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venerdì 21 novembre 2014

... e insomma: due pagine di "fentasi"...

1.
Rikard cercò tentoni il contatempo sul comodino, agguantato lo scagliò contro il muro, e il trillo dei campanelli di ottone si spense in un gemito di molle e di ingranaggi.
Si alzò dal pagliericcio, si scrollò dalle coperte sudate; levò gli occhi appiccicosi di cispe, e di sonno, ai rettangoli irregolari delle finestre del dormitorio. Una torrida, tenebrosa folata gli scottò la fronte madida e i capelli bagnati; gli portò l'odore d'arso del mondo e gli echi di schioppettate, di rantoli e sghignazzi:
«... 'cazzo fa quell'imbecille in terrazza?!...»
In cielo, l'Astro Freddo Maggiore rotolò nel grembo blu dell'orizzonte, si spense in una coltre di nubi cenerognole; l'Astro Freddo Minore rimpicciolì nell'empireo, le campane scandirono la terz'ora di notte.
Rintoccarono ingrate il suo turno di guardia.
Lui si trascinò, nella pallida penombra, ai bacili d'acqua tiepida polverosa all'altro capo dell'aula: tuffò la faccia gonfia accalorata, la barba, pulì il naso sciacquò la bocca l'orecchie, sputò, si svuotò la vescica; gettò quella brodaglia da un davanzale del mastio.
Lo schiaffo dell'acqua sporca sui ciottoli da basso, gli accidenti di qualcuno, nel silenzio e l'oscurità, che adesso era bagnato del suo catarro, di piscio, gli stirarono gli sbadigli in un sorriso bastardo. In un ghigno.
Frugò in una dispensa. Ingollò tutt'una fiasca di vino. Sbranò qualche salsiccia, dev'essere di ratto, si pulì delle frattaglie e le gocce su una manica di camicia. Cercò un'esca, dell'olio ed accese una lanterna; posò il lume su uno sgabello perché schiarisse la sua panoplia.
Si infilò la cotta d'arme e la tunica fuggifoco, e il corpetto di metallo e gli stivali al ginocchio; il cinturone con le pallottole, le pistole e cartucce, lo scudo a tracolla e l'elmo respiratore. Un coltello alla cintola e imbracciò la piccozza.
Un insulto di Skoyen ruzzolò dalle scale:
«Ohi, laggiù! Sei in comodo, Rikard? È tramontata la prima luna da un pezzo, dammi il cambio, voglio andare a dormire!»
Rikard salì fino al posto di vedetta. Trovò l'altro soldato che accendeva, con il sigaro, la miccia del falconetto nell'incavo fra due merli, che appuntivano la torre di un aguzza solenne V. Al rutto e il fumo bianco dell'arma rispondevano, in lontananza, grida di ammazzati e guaioli di feriti.
«Ah, la buon'ora!»
Tirò un'altra bordata.
Si strinsero l'avambraccio e si batterono sulle spalle.
«A chi cazzo stai sparando?»
«Magmiti: 'sti coglioni coi loro riti!»; Skoyen gli indicò quel cannocchiale sul cavalletto, Rikard guardò: poco fuori l'ampia cerchia delle mura dell'acropoli, vide un'orgia di seminudi incappucciati di rosso. Danzavano osannati tutt'attorno una lancia, con l'acciaio del puntale conficcato nel suolo lavico. Un triangolo di rami secchi incendiato era affisso con corda e pece all'altro estremo dell'asta: la luce di quel falò li illuminava di inferno.
Gridavano, danzavano, nonostante le cannonate; al ritmo di un tamburo che esplodeva di oscenità.
«Parecchio spudorati, a celebrare i loro osceni festini così allo scoperto poco fuori i cancelli.»
«Se ne vedono sempre più di frequente. 'Sta gente non ha più nessun ritegno.»
Skoyen raccolse la sua borraccia di birra, la stuoia, le armi; guardò con gli occhi lucidi, cupidi e arrossati alla chiocciola di gradini che scendeva ai dormitori:
«Sono convinto di averne stesi parecchi, però: li sistemano i Succiasangue, vedrai che spettacolo. Buon turno, compare.»
Lo lasciò solo nella torrida oscurità, ai raggi dell'Astro Piccolo che arrampicava la notte.
La luna scintillò, lontano ad occidente, sull'argine della Crepa al confine dell'Äitistad: la fossa invalicabile, immensa e smisurata, luccicava dei minerali eruttati dal fondo; stalagmiti di sale, di metalli e di quarzo, infilzavano le nubi innalzandosi chilometri. Le propaggini di un bosco, l'acque cupe di un lago, radicavano rimbombavano per miglia nell'abisso. Là in fondo franavano promontori e colline, cadevano sgretolati i mosaici di città; ruderi di popoli e schiume degli oceani: lasciavano ammutoliti, le Ferite del Mondo.
I cembali, i tam-tam, i crotali dei cultisti; l'orchestra degenerata dei cachinni, degli urli, ammalarono la foresta, le case, e scrosciarono empietà sugli abbaini di ardesia. Le preghiere degli imbecilli echeggiarono nelle strade, e strisciarono sull'ardesia e l'assito degli edifici che si stringevano al mastio. Insozzarono i marmi delle loro sconcezze.
«Deamadre, che schifo!», Rikard sputò.
Incendiò un'altra miccia, schiantò un'altra palla di acciaio nell'osceno baccanale dei pervertiti in cappuccio. Caddero, si rialzarono, continuarono a celebrare. Ma l'odore di massacro e di sangue, adesso, si sentiva fin là. Lui si accorse di quel frusciare nel folto, del sibilo di sciame nelle folate di vento caldo.
Non ne avrebbero avuto ancora a lungo, froci, fanatici, rottinculo e dementi.
