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venerdì 20 marzo 2015

Un'intervista su "Nocturnia"

Un'intervista sul blog Nocturnia a cura di Nicola Parisi

Benvenuti! Prosieguo il mio giro sulla fantascienza italiana e sui suoi esponenti. Dopo aver incontrato uno dei maggiori editori specializzati del settore (Silvio Sosio), uno tra gli scrittori più venduti e conosciuti in patria e all'estero (Dario Tonani) e poi uno scrittore considerato emergente come Andrea Viscusi, oggi è il turno di Alessandro Forlani. Alessandro è uno dei migliori autori venuti alla ribalta recentemente. Il suo romanzo "I Senza Tempo" vincitore del Premio Urania nel 2011 è senza dubbio un opera notevole. 
Dotato di uno stile letterario fluente e forbito,  Alessandro è un artista che rifugge da etichette e classificazioni, ma che anzi si diverte a comporre opere  situate ai confini del genere.
Ringrazio Alessandro per la sua gentilezza e disponibilità, ed anche per essersi prestato al fuoco di fila delle mie domande,  mentre a tutti voi auguro -come sempre - una buona lettura!

Nick: Ciao Alessandro, già un paio di anni fa ci eravamo incontrati per una intervista collettiva a cui avevo partecipato per "Il Futuro è Tornato". Adesso invece sbarchi su "Nocturnia". Quindi benvenuto! Veniamo adesso alla prima domanda, ti chiedo di parlarci dei tuoi inizi. Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore?

Alessandro Forlani: Preferirei considerare, ormai, cosa mi spinge a continuare a scrivere. Giorni fa Alessandro Girola ha pubblicato sulla sua pagina "Plutonia Experiment" un elenco di motivi, anzi: motivazioni, che in parte condivido (quelli ludici e di "evasione dalla realtà": siamo entrambi giocatori di ruolo, dopotutto). In molti film, i saggi rispondono «perché è l'unica cosa che so fare»: e anch'io voglio affidarmi a questo motto; il cui spettro va dall'onesto nell'accezione di Saba al feroce e disperato.


Nick:  In particolare, cosa ti ha avvicinato al genere fantastico?

Forlani:  Un'innata predilezione per questo genere fin da quando i miei insegnanti e genitori mi educarono alla lettura: la fantascienza, il fantastico e l' orrorifico mi hanno sempre attratto molto più del realismo. Ma mi interessano anche il noir e il pulp.




Nick:  Quali sono stati gli scrittori che ti hanno influenzato maggiormente? Naturalmente puoi citare anche film, telefilm, comics e tutto quello che ti viene in mente.

Forlani:  Incuriosito, molti; influenzato, cito quelli che mi vengono in mente: Dante AlighieriItalo Calvino, Tommaso LandolfiH.P. Lovecraft, Sven HasselJ.R.R. TolkienFlann O'Brien, T.S. EliotW.B. YeatsDon De LilloGuy Debord... Più recentemente, senz'altro, Dan AbnettSamuel Marolla, e Nicolai Lilin (prima di scoprire che fosse un po' una bufala...) Riguardo i comics: tutto ciò che ho letto di Alan MooreMignolaBilal; la serie "Martin Mystere" e in parte Miller Moebius; l'elenco dei film sarebbe infinito, perché il cinema è la mia principale "lettura". Cito qualche regista: Werner HerzogSergio LeoneStanley KubrickRidley Scott quando ancora era grande, Quentin Tarantino. Leggo molto di Storia, specie militare, dal XVII al XX secolo.

Nick:  Il tuo primo romanzo pubblicato, se non vado errato, è stato Racconto Barocco uscito nel 1997. Però il tuo vero anno di svolta è stato il 2008 con il romanzo Tristano. Ti va di riandare a quei giorni e di parlarci di quel romanzo?

Forlani:  Tristano è stato un presuntuoso tentativo di fantasy non convenzionale, al punto che c'è da chiedersi se sia davvero iscrivibile al genere. Ho voluto sperimentare troppo: sia dal punto di vista strutturale che, soprattutto, da quello stilistico. Come sempre, quando guardo il mio lavoro già di ieri, non ne sono per nulla soddisfatto. Oggi di quel romanzo (benché ne abbia scritto anche il seguito: Agnes) salvo solo un paio di personaggi e il tema principale: del Male ineluttabile che ricorre nei miei racconti. Mi ha fatto però molto piacere, nell'ottobre 2014, scoprire che una studentessa in Discipline dello Spettacolo all'Università di Roma TreAlessandra Stefanelli, si è laureata con una tesi sul mio romanzo.

