«Non sperate di diventare Virginia Woolf, Maugham, la Yoshimoto o Dan Brown se non avete - stando alle riviste di arredamento… - un parquet di legno chiaro cosparso di giocattoli; zanzariere con vista molo & una barchetta agli ormeggi o un azzardo di ikebana su uno sfondo di Toscana».
Secondo appuntamento su "Parallàxis" con Rise & Fall of a S-Word!


Intervista sul sito La Zona Morta a cura di Filippo Radogna.

E’ laureato in lettere moderne, ama il cinema, è docente di Sceneggiatura all’Accademia di Belle Arti di Macerata, ma ha insegnato anche all'Università di Bologna e a Scuola Comics Pescara. Inoltre, tiene corsi di scrittura in varie città italiane, ama il genere steampunk, J.R.R. Tolkien e nella musica ha un debole per Giorgio Gaber. Alessandro Forlani, con il suo romanzo I Senza-Tempo, ha vinto nel 2011 - cosa rarissima - due tra i massimi concorsi italiani di fantascienza: il Premio Urania e il Premio Kipple; un bel colpo che ha portato il Nostro sulla vetta della fantascienza italiana, anche se lui si schermisce e sottolinea: "Sono stato felice di questi importanti riconoscimenti, in particolare del Premio Urania. Vincerlo infatti è una vetrina, ti dà notorietà; da quel punto in avanti, però, sei un Premio Urania e devi solo migliorare!".
Abbiamo incrociato l’autore e docente pesarese durante la convention Stranimondi, tenutasi lo scorso settembre a Milano, e non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di porgli  qualche domanda  per comprendere il suo tragitto formativo, narrativo e professionale.

CI PUOI RACCONTARE QUANDO E COME INIZIA LA TUA VOGLIA DI SCRIVERE E CON QUALE GENERE DI NARRATIVA?
La mia generazione, quella appartenente ai primi Anni ‘70, è cresciuta con il fantasy: parlo di Tolkien, ma anche mi riferisco ad altri casi editoriali come La Spada di Shannara (scritta dall’autore statunitense Terry Brooks, ndr). Posso dire che le mie prime prove di narrativa appartengono a quel genere. Poi ho iniziato a prendere le distanze da certe tematiche e ho maturato una tecnica che, nel 2008, mi ha portato a scrivere un romanzo comunque di genere fantasy, ma non canonico. Da lì ho sempre cercato di crescere e migliorare per poi avvicinarmi via via alla fantascienza e all’horror. Non ho ripudiato il fantasy, ma ho sempre cercato di contaminare i miei scritti.

PRIMA PARLAVI DELL’ADOLESCENZA E QUINDI DELL’ETA’ IN CUI FREQUENTAVI IL LICEO. CHE RUOLO AVEVA PER TE IN QUEL PERIODO  LA LETTERATURA ITALIANA?
La Letteratura Italiana, dalle origini in avanti, per me ha avuto un ruolo di grande formazione.

NE ERI APPASSIONATO?
Certo. Ma oltre alla formazione puramente letteraria considero importante la formazione cinematografica. Tuttora considero il cinema un'autentica lettura; non separo le due cose. Ho cercato di sviluppare una prosa che imita la scrittura per il cinema. Il lettore di narrativa, in futuro, sarà credo sempre più un lettore filmico.

A PROPOSITO DI FILM HAI VISTO THE MARTIAN?
Non ancora. Aspetto che si plachi il polverone di entusiasmo. Quando si calmeranno le acque andrò a vederlo. Interstellar, invece, mi ha commosso.

COSA HAI TROVATO DI IMPORTANTE IN INTERSTELLAR? QUAL ERA, A TUO PARERE, LA SUA FORZA?
Mi è piaciuta l’ampiezza di respiro: la fantascienza dovrebbe sempre avere un'ampia visione delle cose, ma troppo spesso non è così. Non mi piacciono quei film in cui l'umanità affronta un alieno troppo simile a certi nemici nostri contemporanei e soprattutto terrestri... In Interstellar non c’è tutto questo. La minaccia all'umanità non si risolve in un conflitto muscolare. Mi ha stupito l’agghiacciante serenità con cui l’umanità si prepara all'ineluttabile; la ricerca di un altro pianeta sul quale vivere e l'accettare la prospettiva che in molti periranno.

QUANDO INSEGNI AI TUOI ALLIEVI AFFRONTI ANCHE TEMATICHE RELATIVE ALLA FANTASCIENZA CINEMATOGRAFICA? COME TI PONI? COME REAGISCONO VISTO CHE OGGI PARE NON ESSERCI UN RICAMBIO GENERAZIONALE TRA I LETTORI ITALIANI DI SCIENCE FICTION?
Riassumo in un aneddoto che credo divertente: ho iniziato a insegnare all'università tredici anni or sono e da sempre, alla prima lezione, per rompere il ghiaccio avverto, scherzando, che "per prendere trenta e lode a questo esame bisogna tifare Impero e non per i ribelli". Ovviamente è un riferimento a Star Wars. Gli studenti di anni fa capivano la battuta, negli ultimi due anni non tutti la colgono.

IMMAGINO CHE PER TENTARE DI COINVOLGERLI PARLI LORO ANCHE DEI GRANDI AUTORI DI FANTASCIENZA O DI ALTRI FILM …
Uso volentieri altri film o racconti che dimostrano che la fantascienza non è fatta solo di astronavi. Ad esempio Chissà come si divertivano, di Asimov: il cui tema è l'importanza della scuola come esperienza collettiva non solo di apprendimento. Faccio ciò che posso per portare i ragazzi verso una fantascienza che non sia solo spettacolare; o non confondere il sense of wonder con gli effetti speciali.

CON IL ROMANZO I SENZA-TEMPO HAI VINTO IL PREMIO URANIA. E’ SICURAMENTE UNO DEI TUOI FIGLI PREDILETTI. COME LO VEDI OGGI RISPETTO AL PASSATO? COME SI E’ SVILUPPATO?
Per fortuna o purtroppo, cantava Giorgio Gaber, ho il difetto che quasi immediatamente dopo la pubblicazione di un testo entro in una fase - se non proprio di rifiuto... - molto critica nei confronti dello stesso... E così è stato anche riguardo I senza-tempo, che comunque  riconosco uno spartiacque nella mia produzione.

E' UN ROMANZO NEL QUALE HAI DATO SPAZIO A UNA FANTASCIENZA CHE SI INCONTRA CON LE ARTI OSCURE, MA CI SONO RIFERIMENTI A TEMATICHE SOCIALI, IMMAGINANDO UNA SOCIETA' DOMINATA DA INDIVIDUI DEGENERATI E SPIETATI, PREOCCUPATI DI PROCRASTINARE SE STESSI E IL LORO POTERE. QUANTO CI HAI LAVORATO?
E' un romanzo estremamente contaminato i cui protagonisti erano già presenti in alcuni miei racconti. E' il ritratto di gerontocrati corrotti, depravati, che negano il futuro delle nuove generazioni. Riguardo la stesura, se dovessi sommare i tempi, ho scritto per un anno in maniera continuata. Ma ricordo soprattutto un'estate 2011 di scrittura "matta e disperatissima". Ho lavorato praticamente tutti i giorni; poi, nel mese di novembre, ho inviato il manoscritto al Premio Urania al quale l’anno prima ero stato finalista.

E ADESSO DI COSA TI STAI OCCUPANDO?
E' uscito per Delos Digital un mio romanzo steampunk: Clara Horbiger e l’invasione dei Seleniti; che si svolge nel Lombardo-Veneto tra Milano, Trieste e Padova, nel 1847. E' un'esperienza editoriale che reputo interessante, in quanto il romanzo è pubblicato a puntate. Per Imperium ho pubblicato di recente la space-opera Eleanor Cole delle Galassie Orientali,  disponibile sia in e.book che cartaceo.

AUGURIAMO AD ALESSANDRO CHE ANCHE QUESTI DUE NUOVI LAVORI, COME I PRECEDENTI, SIANO APPREZZATI SIA DAL PUBBLICO SIA DALLA CRITICA!

