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lunedì 20 ottobre 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 10


10.
L'altolà delle vedette di Porosozero, e i raggi dei grandi fari in torretta, lo fermarono a un tiro di fucile dai cancelli dell'avamposto. Smontò dal cingolato e si fece riconoscere. Le guardie si affrettarono a scostare le transenne e sgombrargli gli accessi, salutarono sull'attenti. Si sforzarono di non dire una sillaba e sembrargli impassibili: ma, sulle facce di ognuno, lesse indiscrezione, timore e sbigottimento.
Perché sei su un gatto delle nevi che è ridotto come un bersaglio di tiro a segno? Perché sei ferito, sei lurido di sangue? Che ne è stato dei dodici con te?
Già.
E non hai visto cos'ho nel bagagliaio...
Cigolò, sferragliò, tossì fumo e benzina fino a un hangar vuoto di altri mezzi. Riconobbe quel tal custode che si faceva ricompensare a derrate, gli ammiccò di accostarsi e gli soffiò nell'orecchio:
«Senti un po', furbacchione: qui, ora, non entra anima viva; non è possibile parcheggiare altri mezzi e nessuno ficca il naso nel cingolato, è inteso? Non ho vodka, né sigarette né cioccolato.»
«Mi accontento di qualche...»
Il revolver ficcato in bocca gli impedì di dire rublo. Anatoliy gli sorrise con un buffetto alla guancia; l'altro corse subito a una scatola di attrezzi a scegliere un lucchetto per chiudere il basculante. Gli porse la chiave:
«Grazie. Stai qui: ci vediamo fra un quarto d'ora»; lo lasciò, impallidito, sulla soglia del garage.
Si fermò in un magazzino per cambiarsi l'uniforme; diede al fuoco quegli stracci strappati che, fossero stati solo lordi di sangue... tant'è: ma odoravano ancora troppo di immondizia non umana. Approfittò d'un dormitorio deserto per la barba, la doccia e per rifarsi la fasciatura: l'inutile cautela su quei tagli cicatrizzati.
E il segno della pallottola che gli aveva incrinato l'osso... dov'è?
Salì scale, tirò porte e percorse corridoi fino a bussare sull'uscio di Solovyov:
«Buonanotte, maggiore.»
L'altro lo accolse con gli stivali sul tavolo, la giubba sbottonata e le bretelle alle cosce. La bottiglia di liquore era accanto ad un bicchiere, con il tappo rotolato in un angolo e nessuno aveva voglia di raccoglierlo.
«Accomodati, Volkov. Vuoi scusarmi la... mise?», ruttò, «Tu pure, l'hai presa comoda: tornare all'avamposto su un mezzo non registrato, da solo, parcheggiarlo da te; non una parola su una squadra che non c'è più e attardarti a cambiarti d'abito e... che cos'è? Dopobarba? Figurati se avevi tempo di venire a rapporto.»
«Mettiti la pancia nei pantaloni, tovarich: ho qualcosa da mostrarti. Nell'hangar.»
«Eccome no? All'alba marceremo in Finlandia, e io non ho di meglio da fare.»
Anatoliy disseppellì dai documenti, le mappe, e il cappello di Solovyov, il telefono elettrico rovesciato sul tavolo: un inerte ronzio gli grattò dentro il timpano. Sgomberò dalle scartoffie un trasmittente e girò le manopole: niente.
«Trovami un modo», schioccò le dita al maggiore, «di chiamare un aereo-cargo nonostante il silenzio radio: fai partire subito un portaordini in motoslitta. Trasporto: tre vasche da cento litri. Sei uomini armati.»
«Mi prendi per il culo?!»
«... e vestiti, ho detto. Scendiamo ai garage.»
«Sono io il comandante di questa base!»
Gli spense con uno sguardo quella faccia paonazza:
«Sono il tuo commissario.»
Solovyov ingoiò quel retrogusto di gulag, vero, bastardo?; si ricompose quel che bastava a assomigliare a un ufficiale.
Lo seguì fino gli hangar; trovarono il custode di guardia al basculante: andava avanti e indietro, con il fucile a tracolla, raddrizzato da una solerzia che non gli avevano mai veduta.
Anatoliy aprì il lucchetto, gli intimò di non entrare. Fece cenno al maggiore s'accostasse al cingolato:
«Non è di quelli nostri.»
«L'ho preso ai finlandesi. Il GAZ non era in grado di proseguire.»
«È un mezzo civile.»
«L'ho trovato nel capanno di una stazione meteorologica, mineraria o giù di lì.»
Solovyov mise il dito dentro un foro di Lahti, e ritrasse la mano tutta sozza di sangue:
«... ma i civili non ti smitragliano, se li sequestri un gatto delle nevi...»
«È accaduto poco dopo.»
«Quei dodici con te?»
«Caduti in combattimento. Tranne un paio che ho dovuto redarguire.»
«Cos'è valso così tanti soldati, Volkov?»
Lui sventagliò le sue veline gualcite con i timbri scarlatti di massima segretezza: le affondò appallottolate nel cappotto quali inutili biglietti di un treno già perso.
«Ero stato incaricato del recupero di un relitto: un velivolo avveniristico di origine sconosciuta. Di fregarlo sotto il naso ai mikko, se ci avessero preceduti.»
«Non ci sta un aeroplano, lì dentro.»
«... ma ci sta l'equipaggio...»
Spalancò il portellone e si affacciarono i mostri. Solovyov, con un cristo!, si aggrappò alla fondina.
Anatoliy si interpose fra i focii e il maggiore, l'altro lo agguantò per il bavero; lo sbatté contro il metallo del gatto senza smettere di guardare gli abomini nel cassone. Gli abbaiò sulla faccia:
«Hai sacrificato una dozzina di cristiani per salvare questi schifi da?!...»
«Dodici compagni, maggiore Solovyov: non farmi dubitare della tua convinzione»; si scrollò dalla presa, lo spinse a mezzo metro da sé e crivellò di retorica.
«Cosa sono?!»
«Socialisti da un altro mondo; dall'interno, del mondo.»
«Deliri: sono aborti di delfino o di foca.»
«Sono autentici comunisti. Ci possono insegnare un'unità di pensiero, di intenti e di sentire che ancora non è dell'uomo.»
«... grazie a Dio!...»
«Ma occorre dominarli, studiarli e controllarli: ché sono istintivamente aggressivi e possiedono facoltà telecinetiche e telepatiche. Sono entrato in contatto con loro, capisci?! Servirebbero la causa sovietica che tu non ti immagini; nessuno potrebbe! Ho bisogno di quell'aereo, di attrezzatura e la scorta che t'ho chiesto: è necessario li porti a Mosca al più presto; stanotte!»
Solovyov si azzittì. Lo fissò, per un istante, istupidito e sgomento. Sfoderò la pistola e sparò ad un abominio, ne sparse gli umori sul pavimento dell'hangar. Il mostro crollò con un penoso vagito.
«Dài, denunciami commissario... se ancora ci stai con la testa.»