Il cigolo di un'anta, di cardini arrugginiti, lo strepito di armati, un olà spaventato, lo fecero spostare all'altro lato del mastio.
Il Principe si affacciò, trafelato, in vestaglia, a un balcone del Palazzo prospiciente il torrione; scortato da un istrice di schioppettieri e lancieri.
«Cos'erano quei colpi?! Cosa sono 'sti canti?!»
«Magmiti, signore.»
«Cannonate nella notte! Sei matto Rikard?! Non mi interessano le beghe religiose fra le vostre sacerdotesse e...»
«I loro riti a ridosso delle tue mura, signore», lui lo azzittì.
L'altro impallidì di terrore e superstizione; gli uomini di scorta, che guerrieri del cazzo!, si succhiarono devoti il pollice e si segnarono pregando Vril.
«Forse è un incantesimo per sfondare i cancelli! Potrebbero...»
«Servo un ordine di maghe: la magia non esiste.»
Il Principe smorfiò niente affatto convinto, schioccò; torno dentro coi soldati di scorta. Un uomo con lo schioppo si appostò sul balcone, chiuse l'anta della trifora incorniciata di stemmi. Il barrito ovattato, prolungato dei corni, echeggiò dentro le mura nei cortili del Palazzo. Suole sulle scale, rastrelliere svuotate, clic-clac di catenacci e serrature e grilletti.
«Raddoppiano la guardia, 'sti esagitati», lui rise.
Qualche lampada si accese negli edifici più bassi tutt'attorno alla fortezza del Signore; le luci dei funzionari, dei cortigiani, la servitù, che si svegliavano allarmati da quei rumori alla reggia. E fiaccole, e candelabri sparuti, qua e là nel labirinto della città addormentata. Durò uno scampanare, un abbaiare dei cani; uno scherzare rasserenati poiché non era accaduto niente. Ogni cosa tornò nel sonno.
«Oh, la buon'ora.»
Rikard rabbrividì di un intenso ronzio, tornò alla colubrina e scrutò all'orizzonte.
«... e adesso, son cazzi vostri ragazzi...»
Le centinaia di Succiasangue dal bosco gremirono il cielo nero, calarono famelici sull'orgia dei Magmiti. Affondarono nei vivi con gli artigli palmati, li frugarono le budella con le proboscidi irsute; sondarono i cadaveri con le antenne irrequiete, li pestarono con quell'orride grottesche due zampette. Succhiarono gli umori nell'addome che si ingrossava, si arrossarono le teste cieche degli icori dei divorati. Addosso ai fuggitivi in un battito chitinoso, dischiusero le elitre e volarono sulle prede.
Li ammazzarono tutti. Li mangiarono tutti. Bevvero la poltiglia che lasciarono sul terreno.
«Non è mai un bel vedere», Rikard inghiottì, «meglio loro però che me...»
Lo sciame dei Succiasangue si attardò sulla strage: un gruppo di dieci, di venti individui, sciamò sulla calca e volò fino alle mura, troppo prossimi alla cinta e le propaggini cittadine.
«No, bestiacce», lui si impensierì. Si chinò sulla cassetta dei proietti di artiglieria, ma, accidenti!, ne trovò soltanto uno. Quel coglione di Skoyen se l'era troppo spassata.
si tratta di disperderli. Beh, basterà...
I Succiasangue gli sembrarono più vicini, di sicuro già al di qua delle mura; sfarfallarono, zampettarono, sibilarono sui coppi, si acquattarono ai camini e ci infilarono quei musi lunghi.
Tornarono al branco. Qualcuno, però, si azzardò ancora avanti.
Grazie a Dea la brava gente a quell'ora era a letto. Non li aveva mai veduti comportarsi a quel modo:
«Sciò, sparite! Che vi prende, scarafaggi?! L'hanno avuta, la cena!...»
Prese il barilotto e versò nella culatta: preoccupato dai mostri, a sì e no seicento metri, sparse la polvere sull'assito inumidito; bestemmiò innervosito, inciampò nella riserva di munizioni e quell'unico proietto rotolò va' a capir dove.
Nell'ombra, affanculo!
Si volse un'altra volta al volo dei Succiasangue: non li vide sui campanili né i cornicioni di prima; né...
Un artiglio palmato gli stridé sulla corazza, la proboscide dentata gli si accanì sulla cotta. Un abominio lo atterrò con un calcio, gli infilò le antenne molli negli interstizi dell'armatura, nell'elmo. Tre Succiasangue si appollaiarono sul falconetto, sui merli, si alternarono all'assalto con la creatura che gli era sopra.
Rikard scalciò il mostro da addosso, si alzò, sfoderò le due pistole e esplose una pallottola nella testa dell'avversario. Quello barcollò fin il ciglio della torre, crollò nell'abisso. Scaricò l'altra cartuccia nella zampa del più vicino, lo accasciò in una pozza giallognola; l'essere schioccò con la proboscide e l'avvolse a una caviglia: Rikard scivolò.
Ma a portata di mano dello scudo e la picozza.
Quei denti gli scavarono uno stivale, le fasce, gli bruciarono gli affondarono nella pelle di un polpaccio. Mutilò la proboscide con il puntale dell'arma, schiacciò l'addome molle con un fendente del ferro. Imbracciato lo scudo, l'impeto di un altro mostro gli si smorzò sull'umbone; lui lo intontì con una botta di rimando, lo stese, ne insozzò il pavimento dell'esoscheletro sfracellato. Inferse un tramazzone all'ultimo Succiasangue: che piegato con un croc nell'incavo dei merli aguzzi stramazzò spruzzando bava dalla proboscide attorcigliata.