Filippo Radogna


6.
Il Puerto de La Cruz era a un'ora di cammino. Una gobba di palme e platani nascondeva la taverna, si guardarono alle spalle ma non videro nessuno.
«È andata», Cristoforo respirò, «lasciateli prender fiato.»
Aykan, la zingara e Menas adagiarono i ragazzi contro il tronco di un banano, subito rinfrancati dalla salubre frescura. Lui schiarì la voce, tirò a parte Deodato e usò l'autorità che si addiceva coi sottoposti:
«Due parole, balestriere.»
«Capitano?»
«L'hai detto. Siamo ancora in terraferma, ma l'impresa è già iniziata: se sei al mio servizio, ammazzi solo chi dico io.»
«... e chi offende Natalya: non rispondo più di me.»
«Sulla nave la insulteranno con molti nomi, dovrai aver pazienza.»
«Allora potreste avere una ciurma di cadaveri.»
A Cristoforo tornò in mente quel trucchetto di Abdul Alhazred; credimi, sbruffone: non sarebbe un ostacolo. E sorrise di un riso macabro e stornò dall'argomento.
«Sei stato nell'esercito: conosci la disciplina.»
«Aggiungiamo ai Comandamenti che Mio Cuore non si tocca: basterà un bel discorsetto, sembra tutta gente sveglia.»
«Quei tre...»
«A quei tre toccherà alare, pulire il ponte e sbrogliare corde.»
«Sei tu che li hai voluti con noialtri.»
«In guerra occorre carne da macello: avevano l'aspetto degli inutili imbecilli.»
Si scambiarono una muta intesa e tornarono dagli altri. Il turco e il bizantino, sdraiati spalla a spalla, si beavano ad occhi chiusi del sole e la risacca. Una brezza accarezzò le loro maschere enigmatiche: sembravano quieti d'odio o pacifici di morte. Le mani, l'incarnato, i primi sintomi di un'artrite confermavano l'abitudine al mare aperto e i mestieri che si praticano a bordo, ma... a Cristoforo preoccupava quella pace terrificante.
«Spiegatemi, voi due.»
Si accucciarono ginocchia al petto con l'identico sorriso; quasi il modo di fare dei fratelli gemelli: quanto tempo hanno vissuto sempre l'uno accanto all'altro?!
«Costantinopoli fu conquistata dagli Ottomani.»
«Non ero ancora nato.»
«Io ed Aykan avevamo dodici anni, navigavamo già allora.»
«Anch'io ho iniziato presto: sono in mare da che ho memoria.»
«Mio padre», il turco si incupì, «era capo artigliere su una nave del sultano. Quel giorno mi insegnò l'arte del fuoco greco.»
«C'erano dromoni, torri e un esercito da bruciare! Lui!», Menas gli puntò il dito, «scelse la barca inutile che trasportava la mia famiglia. Vidi ardere di pece nera mia madre e i miei fratelli.»
«Ma questo greco ha la buccia dura, ha coraggio: sfilò la fionda dai pantaloni e spaccò il cranio al mio vecchio.»
«La galera e la mia barca si cozzarono prora a prora. Il porto, la città e i Dardanelli bruciavano di battaglia; il mare era già sparso di caduti e vele lacere, fasciame, tronconi d'albero e gomene intrecciate. Ci tuffammo l'un contro l'altro coi pugnali stretti in mano.»
«La corrente ci trascinò: rischiavamo di annegare. Non potevo negare il sangue di questo greco a mio padre ed Allah.»
«Non avrei lasciato all'onda la vendetta di mia madre. Ci abbracciammo, ci afferrammo ad un relitto.»
«Naufraghi su una spiaggia, molte ore e molti stenti più tardi, piangemmo di fatiche e di rabbia e di paure: non potevamo ammazzarci lì in quel momento. E poiché siamo l'un l'altro debitori della vita, sarebbe infame che ci uccidessimo.»
«Ma entrambi vogliamo solo che l'altro muoia: comprendete, messer Colombo? Dobbiamo esserne certi, per placare i nostri cari.»
E dietro a quelle facce sciupate dai marosi, del velo di tragedia che offuscava quegli sguardi, a lui sembrò di scorgere due bambini che scapricciavano s'accapigliavano in un angolo di guerra enorme: il bisticcio dei calci, e delle spade di legno, in un tuono di cannoni che durava da eternità. Alzò lo sguardo all'oceano grigio-ferro che schiumava e rimbombava indifferente davanti a loro: con un brivido pensò ai discorsi del vecchio arabo circa i mari più vasti, ed ignoti, che si estendevano al di là da quello. E però restò allibito dalla profondità degli abissi che ruggivano dentro l'anime e le vite degli uomini. Fino ad oggi ho carreggiato cannella e pepe, ho salpato anche nel buio: questo viaggio sarà diverso.
«Non c'è chi può comprendervi.»
Deodato, poco in là, scrollò amichevole i tre ragazzi. Natalya li unse ancora con una crema di aloe, riempì i tagli di un pasticcio farinoso di spiacevole giallognolo. Una sorsata di roba forte dalla borraccia del balestriere li svegliò che strabuzzavano e imporporati di tosse.
«Pivelli, avete un nome?», Cristoforo li aggredì.
«Pablo, Nicholas, Cristiano.»
«Lo sapete cos'è una nave?»
«Siamo mozzi sulla Pilar del capitano De Sangre.»
«No: siete al soldo di Colombo sulla vedremo-che-nome-avrà. Ed è un ingaggio che ho già pagato ai vostri amici in locanda.»
I ragazzi annuirono.
E ripresero il cammino verso i tetti di La Cruz.

Ritrovarono Bartolomeo e l'arabo all'attracco di un legno già affollato di pizzicagnoli, vinai, giovanotti di bottega che faticavano con gerle e botti. Suo fratello firmava carte a un gentiluomo in damasco rosso cui l'abito elegante non nascondeva le cicatrici, le bruciature e i patemi di una vita fra burrasche e ingratitudini marinare; l'ostentazione di anelli d'oro e di monili dell'arricchito. Lo stregone era accigliato al banchetto di un marano che pesava le pietre egizie su un'equivoca stadera, corrispondeva sacchetti gonfi di escudos per ognuna di quelle gioie che El Ahmak si sfilava. E le monete che accontentavano i fornitori, gli armaioli, le contadine con le cassette di frutta fresca, intaccavano di molto poco il contenuto di quelle borse.
Menas smorfiò ammirato:
«Vi ho creduti tre straccioni, quando entraste alla locanda.»
«Scampavamo a un incidente. Mio fratello è un buon mercante; e in Spagna, in Portogallo, il nostro nome è onorato.»
«... ma mi sembra che la faccenda sia fra giuda e il saraceno...»
«No, è reputazione», Cristoforo si indispettì: subito spaventato da un sibilo della zingara che tremò, soffiò forte, con i capelli arruffati e ritti; «Che accidenti le è preso?!»
Il balestriere guardò torvo ad Alhazred, strinse e calmò Natalya fra i muscoli mostruosi:
«... cani e gatti, signor Colombo...»
Si accorse che anche Ahmak le aveva ringhiato contro.
Aykan spronò i ragazzi con entusiasmo cameratesco:
«È questa la nostra nave? Consentiteci, capitano: sceglietevi i pagliericci, godetevi la pennichella!»; Pablo, Nicholas, Cristiano lo seguirono sottocoperta nel via vai delle provviste. E il turco allungò le mani sui grossi seni di garzoncelle che portavano le uova e i canestri di pagnotte: finché lo ricambiarono a ginocchiate alle palle. «Noi, bizantino», si imporporò sofferente, «come il solito si dorme insieme.»
Lui, Bartolomeo, si ritrovarono con l'uomo in rosso:
«Jacopo da Gianlorenzo, armatore napoletano. Ci ha venduto la caravella a metà del suo valore, ma pretende la quarta parte dei contratti con i mogol.»
«... i contratti con i...»
«Messer Jacopo non è uno stupido», suo fratello ammiccò, «e insomma: mi ha costretto a raccontare ogni dettaglio del nostro viaggio. L'Indo, Singapore l'avorio di Sumatra. Non ho saputo mentirgli: la sa lunga! È un segreto fra noi tre.»
Sei un figlio di puttana; Cristoforo ghignò. E scambiarono con l'armatore - che gongolava ingannato - le ruffiane formalità di un accordo mercantile.
Bartolomeo guardò perplesso alle improbabili sette anime che salirono sull'asse e si arrangiarono a bordo:
«Hai trovato gente strana.»
«I tre ammaccati son bravi giovani.»
«Mai veduti marinai con le tette e la sottana.»
«... ma cadaveri-marinai...»
«Hai ragione: c'è sempre peggio.»
«Com'è andata con il vecchio?»
«Ha avuto pane per i suoi denti.»
Abdul Alhazred tornò dal tavolo dell'ebreo nudo di amuleti di bracciali e di collane, porse a suo fratello un altro sacco di monete:
«Ecco, spero basti: perché mi ha tolto davvero tutto.»
«Potevate stregarlo: siete bravo ad estorcere.»
«Non credo gli sia rimasta un'anima da incantare. Avete fatto la vostra parte?»
Cristoforo chiamò per nome uno ad uno: presentò l'equipaggio all'arabo e l'arabo all'equipaggio. Menas, Pablo, Nicholas e Cristiano sollevarono i sopraccigli in un ostile benvenuto; Deodato grattò i testicoli. Aykan allargò le braccia in un felice as-salam: lo stregone schioccò le labbra come a molcere un bimbo scemo. Trovò Natalya a cavalcioni del bompresso e:
«Quella lì viene con noi?!»
La zingara gli fischiò contro.
«Mio Cuore, musulmano», minacciò il balestriere. Le lamine di corno si incurvarono in un clic.
«Voi starete al cassero, lei nel castelletto. Monteremo, se dovremo, paratie sottocoperta. Resterete per tutto il viaggio da parti opposte della mia nave, ma entrambi sarete a bordo!», Cristoforo sbottò, «Io, cristodiddio, sono il vostro capitano!»
«... sull'oceano siamo uguali, l'importante è fare vela...»
«Ce ne andremo molto presto», si incupì Bartolomeo.
Le vele nere delle navi del Sant'Uffizio scivolarono sull'orizzonte, sulla scia dei molti legni che incrociavano quasi fossero segugi che annusassero le onde.
«... il vostro monaco l'ha presa a male...»
Cristoforo guardò alle gabbie cui lavoravano i mozzi, Aykan, Medas e stimò le possibilità di scamparla a quella caccia; la marea, le correnti, il lungocosta dell'isola e l'alito di oceano che ingravidava le loro tele. Lesse il gotico sul cartiglio di frassino srotolato fra i seni dell'orgogliosa polena, storse il muso alla mancanza di colubrine sulla prua, le murate e il cassero del mercantile.
«'Sta Vesuvio sembra un'ottima nave, ma Martin ha due vascelli da guerra: non potremmo filarcela, non potremmo difenderci. Né possiamo restare qui ad aspettare che sbarchino.»
«L'arabo a Porto Santo gliel'ha fatta sotto il naso.»
«Non contate su di me: non funziona sempre allo stesso modo.»
«Soldato, la tua zingara sa comandare alla nebbia?»
«... tsé...»
Natalya chinò il capo obbediente e sottomessa, si segnò con il dito pollice sulle palpebre socchiuse:
«Dice che non si sfugge allo sguardo di Gesù Cristo.»
«Ho capito: ci arrangeremo.»
Cristoforo pescò nei sacchetti degli escudos, lasciò a Bartolomeo manciate di monete:
«Compra una scialuppa, le lanterne più luminose che trovi e l'olio da ardere il più a lungo possibile. Paga un falegname.»
«Noialtri, capitano?»
«Sciò, smontate: qualche spicciolo per uno. Andatevene a bere, al bordello; dove diavolo vi pare. Tenete il becco chiuso, non cacciatevi nei guai e tornate qui alla nave quando sarà buio pesto.»
«Mi sa che è meglio se resto a guardia», propose il balestriere.
«No, vale per tutti.»
«Ma abbiano ponte e stive che traboccano di ben d'Iddio!»
«Possiamo anche permetterci che ci rubino qualche cosa. Se venissero i ficcanaso, se cercassero informazioni, non troverebbero a chi domandare né persuadere a parlare. Non saprebbero un bel niente.»
«Un mercantile fra tutti gli altri che leva l'ancora ma chissà quando...»
«... né i fratelli italiani né un vecchio arabo a bordo.»
«Muoversi ciurma: il capitano ha parlato!»
Cristoforo fece finta di non vederli filare via per i vicoli, le scale, attorcigliate alle case bianche.
«Come sapete che torneranno?», si stizzì Abdul Alhazred.
«Sono uomini, vossignoria: non potreste capire mai.»