(… continua...)

venerdì 17 ottobre 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 9

9.
Anatoliy si fasciò le ferite: sollevato dal constatare che l'impressione, e gli squarci, e il sangue che gli arrossava le maniche del cappotto, non fossero in realtà così terribili. Era fiacco e indolenzito e gli bruciava la carne viva, è normale; e però stava in piedi, e muoveva quasi il braccio senza alcuna difficoltà.
Plotnikov, che l'aiutò con le bende, si stupì di come il fiotto si fosse estinto, e la crosta coagulata e i tagli rimarginati:
«Hai solo gli occhi lucidi: incredibile, tovarich kommissar; sei davvero d'acciaio.»
«... è che è più di quel che appare: sono stato fortunato. Solo un graffio», lui svicolò, «con quell'orrida poltiglia addosso, ci è sembrato chissà che fosse...»
Ma avvertì di condividere un altro ritmo biologico, diverso da quello umano:
la viscida proprietà di ricomporre i tessuti dei molluschi marini...
Si scostò dal sottoposto con un brusco fai fare a me; si coprì con una garza quegli squarci già asciutti.
Gli esseri si lasciarono placidamente condurre: pattinarono proni, sull'addome adiposo, sul percorso sminato e sui cadaveri fatti in pezzi; affondarono gli artigli, si trascinarono al cingolato, si dimenarono come otarie si rattrappirono come bruchi.
Che schifo.
Grugarono.
Li seguirono alle spalle coi fucili puntati. Ma Anatoliy avvertì - tutti gli altri allo stesso modo: procedevano nervosi, in cagnesco alle bestie - che lo stessero osservando pur se girati dall'altra parte.
Lo sturbò il presentimento che non fossero solo loro.
Lo accecò, all'improvviso, un barbaglio fra gli alberi: due spettri finlandesi in mimetica, cappa, col binocolo sugli occhi, e gli sci sulle spalle, li scrutavano spudorati dal sicuro del folto, al di là della gittata dei Mosin e la Degtyaryov. Li brillarono le stelle sui berretti impellicciati:
«Ufficiali sciatori. E non vengono soli...»
Quieti, immobili, inoffensivi fra le betulle.
«... manco fossero dei turisti!...», Anatoliy si indispettì.
Il vento gli portò tutt'uno struscio di legni, frinire di racchette e moschettoni nel fitto; tutt'un canone musicale di otturatori e di leve. Una folla di teste bianche e cappucci, di elmetti color neve, di lenti affumicate; e un irto di moschetti avvoltolati di garze, affiorarono dalla macchia alla stessa distanza.
Ma restarono fermi e non tirarono un colpo.
«Fottuti. Allo scoperto. Sono troppi», Roman si segnò.
I focii proseguirono indifferenti. Anatoliy ostentò sicumera:
«... finché non ci sparano...»
Segnalò alla sentinella che riavviasse il cingolato, fece cenno che stesse calmo e di raggiungerli là dov'erano. Piano. Vide Lebedev rinserrare il cassone ed entrare in cabina, si appannò il parabrezza; lo starnuto del gasolio echeggiò nella foresta.
Vide ancora la creatura che fluttuava nella vasca; guardò, da una fessura del portellone, Plotnikov, se stesso e il caporale prima piccoli poi vicini mentre il gatto si approssimava.
«Ma com'è, che non ci vengono addosso?»
«Io penso», sibilò il giovanotto, «che ci abbiano coglionati; che ci lascino in pasto a 'ste bestie infernali. Ché a loro è andata male, e che non vogliano riprovarci; e vedere se noialtri si è capaci di fare meglio.»
Lui lo guardò sbieco:
«Lo siamo. Tutti a bordo: caricate i … »
«... trichechi...»
Lebedev si affacciò dall'abitacolo più pallido e sconsolato. Poi si accorse delle truppe finlandesi che li accerchiavano minacciose, in silenzio; e si strinse al volante con le nocchie sbiancate.
Roman gli strizzò l'occhio:
«È una bella alternativa, eh?»
E aprirono i portelloni a che salissero gli abomini. I focii erano goffi a montare alla predella: strisciavano fino al petto all'interno e annaspavano sul pavimento di ferro, guaivano; ricadevano pancia all'aria sulla mota e sul ghiaccio.
«Volete aiutarli?», Anatoliy grugnì.
Gli altri, riluttanti, li alzarono per le ascelle, la coda e per l'addome villoso: l'orribile attaccatura fra dov'erano uomini, otarie, cetacei e Dio solo sapeva che cos'altro. Gli esseri sbatterono, belarono sdraiati, gorgogliarono di goduria rannicchiati al cilindro.
Lo capisco, che è goduria. Lo so.
L'esemplare nel siero giallo si eccitò nella vasca.