(...)

giovedì 20 novembre 2014

Altri appunti per un romanzo "fentasi"

I viaggi in treno sono molto utili a raccogliere le idee, specie se lavori ad un fantasy. Oggi vi propongo qualche pagina di appunti per il romanzo cui presto mi accingerò.












mercoledì 19 novembre 2014

"Scritture Aliene" n.4

In arrivo su tutti i webstore il numero 4 di "Scritture Aliene", curato da Vito Introna, cui partecipo con il racconto E tutto brillerà di più. La rivista, con l'ottima cover di Ugo Spezza, contiene racconti di Tommaso Russo, Francesca Panzacchi, Angelo Curcio. Frank Detari, Luigi Bonaro e dello stesso Spezza.

lunedì 17 novembre 2014

Progetto per un Fantasy che speriamo non diventi Fentasi

Se non l'avete riconosciuta, asini!, questa è la Battaglia dei Cinque Eserciti in una illustrazione del divino John Blanche, pubblicata nel Bestiario di Tolkien compilato da David Day nel 1979. Se è un libro che non avete, capisco il perché della vostra infelice vita. Buah ah ah!

Ho accettato un'altra sfida a dir poco impegnativa: un fantasy! L'editore mi ha concesso di scegliere se high, low, heroic (sword & sorcery); addirittura med-fantasy o quello che mi pare, ma... non si sfugge, stavolta!
Il fatto è: a parte J.R.R. che adoro (banale, eh?), ed è stato fra i testi della mia gioventù, purtroppo son cresciuto negli anni '80-'90 di Terry Brooks e del ciclo di Dragonlance; di Dungeons & Dragons da fenomeno "di nicchia" a merchandising dozzinale e spudorato. Di Magic, che ha ucciso il roleplay. Perciò, superati gli entusiasmi adolescenziali per il d20, le armature, le spade e i sotterranei, il trito e ritrito carrozzone del fantasy ha incominciato a starmi molto sulle scatole.
Autori ed editori criminali fantasycidi hanno invaso recentemente le librerie di quel genere fentasi (trad: fantasy pensato, strutturato e scritto con i piedi) che, concordi gli addolorati lettori, ha inferto a questo genere la mazzata fra gli occhi. Quel trionfo di scaffali di topoi che produce obbligatorie trilogie, dai titoli ridicoli del genere: Le leggende degli Elfi Cavalcadraghi del Crepuscolo della Spada e dell'Anello; vol. 1: le Cronache. E di cui, lo confesso, non ho letto mai nulla: ché, coerente con il loro background, li scarto a priori con la spocchia dell'Alto Elfo.
Son d'accordo, su questo punto, con i blogger più iracondi.
Poi, è vero, ho tentato sei anni or sono con un fantasy "alternativo" con il romanzo Tristano (di cui ho nel cassetto il sequel già bell'è pronto: Agnes), ma si sa che è finita lì.
Ora, però, si riparte daccapo.
Come sempre il passo è raccogliere le idee: una bozza di universo, di personaggi, di fatti, che alla fine riuscirà anche molto diversa... ma è pur sempre un'impalcatura sulle pagine vuote. Partiamo perciò dal Dove & Quando:

Medioevo post-catastrofe tipo Mad Max o Hokuto No Ken; su un pianeta letteralmente fatto a pezzi (nell'ormai/sempre remoto passato...) da terribili eruzioni vulcaniche. I frammenti di questo globo terracqueo, separati da immense voragini nelle quali precipitano oceani, sono tutt'ora tenuti insieme dalla rete dei leys: quelle linee invisibili di energia che avvolgono la Terra, o insomma un gomitolo magnetico; e dal nucleo metallico del pianeta che gli abitanti, riferendosi al sottosuolo, definiscono come "Mondo di Ferro".
Deserti di cenere e lava solidificata. Megalopoli abbandonate, ridotte come Ercolano e Pompei, le cui strade son gremite di cadaveri pietrificati. Poche, lussureggianti foreste. Cielo quasi sempre offuscato.
Ci sono creature che assomigliano a draghi, nani, elfi... ma si tratta di individui comuni (coccodrilli, per esempio, e persone) mutati da secoli di radiazioni vulcaniche.
Nei luoghi dove i leys si incrociano in nodi sorgono città stato, cittadelle, fortezze (simili ai Comuni dell'Italia trecentesca) che – per antico e reciproco patto; nonostante occasionali rivalità, conflitti, momentanee alleanze - si impegnano a proteggere le linee di energia perché il mondo non collassi.
Essendo quella dei leys una forza in qualche modo mistica, la loro custodia è affidata, nelle diverse città, a un ordine magico/sacerdotale.