Al tramonto le navi nere si ancorarono al largo: qualsiasi vascello fosse uscito dal porto, lacerando con le lanterne il mare buio e la notte, sarebbe stato sotto il tiro di cannonate e prossimo all'assalto dei fanti di marina. Il vento portò gli olà dei militari dell'Inquisizione che intimavano di fermarsi a ogni nave salpasse; lance rapide calate in acqua e ispezioni nelle stive.
«Ci avevi visto giusto», brontolò Bartolomeo.
«Mi servono altri chiodi.»
Cristoforo fissò una lanterna sull'antenna; suo fratello allungò il bompresso con un manico di scopa e inchiodò un'altra lampada alla cima del bastone.
«La carogna secondo te può sentirci, da là?»
Lui guardò El Ahmak seduto assorto su un alto modo, a drogarsi di un narghilè e sognare all'imbrunire:
«Credo no, soprattutto finché sgobbiamo. Ha una certa orticaria per il lavoro manuale.»
Annodarono al pennone un altro paio di lanterne; irrobustirono la barca a poppa con una gabbia di legno e canne. Ci incastrarono un'altra lampada. E legarono le lunghe gomene agli scalmi e altrettante ne fissarono alla barra del timone: le gettarono sul cassero.
«Ora non crederai a quello che sto per dirti: non piace che lesini gli incantesimi.»
«Non siamo già abbastanza disgraziati?»
«Detesta quella zingara, disprezza l'equipaggio e a noialtri, in fin dei conti, ci tollera a malapena. Se non fosse per quelle mappe, credo...»
«Prima o poi regoleremo tutti i conti. Ma c'è Filipa...», inghiottì; gli si ruppe la voce. «Vuoi passarmi le tenaglie?»
«Fai un altro nodo, ché altrimenti non tiene. Abbiamo visto di cos'è capace; e temo, in realtà, che non abbiamo visto niente. Perché scappa da un monaco? Perché non ci distrugge con un sillabo?»
«Sta scappando all'Inquisizione: chi è come il Signore?»
«Penso invece che si stia risparmiando. Non oso immaginare qual è la cosa per cui avrà bisogno di tutte le sue forze
«Mi sembra che vada bene», Cristoforo troncò. Smontarono dalla barca, la ormeggiarono a tribordo e passeggiarono lungo i moli sotto il cielo che si scuriva. Si scambiarono con l'arabo un'occhiata diffidente, si strinsero nelle spalle; un ostentato disinteresse fra perfetti sconosciuti. Se la risero di un manigoldo che saltò sopra a coperta, e involò dal mercantile un barilotto di quello buono.
Una nave cui davvero non interessa a nessuno.
Pablo, Nicholas, Cristiano; Aykan e Medas, Deodato e Natalya, tornarono alla spicciolata nelle tenebre di mezzanotte. Si imbarcarono senza un fiato. Il turco, il bizantino e i ragazzi si affrettarono a levare l'ancora, gli ormeggi, fare vela senza ammanco bisogno d'ordini: l'alito del buio trascinò la caravella.
Quando le navi del Sant'Uffizio gli sembrarono più vicine - fuochi rossi, riverberi di bronzo, Cristi afflitti che si specchiano nell'onice - Cristoforo chiamò Nicholas, gli affidò un acciarino, gli legò fianchi e torace e una cintura di sughero.
«Tu, che sei più piccolo ed agile: scendi alla scialuppa, accendi le lanterne. Rituffati immediatamente: Deodato ti tira su.»
E il ragazzo si calò fino alla barca legata traino: brillarono le lanterne. Spensero ogni luce che illuminava la caravella. La scialuppa bruciò sui flutti, tale quale una grande nave; i richiami dei capitani della Santa Inquisizione; dichiaratevi, fermate!, affondarono nella pece e si smorzarono disobbediti.
«Prendete il mozzo a bordo, mollate quelle cime! A babordo, Aykan!»
Virarono in senso opposto alla barca illuminata, che in un attimo scivolò a molte braccia da loro. Il tuono di un cannone assordò l'oscurità; le lanterne dei due vascelli, le minacce di Bienvenido, si spostarono su un'altra rotta a inseguire quell'allodola.

«Belìn, se li hai fregati!...», ridacchiò Bartolomeo.
"Rise and Fall of a S-Word": la mia nuova, bellicosa rubrica letteraria sul blog di "Parallàxis"

" Vi avevamo detto che le rubriche non erano finite… ed eccoci qui. Qualche tempo fa abbiamo chiesto ad Alessandro Forlani di ideare insieme a noi una rubrica che riguardasse la scrittura, le tecniche, i generi, e anche molti degli stereotipi di questo mondo. Pensavamo alla scrittura come a un campo di battaglia, che avesse effetti anche irriverenti - per una didattica «indiretta» e non falsamente ecumenica - dove al posto del sangue è l'inchiostro a schizzare (sì sì, è arrivato il digitale!). Il risultato è stato «Rise and fall of a S-Word», che inizia oggi, anzi, ora. "