Nick: Alcuni anni fa avevi partecipato al premio Urania con l'antologia Qui si va a Vapore o si Muore, che poi è stato pubblicato dalla sfortunata casa editrice PYRA. Da cosa deriva la tua passione per l'Ucronia?

Forlani:  Quell'antologia (con l'aggiunta di due racconti, rispetto alla silloge originale) è stata poi rilevata dalla Kipple ed è tutt'ora in commercio con il titolo All'Inferno, Savoia! Come ho detto, sono appassionato di Storia: l'ucronia mi sembra un modo di giocare con quest'ultima; e suggerire al lettore, che nel frattempo speriamo si diverta, si emozioni, si spaventi e entusiasmi, altre prospettive da cui pensare alla nostra società.

Nick:  Il Premio Urania lo vinci invece nel 2011 con il romanzo I Senza-Tempo (che poi ha vinto anche il Premio Kipple). Innanzitutto, chi sono i senza tempo?

Forlani:  Nel romanzo: negromanti quantistici, che si nutrono di carne umana infantile per vivere molti secoli. Nella realtà... la stessa cosa!

Nick:  I Senza-Tempo, ha rappresentato una nemmeno troppo celata critica sociale a diversi mali italiani quali la gerontocrazia, la burocrazia, il crescente impoverimento sia economico che culturale e umano della nostra società. Possiamo dire quindi che per te la fantascienza sia (anche) un occasione per parlare della nostra attualità fingendo di parlare di altri mondi e altre realtà?

Forlani:  Senz'altro.

Nick:  Sempre a proposito de I Senza-Tempo, la lettura di quel romanzo (ed anche di altre tue opere) mi ha fatto riconoscere alcuni punti fermi della tua narrativa: tanto per cominciare a livello stilistico, la ricerca di uno stile forbito e barocco. Mentre a livello letterario l'utilizzo di forme di cultura popolare quali i manga, i giochi di ruolo, il cinema di genere. E' una ricostruzione sbagliata la mia?

Forlani:  No, è giusto. Riguardo alla lingua, non si tratta solo di un esercizio di bello stile e di gusto barocco, la gratuita ostentazione di cui spesso mi accusano (quasi, per giunta, che usare cultura ed un ricco vocabolario sia oggi una colpa): ritengo che ognuno debba contribuire, negli ambiti che gli competono, a migliorare la società in cui vive; io cerco di farlo - come docente universitario e scrittore - restituendo ai miei lettori e/o studenti una lingua che è stata loro rubata, perché il furto fosse pure di un solo verbo, sinonimo, aggettivo, comporta ben altre perdite. Per esempio: oggi abbiamo sostituito con la sola "showgirl" le ballerine, cantanti, presentatrici ed attrici della tv di anni fa... e il risultato è che, rispetto a quando da una cantante si pretendeva per definizione che sapesse cantare; da una ballerina ballare; da un'attrice recitare, eccetera, ora ci accontentiamo di showgirl che in realtà non si capisce che cosa sappiano davvero fare; benché di conseguenza stipendiate. Oppure, pensiamo ai danni procurati all'economia da non meglio definiti "manager" e/o "imprenditori" dalle vaghe e generiche competenze (ricordate? c'era un periodo in cui tutti erano tali...). È una causa di quell'inane mediocrità che svilisce ogni ambito: non solo la narrativa, lo spettacolo, la cultura. La lingua ha effetto su chi legge, lo cattura, lo coinvolge nel verisimile e la fisicità del racconto: se scrivo "sedia" ne vedo una generica, un mobile per sedersi e nient'altro; se scrivo "seggiola" ne sento il legno e forse lo scricchiolio; se scrivo "visceri" suscito ribrezzo, se scrivo "budella" suscito un riso splatter... eppure sto scrivendo delle medesime cose. È anche vero, come noti, che il terreno sul quale gioco è quello della mia formazione, dei miei hobby, di ciò che mi appassiona e diverte. Sono nato nel 1972: gli anime, il roleplay, e pietre miliari del cinema di genere anni '80 e '90, sono stati il companatico degli studi scolastici. 

Nick:  A suo tempo il romanzo ottenne molte critiche favorevoli ma anche diverse critiche. A distanza di tempo cosa ricordi di quei giorni? E cosa ha cambiato per te e la tua vita quel romanzo e quella vittoria?

Forlani I Senza-Tempo mi attirò molta attenzione nell'immediato, un innegabile prestigio, e mi ha garantito un solido trampolino e una base di lettori che spero di non deludere (benché non sappia quanto numerosa: stimo, dalle vendite in e.book dei miei titoli, che ogni anno mi leggano un migliaio di persone...). Di lì in avanti, però, salvo la pubblicazione di Materia Prima, racconto vincitore del Premio Stella Doppia, con "Urania" non ho avuto altri rapporti, né sembra che il mio lavoro interessi la rivista. E' innegabile che dal Premio in avanti consideri la scrittura come un vero lavoro, nonostante i proventi: con tutto ciò che questo approccio comporta. A distanza di tempo, mi capita di rileggere certe critiche e le trovo solo meschine e velenose, stilettate senza argomenti; essudano in certi casi rancorosa ottusità.