Chi sarà il fortunello cui tocca vivere in questo mondo?

Il Protagonista del romanzo sarà la guardia del corpo di uno di questi maghi/sacerdoti. E, nonostante il suo ruolo, ha una forte repulsione per la magia, il misticismo, la religione e ha modi e morale non proprio da paladino in armatura lucente... E un bel fatal-flaw. Devo ancora decidere se sarà uomo o donna; di sicuro avrà una "spalla" non umana.

Perché tanta fatica?

La storia incomincia quando uno dei leys, anzi, più d'uno, si spengono all'improvviso, mettendo in pericolo il già fragile pianeta; né giungono notizie dalle città che li avevano in custodia.
Il mago/sacerdote al cui servizio è il/la Protagonista è incaricato di recarsi colà, scoprire cos'è successo e porvi assolutamente rimedio!... e lui/lei, ovviamente, deve fargli da scorta...
Da qui, naturalmente, casini a non finire. Ho già una mezza idea sulla natura dell'Opponente (non vi inganni il singolare: badate alla maiuscola!), ma se sperate in un anticipo su questo punto... beh, state freschi. Persino su un pianeta di lava.
Userò come struttura il Viaggio dell'Eroe, ché per il fantasy mi sembra la più adatta.

Che cosa ne pensate? 



venerdì 14 novembre 2014

"Il Modello di Lovecraft - giocare con la scrittura nello stile di H.P.L" a Pesaro in Gioco 2014


Prosegue la rassegna di eventi per la settimana del Gioco in Scatola 2014 con un evento da brivido dedicato ad H.P. Lovecraft, e ai tanti giochi in scatola e di ruolo ispirati ai romanzi e alle creature nate dalla sua fervida e oscura fantasia. Principalmente sarà dato spazio ai giochi che maggiormente rappresentano il lore e il mondo dei romanzi dell'autore di Providence, soprattutto "Arkham Horror" e lo spin-off "Le case della Follia"; senza escludere però giochi minori e interessanti novità, come il recentissimo "Stay Away". Ma la vera novità sarà la presentazione del gioco "Kingsport Festival" di recentissima uscita (Lucca Comics 2014).
In occasione dell’evento, alle ore 18.00, terrò un incontro ludico-narrativo dal titolo "Il modello di Lovecraft - giocare con la scrittura nello stile di H.P.L."
Non si giocherà soltanto: saranno tanti i modi in cui ci si potrà avvicinare alla narrativa (e alla mitologia) di Lovecraft, e le sorprese non mancheranno. L’appuntamento quindi è per domenica a Palazzo Gradari (in via Rossini a Pesaro): location suggestiva ed evocativa per entrare fra le spire di Chtulhu… e restarne intrappolati!
L’evento è organizzato dalle associazioni Pesaro in Gioco e Agenda Geek.

mercoledì 5 novembre 2014

Quando un autore di fantascienza incontra Clint Eastwood, l'autore di fantascienza deve scrivere un western



... e insomma, c'è questo fatto: ogni volta che ririvedo in tivù un film di Leone, mi vien voglia di scrivere un western. Cowboy, cappelli, pistole e saloon! Personaggi e linguaggio da incudine e pialla, dialoghi che esplodono come scariche di Winchester!... E allora, in attesa dell'uscita di "Anatoliy Volkov", di pareri su "Un Tempo Altrove", e in pausa forzata da progetti più corposi per sopraggiunti nuovi impegni professionali, oggi ho iniziato questo scherzo fanta-western. Date il benvenuto a un nuovo bad-ass: il pistolero psico-meccanico Zachary Tintoretto!