05.10.1969.
Cara Lilli,
eccomi sistemata. Ti scrivo dalla stanzetta che ho affittato per i prossimi nove mesi: è pulita, confortevole e vicina all'ateneo. La padrona di casa - un'esaurita di settant'anni - mi ripete che con il sole è anche calda e luminosa. Non so: da che sono arrivata, poco dopo il mezzogiorno, c'è una nebbia che non immagini. In stazione sono salita su un autobus, ho attraversato praticamente la città intera e non ho visto che i fanali dell'automobili. Mi hanno detto che è così da c'è stata quell'esplosione: il "Caravelle" dell'Alitalia di cui leggi sui giornali - che ancora non si è capito, se sia stato un incidente - pare sia precipitato pochi chilometri nell'entroterra. Alla finestra c'è un muro pallido.
Ines, la vecchietta, m'ha offerto il latte caldo con il miele, due fette di pane con il burro e lo zucchero. Quando ha letto sui documenti la mia data di nascita, e mi ha chiesto da dove vengo fino a qui per insegnare, si è quasi spaventata, mi ha abbracciata, m'ha accarezzata: si è già scordata di "Caterina", mi ha battezzata "cocchina mia". Te l'ho detto che è suonata.
Ha un salotto ch'è tutto statue di madonnine, santini, rosari, medagliette e boccette di acqua santa: c'è quell'odore di rigatteria mitigato alla lavanda. Dice che in casa le disgrazie non entrano: la mia camera, però, non ha neppure la serratura...
Tipa eccentrica, eh? È buona ad ogni modo, e la sento sento molto "mamma". Sembra uscita da un dagherrotipo di contadine dell'Ottocento: gli abiti inamidati, la retina ai capelli grigi, le mani secche annodate in grembo e l'espressione stordita sempre.
Dopopranzo ho dormito un po', nel pomeriggio sono uscita a far due passi. O almeno: ci ho provato, si vedeva a sì e no tre metri... E sarà perché è domenica o che siamo in periferia, ma per strada non ho incontrato nessuno. Solo l'eco, sul marciapiede antistante, di un qualcuno invisibile che andava di gran fretta; un frinire di meccanismi e grattare a una parete...
I negozi - manco a dirlo - tutti chiusi e luci spente. C'era solo un bar aperto e la partita in tv. Dalla vetrina non ci ho veduto nessuna donna: solo uomini a fumare e giocare al biliardino. Loro non mi hanno vista, io - capirai - non mi sono azzardata...
Ma ho trovato la Facoltà! È facile arrivarci: se non fosse per 'sto accidenti di nebbia, l'avrei veduta da appena uscita di casa. È un casermone prefabbricato, fra edifici altrettanto brutti; ce ne sono in costruzione. C'è un avviso di progetto per un quartiere universitario: mi piacerebbe abitarci ancora, quando lo avranno portato a termine.
Basta, per stasera: t'ho annoiata. E sono già le undici, non voglio tirare tardi: domattina mi aspettano alle nove.

06.10.1969.
Siediti: ne ho tante da raccontarti!
Stamattina la studentessa sembravo io; la scolaretta al primo giorno di Elementari. Mamma Ines m'ha obbligata tre quarti d'ora allo specchio a provare tutti gli abiti che ho con me nella valigia, truccarmi e sistemare l'acconciatura. Non la avessi assecondata, non mi avrebbe lasciato andare. E alla fine mi ha vestita, pettinata ed incipriata che lì per lì mi sembravo una Rottermaier; ma... Devo ammetterlo: stavo bene; la signora ha l'occhio lungo.
Soprattutto: mi ha messo in borsa la colazione! Le arance, le brioche e i biscotti avvoltolati nel fazzoletto. È matta, ma un tesoro.
Fuori è la stessa nebbia di ieri sera: più fitta, se possibile. Forse un po' più traffico, ma ovattato, lontano; ho sentito le pale d'elica di uno stormo di elicotteri. Finalmente i negozi aperti: mi sembravano spopolati.
All'ingresso dell'ateneo, grazie, al cielo, sciarpe colorate e gli eskimo di studenti, il fumo di sigaretta e i palloni con il chewin-gum; il cicaleccio delle ragazze e gli improperi dei maschi. Come faccio a raccontartene così distante? Sono solo di due-tre anni più... cresciuta rispetto a loro (dài, non ridere: ho scritto vecchia, ma ho cancellato...). Nessuno mi ha notato mentre salivo alle aule.
Lettere. 3 B. Filologia Italiana.
Entro, e per fortuna non c'era ancora nessuno; ho guardato l'orologio cento volte, sono proprio una cretina. Alle 8.23 ero già appostata in cattedra, di fronte a sedie vuote, emozionata ed irrigidita; coi Canzonieri dei Siciliani che mi tremavano fra le mani. La studentessa ch'è entrata in aula per prima, salutandomi "buongiorno, professoressa"...
… oh! È esattamente ciò che ho voluto e che ho sognato da che ricordi!
L'entusiasmo, l'eccitazione, si è smorzata quattr'ore dopo.
Non fraintendere, da parte mia: resterò determinata. Questo incarico di dottorato e casomai la docenza – un giorno che un barbogio lascerà il posto libero – sono ciò che voglio fare di me stessa e la mia vita; ciò che posso, so dare agli altri ed il mio modo di perdurare. È la terzina del Paradiso che ci lasciava con gli occhi lucidi:

temo di perder viver fra coloro
che questo tempo chiameranno antico

Claudio non mi ha capita, non mi ha neppure salutata alla partenza; tu, col tuo Roberto e la vostra bimba, hai scelto un'altra strada e dici sempre che ti gratifica: qui, per me, c'è la medesima pienezza.
Oggi, però, al battesimo del fuoco, mi ha sconcertato l'essere indifesi e il vuoto e l'apatia dei trenta miei studenti. Ho constatato la stessa cosa da supplente nei licei, ma si sa: sono bambini di sedici anni... Questi, accidenti, sono al culmine dei loro studi, un percorso umanistico.
Lilli, te lo giuro: non ci si crede, non sanno niente. Quasi che si illudessero, l'istante prima la loro nascita, che l'universo non esistesse. Li ho trovati in questo stato: come sopravvivranno alle spietate réclame? Come risponderanno alle dottrine e i preconcetti? Non si accorgono che questo mondo è cacofonico di voci false? Potrebbero rapirseli i venti più terribili. E il brutto è che sembra loro che vada bene così com'è; persone di ventun anni che si accontentano di questa ignavia.
Devo ammettere: sono un po' scoraggiata. Spero che sia soltanto un'impressione del primo giorno; prendendoci confidenza, magari...
Ciao, cara Lilli.

08.10.1969.
Ines colleziona fotografie di defunti. Non solo i suoi parenti: qualsiasi persona morta cui le capiti di venire a conoscenza. Ha foto degli ex-condomini, dei vicini di casa e le immagini-ricordo dei funerali che si tengono qui in parrocchia.
Te l'ho detto ch'è sciroccata.
Ieri sera s'è seduta sul suo sofà, in quel salotto di crocefissi e madonnine, a rovistare in una scatola delle scarpe fra decenni e centinaia di istantanee. Mi ha raccontato di questo suo passatempo, ma - soprattutto - una filza di aneddoti di un patetico che non immagini; disgrazie, malattie, scomparsi in guerra e ragazze-madri. Poi, a un certo punto, m'è riuscito di interromperla: l'ho pizzicata se fosse vero che ricordasse di tutti quanti; se, al contrario, certi episodi non se li stesse inventando.
Ines, tutto a un tratto, s'è ammutolita e s'è fatta pallida; ho avuto anche paura che si fosse sentita male. Ha stretto le sue foto fino quasi a accartocciarle, le ha fissate istupidita, ha tremato, ha balbettato ché sì, me le invento, li ho persi; stiamo tutti perdendo, ce li tolgono... Ma, un istante dopo, ha continuato con quelle frottole. Chiacchierava per conto proprio, non le importava che fossi lì.
Credo, se ne trovo, che sia meglio che cambi casa.
Sono uscita a fumare sul portone d'ingresso: e - indovina un po' - c'era una nebbia che non vedevi al di là del naso. Giorno e notte, da queste parti, è una cortina lattiginosa: sto sospettando un inquinamento da qualche fabbrica nei dintorni; ci si attossica a respirare di questa roba. C'era un poliziotto di ronda sulla Guzzi: gli ho domandato da quando fosse, che non vedevano il sole. Si è stretto nelle spalle, non mi ha neppure guardato in faccia, ha messo in moto e accelerato nel niente bianco.
Scusami, lo so: ti scrivo brutte cose; t'angoscio, non ho dormito bene. Dev'esserci un'antinebbia, non è una sirena... è un continuo pigolio come quello di un disco rotto, ma intenso; è assordante nel silenzio delle ore piccole.