Nick:  Vorrei tornare con te per un attimo sull'argomento premi e anche sull'argomento concorsi : tu hai partecipato a diversi concorsi vincendo parecchi concorsi. Quanto ritieni siano importanti per la carriera di uno scrittore?

Forlani: Sono fondamentali. Ti fanno mettere il naso fuori dalla porta, anzi: ti mettono in strada. Ti fan fare le ossa. Però, una volta che decidi di partecipare, devi anche accettare l'idea che potresti non vincere, e acquisire gli strumenti (strategici, anche) per comprendere per che motivi il lavoro del premiato è piaciuto più del tuo. Non voglio fare nomi, ma un autore italiano di fantascienza, per l'intero 2012, ha lamentato in lungo e in largo sul web che il Premio Urania 2012 avrebbe dovuto (sic) vincerlo lui, non il mio "romanzetto". 




Nick:  Nel corso della tua carriera hai lavorato sia per l'editoria tradizionale che tramite self publishing. Quali sono i pregi ed i difetti di entrambi questi sistemi?

Forlani:  In realtà il self-publishing l'ho sempre praticato tramite altri (Imperium: quando ancora non era una casa editrice, bensì un collettivo di autori...), in quanto incapace di curare copertine, impaginazione, messa in vendita on-line ecc. Anche allora, perciò, si trattava di un lavoro di gruppo; con il metodo e il risultato degli editori tradizionali. 

Nick: Fantascienza in Italia e Fantascienza italiana: due rapporti non sempre idilliaci. Inoltre secondo te perché?

Forlani: Posso non rispondere, ché altrimenti mi linciano un'altra volta?

Nick: Ci aggiorni sul tuo romanzo Eleanor Cole delle Galassie Orientali?

Forlani:  Uscirà per Delos Digital, collana Odissea, nel giugno 2015 (così mi hanno detto...). È un romanzo cui tengo molto e mi ha richiesto un anno di lavoro: la cui protagonista è un'antropologa del XXVII secolo ispirata alla mia top-model preferita, Lily Cole, e una ragazza piuttosto originale che conosco e di cui ho stima dall'eroica adolescenza. È un amalgama (spero riuscito) di immaginari, temi e suggestioni fra quelle che preferisco: l'estetica barocca, la fantascienza, la magia nera e il fantastico come analisi del sociale. Per chi volesse già inoltrarsi nell'universo di Eleanor, è disponibile per i tipi Delos Digital (collana Robotica.it) il racconto Sonno Verde: un'avventura della stessa protagonista precedente le vicende raccontate nel romanzo.

Nick: Ultimamente a livello professionale ti sei legato molto alle Edizioni Imperium, ci vuoi parlare di questa etichetta? Magari introducendo ai lettori di "Nocturnia" alcuni dei libri pubblicati finora e della iniziative praticate?



Forlani:  Imperium è stato un collettivo di autori coordinati da Diego Bortolozzo; da qualche mese è un'autentica editrice - titolare: Paola Zagato - che ha all'attivo molti titoli e collane. Piuttosto che parlarne io (sono solo un autore fra i tanti: non sono accreditato), preferisco, riguardo i dettagli, rimandare al sito internet. È un editore che mi ha dato fiducia e mi sta dando risultati concreti; soprattutto - rispetto a precedenti esperienze, molto comuni, purtroppo, in ambito editoriale... - con cui c'è un rapporto di totale trasparenza. Con loro ho pubblicato otto titoli: due prontuari di scrittura creativa (Com'è facile scrivere difficile; Com'è facile diventare un eroe); un racconto breve di fantascienza, Centralino Celeste; che presto sarà tradotto e proposto al mercato anglosassone; tre antologie: Futuro Bruciato (fantascienza sociologica); Un Tempo Altrove (fantascienza distopica); Cenere (horror); un romanzo breve, Fronte Alieno (fantascienza e II Guerra Mondiale), un racconto steampunk, La Macchina Insurrezionale. 

Nick: Tra i tuoi colleghi scrittori, quali sono quelli che segui con maggiori attenzione ed interesse?