Anatoliy bussò alla cabina, come il solito prese Plotnikov con sé. Lebedev lasciò loro la guida, ritornò nel cassone più schifato di prima; Roman rinunciò ad appostarsi sul tettuccio e si chiuse col soldato al riparo dei portelloni:
«Se i mikko ci inseguono, non ho scampo, lassù.»
«Le 15.25», lesse l'ora il sergente, «potremmo anche cavarcela, a fari spenti nel buio.»
La neve e l'aria gelida si imporporarono di imbrunire; l'ombra lambì le cime aguzze degli alberi e un'ostile oscurità esalò dall'orizzonte. Bubboli e ululati si insinuarono nel bosco, e il cielo strepitò di stormi neri di uccelli che salivano dai laghi ad acquattarsi nel nido.
Aliti, fruscii e mulinelli di neve.
Tutt'attorno si infocò di arancione, di rosso, striature giallo vivo accecanti lacerarono il porpora. Il mondo illividì in un minuto in una tenebra sottozero.
«Butta male anche a loro», Anatoliy ghignò, «e col buio e con i lupi si sta meglio in un corazzato, che all'aperto e all'addiaccio.»
«Noialtri, le belve ce le portiamo dappresso.»
Lui fece finta di non avere sentito. Soffocò quell'illazione disfattista nel ruggito del motore e nella rabbia dei cingoli: però, il ragazzino gli aveva rotto le palle...
Non lo so, compagno Plotnikov, se te ne lascio passare un'altra.
Si avviarono per la strada già macinata all'andata.
Gli incursori finlandesi si dissolsero nel profondo: e via via che il loro mezzo accelerava le lenti scure e le cappe bianche, le mitraglie, gli sci, si confondevano si contorcevano negli intrichi dei rami; nelle cortecce che li guardarono con occhi neri di cacciatore e nelle fronde che pencolavano di cartucciere di Lahti.
Quel raschiare sulla neve non smetteva di inseguirli. E le piante si muovevano tutt'attorno ai finestrini; quanto ancora rimaneva dei lunotti e gli sportelli.
Ripararsi con un brandello di latta da uno scroscio di testate da venti millimetri.
Gli abomini, alla faccia loro!, russarono tutti tre addormentati.
«Ce li abbiamo sempre addosso», Lebedev piagnucolò.
«Che distanza?»
«E chi ci vede?»
«Ma perché non ci azzannano?!», Roman si strusciava coi pantaloni rigonfi sul calcio, la canna, le munizioni del giradischi.
Anatoliy frenò di colpo:
«Proviamo.»
E la muta di inseguitori si fermò nelle tenebre.
Zitti.
Plotnikov guardò nel buio gelido, fuori; picchiò sulla lamiera crivellata. Gli soffiò sulla faccia:
«Siamo cavie, tovarich kommissar: ci spieranno domare quei mostri poi ci uccideranno, quando avranno imparato. Se vedranno che ci ammazziamo a vicenda, non c'è niente da fare, bruceranno quelle cose con noialtri qui dentro. Una bara di acciaio per la tua cocciutaggine.»
Lui si accorse che le accuse del sergente seducevano i nervi a pezzi dei compagni sul retro. Lo scontento dei loro trucidi sguardi scintillò nello specchietto retrovisore.
I focii, innanzi tutto; gli rimbombò nella testa.
Riavviò il cingolato.
L'altro insisté che l'ascoltasse; che almeno si degnasse di rispondere: Anatoliy tirò dritto in silenzio con lo sguardo alla strada nera fra gli alberi.
Guidò un'ora e mezzo senza dire una sillaba.
Senza ammanco inghiottire.
Senza rendersene conto.
«Dico che è impazzito!», Lebedev ruggì: spalancò il portellone e trascinò le creature «Sbarazziamoci di questi schifi! Gli han fottuto il cervello!»
Anatoliy inchiodò; sentì l'eco dei mikko che incrociavano gli sci.
Si girò sul sedile.
Gli puntò la pistola.
Plotnikov gli premette con il fucile al costato:
«Non a questo punto, compagno; non oltre.»
Ma la canna d'acciaio nero della Degtyaryov di Roman affondò fra le scapole del sergente impietrito:
«... tu, ragazzo, sei nient'altro che un borghese sovversivo e imbecille. Io non ci torno, alla base, da quel mastino di Solovyov, con voialtri disperati, la missione a puttane, e un commissario sulla fedina penale: si sa, di chi è colpa, quando crepa un ufficiale politico.»
Lebedev mirò al caporale.
I focii sbadigliarono, dischiusero le palpebre: lui non capì cosa accadde davvero. Gli scoppi lo assordarono, l'abbagliarono le scintille, la polvere da sparo gli pizzicò le narici.
Di Plotnikov non restavano che le gambe e l'intestino, il cofano del cingolato, di là dal parabrezza distrutto, era sparso di umori e brandelli di uniforme. Lebedev giaceva con un foro nella fronte, e il sangue zampillava sul cadavere di Roman sdraiato sui tappetini con il petto trapassato.