10.10.1969
Cara Lilli,
non ho fatto granché impressione. Stamane ho avuto al corso la metà degli studenti: anche ammesso che si sa, che è periodo di raffreddori e influenze, sono invece propensa a credere di non essere piaciuta. Non sono così credibile: qui sono abituati con i docenti di mezza età, uomini, la maggior parte; sanno farsi rispettare. Io, la dottoranda ventiseienne, faccio ridere al confronto; non mi prendono in simpatia come loro coetanea, E subisco i paternalismi, la sufficienza dei colleghi e l'invidia e la disistima e l'arroganza dei ragazzi. Ho orecchiato insinuazioni di carattere sessuale.
Sì, sono cattivi, vigliacchi e velenosi.
Guardo a com'eravamo dall'altro lato di questa cattedra: vedo in loro furbetterie, meschinità, menefreghismi e volgarità tali quali ne contestammo al "sistema" o "la società"; si approfittano, ci approfittammo dell'esser giovani per fare i nostri comodi di vittime in bambagia.
La assistente di Storia Contemporanea - quarant'anni, ma è tosta: ha vissuto negli States! - mi consola che sono assenti per impegni in politica: non li ho fatti fuggire io. Riunioni di partito, comitati e occupazioni: e dice che è bell'e ora, che si smuovano sul serio. Ma se mi parla di queste cose con voce flebile, stanca, annacqua il suo caffè e guarda fisso la nebbia fuori, capisco ch'è una bugia per non farmi avvilire troppo.
Mi ammazza, al contrario: ma ho deciso di non mollare!
Qui, stai tranquilla, non rischio revolverate; né attentati con le bombe né i pestaggi di polizia. È un buco di città: la politica si ferma alle testate dei giornali; ai collettivi che finiscono con i Campari e alla radio e le tv che raccontano del Vietnam. Anzi, nemmeno quelle, mi dicono, con 'sto maltempo: da almeno due-tre giorni solo scariche e rumore bianco.

11.10.1969.
Cara Lilli,
stanotte ho avuto un incubo. Ho sognato di alzarmi per bere un bicchiere d'acqua. Ero qui, nella mia stanza, mi è sembrato che fosse vero. Sono scesa fin in cucina in pantofole e pigiama; in salotto ho trovato Ines, con le sue scatole di foto morte, catatonica in poltrona con le finestre e il portone aperto. I suoi santini, le sue madonne, tutte gelide di brina. L'ho scossa, le ho parlato: non sentivo la mia voce, ché ogni volta che aprivo bocca, che ho provato ad urlare, rimbombava, nella stanza, quell'orribile pigolio.
Vado a chiudere le imposte, la porta, e mi sento venir la nausea e mi manca l'equilibrio. Ho il pigiama tutt'insozzato di rosso perché mi sanguinano le orecchie e le narici. Mi crollano le gambe, mi accascio sulla soglia: chiamo aiuto alla strada buia, ai balconi dirimpetto, e vedo, nelle camere, persone che dormono faccia in giù nelle bare.
So, in qualche modo, che hanno tutti gli occhi aperti.
Cerco di trascinarmi: ruzzolo nel giardino, fuori dai cancelli e lungo il marciapiede. Stesa a terra guardo in alto, vedo i tetti, le stelle e mi accorgo che non c'è nebbia; mi sforzo di rialzarmi e però non ce la faccio.
Sento l'eco di fughe rapide, strane, che grattano e ticchettano come quelle di un crostaceo, un aracnide: indovino che è dietro un angolo, non lo voglio vedere uscire. Il terrore mi inchioda lì.
Alle quattro mi son svegliata sul lenzuolo insanguinato, madido: ho avuto le mie cose.
È tetro da queste parti: ecco che cos'è; quando dormi torna tutto a tormentarti. Aggiungi, in sette giorni che sono qui, che ancora non ho trovato una persona con cui parlare. Sono sola, non ho un'amica!
Oh lo so che ci sei tu che mi leggi...

13.10.1969.
È di nuovo lunedì, e ho lezione grazie al cielo! Ti lascio immaginare la mia domenica da queste parti... No, lascia perdere: ti deprimi, altrimenti. Per fortuna che ho riempita la valigia di romanzi.
Se non fosse che ho pochi soldi, che sto attenta al centesimo, potrei prendere il primo treno e ritornare per i week-end. E non è che non me ne importi - vorrei tanto rivederti - ma anche solo una spesa extra basterebbe a rovinarmi. È la medesima difficoltà di cui tu pure mi scrivi spesso.
Ti ho detto, sì, che gli studenti sono stronzi? E aggiungi maleducati, mi prendono anche in giro. Oggi ce n'era uno, sui gradini dell'istituto, piantato a mani in tasca con la faccia da imbecille. Gli son passata davanti il naso: ha fatto finta di non vedermi; l'ho salutato e non mi ha ammanco risposto. A intervalli di un quarto d'ora e mezz'ora, durante la lezione, ho sbirciato alla finestra e l'ho trovato impalato lì, nel bianco della nebbia - di questa solita nebbia - ciondoloni a non fare nulla ma sempre meglio che ascoltare le mie lezioni.
Devo scriverti che anche stavolta ne mancavano la metà?
Quando poi ho riposto i libri nell'armadietto, in aula professori, mi sono sporta dal davanzale e quell'idiota non si era mosso. C'era Grottoli, l'Incardinato di Epigrafia, che senza alzare la testa calva dal suo registro ha intuito, lo stesso, che la faccenda mi indisponeva. E ha alitato sulle sue lenti di tartaruga e pispigliato di lasciar perdere; ch'era meglio non impicciarsi:
"... ci spiano, ci rapiscono... finirà che ci uccideranno..."
Sui muri di facoltà, m'è uscito di rispondergli, ho visto scritto t'amo; viva juve e la figa; non li interessano le croci celtiche, i fasci e le stelle rosse.
"Non parlo degli estremisti", mi ha detto, "poverina..." E ho dovuto trattenermi dallo sbattergli lo Zanichelli su quel teschio butterato che gli pencola dalle spalle!
Ti lascio: pausa pranzo ed altre ore di Stilnovisti.

(sera)

La cosa è finita male, ed io mi sento stupida, in colpa. È poco dire che sto di merda.
Suonate le 19.00, come il solito, i bidelli sono usciti per chiudere i cancelli: lo studente era là, non si è mosso di un passo. "Vattene!", abbaiavano; l'hanno spinto, agguantato: non ha reagito né ha sbattuto le palpebre. Poi si sono accorti della pozzanghera d'orina e feci, è crollato giù per le scale e l'hanno subito soccorso. Ho sentito gridare a un medico.
Siamo a Lettere, purtroppo.
Non so cosa e come è successo, non so quando è successo: forse già al mattino, che l'ho incrociato e ho proseguito stizzita.
"Morte cerebrale", più tardi ho sentito dire: come un ictus, però è rimasto in piedi. Fra i fantasmi che tutto il giorno vagolavano nella nebbia.
L'han caricato su un'ambulanza che è scomparsa in un vicolo.
Non ho mai visto una cosa simile.
Pensami, abbracciami.

14.10.1969.
Oggi la Facoltà resta chiusa per accertamenti: io mi chiudo in camera, coi poeti medievali, a sforzarmi di preparare una lezione decente. Sono ancora turbata, non combino granché. Mamma Ines non è salita a servirmi il tè come il solito: meglio, preferisco restare sola; e senza serratura posso sperare soltanto nel suo buon cuore. Ma il fatto che siano ora le tre e tre quarti di pomeriggio, e invece che sui libri sono a scriverti, sfogarmi, la dice lunga sul mio rigore e la mia voglia di lavorare.
Nebbia. Questa nebbia che mi assopisce. O è l'impressione per l'incidente che è più profonda di quanto creda. Si tratterebbe di occuparsi dell'Angiolieri, di un Rustico di Filippo; di Folgore, i giullareschi e i loro versi che so a memoria. Credimi invece: non so proprio da che parte incominciare. Ho una pagina di appunti stupidi cancellati e una filza d'ovvietà ch'è un compitino da ginnasiali; mi impampino su un discorso che non va oltre a "la Toscana nel secolo XIII"...
Che cosa gliene importa, a quei caproni che mi dormono sulle sedie?

