catastrofi causino ignote morti o rovinino le civiltà, che jungle, che anfratti, che deserti, che popoli senza lettere né numeri, sconosciuti mai visti dai loro simili umani e umani ciò nondimeno, generino figli in ignoto e tale numero da mantenere alla pari, in eterno, i fragili piatti della vostra bilancia.
Rasserenatevi, o figli della Terra: siete, siete stati, sarete sempre nove miliardi a camminare su questo piccolo pianeta.
Credetemi. Parola di dio. Poiché chi scrive, chi rischiara per l’istante di questa piccola rivelazione le tenebre del vostro oscuro intelletto è Anubi, Divino Imbalsamatore, Fratello di Iside e Horus, suscitatore di Osiride, novecentonovantanovesimo spirito nella scala delle Entità Ineffabili, il cui volto è levato all’infinito alla beata contemplazione dell’Unico. Non siatene invidiosi e non abbiatene a male.
Credetemi, poiché ne scrivo mentre ancora non si è del tutto offuscata la mia divina trascendente consapevolezza. E il mio terz’occhio è limpido. Accadrà a momenti. Sto infatti prendendo forma umana e, tramutando la mia sostanza in ossa e viscere, formandomi membra, ora riduco il mio essere ad uno stato sopportabile per questo mondo elementare. Che altrimenti il mio passo lo ridurrebbe in polvere. Voltatevi per cortesia, turatevi il naso, concedetemi qualche minuto: perché ora scorgereste di me solo un ammasso di materia maleodorante e viscosa che si raggruma in alcunché di viepiù simile a voi. E’ un processo contrario a ciò che chiamate corruzione del corpo, ovvero decomposizione, ma altrettanto puzzolente e disgustoso.
Ma è fatta.
Quindi l’intelletto: ed è come, perché possiate comprendere, fare tacere un cinguettio d’uccelli per preferirgli un boato.
Ecco, ci siamo quasi.
Ultimo verrà il linguaggio. Se perciò nel corso di questa mia vi parrà di cogliere che all’improvviso il mio dettato si fa più colloquiale, turpe anche, insomma me ne uscissi con qualche fregnaccia, allora quello sarà il momento che avrò compiuta la mia trasformazione, pisello compreso: perché ho deciso di farmi maschio, che è comodo - mi pare - in questo eone del mondo.
Di qui sarò come voialtri disgraziati, e ahimè basta compenetrare e meglio ancora comprendere le idee del Grande Artefice lassù; basta facoltà divine e metafisico disporre a piacimento: a cavarmela nelle piccole e quotidiane faccende saranno cazzi – ed amari ed infelici quali i vostri, immagino – miei. Benché seguendo a perpetrare il Piano Lui lassù mi parerà comunque il culo se le cose dovessero davvero incasinarsi e…
Pardon.
Decido di prendere forma un poco meno umana. Per scrivere e pensare con eleganza, se non altro.
Ora mi vedreste a un tavolo di modesta dimora in questa grande città del vostro grigio Occidente. Mi vedreste a ventisette anni di età, alto, forse eccessivamente magro, flemmatico, freddo, gli occhi e le labbra sottili. Nero. In effetti la mia fisionomia potrebbe ancora rammentare il muso appuntito e sfuggente dello sciacallo: è un aspetto a cui sono affezionato. Così mi raffigurava il popolo del fiume Nilo circa, se ben calcolo, cinquemila anni fa. Il popolo che mi diede questo nome così grazioso e musicale, Anubi; ché il suono del mio vero divino appellativo la materia di questo stato dell’esistenza non potrebbe tollerarlo, e pronunciandolo ne causerei la disgregazione. Mi pregavano mi adoravano mi celebravano come Anubi. Chi più se ne ricorda oggi? Chi vive, dei devoti di allora che consumarono le ginocchia sugli alabastri dei miei templi, che respirarono gli incensi, e che esaudii o non potei soddisfare? Nessuno più che sappia riconoscermi. Posso stare tranquillo.
Ora abito solo, con uno stuolo di gatti: li nutro, cambio loro la cassetta della sabbia, riempio loro le ciotole di latte, li accarezzo e godo dei loro ronfronf.
Il termine che usa la gente è se non erro gattaro. Ben venga. Miserabile anonimo insospettabile gattaro. Un’ottima copertura per l’ufficio che mi attende.
Ovvero: che ci sto a fare qui?
Per una certa dimestichezza con i morti – è nel proprio talento che consiste un dio - il mio compito è assicurare la ricollocazione degli spiriti quand’essi abbandonano la spoglia mortale. Nell’ultimo barlume di divina consapevolezza che mantengo eccovi dunque un’altra rivelazione: nella gara di indovinelli fra religiosi circa il destino dell’anima dopo l’usura del corpo vincono coloro che vagheggiano di metempsicosi. E questo è quanto.
Mi dispiace se siete di un diverso avviso, magari ferocemente avversi a questa dottrina tanto da impegnarvi in crociate o jihad. Eppure è così, semplice e chiaro: ve ne andate e tornate. Ché l’Opera non va lasciata a metà. Non credetemi e bestemmiereste – sbugiardereste un dio? - commettereste peccato. In caso, avrete modo di discolparvi alla prossima occasione.
Verrebbe meno il significato del vostro essere nell’universo se foste più o meno dei suddetti nove miliardi. Ciò non accade, non è accaduto, non accadrà. Perciò, ogni volta che dipartite, a Me Che Custodisco Le Soglie tocca traslare il vostro spirito universale in una nuova particolare persona.
Con criterio. Perché – per farvi un paragone di volgarità mortale, a che possiate intendermi - certo nessuno di equilibrato intelletto affiderebbe un governo a una soubrette, un poema a un ragioniere, un’opera di carpenteria a un teologo, un rubinetto a un romanziere. Ché tutto, dalla pubblica amministrazione all’avvitare un bullone e far popò, è prezioso conseguimento della Pietra Filosofale. E dunque è certissimo e vero, ed E’, in Alto Come In Basso, che L’Equilibrio e l’Intelletto Sovrano dispone di ognuno secondo opportunità.
Ciò significa che all’anima dei santi toccheranno i destini più luminosi, che non posso togliere i violenti dal brago della zuffa; non posso allontanare i filosofi dai libri, gli artisti dalla bellezza, le madri dal preoccuparsi e dall’allattare. Il nobile seguiterà a percorrere la luce e sarà sempre d’esempio, la virtù perdurerà inesausta, la battaglia seguiterà a infuriare, la sapienza profonderà, l’arte si rinnoverà e susciterà stupore, l’amore persisterà. Così come la rabbia vi roderà lo stomaco, come sarete ingannati e disillusi, commetterete atrocità e sempre, al davanzale del mondo, si affacceranno ignobili individui. Lì dove io li avrò riconfermati.
In eterno? No.
Io sono un dio, poiché inchiodo e scoperchio le bare, di un certo qual nero umorismo. Perciò vi ho riservata questa stoccata per ultima. Ecco un’altra soffiata divina (ma impicciolisce viepiù la mia alta intelligenza): la vostra parte nell’Eterno Progetto ha una scadenza: nove milioni di anni. E se di nuovo sapreste leggere davvero i muti libri della genetica, la geologia, l’astronomia, l’astrofisica, e ancora interpretare i simboli del buonsenso, scoprireste con sgomento che già ne avete variamente vissuti, non vi ingannino le scivolate degli antropologi, ottomilioninovecentonovantanovemilanovecentosettantacinque.
Insomma non avete da vivere che un’altra generazione. E qui "generazione" suona persino di cattivo gusto, ma…
Credetemi, parola di nume: stavolta non vi attende, a differenza di un tempo, quella bella e spaventevole epperò eccitante condizione che pensate, che vi fa rabbrividire, che concepite che vi augurate che presumete come "futuro". Ho avuto il mandato, fra venticinque anni, di sigillare tutti quanti gli avelli. Perché la scena dell’Infinita Commedia ha da spostarsi su un altro piano, presso un altro universo. Questa è la volontà del Drammaturgo Demiurgo.
Piano, piano. Non soffritene, non scalmanatevi. Non vi minacciano eserciti di locuste, grandini di fuoco, tsunami, glaciazioni, città arroventate o montagne sommerse. Le febbri non vi mieteranno, sempre troverete le scorte negli ipermercati, parcheggio per le vostre autovetture e cartoline dei vostri amici nella cassetta delle lettere. Sino alla mezzanotte dell’ultimo giorno. Non udirete tuono, non perderete il senno, non cadrete terrorizzati. Non sarete né raggelati né sbranati né arsi. Non vi sarà tribunale, non sarete giudicati. Né vi attendono d’altra parte o ricompensa o castigo. Queste sono fantasie da mistici, promesse da chiesa, minacce da prete, brutture da pittore di affreschi, clamori da cinematografo, scoop da notiziario. Questo è entertainment, spettacolo, ovvero illusione. E l’Unico non illude. Invece, come intuì il signor Eliot di New York, naturalizzato britannico residente a Londra, dei nove miliardi fu il numero diciottomilioniottocentottantunmilanovecentosessantacinque, this is the way the world ends not with a bang but a whimper
Un piagnisteo, non uno schianto.
Tuttavia concentratevi anche solo per un istante: fate appello ad ogni vostra facoltà, raccoglietevi nell’intimo di voi stessi e pensate che è così. Che è vero. Che è la fine. Soprattutto voi persone più giovani. Fra appena venticinque anni. Dove altrimenti avreste potuto essere che cosa fare fra venticinque anni.