Anatoliy si premette al bruciore alle costole: la pallottola del sergente gli aveva solo incrinato un osso, si era spenta nel sedile imbottito.
Gettò la rivoltella e ringhiò alle creature:
«Vi avrebbero aiutato! Perché?!»
Quei sorrisi slabbrati ed aguzzi.
Perché sono bestie.
Udì che i finlandesi si avvicinavano tutt'attorno, sciabolarono con le torce l'abitacolo sfondato. Credevano, probabilmente, non ci fossero scampati; ci avrebbero ragione: provateci, però, gran figli di puttana.
Lui si appiattì sullo schienale inclinato e sfilò la mitragliatrice dalle dita di Roman, la appoggiò al finestrino: esplose una raffica alla cieca fra gli alberi e godette dello strazio di due rantoli nemici. Vuotò il caricatore contro i tronchi e l'oscurità; gridò, fece casino, come fosse una legione. Agguantò ai compagni morti i due fucili coi colpi in canna, fece fuoco contro ciò che si muoveva, frusciava; che facesse anche il minimo rumore. Contro l'alito dei vivi che si imbiancava nell'aria. Vi ammazzo. Ai bagliori dei proiettili vidi i mikko sdraiarsi a terra, e dissolversi nella neve dentro i loro mantelli chiari. Tirò, da bastardo, e li centrò nella schiena; li azzoppò che strisciavano e li spacciò con le cervella nel fango.
E ancora.
Un fischietto strappò l'oscurità: più limpido, più acuto, degli scoppi della lotta. Qualcuno gridò con voce rotta di errore, di panico, una serie di vocali che suggerivano ritirata!
Fuggite, andate in culo; tirò un'altra scarica.
Mise in moto il cingolato e spappolò quattro corpi. Si aggrappò alla sorpresa; respirò per quegli istanti di vantaggio e schiacciò a tavoletta.
I proiettili di Lahti gli bussarono sul cassone: gli ufficiali nemici, a nemmanco duecento metri, abbaiarono alle truppe di tornare all'attacco.
Tirò dritto, diede gas.
Ma nell'azzurro dei lampi lampi elettrici che si accendevano fra le betulle si irrigidirono, tutto ad un tratto, con un alt! di frustrazione.
Gli sciatori desistettero dalla caccia.
Anatoliy ululò dì cattiveria e trionfo: il gatto delle nevi, con un crac, con un tonfo, scavalcò la segnaletica schiantata del confine con l'Unione Sovietica.
Gli fischiò qualche proiettile contro: ma è fatta, però!
Si fermò in testacoda sulla pista infangata. Il gatto delle nevi si assopì nelle tenebre, il tubo di scappamento fumò ancora a lungo. Il motore alitò dal cofano sforacchiato, esausto; e la macchina sanguinò di carburante e di olio.
Insozzata di palta e dei fumi di sparatoria.
La cabina, la stiva... era peggio che fuori. L'orrore.
Anatoliy si rovesciò sul sedile, ispirò; sei l'unico vivo, stai calmo, ripeté. Stette immobile mani strette al volante finché smise di tremare. S'abituò all'olezzo denso del massacro e al cadavere devastato che gli fumava di fianco: nel buio, era solo una cosa puzzolente e appiccicosa-. Gli altri, comi i soliti morti, sognavano con gli occhi freddi e sbarrati il sogno definitivo e terribile della morte.
Va bene.
E tirò una riga rossa, sul registro dei rimorsi, sulle facce di Plotnikov, del caporale e di tutti gli altri: tempo un'alba, ne avrebbe scordati i nomi. Numero della squadra, numero del plotone, numero compagnia, numero reggimento.
Numeri.
Calciò la carcassa dal portello sfondato: qualcosa di viscido restò sul sedile.
Scherzò macabro con i focii acciambellati che sonnecchiavano nel disastro:
«... dovreste aiutarmi a ripulire sto schifo, come minimo...»
E stolzò del portellone sul retro tutto a un tratto spalancato sulla notte: riagguantò la mitraglia.
Ma all'esterno silenzio.
E non c'era nessuno.
Soprattutto, controllati idiota; che razza di imbecille, la portiera si apriva soltanto dall'interno.
«... che c'era la sicura: non si son mossi; come hanno fatto a?...»
I corpi di Roman, di Lebedev, le frattaglie di Plotnikov, tremarono convulse e fluttuarono a mezz'aria, ciondoloni nel niente: uscirono dal cassone e crollarono nella neve, col tonfo di un fagotto gettato da qualche metro. Le pozzanghere di sangue, e d'umori sui tappetini, sfrigolarono e svaporarono come l'olio in padella. L'odore nauseabondo di carne si dissolse in un sentore di salsedine e di ozono: per quello ch'era possibile ripulire...
«... diosanto!», lui si sbigottì. I mostri lo guardarono con occhi obbedienti: una smorfia di insofferenza e di noia li segnava quelle orribili fauci.