Forlani:  In tutta onestà, fra gli italiani letti di recente ho un vivido ricordo dei soli Samuel Marolla (perché riesce a far paura ad ogni fottuto rigo!), Riccardo Coltri (perché, con La Corsa Selvatica, mi ha fatto sentire quei segugi alla porta...), Italo Bonera (perché PHOxGEN è distopia di classe), Graziano Versace (perché a morte il chiaro di luna e gli alieni!), Maico Morellini (per l'Emilia cyberpunk che più vera non si può), Lorenzo Davia (per le sue favole che odorano di cordite, di marcio) e Dario Tonani (per quelle palline e quell'aeroplano che riappare dal nulla... e poi, se lo traducono ovunque nel mondo, ci sarà una ragione!). Mi rammarico di non avere ancora letto Bommarito e non avere approfondito Danilo AronaGirola, a volte, è divertente come il cinema con i pop-corn; Davide Mana è un buon divulgatore.

Nick: Se tu invece dovessi consigliare qualcosa di tuo a qualcuno che non ha mai letto di tuo, cosa gli consiglieresti come rappresentativo della tua opera e quale tra racconti o romanzi oggi non riscriveresti più? (o comunque riscriveresti in maniera diversa?)

Forlani: Le antologie Futuro BruciatoUn Tempo Altrove; il romanzo Fronte Alieno e il racconto Sonno Verde: riassumono la gran parte dei miei temi, stile e immaginario. Per il resto, ho cestinato e cestino tanti di quei racconti!...




Nick: Progetti futuri: a cosa stai lavorando adesso e cosa dobbiamo aspettarci da Alessandro Forlani nel prossimo futuro ?

Forlani:  Un romanzo steampunk ambientato nel Lombardo-Veneto del 1847; un nuovo prontuario di scrittura creativa e un racconto per Robotica.it. Spero inoltre di riuscire a interessare la Imperium alle tesi di due miei studenti: sul fumetto supereroistico e il rapporto fra narrativa e videogame. Queste le uscite editoriali previste per l'anno 2015. Inoltre, naturalmente, gli inediti sul blog.

Nick: Bene Alessandro è tutto, nel ringraziarti ancora per la tua gentilezza ti saluto rivolgendoti la classica domanda finale di Nocturnia: esiste una questione alla quale avresti risposto volentieri e che io invece non ti ho rivolto?

Forlani: Uhm, penso di no. Grazie a te!


giovedì 19 marzo 2015

Heavenly Switchboard


Abstract mathematical data, echo of sondes and soundings and airwaves were visualised on the screens of heliovessel Curieux as a new world ready to be conquered for the whole mankind.
Astonished, Captain Cristoforo Piccolomini and the group of officials who helped him on the bridge, admired on monitors that anthracite excrescence's huge tangle :
It's a weaving of electric cables »,  Piccolomini joked, but he concealed with presumption from the crew his disquietude and disgust for that planetary body. He felt his subordinates laughing with a rod of iron. Striked the heliosails and switched off the engine, Curieux was sent into the planet's orbit and dropped the gravity - anchor from the hawse. The schooner's digital eyes, a bunch of aerials, sensors and telecameras, zoomed under 30.000 kilometers : grey slimy, seemingly latex knots filled the bridge's optical system: they covered a deserted and arid surface. He, puzzled, looked at Yamashita who, intented on his tools, rumbled doubtfully: " It should be a big lavic stone' s clot ", the geologist officer dared to say " It could be a recently developed structure; an enormous volcano, a magmatic ball's cooled shell ".
Mister Hamidi, scanning " Piccolomini directed him to proceed.The navigator casted a myriad of reading rays on the northern side of that odd globe: the laser caged it in meridians and parallels; a virtual model of the unknown planet glowed on the oloscreens with glosses and captions.An artificial mellifluous female voice announced: " No life ".
Sorrowful Piccolomini yawned, afflicted by the tediousness of a deserted galaxy. For the last five years he's sailed, fooling himself, in search of intelligences, traces, civilizations.
" Umpteenth stone is floating on vacuum ", Mister Sprach became sad, " everytime I wonder...  what do you use an anthropologist for?"
" Your salary ", bent in front a inexhaustible ticking consolle, Marinelli joked, " is repaid with license fees subscribed for mining bills.
" I no sooner sight a new planet and then... So how is your business going ?", Piccolomini asked; and the broker shared on the screens a lot of pre-emptions that were broadcast on tv from the Earth: every fifteen seconds, gas, metal, mining companies renewed their supplies of exploitation and their monopoly's claims.
" They buy, they spend billions lactei  without knowing what they are buying or what we discovered. Down here there could be I don't know how many thousands of shit or....".
" Shit is so precious ", Sprach stated precisely, " If there were shit's depots or fossil excrements on this world we could be successful in business ".
Piccolomini smiled at him, the anthropologist was thoughtful.
He dropped the embarrassing subject and wheeled the chair towards the scanner's administrator: " What is this truffle made of, Miss Levì?"