Fa male.
Ed ecco che il mio compito si complica.
Quando il lavoro è tanto che gli arretrati si impilano – accade nelle epoche sconvolte da guerre e se per giunta la vostra specie figlia meno, e murini ed insetti vi surclassano in classifica – conservo le entità che trapassano nei corpicini dei miei felini adorati. In attesa che appropriati feti siano pronti a riceverle. Nelle tali circostanze e il tale luogo del mondo. Semplice e funzionale a tal punto che anche voi, nella mortale ottusità che vi affligge, in qualche modo millenni fa ve ne accorgeste: di qui la favola delle vite dei gatti – chi dice sette, chi dice nove – e l’uso dei vasi canopi coi coperchi scolpiti in fattezze d’animale. E’ un trucco che insegnai, o ci provai almeno, a sacerdoti dagli occhi grandi e l’incarnato bruno. S’era ancora all’ombra delle piramidi. Quelli fraintesero, ma non ebbi mai allievi migliori nello spiacevole e maleolente mestiere della conservazione dei corpi.
Così al momento mi ritrovo in archivio, l’ardente consapevolezza che arde nelle ampolle dorate degli occhi dei miei mici, mentre loro ronfronf negli abissi della psiche felina, gli spiriti di uomini e di donne tali da rinverdire i giardini della Terra, pacificare i cuori, riabilitare i reietti, sublimarvi i sensi: come già fecero nelle vite precedenti che sfuggirono alla vostra cristiana, egocentrica e rettilinea ignoranza.
Dovrei porre queste mirabili intelligenze in un infante che sarà presidente, in una bimba che diverrà scienziato, in embrioni di musicisti e di ballerini. Devo anzi, perché è nell’Ordine delle Cose. E’ un altro sintomo, l’avere usato il condizionale, del fatto che coagulo che sto fissandomi in forma umana. A breve cadrò del tutto, e sarà più faticoso e difficile ricordare qual è il mio compito ed ottemperarvi.
Per venticinque anni?
Dovrei. Devo. Ma non c’è futuro e dunque…