Il vento lo accecò di pulviscolo di calíce, rotolò le sterpaglie fin il cartello Stoneheaven. Il sole arrossò di un torrido tramonto l'aguzzo campanile della chiesa anabattista, le insegne degli empori, il bordello, il saloon e quelle sordide catapecchie che si ostinavano a dire case.
Quel tale di Touchstone lo aspettava laggiù, a un tiro di fucile dall'ultima staccionata.
Zachary si sfregò la faccia e gli occhi, la barba, dallo schifo di whisky che gli aveva tirato addosso; si pulì dalla saliva, il tabacco, dall'insulto vigliacco e cane, che gli aveva gridato contro alla presenza di troppi.
Donne, soprattutto, il gran figlio di puttana.
E sì: gli bruciavano le parole, ma l'avrebbe anche risolta a cazzotti, fosse stato un imbecille del posto; di quelli che il giorno dopo te lo ritrovi allo stesso banco, gli strizzi l'occhio che gli hai pestato e ci si scambia un goccetto.
Ma no.
Capì che la cagnara era soltanto un pretesto: quello, che lo adocchiava già da inizio serata, aveva subito slacciato la fondina; gli aveva inteso che lo aspettava di fuori e soffiato all'orecchio:
«… e saluti da...»
Boh? Non aveva capito, c'era chiasso nel bar. Uno stronzo prezzolato da un altro stronzo per saldare un qualche conto di nessuna importanza.
Forse.
Se però voleva un posto al cimitero, come i tanti che lo avevano preceduto, Zachary Tintoretto lo avrebbe accontentato.
Scoprì la medaglietta che portava appesa al collo: Maria Vergine scintillò nell'imbrunire infuocato. La baciò con devozione tre volte, pregò a Maris Stella; la tuffò nella flanella insozzata fra i peli del torace e il cotone di canottiera.
Camminò fin le propaggini della piccola città, si fermò quei dieci metri dal tizio che si usano fra gentleman quando c'è da ammazzarsi: si accorse solo allora d'avere il sole negli occhi, e che l'altro era un'ombra sfocata controluce alla palla rossa che scendeva all'orizzonte.
Ohcccazzo.
Si sforzò di non strizzare le palpebre né di fare le smorfie. Non volle dargli a intendergli di essere in svantaggio, ma il barbaglio lo obnubilava:
«... dopotutto», sputò nella polvere, «il bastardo sa il fatto proprio...»
C'era il trucco di perder tempo provocandolo a parole: dì, da dove vieni, chi ti manda, pivello?; cosa credi di fare?; ti ha puzzato la vita?
Finché il cazzo di sole si fosse spento nei canyon.
Quello, però, rispose solo estrai.
Dio, se è veloce!
Non aveva sibilato la i che la Colt gli abbaiava già in mano: un colpo lo centrò in una spalla, l'altro, ohcccristo, lo beccò dritto la cuore.
Zachary, chissà, gli aveva a malapena bruciacchiato una coscia.
Stramazzò senza un grido, senza fiato per maledirlo, per piangere la mamma e fare ammenda dei suoi peccati: quelli, okay, non gli sarebbe bastata una notte, ma almeno... cinque sillabe d'aria per un perdono a Gesù.
Neppure.
E non è vero che quando crepi c'è il dagherrotipo della vita, tremò; da adesso sdraiato a terra nel sangue a quand'eri piccino, e ti dicevano ch'eri buono e carino e mai e poi mai saresti uscito un sicario, bounty killer, una pistola per il miglior offerente e uno sozzo puttaniere e giocatore d'azzardo. Non c'è il ritratto in seppia di quei giorni: c'è solo il cielo buio senza stelle tutt'un tratto, e un freddo che neppure nell'Oregon e quel figlio di puttana di Touchstone, che si avvicina per controllare se non fai finta e ti pesta con il tacco questo squarcio nel petto.
Dio, che dolore, grandissimo bastardo! Non fingo, sei stato bravo, m'hai beccato per bene! M'hai steso, m'hai freddato, m'hai fottuto al secondo colpo!
Non tirartela, gallo: c'hai sprecato due cartucce. C'era polvere, ero cieco e con il sole negli occhi.
Quello, gli sputò sulla faccia un altro po' di kentucky, di alcool; di parole che non comprese e sentì sul perché e sul per-come era venuto a cercarlo. Alzò il tacco dal suo torace e si dissolse nel buio, nel silenzio e nel gelo: manco un trillo di speroni, né la cenere di un sigaro, né un odore di stallatico né un morello al galoppo.
E a Zachary, dopotutto, non importò più di tanto.
Con la coda dell'occhio morto, a sinistra, nel niente, vide un tavolo da hold'em e due tristi giocatori. La cocotte quattordicenne già incinta col fiocco azzurro coi gigli d'oro, le spine di cactus le infilzavano il cuore; il comanche allampanato col costume da giullare.
Lo guardarono con ribrezzo, tornarono sbadigliando alle carte sul tavolo:
«... e che cosa ci giocavamo?», lei chiese.
«La pellaccia di quello là, ché è cattolico.»
L'indiano gli puntò contro quell'indice scheletrito, e Zachary si accorse di un asso nascosto in una manica dell'abito colorato:
«Hai barato, pellerossa! T'ha fregato, ragazza!»
La cocotte spallucciò desolata, carezzò le grandi corna della cuffia del comanche:
«... lui deve barare...»
«... e me lo prendo!»
Lei si trafisse d'un'altra spina di cactus, sospirò con gli occhi rossi di lacrime a un cielo di luce bianca che profumava di rose. Si alzò dal tavolino e... boh? Non c'era più.
«Muovi il culo, Tintoretto: si va al fresco», il pellerossa lo apostrofò.
Zachary sentì di spiccicarsi dal suo cadavere, lasciare agli sciacalli le sue viscere e le sue ossa. Gli spiacque per gli stivali, il capello e il cinturone che aveva lucidati poco prima di schiattare. Provò una sensazione d'angosciosa leggerezza, anzi: di inconsistenza. L'indiano gli ghignò, lo portò sottobraccio, e insieme barcollarono come sbronzi.
«Non prendertela a male, per quella carta nascosta: quando giochi con Sweet Mary, o certi metodi o non la sfanghi.»