( ... )

"Centralino Celeste", il mio primo titolo pubblicato con Imperium, si prepara a varcare la Manica e l'Oceano: qui sopra potete leggere la prima pagina del racconto tradotto da Chiara Campidelli. L'ebook sarà disponibile non appena l'editore alzerà le vele digitali per la Perfida Albione e le, ehm, Colonie. Vi tengo aggiornati!

giovedì 12 marzo 2015

Edizioni Imperium a Cartoomics 2015


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Cartoomics 2015: Edizioni Imperium vi aspetta presso l’Area Fantascienza!
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Si svolgerà nei giorni 13-14-15 marzo 2015 l’annuale fiera Cartoomics, il Salone Italiano del Fumetto, Cartoons, Cosplay, Fantascienza, Fantasy e Collezionismo. Anche quest’anno troverete le pubblicazioni di Edizioni Imperium presso lo stand dell’Associazione Galaxy, in Area Fantascienza (STAND A14). L’evento si terrà presso la Fiera di Rho (Milano), S.S. 33 del Sempione civ. 28.

In occasione di Cartoomics 2015 l’associazione Galaxy ospiterà presso il proprio stand allestito nell’Area Fantascienza alcuni importanti autori e illustratori di SF italiani. Proprio a questi ultimi dedicherà uno spazio espositivo, una mostra delle opere che normalmente è possibile ammirare sulle copertine dei libri o degli e-book. La mostra sarà organizzata grazie al contributo di Edizioni Imperium, cui è stata affidata l’organizzazione dello stand e la gestione degli ospiti.

Allo stand Galaxy sarà presente Diego Bortolozzo, scrittore e figura di riferimento dell’associazione Galaxy per il settore editoriale nonché editor e curatore della Edizioni Imperium, che sarà affiancato per tutta la durata della fiera dall’illustratore Franco Brambilla (illustratore di Urania/Mondadori, della Delos Books e di Edizioni Imperium).

Ecco gli ospiti Galaxy/Edizioni Imperium:il Premio Urania/Mondadori Maico Morellini autore de Il Re Nero (pubblicato con Urania/Mondadori) della Delos Books e della Edizioni Imperium;
  • il Premio Urania/Mondadori Piero Schiavo Campo autore de L’uomo da un grado kelvin (pubblicato con Urania/Mondadori) della Delos Books e della Edizioni Imperium;
  • il Premio Urania/Mondadori Alessandro Forlani autore de I Senza Tempo (pubblicato con Urania/Mondadori) della Delos Books e della Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Franco Brambilla illustratore di Urania/Mondadori, della Delos Books e di Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Andrea Alemanno illustratore di Arka Edizioni e di Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Simone Messeri illustratore e autore di Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Paolo Mari illustratore di Edizioni Imperium;
  • Paola Zagato titolare di Edizioni Imperium;
  • Diego Bortolozzo autore e curatore di Edizioni Imperium;
  • Dario Tonani autore Urania/Mondadori e Delos Books;
  • Silvio Sosio Presidente di Delos Books;
  • Silvia Milani autrice di Edizioni Imperium.

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Quando incontrare gli ospiti:
Venerdì 13 marzo 2015
  • l’illustratore Franco Brambilla illustratore di Urania/Mondadori, della Delos Books e di Edizioni Imperium;
  • Paola Zagato titolare di Edizioni Imperium;
  • Diego Bortolozzo autore e curatore di Edizioni Imperium;

Sabato 14 marzo 2015
  • il Premio Urania/Mondadori Maico Morellini autore de Il Re Nero (pubblicato con Urania/Mondadori) della Delos Books e della Edizioni Imperium;
  • il Premio Urania/Mondadori Piero Schiavo Campo autore de L’uomo da un grado kelvin (pubblicato con Urania/Mondadori) della Delos Books e della Edizioni Imperium;
  • il Premio Urania/Mondadori Alessandro Forlani autore de I Senza Tempo (pubblicato con Urania/Mondadori) della Delos Books e della Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Franco Brambilla illustratore di Urania/Mondadori, della Delos Books e di Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Andrea Alemanno illustratore di Arka Edizioni e di Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Simone Messeri illustratore e autore di Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Paolo Mari illustratore di Edizioni Imperium;
  • Diego Bortolozzo autore e curatore di Edizioni Imperium;
  • Silvia Milani autrice di Edizioni Imperium.