(… continua ...)




giovedì 16 ottobre 2014

Edizioni Imperium - un'intervista su OmniMilanoLibri


Un'intervista a Diego Bortolozzo sul blog OmniMilanoLibri: le ragioni del passaggio dal collettivo di autori Collana Imperium a Edizioni Imperium, e la "dichiarazione di intenti" di una nuova realtà editoriale cui partecipo con i miei e.book.  
Il primo ebook della Collana Imperium è arrivato a luglio 2011 e dopo tre anni la Collana è diventata Casa Editrice. Ha iniziato quando il mercato digitale era agli inizi in Italia e, dopo un periodo di test su procedure, andamento delle vendite e aspetti fiscali, ha aumentato man mano la sua offerta per poi fare il grande passo. Dare vita, nel luglio 2014, al marchio Edizioni Imperium. Diego Bortolozzo, ideatore del marchio editoriale ed esploratore del nuovo mercato digitale, se non autore di numerosi titoli di fantascienza e non, ci racconta luci e ombre della metamorfosi di Imperium.
Come mai questa scelta? Cercavamo la soluzione ideale per la nostra realtà, aprire una ditta si è rivelata l’unica soluzione. Avevamo la necessità di gestire le royalties degli autori, burocraticamente e fiscalmente, e come eravamo strutturati non potevamo farlo; è stata una scelta obbligata. Con questo non vogliamo certo dire che ci è dispiaciuto dar vita alla nuova realtà editoriale, tutt’altro! Inoltre commercialisti e consulenti ci hanno sconsigliato di gestire la pubblicazione come associazione culturale, alcune mascherano l’attività commerciale di una casa editrice.
Quali le maggiori difficoltà di questo passaggio? Quelle riguardanti l’aspetto tecnico. Le opere auto-pubblicate non potevano essere “caricate” come editore dal nostro distributore, andavano rimaneggiate, registrate con un nuovo ISBN… insomma, le cose si sono rivelate abbastanza laboriose. La procedura è ancora in atto!
Ora che vantaggi avete? Abbiamo risolto la distribuzione delle royalties: da solo è il più grande vantaggio che abbiamo. Da non sottovalutare poi la possibilità di mettere in curriculum la collaborazione – come autore, grafico, curatore – con una vera casa editrice.
E gli svantaggi? La burocrazia aggiuntiva, oltre a quella comune a tutte le altre società commerciali.
Un esempio? Per pubblicare un libro, digitale o meno, devo inserire gli stessi dati in 2 portali diversi: quello della ISBN e quello della società che distribuisce l’opera. Prima non serviva rivolgersi all’ISBN.
Ci sarà continuità su temi e titoli o ci dobbiamo aspettare una svolta? Ci sarà continuità, perché il lavoro fatto fin qui non vada perduto e per premiare i lettori che ci seguono ormai da anni. Ma ci saranno anche delle novità.
Su quali generi punterete in futuro? Nel 2015 apriremo due nuove collane: la prima dedicata alle ricette, la seconda ai viaggi. Stiamo lavorando su un’altra collana, dedicata ai più piccini, alcune opere sono già pronte, se tutto prosegue al meglio, potrebbe vedere la luce con il nuovo anno scolastico… chissà!
Nuova veste: nuovi obiettivi? Come vera casa editrice il nostro nuovo obiettivo è quello di creare un profitto a beneficio di chi collabora con noi. Inizialmente studiavamo il mercato, puntando di volta in volta sui generi più appetibili, con un occhio di riguardo per la fiction, con cui siamo nati. Ora dobbiamo allargare l’offerta e farci conoscere dal maggior numero di lettori, così i collaboratori potranno incrementare i loro guadagni.
Farete anche concorsi o antologie di più autori anche esordienti? Ci stiamo lavorando e in entrambi i casi abbiamo esperienza pregressa grazie alla collaborazione con alcune associazioni nazionali. Nei prossimi mesi dovrebbe concludersi la trattativa che ci permetterà di prenderci carico di un premio nazionale dedicato alla fantascienza. L’esperienza come autore, inoltre, mi ha fatto capire che possiamo, e dobbiamo, offrire la possibilità a chi ama questo mestiere di imparare la tecnica. Non bastano la semplice passione e l’immaginazione. Nel 2015 offriremo corsi molto interessanti, non solo per gli esordienti, non solo per gli scrittori.
Parlami un po’ della tua trilogia “Cronaca Galattica”, “cartacea da un anno”, e ora finalmente in ebook. E’ nata in seguito alla partecipazione ad un concorso letterario: ho sforato i limiti di lunghezza ma la storia era appena abbozzata, avevo due scelte, tagliare tutto e scrivere un finale o mettermi al lavoro e lasciar spazio ai protagonisti. Ho deciso di scrivere il romanzo. Si tratta di fantascienza d’altri tempi, ricca di tributi, citazioni e riconoscimenti alle serie tv, ai cartoons anni ‘80 e agli scrittori che mi hanno fatto crescere con l’amore per la fantascienza.

mercoledì 15 ottobre 2014

"Il frigorifero" - graphic novel di Andrea Alemanno

Sono orgoglioso di sbandierare che è stato mio studente. Che ha disegnato molti miei personaggi. Perché è diventato un affermato illustratore. Ora, lo ritrovo fra i colleghi di Edizioni Imperium.
Il frigorifero - graphic novel di Andrea Alemanno



Cosa può succedere ai signori Cerchia quando arriva il nuovo frigorifero? Una storia sul tempo che passa visto da un punto di vista diverso: quello di un frigorifero.  Il frigorifero è una storia semplice, il racconto dell'affetto di una famiglia per l’oggetto preferito, metallo che sostituisce la carne e che diventa, nel tempo, il figlio che ha sempre desiderato.