«C'era un tizio, poco fa, al saloon, che abbiamo litigato e m'ha beccato nel cuore. Mi ha fatto parecchio male. Sono convinto d'essere morto o mi sbaglio? Quella, stesa là al becco degli avvoltoi, dev'essere la mia buccia.»
«Ovvio, che sei lì a tirar le cuoia, perder sangue e delirare: sei mica il Lone Ranger. T'ho vinto all'hold'em e ti accompagno nel mio tepee.»
«È un sogno?»
«Ci s'abitua. Hai ancora qualche istante di coscienza, di piscio e di respiro.»
I sensi gli tornarono alle cose materiali, rientrò nel suo cadavere, si insozzò i pantaloni: e vide benché offuscata Stoneheaven e il canyon che affondava nelle tenebre, il deserto e l'ultima diligenza, e i cespugli trasportati dal vento e gli spettri degli alberi; tremò, dissanguato, negli spifferi del tramonto. La polvere gli bruciò nella gola, negli occhi. Il titinno di cartilagine dei serpenti a sonagli, i latrati dei coyote che annusavano il pasto, gli colarono ovattati dentro i timpani insabbiati.
Quella striscia di fuoco e fumo che calò dal cielo nero. Quel botto, lamadonna!, quell'esplosione di terra; quella nube di sabbia gialla che l'avvolse e l'accecò. Il giullare comanche si dissolse nello scoppio. Zachary lo guardò disintegrarsi imprecando, bestemmiava parecchio; ne tirava di tali che lo fecero arrossire: lui, certe empietà, non se l'era mai sognate. Si accanì con gli artigli, non riuscì ad agguantarlo: sparì. Lui fu certo, in qualche modo, che fosse sceso di sotto.
Strepiti, e fiamme, dalle propaggini del villaggio. Venne fuori dalla nube quella cosa di metallo.
Non aveva nessuna forma, era vuota, era fredda; gli strisciò sopra, gli strisciò dentro, lo succhiò dalle narici, dalle labbra e la ferita che zampillava. Gli prese l'anima dentro sé.
Appetito, desolazione e vastità siderale; vuoto, secoli e decenni in una tenebra sottozero. E implacabile fame. Sensazioni di un altro: che neppure era cosciente di esistere; memorie di una macchina graffiate e erose sul suo metallo. Provò quelle cose: il whisky, lo sputo, il faccia a faccia, il proiettile, il bruciore e il dolore cane si dissiparono nello spazio. Perse sangue per anni-luce e per parsec, nel cosmo: benché che cazzo fossero i parsec, gli anni-luce e tutto il resto... non riusciva ad immaginarlo.
Lo seppe.
Gente con teli e secchi si radunò da Stoneheaven; lui, la macchina, trottò su qualche paia di zampe, appendici, tenaglie e protuberanze a nascondersi dietro un masso.
Stette fermo. Per quanto tempo? L'ore buie gli arrugginirono la corazza, sentì di arroventarsi e soffocare di un nuovo sole; gli camminarono gli insetti sopra e lo annusarono gli sciacalli.
La cosa scricchiolò, si contrasse e dilatò. Ohcccristo, che dolore. Formò qualcosa di metallo e di vetro che appannata si dischiuse al deserto, poi si attorcigliò: somigliava ad un occhio dentro un tubo di gomma. Zachary si guardò, vomitò quell'olio giallo che gli bolliva negli ingranaggi: era ridotto ad un gomitolo di fil di ferro con la crosta di ottone di un orrendo centipede; o no, cambiava forma; un octopode di mercurio rappreso ma villoso di fil di rame; un lumacone di anelli lucidi in una pozza d'icore. Quell'aborto di toporagno coi coltelli per artigli. Dio, che arsura e male cane! Riconobbe una gamba, una mano; una placca si ammaccò, si liquefece, fino ad assomigliare alla sua faccia di prima. Si freddò nell'espressione atterrita di quando le pallottole lo stesero stecchito.
In un amalgama di piombo fuso e di sabbia si formò tutto il resto. Gli restò quella paresi da cadavere ammazzato, ma almeno era tornato un cristiano.
Era freddo, era vivo. S'alzò dritto su due piedi e le ginocchia e godette di grattarsi i due coglioni, l'uccello, contò le dieci dita, pisciò nero come petrolio del Texas e distese qualsiasi cosa avesse adesso per muscoli.
C'era solo il problemino che era nudo come un verme, d'un adamitico cenerognolo che scintillava nel sole. 'Sto colore della pelle gli scocciò, lì per lì; e però gli venne in mente che in giro c'erano fetidi musi gialli sozzi negri e messicani.
Non ci avrebbero fatto caso, a un incarnato d'acciaio.
Ma andare in città com'era uscito dal ventre, con le chiappe agli sculacci dell'aria fresca, del sole, l'orgoglioso alzabandiera per ogni donna gli capitasse... quella, beh, era tutt'altra faccenda. Né educato, né morale, né timorato di Iddio.
Soprattutto non era armato.
«Quant'è trascorso, che sono morto?»; gli sovvenne ché là, a pochi passi da quei macigni, dove l'assito di Stoneheaven si arrendeva al selvatico, c'era ancora probabilmente qualche straccio dei suoi.
Fosse stato fortunato.
Ma le gambe non gli obbedirono, si impietrì lì dov'era. Una voce né di uomo né donna, una lagna da rullo, da grammofono di organetto, gli ronzò dentro i timpani e bruciò nel cervello.
Ho ancora, un cervello?
«Vacci piano, cowboy.»
«'cazzo sei?!»
«Lo sai benissimo.»
Prima ancora di domandarlo: cretino, sei te!; o insomma era la macchina, quella cosa precipitata, l'altro o l'altra che era lui da che s'erano mescolati. Fu uno scambio di non-domande, non-parole e non-risposte, conosceva senza aprir bocca e senza ammanco pensare. Le ragioni sue e dell'altro gli trapanarono la testaccia.
«Dove credi di andartene?!»
«C'ho un conto da regolare.»
«Sei il mio psico-carburante, nient'altro: rassegnati.»
«Ti accorgi, che sono quello che ti fa dire io sono?!»
«Psico-riciclato da un involucro dismesso.»
«T'ho alzato, rottame; ti tengo in piedi con la mia faccia.»
«Com'è questo pianeta, quant'è grande?»
«Da New York a Los Angeles, fanno quasi tremila miglia.»
«C'avrò bisogno di un sacco di psico-pieni.»
«C'ho un sacco di bastardi da fare secchi per fare pari. E iniziamo da Touchstone.»
«Ci si mette d'accordo.»