Domenica 15 marzo 2015
  • l’illustratore Franco Brambilla illustratore di Urania/Mondadori, della Delos Books e di Edizioni Imperium;
  • l’illustratore Simone Messeri illustratore e autore di Edizioni Imperium;
  • ’illustratore Paolo Mari illustratore di Edizioni Imperium;
  • Diego Bortolozzo autore e curatore di Edizioni Imperium;
  • Dario Tonani autore Urania/Mondadori e Delos Books;
  • Silvio Sosio Presidente di Delos Books.
(Orari e giornate potrebbero subire variazioni per motivi non dipendenti dagli organizzatori)



lunedì 9 marzo 2015

"Universal Robot - la civiltà delle macchine" di Silvia Milani


Promuovo volentieri questo saggio dell'amica, collega e collaboratrice Silvia Milani


Universal Robots - La civiltà delle macchine di Silvia Milani

Edizioni Imperium – collana saggistica

Docili feticci imbambolati o crudeli macchine di sterminio? Dotte entità fluttuanti o cataloghi antiquari del corpo umano?  Dagli albori delle prime civiltà all'epoca del GPS, gli androidi hanno sempre avuto un ruolo all'interno delle più diverse tradizioni culturali e hanno compiuto un emozionante cammino evolutivo con l'uomo. Protagonisti di numerosi miti e leggende, incarnazioni di incubi e desideri, figure capaci di oltrepassare la membrana tra immaginario e reale, spesso hanno parlato di noi: dai mostri perturbanti di E.T.A. Hoffmann, Jentsch e Freud, al paradigma dell'Uncanny Valley nei moderni laboratori; dalla critica di L'Isle-Adam e Ippolito Nievo all'ottimismo positivista, alle fanterie automatizzate delle guerre future; automi e robot (differenti gradi della scala evolutiva androide) sembrano incarnare i fantasmi, le speranze, le emozioni, i vizi e le virtù dei loro padri-padroni. Figure modello dell'inevitabile meccanizzazione dell'uomo nel Futurismo, nell'opera che li ha presentati al mondo, R.U.R., hanno scalato la condizione umana per ricordarci che sarà con il cuore e non con la mente che salveremo il mondo.


Da oggi disponibile su Amazon e gli altri webstore


venerdì 27 febbraio 2015

"Com'è facile abitare in Atlantide" - Introduzione


Il prossimo prontuario cui lavorerò (titolo provvisorio: "Com'è facile abitare in Atlantide") sarà dedicato alla scrittura degli altri-mondi. Qui di seguito l'introduzione.
And I think to myself
what a wonderful world

«Descrivimi perciò Louis Armstrong: che aspetto ha?»
«... è nero...»
«Vai avanti.»
«... è senza capelli...»
«Secondo te, lui, ha l'aspetto di uno scrittore di fantascienza?!»
Macché. Nei nostri mondi il cielo non è blu, non ci sono le nuvolette e l'arcobaleno; gli alberi e le rose sono avvizzite da un pezzo. Siamo autori dal tristissimo immaginario che frequentano deserti nucleari, megalopoli verticali inquinate e i meandri dei Boschi Atri.
Ma com'è, se l'universo è così grande, che poi ci troveremo allo stesso Roxy Bar a bere del whisky e del vino! con Mad Max, Sir Baratheon, i Sabipodi, Paul Atreides e Okuto No Ken? E perché gli appartamenti del Gran Cyberpest Hotel si assomigliano un po' tutti, manco fossero arredati Ikea? Il Grande e Eterno Albero dei Segreti Iniziatici, accidenti!, v'occlude sempre la visuale del panorama da ogni stanza di agriturismo Na'vi.
«... non erano Elfi Silvani & Ewok Associati?...»
«Sì, ma ha cambiato gestione.»
Se n'è accorto nessuno?
Che noia, che barba: non c'è niente da fare, il sabato, in 'sta galassia. Vi accontentate di locali di infima categoria che servono da bere, all'annoiato lettore e spettatore, quel solito d20 di insipidi aggettivi; che dovrebbero, vi illudete, soddisfare l'immaginario. H.P. Lovecraft vi ha già soffiato non euclideo; cosmico; abissale di antica malvagità: le cripte misteriose e le fortezze inespugnabili; gli altissimi grattacieli immancabilmente di vetro che si arrampicano a cieli con lune più di noialtri... Sono mica come il brandy, "che crea l'atmosfera"...
Questo terzo prontuario di scrittura, dedicato all'allestimento di un set del fantastico, si sviluppa da un monito di Alan Moore che dovremmo tenere a mente ogni volta che immaginiamo di un altro mondo, e invitiamo chi ci legge a inoltrarvisi insieme a noi:

"Provate a pensare ai primi tempi del fumetto: solitamente le ambientazioni erano descritte con una breve didascalia. Bastava mostrare un paio di edifici futuristici, questo soddisfaceva i lettori all'inizio degli anni Sessanta. Da allora, i media hanno aumentato drasticamente la disponibilità di informazioni riguardo il nostro mondo: pertanto, oggi, anche i lettori più giovani sanno che un mondo è un luogo complesso, che si compone di molti fattori diversi in interazione fra loro. Pare quindi necessario un nuovo approccio al problema, che tenga conto delle percezioni contemporanee."