15.10.1969.
Cara Lilli,
sì, sarà meglio che cambi casa: la vecchia, oltreché eccentrica, ha i sintomi dell'Alzheimer. Le sue foto stamattina erano sparse per il salotto, sulle scale, in cucina e ne ho raccolte nei lavandini; la sua scatola di scarpe era a pezzi fra i rifiuti. Mi è sembrato che il cartone fosse lurido di muco. Se non avessi trovato Ines indifferente, a bere il suo caffè d'orzo, mi avrebbe preso un colpo.
Ho ammucchiato le istantanee e le ho chiesto che cosa fosse successo, mi ha guardato con gli occhi vuoti e mi ha risposto che boh? Che cos'è questa roba?; le ha spazzate col tovagliolo come fossero molliche. Si è messa subito a lavare le posate, le tazze: non mi ha ammanco salutato. Ho il sospetto, ripensandoci, che non m'abbia riconosciuta.
Non so se possa essere o diventare pericolosa: stasera, per precauzione, ho appoggiato contro l'uscio un comodino e una seggiola.
La simpatica novità è che qualcuno, di notte, ci ha imbrattato il portone: c'è il disegno di strani granchi dai volti umani, cattivi; hanno il moccolo al naso. Ma né simboli né scritte oscene né offese per nessuno. È un disegno a vernice verde che fa una puzza che non immagini, sembra il tratto d'un minorato: va' a capire che cosa sono e che senso hanno. Devo ammettere che più li guardo più mi sembrano disgustosi.
Ma è la cosa più divertente, nella nebbia e in quest'angoscia che mi avvelena: l'insopportabile continuo pigolio e i frinire e i tic-e-tac che riecheggiano nel niente.
Mi impongo di non pensarci, di lavorare ai miei testi: oggi, con i dieci addormentati superstiti, in aula, bene o male me la sono cavata. Tuttavia mi rendo conto, ascoltandomi dall'esterno, che son ferma all'abbiccì di una Scuola Superiore: non ho il vocabolario, il livello di approfondimento e nozioni che si addicono agli studi universitari. O meglio: lo credevo, e adesso non ce l'ho più. Che cosa mi è successo? Guardo al vuoto di questi giovani dal ciglio fragile dei loro abissi, e - mi accorgo - precipito altrettanto. Non si tratta di qualcosa che a loro manca e noi resta: stiamo tutti venendo meno.
O, forse, si riassume in un concetto molto semplice e terreno: sono stanca, delusa e disillusa; non vedo l'ora che sia Natale. Per tornare ad abbracciarti e allontanarmi tre settimane da questo posto.
Scrivimi, per favore: scrivimi di cose belle.

P.S. Toc toc, han bussato alla porta: Mamma Ines mi ha avvertito della cena. Ero la sua "cocca", mi ha chiamato "signorina"; ha la voce ch'è un punteruolo da ghiaccio.

18.10.1969.
Ho un brutto raffreddore e qualche linea di influenza. Più avvilita del solito. Rassegnata a non vedere più il cielo, il sole, o anche solo gli edifici all'altro lato della strada. Che è percorsa da fantasmi. Beh, in un certo senso... è come vivere a Londra, ma non è molto swinging!
Strano formicolio alle tempie e le narici; stordita, istupidita.
Sono contenta che al tuo Roberto sia stato utile il mio schizzo di quei cosi (non li hanno cancellati, ma puzzano un po' meno): quindi scrive ancora le sue storie dell'orrore? Mandami una copia, se lo pubblicano sui "Racconti di Dracula": non credo di trovarlo, nelle edicole di qui; ed è un genere di rivista che... che figura vuoi farmi fare?!

19.10.1969.
Tutto il giorno il vento umido nella coltre ha echeggiato di scoppi, di crac di fucilate, di un rombo di motori chissà dove a chilometri. Come fossero cacciatori come macchine da agricoltura; va' a finire che in campagna c'è più vita che in città. Lampi azzurri che laceravano l'orizzonte e un sibilo insistito che ha azzittito gli elicotteri: "manovre della NATO", dice il vigile al barista. Lo ripetono fin che sembrano persuasi.
Ma all'improvviso quel gran fracasso di camion, il cassone è coperto da un'incerata mimetica. Porta un carico di soldati a ciondoloni dai ribaltabili. Che si lagnano, che mmmiodddio terrorizzati, di ferite, lacerazioni e di gas e le carni abbrustolite.
Il termometro ha detto 41° di febbre.

20.10.1969.
Forse avrei dovuto prendermi qualche giorno, o forse, cara Lilli, mi sto ammalando sul serio. In due anni di insegnamento non m'era mai capitato: è tremendo, è imbarazzante; una specie di amnesia.
Non ho dimenticato solo un verso, una data o il nome di un autore: ho esordito "ci occuperemo di Guinizelli", poi... non ho saputo più un accidenti! Niente! Ho balbettato per qualche istante, mi si è seccata la gola; ho cercato fin i recessi di tutto ciò che conosco... ma il nulla! Quegli infami di studenti, che per il solito non m'ascoltano, hanno alzato lo sguardo ostile dai loro notes a fogli bianchi. Le risatine e quei ghigni stronzi per la dottore col pixie cut...
Già le 11.00, per fortuna: ho accampato un impegno urgente e che avremmo continuato nel pomeriggio. In toilette mi son sciacquata la faccia, calmata; ho respirato e adesso sono qui con un panino. Sono andata a rifugiarmi in quel baretto del biliardino: durante il giorno non c'è nessuno. Recupero gli zuccheri, ho bevuto un'aranciata, un caffè, un addentato un cioccolatino ma... non mi ricordo di niente!
Mi aspettano alle 15.00. Alla peggio farò lezione coi libri aperti, leggerò i commenti critici nel Natalino-Sapegno. Ma ti immagini che vergogna?!
Ti aggiorno a questa sera. Spero proprio di stare meglio.

(sera)

Basta, ho deciso: venerdì sarò sul treno che porta a casa.
Mamma Ines, per fortuna, era al negozio di alimentari; non mi ha visto rientrare in questo stato. Ha lasciato la porta aperta, mi è bastato buttarmi dentro; quand'è tornata le ho borbottato che ero a letto con il mal di testa.
Con i vestiti strappati e luridi, madida di sudore, e che fatico a tener la penna per il tremito alle mani.
Lilli, è stato orribile.
Il vuoto di memoria, stamattina, mi ha sepolto come docente universitario. Non credo che importi molto, al Direttore di Facoltà: per gente come i Treviri, i Galliardi, i grandi vecchi dell'Istituto, potrei starmene tutto il giorno in uno studio a scrivere la mia tesi che non vorranno mai pubblicare. Qui sono invisibile, superflua e stipendiata con quattro lire. Ma ho già la fama di quella lì: che non conosce la sua propria materia e non aggiunge manco una virgola alle note di antologia. Non sto esagerando, nessuno me lo ha detto: ma dopopranzo son tornati sei studenti su dieci, di cui quattro sono usciti, a ciondolare in cortile... e alla fine ne è rimasto soltanto uno. Ho gridato che se ne andasse, anzi: che se ne andassero a fare in culo tutti quanti! E che avrei sospeso il corso fino a quando paresse a me.
Quel cadavere non s'è mosso, sono uscita, furibonda: una boccata di nebbia fresca e umidità nei capelli! La memoria non m'è tornata. Ho lasciato all'attaccapanni il soprabito e la borsa, spero: ché altrimenti ho perduto tutto. Ho pianto, ho morso i labbri e ho scalciato dalla rabbia; ho infilato una strada a caso in quel niente lattiginoso e...
Che cosa mi è successo? Mi sono persa e non ero lucida.
Un saliscendi che dal quartiere universitario tornava al centro storico e palazzi grigi e vecchi, un vicolo di imposte chiuse e di pozzanghere marcescenti. Una radio, una tv monotona e disturbata e il bagliore del bianconero. E un olezzo di uova marce, di cavoli e pesce in scatola andato a male. Gente immobile, catatonica, come il ragazzo di lunedì sui gradini. E uno sbuffo di fumo da una porta accostata; l'impressione e il pensiero stupido che tanta nebbia sia nata lì. Una lapide toponomastica illeggibile di intemperie. Il tinnio di meccanismi e il lamento di sirena.
Non so come tornare: nell'androne c'è il volto bianco di un anziano o di un'anziana, indistinguibile tant'è aggrinzito; lo avvicino per chiedere indicazioni e gratta sul pavimento con i peduncoli di crostaceo, ha la faccia nel carapace. Scappo, mi afferra e mi lacera con le chele.
Non avevo mai avuto le traveggole: è terribile. Dovevo essere già sconvolta, febbricitante e allucinata quando in aula ho strillato; forse ho camminato fino l'area del cantiere, mi son ferita e strappata gli abiti con qualche ferro o con qualche attrezzo. Se fosse arrugginito? Ho veduto qualche scorcio delle case dirimpetto, qualcosa m'ha impressionato; poi, d'istinto, ho barcollato fin qui. Lo stress, la tetraggine, la stanchezza e i graffiti sul portone.
Hai capito come sto?! Ma scriverti mi calma, stai tranquilla: te l'ho promesso che torno presto!
La buon'ora mi tolgo tutto di dosso, mi lavo, mi medico, mi disinfetto e mi infilo nel pigiama. Ho chiamato quella stordita ché mi facesse una camomilla. È salita fin in camera, si è fermata sulla soglia, mi ha scoccato uno sguardo ostile e ha domandato chi fossi.
Cercarecasacercarecasacercarecasa!