(... continua ...)



martedì 4 novembre 2014

Riflessioni sullo scrivere "su commissione"


Gli ultimi tre lavori cui mi sono dedicato (due racconti e una novelette) sono scritti "su commissione": il primo, E tutto brillerà di più, per la rivista "Scritture Aliene"curata da Vito Introna; l'altro, M'rara, è il background di un progetto Sir Chester Cobblepot di boardgame d'atmosfere lovecraftiane; Anatoliy Volkov Commissario Politico è una scommessa (che spero di aver vinta) con Diego Bortolozzo dei soliti tipi Imperium.
L'arte, la poesia, la narrativa su commissione han da sempre una pessima fama: oggi guardiamo con una certa freddezza quelle statue di Canova che, a seconda del committente e i rovesci politici, celebrarono un ideale o il contrario dello stesso. Le raccolte antologiche delle Scuole Superiori, specie per i secoli dal XV al XVIII, ci insegnarono a sorridere, con spocchioso disprezzo, delle liriche di occasione del Marino, Parini, di Metastasio e di Monti.
Io, che purtroppo non sono né un De Gongora né Da Ponte, devo ammettere che questi tre lavoretti sono forse i miei migliori di sempre.... per ora.
Viziato dagli studi letterari, dalla retorica intellettuale e romantica, anzi, Romantica, ho riflettuto su questo fatto e mi chiedo: davvero la narrativa su commissione è il peggio che a un autore, che aspiri all'A maiuscola, possa accadere di dover scrivere?
Soprattutto la novelette mi ha convinto del contrario; mi ha persuaso degli aspetti stimolanti dello scrivere su richiesta qualcos'altro-da-sé; non necessariamente insincero o inconsistente.
Premessa necessaria sull'origine del romanzo: trattandosi di un editore con molti titoli ed autori in attivo, è necessario pianificare a lungo termine le uscite di ciascuno: quali date? E quanti racconti, saggi e romanzi nel corso dell'anno? I medesimi nomi troppe volte proposti, e le stesse tipologie di prodotto, stufano sui webstore prima ancora che in vetrina di libreria, trattandosi di un mercato più veloce e con modi promozionali molto prossimi allo spam. C'è inoltre da tener conto dei gusti del pubblico, che dimostra di apprezzare più i romanzi dei singoli racconti o anche le antologie; idem – trattandosi di narrativa di genere – che premia, più di altre, certe storie, ambientazioni, certi tipi di personaggi.
Invece di arrovellarmi, da quel pigro che sono, ho chiesto al responsabile che cosa gli abbisognasse: la mia pagina di OpenOffice era pronta a qualsiasi cosa.
Bortolozzo mi ha dato dei precisi paletti:

avendo già all'attivo per il 2014 un saggio, un racconto e una silloge c'era solo uno slot libero per qualcosa di più corposo;

di genere fantascienza militare, ché è quella che preferisce e ha abbastanza riscontro;

ambientata nella II Guerra Mondiale, periodo altrettanto gettonato, ma...

... vista dalla parte dei Russi: ché di Rangers, Marines eroici, Nazisti spietati & pazzi o indomiti Commandos francamente ne abbiam piene le scatole.