L’autore ha pubblicato le sue opere illustrate con Le Paoline Edizioni, Franco Cosimo Panini, Arka edizioni e Alice Jeunesse; con questo primo lavoro entra a far parte della scuderia di Edizioni Imperium.

lunedì 13 ottobre 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 8


8.
«... è scolpita con i denti», Plotnikov si schifò, «non è un'aeromobile: piuttosto una tana. Da vicino mi fa ribrezzo... e però è impressionante...»
Roman stornò lo sguardo dalla facciata sbilenca, abbagliante di sole e corrotta di escrementi:
«Non so, non mi convince: non sembra granché solida.»
«Ha volato dall'Artico», tagliò corto Anatoliy. Poi si ricordò di cosa c'era, là dentro; e il gemito mentale di quegli esseri terrorizzati, feriti, che in coro col loro simile nel cilindro lo invitavano a entrare, soccorrerli e salvarli: ma gli altri... chissà!; «ma è meglio che vada solo, stavolta.»
Quei buchi incrostati di licheni, di muco, costellavano l'intera vela a un metro e ottanta dall'acqua diaccia.
«Direi che non si bussa: vai solo per di qua...», Plotnikov rise di un sorriso nervoso.
Non esalano belle cose da là dentro; non è solo l'odore: è terrore...
Ma Anatoliy trattenne quel pensiero fra i denti: quei fori strillavano.
Il sergente e il caporale ci si accucciarono sotto: salì loro sulle spalle, s'aggrappò all'immondizia, le teredini, il muschio, e strisciò faccia all'ingiù in un pertugio maleodorante.
Contorto.
Quell'olezzo di necrosi, di dolore e di pesce gli annebbiò le facoltà, lo strozzò di conati: scatarrò, si coprì il naso, strizzò gli occhi per lavarseli di lacrime ma avvertì che il puzzo orrendo gli invadeva i pensieri; che non è una cosa fisica: ci risiamo, accidenti!...
Rotolò per un angusto burello fin un tunnel più largo: poté procedere qualche metro gattoni; arrancare accovacciato, qualche passo di là da quello, e finalmente rizzarsi in piedi, sfoderare la Tokarev.
«... è un autentico corridoio nel ghiaccio...»
Al calore dei raggi bianchi che penetravano nella crosta, si rifrangevano in superficie e all'interno diffondendo un'opaca, viziata luminescenza, Anatoliy si scoprì sul ciglio viscido d'un altro buco che affondava chissà dove nella massa della vela. Le gole muschiate di altri cinque passaggi si spalancavano sopra e sotto, di lato: si ricordò dell'addome gonfio degli abomini che l'abitavano; guardò dentro i cunicoli come in quelli di un termitaio.
Inghiottì di disgusto.
«... e adesso: dove vado?...»
L'istinto lo attrasse nel corridoio più puzzolente, che scendeva stringendosi nella penombra lattiginosa: se c'erano mostri vivi - e lo sai, che ce n'è... - si arrese all'intuito di trovarne là sotto.
Un grido, un'angoscia, gli infilzò il cervelletto.
Sopportò quell'emozione quasi fisica, gli riuscì di non crollare svenuto. Si appoggiò alla parete: rabbrividì di uno stridere assordante e di qualcosa che gli cedeva alle spalle.
La vela si inclinò parecchi gradi a sinistra: lui si aggrappò, per non cadere in un pozzo, a una vertebra rosicchiata di grosso pesce, di un narvalo, che affiorava dall'immondizia incastonata nel ghiaccio. La cartilagine gli si spezzò fra le dita: resistette quell'attimo, il respiro d'un equilibrio, che gli bastò per puntare i piedi non scivolare in quel buco sordido.
Plotnikov e Roman gridarono da fuori; lo chiamarono spaventati e insistettero che uscisse:
«Muoviti, tovarich! S'è spaccata! Affonderà!»
Anatoliy guardò la crepa, mezzo metro all'incirca, che segnava all'improvviso la parete del tunnel: uno squarcio in verticale nell'aeronave di ghiaccio. Stette fermo, trattenne il fiato, e ascoltò le profondità della vela: molto grato di non udire i gloglotti dell'acqua nera.
«State zitti, imbecilli!», abbaiò ai sottoposti, «Fate peggio, sennò!»
Quelli, all'esterno, non lo scocciarono un'altra volta.
Si sedette, in silenzio, per ancora un minuto: né schianti, né scricchiolii, né i gorgogli del lago.
Muoviti, andiamo: non c'è nessun pericolo.
Piuttosto lo animava un'impellenza di scendere che gli faceva bollire il sangue, gli martellava alle tempie; quel carnale appetito dopo i mesi di naia.
«... ma una foia che è indotta, estranea ed animale...», tremò: lo ardeva di una febbre e non riusciva a resisterle; non era ammanco del tutto certo stesse ancora pensando. Gli sembrò del tutto priva di senso addirittura la rivoltella che stringeva nel pugno, come avesse dimenticato a tirare il grilletto.
ché com'è, che si spara? e a che serve, sparare?... Muoviti, salvali.
Arrancò nel cunicolo. Dopo appena pochi passi gli toccò di accucciarsi, strisciare; di calarsi a pancia sotto in una camera circolare.
Scese giù ch'era imperlato di sudore, gli scottava la fronte; gli battevano dentro il cranio le emozioni di estranei che bramivano di sofferenza, disperazione e paura.
Si trattenne, inorridito, sull'uscita da quel burello.
Sbiancò. Si sforzò di non svuotare lo stomaco. Ringraziò l'offuscamento dei sensi che gli impedì di guardare e di discernere con occhi umani.
La volta era forata di tutti i tunnel nel ghiaccio; convergevano lì, in quel nido di inferno. In un'orrida poltiglia di carcami oceanici, che galleggiavano nell'acqua salsa insalubre, guazzavano, inghiottivano, si contorcevano e guaiolavano due mostri sopravvissuti all'olocausto dei loro simili.
Focii.
La pozza ero uno struscio, uno sbattere convulso, di caudali irrequiete sui cadaveri rigonfi: che rotolavano a pelo d'acqua con gli occhi vuoti sbarrati e le facce appiccicate di tentacoli decomposti. I grumi insopportabili, mollicci dei vermi, eruttavano dalle piaghe degli abomini marciti; gli anemoni, le meduse, l'alghe viscide lattiginose, galleggiavano inerti nel giallognolo e putrido.