23.10.1969.
Non hai risposto alla mia ultima lettera né, soprattutto, quella ancora precedente. Io perciò - devi comprendermi - non mi sono organizzata per la partenza: né biglietto, né bagagli, né ho avvertito la Facoltà che ne me andavo né gli studenti né l'ho detto a Mamma Ines... per quel che conta la mia presenza da queste parti.
Ho creduto - credo ancora, poiché non ti fai viva - che nel fine settimana fossi impegnata con qualcos'altro, con altri (eddài: non sono così gelosa!): non voglio, non posso sprecare soldi, tempo ed energie solo per tornare da quelle noie dei miei matusa; vorrei stare con te. Se a casa dovrò trascorrere la domenica, il sabato, sola in camera ad avvilirmi... tanto vale che resti qui: di depressione ce n'è abbastanza.
E lo so cosa vuoi dirmi: sì, è un'urgenza; perciò ho telefonato. Gli apparecchi sono guasti. Anzi ho sentito dire dagli omaccioni qui sotto al bar ch'è un difetto dei cavi, dei pali, la centrale o questo genere di cose. È un effetto della della nebbia, come sempre e come ogni cosa che non va in questa città...
Ti ammazzo, se non scrivi!

25.10.1969.
Ma perché ce l'hai con me?!

27.10.1969.
Ti devo le mie scuse: non mi hai abbandonato. L'ho intuito da una civetta alla fermata dell'autobus, ho domandato a un edicolante trovato aperto dopo un'ora a vagabondare: non arrivano più i giornali da almeno sei-sette giorni e, come i giornali, non arriva più la posta. Le mie, le tue lettere si perdono nel niente: considerate le cose orribili che ti ho scritto, e che non hai più ricevuto mie notizie... Non immagino cos'hai pensato!
Sono andata alla stazione ad informarmi per fuggire da questa trappola: la bacheca delle partenze e gli arrivi, però, è cancellata a matita rossa d'odiose scritte soppresso; sopravvivono solo inutili littorine per i borghi circostanti: Morrocòsaro, Fontevalle, Corrimonte e Tolerata...
È un tragitto finito lì, non si supera la nebbia. Niente treni né corriere fino a data da destinarsi. Sui binari c'è una trave, nastri a strisce e lumi accesi che segnalano un pericolo né si capisce di che natura.
Il bigliettaio se ne sta là, con la cravatta allentata, e una barba di due-tre giorni in una nube di sigaretta. Gli ho chiesto che cosa fare, si è stretto nelle spalle: "dipendesse da noialtri, signorina... si può solo aver pazienza...". Ha avuto pure la malcreanza, e lo schifo, di starnutire nel fazzoletto e di scrollarmelo davanti il naso!
La stazione è una rovina mal frequentata, è un pericolo andarci sola. L'antinebbia che pigola, a giudicare dall'eco intensa, è istallato da queste parti. Forse è una componente del sistema ferroviario: altrove, però, non ne ho udite di simili. È un posto per stuprare, per uccidere e rubare: il primo giorno non mi ero accorta fosse squallido e terribile.
Ci ho trovato facce note: gli studenti del mio corso. "Come fate ad andarvene da qui?"; sarei stata anche disposta a mendicare un passaggio in auto. Ma restavano su una panca, a mani in tasca e pupille vuote, a ripetere che: "Boh? Quando e come càpita... se capita...". Hai capito che indolenti, screanzati; che insomma se ne fregano?!
Ritornando all'appartamento, poco dopo, ho avuto la impressione che qualcuno mi pedinasse. Una figura ingobbita e goffa e robusta nella nebbia; camminava barcollando: credo fosse un ubriaco. Ho sentito un tintinnare che è sembrato di bottiglia. Ho ragione ad aver paura che sia un covo di barboni.
Cara Lilli, scriverti non serve a niente: terrò a parte questa lettera e le prossime e aspetterò, per spedirtele, finché il servizio sarà ripristinato.

29.10.1969.
Lo ammetto: mi arrendo. Rinuncio al dottorato, la scuola, l'insegnamento e al diavolo gli studi.
Non so se sto dicendo la verità, né a me stessa né a te: forse è che lo scrivo perché, probabilmente, spero e so che questo foglio non verrà recapitato. Ma qui, nella lattigine silenziosa, ho poco altro da fare che accumulare pensieri cupi; bisogna che in qualche modo me li tolga dalla testa. L'amnesia di lunedì non è stata un incidente: è stata un'epifania. Ora so dire i nomi, le date, mi ricordo a memoria i versi, i contributi fondamentali dei critici e... proprio perché daccapo li riscrivo su un foglio vuoto, sbiancato dagli spaventi e le incertezze di questi giorni, mi accorgo che non so niente, non colmo una lacuna.
Dovrei essere un argine al silenzio, ma al contrario lo rendo più assordante: che cosa ci sto a fare su una cattedra universitaria?
Mal di testa. Mal di testa per tutto il giorno.

01.11.1969.
Cara Lilli,
è una pessima giornata, sto facendo le valigie: siamo al punto che in questa casa mi è impossibile restare. Non so cos'è accaduto ieri notte, e però mi rendo conto - nonostante il pigolio - di dormire profondamente senza accorgermi del peggio. Ho i brividi, ho paura, ho rischiato che mi aggredissero: qualcuno è entrato in casa.
Io ricordo solo un grattare persistente, un alito stantio e un gemito di cardini: gli odori, i rumori e le impressioni di un lungo sogno... Ma credo che il cigolio fosse quello della mia porta, e i graffi, stamattina, ne ho trovati in tutto l'appartamento. Come i segni di un taglierino o le ferite di un cacciavite; o selvatici quali i morsi e le artigliate di un grosso cane...
Peggio ancora c'è quella specie di schiuma gialla, di muco o gelatina che insozza i pavimenti e i corrimano delle scale. Dio, che schifo! Le secrezioni di un animale?!
Sono stata fortunata, non m'hanno torto un capello. Forse, avvoltolata com'ero nel piumone, non si sono neppure accorti che fossi lì, e in camera non ho nulla. Libri: a chi interessa rubare libri?
Ma il brutto è quel ch'è successo con Mamma Ines: forse li ha veduti, si è presa uno spavento... non l'ho sentita urlare. L'ho trovata stamattina catatonica ancora a letto, livida, con gli occhi spalancati e lo sguardo fisso al niente. Respirava con affanno.
Ho pensato a chiamare il medico: non abbiamo il telefono; sono corsa a scampanellare, a bussare, a strillare ai vicini che allertassero l'ospedale o che insomma si facesse qualsiasi cosa. Vivo in un quartiere di imbecilli e inebetiti; mi han risposto da pesci lessi che ".. è impossibile, è guasto...".
Ci hanno messo tutta un'ora di d'orologio a decidere come, e perché, far venire qualcuno a prenderla. Infermieri e furgoncino di una clinica privata, non ho capito come li abbiano avvertiti, ma... tant'è. Caricata su una barella e scomparsa nella nebbia. Senza ammanco le sirene. E figurati se mi hanno detto, se nessuno ha saputo o voluto dirmi, dove l'hanno ricoverata e a chi mi devo rivolgere!
E adesso mi trovo sola, responsabile di una casa che non è mia, ad attendere Mamma Ines che potrebbe essere morta; ho avuto la sensazione che fosse inerte in un brutto sogno.
Per me è la stessa cosa: sono qui, per l'ennesima lunga notte, a scriverti e disperarmi; non è detto che leggerai. So per certo che non mi leggi. Immagino allo stesso modo le tue ore di silenzio, le paure che non puoi dirmi e l'angoscia che hai per me.
I miei genitori, grazie al cielo, mi conoscono: me la cavo.
Ecco: sono ora le 23.00 e non ho avuto notizie. Intanto, vado a mettere qualche mobile pesante addosso a quel portone scarabocchiato d'orrendi granchi.
Né le Poste né la SIP mi impediscono di pensarti.

04.11.1969.
Vuoto, indifferenza e i vicini che non sanno nulla. Quasi quasi sarebbero più attendibili quelle facce in bianco e nero nelle foto di Mamma Ines. Continuano a spuntarne nei posti più improbabili: istantanee nel frigorifero, nel cestello di lavatrice, nei cassetti di posate e l'armadietto dei sanitari.
Gli alberghi - casomai me li potessi permettere... - sono chiusi con assi nell'inedia invernale, e a raggio di passeggiata non ho veduto cartelli affittasi. Immagino che gli studenti, che non frequentano le mie lezioni, si siano rintanati in ogni stanza e garage.
Sono costretta a restare qui. Impegnata in un bel niente. Stamattina metà dell'aule deserte; colleghi avviliti in cattedra a fissare sedie vuote. Facce alla finestra ad affondare nella nebbia. E il cortile dell'Istituto che riecheggiava di quei rumori.
Laura Barbareschi - la mia collega vissuta in USA - era in aula professori con "Novella" del 6 ottobre.
Ne ho perduto molta stima, ma non è per il giornale (ci mancherebbe: quante volte, se ci si annoia, si prende e si sfoglia quel che capita sottomano?); è per come lo leggeva. Da quando l'ho conosciuta, da che la vedo in questo ambiente ideale (ad entrambe... o tale dovrebbe essere) è stata l'unica, imbarazzante occasione in cui l'ho trovata con il sorriso negli occhi. Avida: delle tresche e i pettegolezzi sulla Taylor e Joan Collins; la Castelbarco intima di Onassis e la rissa al "Bandiera Gialla" fra Rocky Roberts e Celentano. Ho provato a parlarle, mi ha risposto a grugniti; troppo presa dal patinato delle pagine di scoop. I singhiozzi e la risata di una vecchia rincretinita.
Io, però, che non so niente; con il mio povero balbettio da maestrina elementare... che cosa le rimprovero?