Il Diavolo, l'Alien, la Cosa Da Un Altro Mondo; quella Sulla Soglia, i Langolieri e i Grandi Vermi si nascondono nei dettagli, ci insegna il proverbio. Lo scrittore di fantascienza è un Diavolo più in gamba che fa le pentole i coperchi, gli Hypercube; le cupole su Chester's Mill, le Fuchikoma e le Death Star.
Se inviterete Red Sonja a cena, stasera, qui c'è una taverna non troppo role-play game che farà al caso vostro; e un motel per appartarsi non dei soliti del gruppo Bates.
Esci! C'è tutto un mondo là fuori, purché sia scritto bene.


martedì 24 febbraio 2015

Scopi Infimi e Agnelli da Olocausto (racconto completo)


NOTA: Un autore di fantascienza non vive con la testa fra le nuvole, anzi: molto spesso si è dimostrato che gli scrittori "di genere" hanno i piedi più per terra di molti loro contemporanei. "Scopi Infimi e Agnelli da Olocausto" - in attesa di un altro titolo... - mi accorgo che esprime il mio pensiero sullo spettro dell'estremismo che spaventa l'Occidente. O piuttosto, come il solito, sugli spettri e sugli specchi...

Lagash incise un'altra tacca nel calcio, «è un altro giorno che siamo vivi»; posò il termo-fucile su una seggiola accanto al letto con il casco, gli stivali, il giubbotto e gli schinieri non-newtoniani. In ordine su una gruccia che aveva torta da un fil di ferro.
E godette del tramonto con un'incredula contentezza.
Fissò il sole scomparire fra i ruderi, i carcami dei corazzati, di droni; le mura annerite dai morti vaporizzati. Una brezza gli accapponò la pelle lattea, glabra, e portò dentro il rifugio l'odore d'arso del mondo.
Si sfregò i quattr'occhi stanchi, arrossati; chiuse le imposte sui vetri rotti, tirò le tapparelle: si sdraiò su un materasso, in un angolo, di fianco a Nineveh; gli impuzzì la faccia, il naso, con i suoi quattro calzini sporchi.
«Ohi, caporale», grufolò il camerata, «togliti, con 'sti piedi.»
Huru, stravaccato a fumare l'up su un altro letto, di fronte, snuvolò con la narice e schioccò con l'orifizio:
«Non puoi dire che è culo, se non sai rispetto a quando.»
Henchidu, nella brandina là in fondo, si riavvolse nel plaid logoro, sporco, e masticò che abbassassero la voce e lo lasciassero appisolare:
«... ho il turno di sentinella, stanotte, voi stronzi...»
«Che cosa intendi dire?», Lagash si inquietò. Lo ferirono dagli scuri i raggi rossi dell'imbrunire, e la sera lo ammalò di quella solita paranoia che nell'essere lì, ed ora, c'era qualcosa che non quadrava. E però, senza guardare ad Huru, lasciò cadere quella domanda nella penombra del dormitorio.
Su tutti.
Muurabi tirò la porta d'una latrina in un'altra stanza, tornò in branda grattandosi il sedere e passò la carta igienica ad Heniki:
«... è una stronzata tenere il conto dei giorni che l'hai scampata, se non sai da quand'è che c'è la guerra.»
«Beh...», lui gli indicò l'impugnatura dell'arma; quel manico in sintetico scarabocchiato e tagliato.
«Non hai messo una tacca ogni giorno dall'inizio; che dicevano che in un mese ciao terrestri si torna a casa.»
«Non è manco il tuo fucile», Nineveh si schifò, «l'hai scambiato con quello di un cadavere sui Monti Pyrenei.»
«... sì, ma al più tardi...»
«Dì: da quando sei al fronte?», Huru lo apostrofò, «Non sai nemmeno che giorno è oggi.»
«Tu, non lo sai: ti sei fritto il cervello.»
«Io, caporale», Heniki strillò, da seduto a porta aperta su un cesso, «la faccio una volta al giorno tutti i giorni a quest'ora!»
Lagash si azzittì, infastidito, negli ilari gorgoglii che echeggiarono nel rifugio. Incidere con il coltello quel finto-legno laccato, e scrivere a pennarello, ogni volta li dislocassero, i toponimi dei settori dove avevano combattuto, e che data, di quel finire del secolo XXVIII, gli premeva, da più tempo che ricordasse, che telescrivere a...
casa
«Ognuno», si imbronciò, «c'ha i suoi riti scaramantici.»