Gli esseri scampati, e però agonizzanti, si dimenavano intrappolati fra le decine dei loro simili: fra i resti dei crani, i costati e le schiene spezzate dall'impatto coi laghi raggelati. Troppi fori di proiettile dappertutto, gli altri corpi crivellati, fatti a pezzi di raffiche; e il persistere di una traccia di cherosene e cordite, gli tradirono che i finlandesi non avevano perso tempo. Anzi, Anatoliy intuì: qualcuno aveva dato di matto, e vuotato il caricatore senza chiedersi se fosse il caso. Prima ancora di prelevare quell'esemplare di focide e isolarlo nel cilindro di vetro; di affidarlo agli scienziati impazziti; prima ancora di trincerare la zona e illudersi che bastassero le misure convenzionali.
«... hai fatto una cazzata, Mikko...», rise cupo.
Il grido d'aiuto dei Focii superstiti gli bruciò un'altra volta nei recessi del cervello. Tutto a un tratto svanì il raccapriccio, la nausea, la repulsione per quella broda di morto; non sentì l'odore.
Di impulso stese il braccio ad afferrare una pinna dell'essere più vicino: quello, con l'unghione, gli uncinò l'avambraccio, gli strappò l'uniforme; si aggrappò con disperata ferocia e gli aprì una ferita.
La mansuetudine d'una bestia domata gli bagnò le grandi nere pupille.
Anatoliy sentì il tocco spiacevole della pelle di quella cosa: né di pesce né umana, cristosanto; che schifo!; quell'artiglio chitinoso gli scavò nella carne.
«Lasciami! Mi mutili, gran figlio di puttana!»
Ma, gli avesse anche staccato la mano, o se fosse precipitato in quell'orribile putrefatto, obbedì all'imperativo, condiviso coi focii, di salvargli la vita: non riuscì di resistergli.
«... questo sì che è comunismo! Tieni duro, compagno!...»
Il crac di un'altra crepa echeggiò nella volta, la vela si inclinò in orizzontale.
Le bestemmie di Roman, gli scongiuri di Plotnikov, e il sole e una folata di vento, penetrarono un ampio squarcio nella parete di ghiaccio: si scorgeva l'esterno.
«... fuori, ché va in pezzi, tovarich kommisar!...»
Anatoliy si abbrancò con l'altro mostro, l'abominio gli affondò il runciglione: sprizzò sangue da una spalla, non provava alcun dolore. Sentì che le creature si assumevano quello strazio: lo attenuarono nella carne, nei nervi, nei sensi di entrambi, fin un insulso sopportabile pizzicore; condivise con gli abomini lo sgomento e l'angoscia.
Si vide dall'esterno, si guardò nella faccia. Sentì di abbracciarsi e infilzarsi da sé. Si sentì la gola colma d'acqua sporca e sapeva di respirare e sopravvivere nell'acqua. Nuotare. E si vide dentro il cassone del cingolato e guardò la sentinella, Lebedev, attraverso la formaldeide e il cristallo della vasca. Di spalle. Vide il pozzo di putredine in trasparenza al cilindro. O guardò viceversa.
L'inclinazione dell'aeromobile infranta li travolse di un'onda di carcasse e marciume: schiacciati, annegati, costretti in un burello e eruttati da un buco all'esterno della vela.
Il fiotto li buttò sui lastroni incrinati che stridevano e cozzavano sulle sponde dei laghi: ai piedi del caporale e il sergente che, rise Anatoliy, rovesciato supino, rigettarono i pasti dal boccone di un'ora fa fino al latte materno.
L'aeromobile, capovolta, si ruppe in due tronconi; e le aguzze metà affondarono nei laghi che si chiusero ribollendo su una macchia di sporcizia.
Lui ascoltò, appagato e commosso, il guaiolo felice degli abomini scampati che gli artigliavano sempre il braccio e gli pesavano sulla schiena. Un quintale di grasso.
«... questo è troppo, tovarich kommissar!...»
Plotnikov si alzò da ginocchioni, prostrato, sfregò la bocca sporca e la faccia e mise il colpo in canna al fucile. Ruggì. Spintonò le creature e le colpì con il calcio. Gliele tolse da addosso. Si accorse degli squarci nel cappotto dell'uniforme, del sangue, e puntò il Mosin-Nagant alle teste dei mostri.
Anatoliy lo accasciò da steso a terra con un calcio nei testicoli e stinchi: il colpo partì in aria, echeggiò fra le betulle.
Gli abomini belarono.
Il giovane, pervicace e paonazzo, strisciò fin il fucile caduto: lui riprese in mano il revolver e gli fece ascoltare quel clic di avvertimento:
«Smettila, idiota: te ne caccio una in fronte.»
Plotnikov si fermò con in grembo il Mosin-Nagant, le dita gli tremarono sul grilletto e l'eiettore: non smetteva di fissare, raccapricciato ed esterrefatto, le unghiate sanguinanti che gli dolevano al braccio.
Alla spalla.
sì; se ne accorse, sono brutte ferite...
«Guardati, commissario: sono troppo pericolosi.»
«Sono un'eccezionale scoperta», lui strinse i denti.
«Facciamola finita.»
«Ti avverto, ragazzino: sono disposto ad uccidervi tutti, se serve, per...»
Inghiottì la parola difenderli, che però gli rimbombò nella mente, e scandì un autoritario riportarli alla base; compiere la missione e quel genere di sciocchezze.
Non è la verità!
Ma i focii belavano.
«Anch'io sono ufficiale, conosco il mio dovere. Ma se fossimo andati oltre?! Sono... troppo inumani!»
Si puntarono l'un l'altro le armi in feroce e assassino silenzio.
Per almeno un minuto.
Lui sentì il Poljot ticchettargli sul polso, le tempie che esplodevano e il rimbombo del cuore. L'uragano dell'aria, che tornava ai polmoni, e il plic d'ogni stilla: gocciole d'acqua marcia e perle di sudore.
Per almeno un minuto, cristo! Un minuto!
A una raffica di mitra si acquattarono entrambi: Roman avanzò contro di loro con la Degtyaryov fumante.
«Sentite», ricaricò, «qui, mi sembra, finiremo come i mikko: ci ammazzeremo l'un l'altro. Animo, compagno commissario; animo, batjushka1 sergente! È questo, che fanno quelle cose? Li hanno fatti impazzire? Noi, però, non ci faremo fregare: noi lo sappiamo, manterremo la calma. Manterremo la calma! Dico bene, ho ragione?!»
Li assordò un'altra scarica: lo scoppio, la buon'ora, azzittì persino i mostri; si accucciarono mansueti fra i liquami maleodoranti.
L'espressione del caporale era incisa nel frassino.
e non è una domanda: è un fucile mitragliatore.
Anatoliy guardò fisso al sergente, ammiccò; rinfoderò la pistola, né distolse gli occhi freddi finché l'altro non gli si arrese.
Ispirarono, tossirono e si scrollarono le uniformi; lucidarono, soprattutto, le spalline e il colletto.
«Resta inteso che li portiamo a Porosozero, vivi, incolumi: abbiamo i nostri ordini, la situazione non è affatto cambiata.»
«Ci è costata nove uomini: è vero», Plotnikov annuì, «non si sprecano a questo modo le vite.»