06.11.1969.
Un'altra allucinazione, un incubo ad occhi aperti: non ricordo di essermi addormentata, non mi sono risvegliata nel mio letto. Ho la schiena indolenzita per la notte sul tappeto, seppellita da immaginette e i santini alla rinfusa.
Come al solito, nell'incubo, la nebbia si è dissolta. Ricordo solo che stavo qui, sveglia, nella mia cameretta; mi accorgo che è schiarito e mi affaccio a guardare fuori. Dirimpetto c'è un altro muro, non è un granché vedere: ma finalmente riprenderanno i servizi - penso - potrò telefonare e andarmene da questo posto! Voglio salire sul primo treno ripristinato; mi scalzo le pantofole e mi vesto per uscire.
Ed eccoli, di nuovo: il frinire e il pigolio. Crescono di intensità dietro un angolo di strada. So che devo, ma non voglio, riaffacciarmi alla finestra: ho bagnato il materasso di repulsione per quelle cose.
Sciamano a centinaia dentro tutti gli edifici, si arrampicano, scassinano le imposte; graffiano, sbavano, incidono sulle porte gli abominevoli incomprensibili insensati loro glifi. Sporcano le cose di escrementi appiccicosi. Sembra quasi che accudiscano gli addormentati nei loro letti.
Tre di loro trotterellano verso qui: quei gusci di crostaceo, con il ventre e il volto umano, su tre zampe atrofizzate di carne flaccida pallida e chitina. Riconoscono i disegni che hanno fatto sul portone. Anche ieri ho accumulato qualche mobile contro l'uscio; scaraventano un tavolo, l'anta, le seggiole, fracassandole fra le chele o fra le orribile mani d'ibridi.
Subito la casa è invasa dal loro odore, mi vengono i conati. Corrono le scale in un tinnio di meccanismi: quelle zampe nere e dure, quell'organico e metallo, contro il marmo di gradini e contro il legno dei battiscopa. Sono all'angolo inchiodata dal terrore, e li vedo arrivare; vedo le loro ombre che si allungano nel corridoio. La puzza mi avvelena.
Un piedino di neonato e aragosta sulla soglia; quelle dita, quella chela, che si afferrano allo stipite. Poi quel volto stupido, stordito nel carapace fra le rughe e le verruche e gli occhi neri in un pasticcio di carne molle.
Quando è entrato ho perso il senno, mi son buttata dalla finestra, credo. Sono caduta a pancia in su sul selciato e l'ho visto al davanzale e grattare alla parete, scendere la facciata camminandola come un ragno.
Lì, come accade negl'incubi, mi son svegliata intirizzita dal nuovo giorno che fischiava alla finestra nel salotto in disordine, dolorante di un capitombolo che non è stato dal davanzale (sarei morta, altrimenti); con in bocca il cattivo odore e l'amarognolo dei conati. Ho una ferita su un sopracciglio. Sai che cosa penso? Che sono andata sonnambula per le scale e ho ruzzolato per i gradini, ci ho battuto la testa. Quand'ero piccola mi è capitato più d'una volta.
Lo stress mi sta uccidendo, Lilli cara Lilli.

08.11.1969.
Situazione che non migliora e non so nulla di Mamma Ines. Crampi, raffreddore e un'emicrania mai tanto forte.

10.11.1969.
Mi chiamo Caterina.

11.11.1969.
Ne ho visti anche di giorno, non ho allucinazioni: non ero in camera non ero a letto né nel delirio del dormiveglia. Esistono realmente. Non so che cosa siano; deformati da un orribile processo o originari di un altro posto; molto un altro posto.
Mi deprimevo tappata in casa e soffocavo in Facoltà, sono uscita alla disperata a passeggiare il più possibile distante; i nervi, l'anelito e l'illusione di uscirne viva. Negli intervalli di terre incolte di tarassaco e gramigna, alle spalle dei condomini, le transenne e le colate di calcestruzzo, la città si è sgretolata e si è dissolta; certi ruderi del '39-'45 sono un alito di calce nel pallore delle nebbie. Le lamiere dei guard rail, attorcigliate in periferia, si rituffano in un mondo vecchio di basculanti che arrugginiscono, telai di biciclette e canottiere agli stendipanni. Questo luogo si sviluppa in una sola direzione: se ci si azzarda nel senso opposto, nelle traverse di un altroieri, ci si smarrisce in androni scuri come l'incubo che ho sofferto la prima volta.
Non bisogna guardare al cielo: si accorgono di noi; si accorgono che siamo vivi e potrebbero attraversarci.
Quella lapide illeggibile, quelle imposte sverniciate, quell'olezzo di stantio quegli echi atoni di tv radio. Ho ritrovato le stesse strade, ci ho camminato da viva e lucida. C'era gente ai davanzale e c'era gente sui marciapiede; c'era gente in bicicletta e automobile e sull'autobus. Il passaggio di un'ambulanza e di infermieri su un furgoncino.
Si trascinavano con occhi torbidi catalettici per i vicoli, dietro gli angoli e si infilavano nei sottoscale. E scomparivano tirati dentro da quelle cose che pigolavano. Strofinio di chele e zampe e ticchettio di macchinari. Cantine maleodoranti che nascondevano marchingegni. Bollitori di resti umani e di icori chimici sostanze inerti, che producono e che spandono una nebbia artificiale. I granchi hanno uno scopo.
Mi sono morsa i labbri per non svenire per non urlare, sono corsa sui miei passi, sono caduta sui sampietrini. Mi …

Mio dio, sono qui sotto.

18.11.1969.
Cara Lilli,
non conosco nessuna Lilli.

(lettera non datata)
Catturata legata al letto l'ho avuto sopra con le tre zampe. Gorgoglio che rabbrividii che non importa se sono sveglia: se insisti, femmina specie umana, ci costringi da cosciente. Incisione di chelapollice all'altezza delle tempie. Sondatubo di cartilagine ficcato in gola e soffocata a gelatina. I batteri ti ucciderebbero, ha detto: deiezioni antisettiche.
Io stupida, professorina umanista che idiota mi viene in mente di conoscere che cosa siano, di dove vengono che cosa vogliono piuttosto che impazzire. E mi fa sciogliere un gel nel tubo mi da' risposte nell'intestino; pigolii nel ventre flaccido del granchio che mi riecheggiano nelle orecchie mi si traducono fra le tempie.
Sono venuti verranno vengono negli angoli.
Per tramite di irradiazioni per emissioni nei raggi cosmici. Per esprimere le distanze non esistono parole: non potremmo inventarne mai; troppo piccola e lontana inimmaginabile. L'unico modo strappare il cielo: ma prospettiva di chi è soggetto all'infestazione varco psichico, prospettico, intenzionale e caratteriale; realtà lacerata se la si guarda di sbieco ostile. Habitat inibitorio sensoriale ed ottundente: organismo necrostatico e neurologico inerte. Necroforming in corso dell'atmosfera saturazione vapore acqueo, azotossigenocarbonidrogeno li avvelenano, altrimenti. Si conservano in cantina finché infettano l'ambiente. Biobrodo sintetizzato, tecnologia già disponibile Età del Rame; glifi ovunque - in monumenti preistorici - che segnalano le condizioni favorevoli a operare.
Conseguenze interazione fra i due stati di realtà. Fenomeno: interruzione corrente elettrica; asincronie fino intervalli di dieci giorni. Fenomeno: persistenza lattiginosa. Fenomeno: sintomi influenzali. Fenomeno: capacità di concentrazione e comprensione ridotta. Fenomeno: stati di amnesia; morte cerebrale menoquindici minuti.
Menoquindici cronometrati da inalazione del muco.
Secrezione velenosa nella massa cerebrale. Sangue. Starnutita materia grigia menotic-tac non me ne restano che meno tredici-diciotto.
Tredicidiciotto quando Dante va a Ravenna. Mi è tornata la memoria!
Non ho più gambe non ho più braccia non ho le vertebre non ho più collo. "Nel pentolone", gorgoglia il granchio. Non ho più gli occhi non ho la bocca: com'è possibile sia qui che scriva? Interazione. Sta succedendo su un altro piano, sei deceduta il ventotto ottobre. Ti porteremo nel pentolone liquefacetela nel pentolone.
Dice ci occorre diventi nebbia.


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sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.