(scarabocchio)

Ma che accidenti sto scrivendo? Dove sono? Che giorno è? Che ora? Chi sono?

ANUBI, FRAMMENTO N. 2

Ora vi mostro cosa accade fuori.

Sharon percorre il ponte in direzione ovest, inchioda col furgoncino di fronte al passante: che è pallido, frusto di pioggia, in stato confusionale. Splende il sole, in verità. Non quando e dov’era lui quando lo colse l’infarto. Abbassa il finestrino a riconoscerlo meglio: non fosse quel volto noto compianto all’umanità. Cerimonia in mondo visione, diretta satellitare: il precedente solo a San Pietro quell’otto aprile duemilacinque. Dio che traversata per arrivarci quel giorno! L’Uomo fu-Pubblico, è lui senza alcun fallo. Sharon è cordiale e informale:
«La vedo in difficoltà. Posso darle un passaggio?»
«Grazie. Si. Molto gentile.»
Figurarsi, non sa nemmanco dov’è. Probabilmente più neppure chi è. Chi era. A questo stato dell’essere. Sharon apre la portiera. Sistema il sedile, ché l’Uomo Pubblico è un omone in sovrappeso, e al contrario l’ultimo passeggero un bambino denutrito della Costa d’Avorio. Scarta dal cellophane un nuovo odoroso arbremagic e lo appende allo specchietto retrovisore. Con una foto di chissà quale mare e con la carta numero tredici dei tarocchi. Perché puzzano ancora, a questo stato dell’essere.
«Salga.»
Sale. Quand’è seduto e la portiera è richiusa ha un guizzo di caduca lucidità:
«Ma… perché? E dove andiamo? E lei?...»
«Non si preoccupi Signor Ministro.»
«Ah», e il volto torna a disfarglisi in un’ottusa c’era d’api.
Sharon riparte a tavoletta diretta ruggendo ancora più ad ovest.