1 "piccolo padre", vezzeggiativo tradizionale con cui ci si rivolge ai superiori.

(… continua ...)

giovedì 9 ottobre 2014

"Il Grande Avvilente": una tesi di laurea

Ormai sei anni fa pubblicavo Tristano, il mio primo (unico) romanzo fantasy. Sei anni, nella vita di un autore, sono un'era geologica. In quell'era ho cambiato molto del mio modo di scrivere, e guardo a quel lavoro come a qualcosa di superato - di dismesso, per certi aspetti... - senza dubbi o rimpianti: tanto nello stile, le strutture, quanto nell'approccio al lavoro di scrittore.

Di Tristano resta solo il titolo di questo blog. "Il Grande Avvilente" è infatti la carica che l'arcigno protagonista riveste, come recita la sinossi:

"In un Regno senza tempo", dove, "dopo sessant'anni di governo dispotico, il popolo si ribella sorprendendo i suoi custodi, del tutto impreparati al contrattacco. Come in una fiaba nel romanzo vi sono eroi, lotte, mostri e aiutanti magici. I protagonisti (l'indifferente Tristano, il grottesco Otre, la disperata Agnes), con il loro carattere letterario, sembrano rappresentare i tre Stati dell'"Ancien Régime": la nobiltà, una sorta di clero (uso alla violenza piuttosto che alla preghiera) e il Terzo Stato, ognuno agente all'interno di una logica del "tutto cambia, niente cambia". E, in sottofondo, pare che una voce anarchica continui a denunciare l'ignominia dello Stato il quale, tramite i suoi politici "avvilenti", cancella la dignità.

Poi, però, all'improvviso, un noioso mercoledì pomeriggio, ti scrive una neo-dottoressa in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso l'Università degli Studi di Roma Tre,

"diplomata in scenografia lo scorso febbraio con una tesi che ibrida la scenografia teatrale a quella cinematografica. Si tratta di un'ipotesi di film girato in un teatro barocco, ispirato al Teatro Farnese di Parma, che però sfrutta come campo di inquadratura non solo il palco scenico, bensì tutta la struttura. Ogni scena si racconta attraverso la zona del teatro scelta, l'angolazione e la composizione dell'inquadratura. La storia che viene raccontata è la trama, semplificata, del suo romanzo Tristano".

Lei si chiama Alessandra Stefanelli: qui si seguito una tavola del suo lavoro...


... ma, soprattutto, l'animazione del progetto di diploma.

video

Che dire? Quando l'ho saputo "come son rimasto! come l'aratro in mezzo alla maggese" di pascoliana memoria! 

E, in virtù dei poteri conferitemi, dichiaro Alessandra Grande Avvilente del Regno.