Chi mi segue sa che non disdegno le armi, scrivere di battaglie né "l'effetto Vincenzoni"; ma preferisco la fantascienza di carattere sociologico alla W.A.R. di Tonani. E sa anche che aerostati, biplani ed armi bianche mi piacciono di più di carri armati e di mitra Thompson; che evviva i grandi Imperi Centrali ma abbasso quei noiosi del Terzo Reich... eccetera.
Si trattava, perciò, di calarsi in tutt'altro contesto. E qui, francamente, bastava poco per essere originali.
Come il solito, ho cominciato dalla Storia: okay, il conflitto '39-'45; okay, l'Armata Rossa, ma... sempre Stalingrado, Berlino; Il nemico alle porte? Sempre la Svastica vs Falce & Martello? Sempre medium comunisti contro ariani satanisti? Uff. Mi pare che di stahlhelm e di panzerdivisionen se ne leggano anche troppe, su certe pagine di SF.
Quindi ho optato per un conflitto minore che pure ha la sua epica, nella storia della Seconda Guerra Mondiale: la cosiddetta, breve Guerra del Nord fra U.R.S.S. e Finlandia. Magari il "grande pubblico" non ne conosce i dettagli: ma i cecchini finlandesi su sci in uniforme mimetica bianca, che apparivano e svanivano come spettri fra le betulle e facevano strage degli ufficiali sovietici, sono entrati nel mito.
Potevano funzionare, come cattivi "di primo livello" sostitutivi i militari nazisti.
C'era ancora bisogno, però, dell'elemento fantascientifico: e ho scelto di mettere da parte i triti e ritriti esperimenti nei bunker, la genetica ante-litteram, reggimenti di zombie, di cloni, di cyborg o di scimmie intelligenti; i prototipi di armi “ti tistruzione ti monto”, l'occulto alla Hellboy, e quant'altro seppellito negli archivi del KGB.
Ho optato per un classico più aperto a sviluppi: un UFO precipitato, dobbiamo recuperarlo! Però ho stratificato su questo tema l'invenzione che l'UFO non viene dallo spazio, bensì dal Polo Nord; e l'equipaggio (i cattivi "di secondo livello") ha diritto di definirsi terrestre quanto (se non di più) noialtri protagonisti e/o lettori del romanzo... benché molto, e molto orrendamente, diverso dall'umano....
Vi fa pensare alle Montagne della Follia; alla Cosa; a quella storia di Martin Mystère con i poeti elisabettiani in Antartide? Bravi. Sono convinto che la scrittura "di genere" debba sempre strizzare l'occhio ai successi che l'hanno preceduta: l'ultimissimo capoverso del romanzo, lo ammetto, lo leggerete - chi se n'è accorto ha vinto la caramella - è un esplicito palese omaggio a quell'opera di H.P.L.
«Ma quanto ne sapevi, tu, di Armata Rossa e di Guerra del Nord? Quanto hai s(t)ud(i)ato per scriverne?!» Poco. Quel che bastava a scegliere come eroe protagonista un cazzutissimo Commissario Politico; il cui profilo ideale, per altro, mi viene dai Commissari della Guardia Imperiale di Warhammer 40.000 piuttosto che personaggi come Danilov Politruk. Perché so che è così che il pubblico lo immagina se metti insieme due cupe, militaresche parole quali commissario e politico. E l'ho chiamato Anatoliy Volkov perché erano i due suoni che mi essudavano più tovarichtudine, badassismo e salomonkaneaggine che ho trovato fra i nomi russi sui siti dedicati. Spero che al lettore facciano lo stesso effetto.
L'hobby dei wargame, e le letture di militaria, mi han fornito dell'army list dell'esercito sovietico nella guerra con la finlandia: squadre di fucilieri con a capo sergenti, equipaggiati di fucili Mosin-Nagant e mitragliatrice leggera Degtyaryov; dodici soldati trasportati su camion GAZ.
Non serve più di tanto, a questi dodici personaggi: il resto lo faranno i mmmilioni di film, di foto e documentari che il lettore ha già visto. Come sempre, nel nostro sozzo lavoro, l'immaginario collettivo lavora gratis per noi.
Dodici ragazzi cui trovare un cognome russo: per certe cose non c'è di meglio che Google.
Per i luoghi, come il solito, poiché non sono uno che ha viaggiato, adotto il metodo di Emilio Salgari e mi affido all'atlante: tutta la Carelia di Anatoliy Volkov; Porosozero, e i laghi di Joensuu, stanno in una carta di un De Agostini da Scuole Medie. Idem fusi orari, temperature e altre cifre da calendario e termometro: ho sempre condiviso la convinzione che l'arte (sì, vabbé...) debba riuscire ad essere "più vera del vero": e spero che le mie nevi, le mie notti polari, e i boschi di betulle che non ho mai veduti, riescano al lettore vividi e credibili; che lo confermino in ciò che immagina, teme e fantastica di certi posti, più che in ciò dettano le sue nozioni di geografia. Ché altrimenti: a che serve la narrativa fantastica?!
Ci sono, in ultimo, quei dettagli da spargere qua e là che fanno la differenza fra un set di guerra qualunque e un set di guerra in Unione Sovietica nel 1939: la marca, per esempio, di un orologio da polso; il ritratto di quell'attrice in guepiere appesa alla parete del dormitorio in caserma; i nomi dei politici sulla bocca di tutti; il gergo, i nomignoli. Le ricerche di questo genere sono molto divertenti; sono l'emet di quell'ammasso di fango che altrimenti sarebbero le vostre pagine scribacchiate: non avessi mai scritto la novelette, non saprei che la Degtyaryov la chiamavano giradischi a causa della forma del caricatore che ricordava un disco in vinile e di come girava quando l'arma sparava; non saprei che i finlandesi bestemmiano perkele!...
«Ma insomma, Forla'! Facce vedè l'alieno, faccelo toccà!»
Questo è stato, probabilmente, l'aspetto che nonostante la commissione mi ha dato più libertà di inventare... oppure, potremmo dire, proprio perché sa che inventi certe cose, le apprezza, il committente si affida a te e non un altro; corre i rischi dei contenuti "ideologici", personali e stilistici propri dell'autore cui chiede la prestazione. È questo il bordo pagina dove, nonostante i paletti, apporrete la vostra firma. Imparata la lezione di Leonardo da Vinci, di Bosch, che creavano i loro mostri da collage di animali comuni, ho ridotto i miei "extraterrestri" a....
Ehm, no: su questo punto non posso proprio spoilerare, mi spiace! Come sempre, vi invito a guardare alla forma, alla natura dell'abominio, in un'ottica allegorica.
A guardarvi allo specchio.