Una città dell’Occidente, oggi. E’ una giornata di ordinario lavoro, ed il ponte è trafficato sempre. E questa è per giunta un’ora di punta. E c’è, nemmanco a farlo apposta, una tratta interrotta per opere di manutenzione ed una congestionata deviazione obbligata. Ci si imbottiglia. Fermarsi – inchiodare – equivale a un suicidio. Neppure un pilota di Formula Uno. Né sull’angusto spartitraffico potrebbero possono transitare i pedoni. Altrettanto un suicidio; gatti e colombi avrebbero miglior fortuna. Impazienti automobilisti impantanati per un quarto d’ora che sudano ai lunotti che smessaggiano coi cellulari. Torno 1 po’ + tardi mi sa. Casino x strada. E porcavaccalaputtanamadonna lo pensano lo ringhiano ma non lo digitano, che noia, è troppo lungo. Fumano. Aggiungiamoci che è un torrido agosto.
Oh certamente ci potreste provare: guida spericolata sconsiderata effrazione. Ma allora il ponte esploderebbe di bestemmie e clacson e sirene di polizia. Sharon invece le ha azzardate tutte: sull’asfalto c’è ancora il segno della frenata e adesso il contachilometri segnala centottanta. Tuttavia non la inseguono né maledicono. Tuttavia non è accaduto. Tuttavia non accade.
Agli elicotteri e le telecamere che monitorano il traffico, alle novanta vetture imbottigliate, gli operai, gli agenti delle forze stradali, né il furgone né l’autista né il passante sono apparsi se ne sono accorti. Seguita ad essere un anonimo giovedì.

Spiegazione razionale: Sharon è una donna di età indefinibile, tendente piuttosto alla mezza età, ovvero alla vecchiaia se non fosse che ciò le spiacerebbe. Capelli folti curatissimi e lunghissimi. Bianchi non d’età – non è così vecchia - ma tinti in un candido abbacinante. Gli occhi strabuzzanti e arrossati, il mascara scarlatto. E’ alla guida di un furgoncino bianco. A Sharon non va affatto la mezza età, detesta il bianco, detesta i Ducato. Volentieri si manterrebbe sui trent’anni, vestirebbe si tingerebbe di fuliggine, di nero e di carminio e salperebbe in solitario in kayak o in barca a vela o magari in catamarano. E allora come mai quel look volgare, come mai la terraferma, come mai quell’automezzo così maschio e manovale? Colpa di quel poeta italiano, lo avesse fra le mani: …vecchio, bianco per antico pelo…; …di fiamme rote.... Un cantico, dei versi così potenti che la costringono a quell’aspetto, quando prende forma umana. In saecula saeculorum. Ha solo ottenuto, bisticciando con l’Unico, di scegliere il sesso ed aggiornarsi all’epoca. E il vezzo della c dolce, ormai dell’sh, piuttosto che della dura. Perché già da diversi decenni faceva troppo scalpore la zattera acherontea e un settantenne che s’aggirava nudo sbraitando ed agitando un nero remo. La spiegazione razionale è che Sharon e la sua vettura vibrano ad una frequenza che non è di questo mondo, non è dei semafori, non è dei martelli pneumatici, non è dei fischietti dei vigili e non è dei vaffanculo degli altri automobilisti. Ergo le è consentito procedere verso ovest e salutare chi resta col dito medio levato. Idem dicasi per i suoi passeggeri.

Fine spiegazione razionale.

A proposito del suo assistito: dall’odore, che facilmente copre quello di questa pagina stampata, avrete intuito che è morto. Ciò è accaduto ieri alle 18:18, e se leggete i giornali o seguite i notiziari ne avrete avuta notizia. Trattasi infatti, benché sciupato e paludato in altre vesti del doppiopetto che indossava in circostanze ufficiali, Eccellenza o Ministro o Presidente che lo ricordiate, di quell’immenso, generoso, illuminato Grande della Terra che finalmente dopo decenni di conflitti, di corruzione, di inanità e di chiacchiere - non senza mancare in severità, c’è chi dice "minacce", ma sono i soliti giornalisti polemici; non senza commettere illeciti, ma non si può farne a meno in alcune circostanze - aveva ottenuto che i leader del pianeta profondessero reale impegno nel comporre le più gravi questioni: militari e politiche, economiche ed ecologiche, ideologiche e religiose, sanitarie e sociali.

Sì, lui, non si è parlato d’altro.

Ciò senza ironia, per quanto suoni al cinico oggidì ridanciano ed incredibile ed ingenuo: sì, lo aveva ottenuto davvero.

Lo aveva ottenuto con l’integrità, con la coerenza, con il coraggio, con il lavoro costante, con gentilezza urbanità ed intelligenza. Lo aveva ottenuto con sacrifici, con misure impopolari; o aveva cavalcato l’unanime consenso. Estremista? A tratti. Moderato? Seppe esserlo. Schivo, riservato? Era la sua indole. Populista? Quand’è servito. Che male c’è, che male c’è stato se lo scopo era tale e i risultati luminosi? E questo mondo tapino gassato di idrocarburi, sventrato dagli esplosivi, affollato di mendichi, spaventato di pregiudizi, era tornato finalmente in sé e, con un poco di vergogna, di salubre umiltà, stava riguadagnando la sua edenica dignità.

Ebbene stava accadendo.

E che questo che state leggendo non è una fiaba, non è un romanzercolo bensì il memoriale di Dio Anubi, per quanto incoerente e disordinato per i disagi della forma umana, vi garantisce dell’occasione perduta.

Già, perduta. Altro scherzo da sciacallo.

Poiché ieri, alle 18.18.18 ora di Greenwich - un pomeriggio impacciato da un acquazzone estivo, una poltrona scorticata dal gatto, un disco di Aznavour, le pantofole, un vaso di fiori gialli cui ricordarsi di cambiare l’acqua, un giornaletto di parole crociate difficili - l’Uomo Pubblico di cui la cenere copre già il nome fu stroncato da infarto. E oggi carri armati si spostano già ai confini, insegnanti fumano in classe, mobilifici disboscano la foresta amazzonica e massaie buggerano la raccolta differenziata. Che genìa d’eiaculatori precoci siete. E avrete capito, con la sua scomparsa, che tutto è compromesso. Anzi che non si avrà un’eguale opportunità finché uno come lui, finché lui più esattamente, non torni all’opera a camminare sul mondo. Non si possono sprecare siffatti talenti.

Ora vi mostro cosa accade fuori.

Sharon è diligente, è puntuale. Lo ha trovato che si allontanava dalla spoglia mortale – per qualche ora se n’eran perse le tracce – e adesso lo sta portando da me.

Come ricollocare, perché – ne vale la pena a così breve scadenza? - un uomo simile nel mondo? Devo però: sono divino.

Esco a far compere, ho un quarto d’ora, ci penserò.

N.d.R. Segue a questo punto – ma solo nella versione geroglifica del documento – una nota di dubbia attribuzione: "1 ½ etto scarabei 1 petto ibis 2 etti papiro 1 grano per un danaro 3 orzo per un danaro olio vino superattack lampadina bagno pile telecomando cottonfiock"

ANUBI, FRAMMENTO N.3

Trattasi di raro reperto multimediale. Il documento è infatti andato in onda come fiction, ovvero in forma di interferenza persistita dalle ore 18.00 alle ore 18.18 di mercoledì 18 Settembre u.s., su un’emittente privata che trasmette dai Campi Flegrei, Napoli, Italia. E’ inoltre attestato in forma di affresco del secolo XIV presso il Camposanto monumentale di Pisa.

«Apri dio sciacallo, muoviti!»
Sharon è scorbutica sempre (ancora per quel fatto del poeta italiano: "batte col remo qualunque s’adagia"…; le ha assegnato un caratteraccio poverina lei). Rientro con le sporte della spesa e la trovo sul pianerottolo che sbraita, che batte, che pigia il chiamino. Che ha lasciate sulle scale impronte acherontee.
«Eccomi. Reggi.»
«Alla buon’ora.»
Le passo le buste, le confezioni di minerale. Frugo per le chiavi. Le trovo. Schiavo l’uscio. Riassetto lo zerbino che nel frattempo s’è storto. Riprendo il mio carico – i gelati non si sono sciolti, né schiacciati i vasetti di yogurt – le faccio strada e lei entra ed io entro. Accidenti com’è goffa com’è noiosa la mortalità.
«Siediti. Vuoi qualcosa da bere?»
«Non bevo, mi spengo. Non ho tutto il tempo.»
«Non ne hai affatto. Il tempo non ci appartiene. Il tempo è cosa umana, è loro.»
«Insomma voglio dire che ho fretta.»
«Fretta è un corollario di tempo.»
«Sciacallo, basta spaccarmi il cazzo. Ma dì…»
«Cosa?»
Perplessa s’aggira pei nove metri di locale. S’affaccia alla finestra su un cortile che non c’è. Attenta anzi schifata alle lettiere dei mici. Loro, avvertitane la presenza, credo tutti si sian nascosti sotto il letto e adesso di lì le soffiano col pelo ritto. Sputa disprezzo in un posacenere; saracchia dice lei.
«Che schifo. Non c’ero stata qui.»
«Già. L’ultima volta fu un bunker.»
«Berlino.»
«Uh , come sei teatrale! Somalia.»
«Perché in ogni forma e in ogni epoca scegli sempre i peggiori tuguri?»
«Nostalgia. Mi ricordano le necropoli.»
Mi s’avvicina.
«Puzzi di polvere Sciacallo.»
«Puzzi di nafta Sharon.»
Si ritrae. Fruga una sigaretta; ravana dice lei. Si accende la sigaretta. Quell’accendino con una immagine di quel tale, l’attore Siffredi. Né chiedermi se mi dia noia se possa. Dice a me, che faccio schifo. Va a falcate alla finestra, spalanca, e non è per disperdere il fumo. Ha da indicarmi qualcosa:
«C’è in marciapiede l’Uomo Pubblico che aspetta. Nel bagagliaio ne ho altri. Generi ordinari.»
«Non esprimerti da commerciante Sharon.»
«Minori.»
«Fa salire l’Uomo Pubblico, dài.»
«Me ne vado e te lo mando su. Lo incrocio sulle scale.»
«Sempre li incrociamo sulle scale.»
«Ci sono volte che mi sai da checca, Sciacallo.»
S’affaccia, grida un Eccellenza; grida un Signor Ministro, ma lui non si muove. Gli è che ha persa la memoria, obnubilata la trascorsa esistenza. Gli è che non sa non può sapere chi fosse. Sharon allora tuona un te, lì! La avvertono dabbasso dei mariuoli che di contro le "mostrano le fiche" (e questa la intende, è il poeta del milletré…); la intende la dirimpettaia che stende il bucato e scote il capo considerando che gentaglia che c’è.
L’Uomo Pubblico resta fisso, a testa bassa all’asfalto.
Mi pare, sull’affusto di un lampione, che un grillo verde che si lustra le ali in quest’istante abbia tutta la sua attenzione. Ed io penso che sì, che vorrei accontentarla. Trasmigrarla in quest’ultima era, questa inutile questa triste quest’epilogo del mondo, in un verde canterino inconsapevole insetto. Sarebbe così grato e così giusto e così dolce, signore, per tutto ciò che lei ha fatto nei millenni trascorsi. Però non posso signore, la mi comprenda, la mi perdoni, macché! Siamo noi che comprendiamo che perdoniamo loro. E’ scritto su un libro.
«Vado e te lo mando a calci in culo.»
«Lascia stare Sharon. Farò da me.»
«L’hai detto.»
«Non ti trattengo, diresti che è tardi. Vai.»
La sigaretta la spegne nella sabbia di Miu. Mi attraversa la percezione telepatica di alcunché di felino traducibile in stronza. Scende la rampa, sconquassa il portone. C’è uno schianto di portiere disserrate e serrate. Quindi il singhiozzo il tossito ed il ruggito di un motore quale mai monteranno astronavi.
Tolgo dalle sporte i gelati e li metto, un po’ sciolti, nel freezer con l’ibis. Sotto gli yogurt, gli scarabei ed il papiro. I pacchi d’acqua impilati lì accanto. Tutto il resto sta in bagno o nei cassetti, potrò pensarci anche dopo. Grano ed orzo vanno appesi sul calendario a promemoria della data dell’Apocalisse.
Adesso sto in strada. Accanto ai segni degli pneumatici del Ducato c’è una folla trasparente, "la selva dico degli spiriti spessi" - Inferno, canto quarto, verso sessantasei. Non lo sanno, ma mi guardano con quegli occhi di bambino cui la mamma ha presentata la tata. In effetti è così. Ad occhio e croce saranno novantamila. Li condurrei uno ad uno per mano non fosse che al momento ho solo mani di cartilagine e di muscoli. Ciò non toglie che abbia ad essere ospitale:
«Salite prego», sarà affare di nove mesi.
L’Uomo Pubblico, appartato dagli altri, lo vado a prendere estasiato dal suo grillo.
«Ma lei è negro!...», m’apostrofa.
A volte, persino negli abissi, sopravvivono in loro consapevolezze piccine.