«Sì, caporale», si ricomposero gli altri. E Henchidu grugnì che ho detto basta, di ridere!; restarono qualche istante in silenzio e in imbarazzo.
Muurabi schiarì la voce:
«... il fatto è che è meglio non pensarci: butta giù di morale, se ti accorgi che sei sul campo da un anno e...»
«Tsè, da un anno», Nineveh sputò.
«Molto più che da un anno: e né noi né quei bastardi la sfangano.»
Bussarono al portone: scattarono ai fucili, e con l'indice sul grilletto intimarono il chi va là. Una voce di ubriaco, ma arrochita, amichevole, sbasoffiò parole d'ordine poi che insomma, per la Dea, non mi ricordo! Maddài, mi conoscete! Lasciatemi passare!
«Gli apro io», sorrise Huru; scese abbasso spipacchiando, in anfibi e mutande sporche qual era, con le piastrine di reggimento, nemici morti e compagni invendicati che tintinnavano sui tatuaggi sul torace e l'addome nudo.
Tornò un attimo dopo con il tenente Ghilgameh: Lagash, tutti gli altri, mormorarono buonasera.
«... buonasera, signore», precisò l'ufficiale medico; loro, però, non ripeterono il benvenuto. Ghilgameh si grattò fra i peli ricci sui lunghi orecchi, tolse gli auricolari ingialliti di cerume; li infilò dentro alle tasche che ancora trasmettevano: quelle note terrestri di ottocento anni prima, No Woman No Cry, di un aedo, Bob Marley, gli ronzarono nel camice coi moscerini e i pidocchi.
«Ragazzi», posò la borsa su una tavola tutta sghemba, l'aprì: i barbagli del tramonto incendiarono fiale verdi. Si pulì le sei dita sporche sulla casacca dell'uniforme, spillettata di ☺, di I♥NY, di Peace; svastiche, pentacoli e una falce con un martello; la croce celtica, Coca-Cola, il logo di un pipistrello, l'ira funesta di Che Guevara e il sorriso di Sponge Bob; «date il braccio, ho da pomparvi la medicina.»
Si sedettero sulle brande e gli offrirono le omerali:
«Doppia dose per Henchidu», Lagash raccomandò, «ché più tardi è di turno.»
Anche Huru gli domandò che abbondasse, e il tenente gli affondò un'altra volta nella vena:
«... ché a te, per come sei ridotto...»
«Quanto ci farà male questa roba, dottore?», Nineveh si immusonì.
«Ringraziami, invece, se in azione non hai paura; non ti affatichi né percepisci il dolore. Tutti superman, eh? Ma se io non passassi con lo sciroppo, ogni sera...»
«Che cos'è, superman?», rise Heniki.
«Un dio terrestre dei tempi antichi. Invulnerabile. E volava. Sguardo inceneritore e cazzotto come un cannone a rotaia»; gli mostrò, con orgoglio, quell'altra spilla blu-giallo-rossa, con un simbolo serpentino come iscritto in uno scudo.
«Lei, tenente, dovrebbero mandarla al muro per questa fissa con la cultura e la razza umana.»
«Sono figli di puttana e fanatici razzisti, ma c'hanno un sacco di robe fiche, a confronto di noialtri.»
«L'up, per esempio», Huru annuì.
Lagash, e Muurabi, si scambiarono uno sguardo:
«... e già che ne sa a pacchi, della faccenda fra noi e loro...»
«Non mi intendo di politica: li apprezzo per i Lynyrd Skynyrd.»
«Qui il caporale c'ha un calendario di tacche: non è che sia preciso. Poco fa discutevamo su quant'è che siamo in guerra.»
Ghilgameh sturò quella bottiglia che aveva in borsa, sfregò loro i fori blu di siringa coi batuffoli di garza imbevuti di tequila:
«Premete», gli tremarono le mani e ingollò quanto restava, «è parecchio, ma non è molto tempo.»
«Se l'è fatta un'idea, tenente?»
«Se incominci a farti idee, va' a finire che ti impicchi.»
Lagash guardò al suo fucile intagliato: che ormai luccicava, in un angolo di buio, delle deboli fosfo-torce che pencolavano dalle brande. Altroché, promemoria: era come una lapide; l'unica scritta che vi leggeva era un motto terrestre, REQVIESCAT IN PACE. Lo angosciò, di sicuro suggestionato da 'sti discorsi, 'affanculo!, un'urgenza di liberarsene: si ripromise che se domani, all'attacco, non lo avessero stecchito, lo avrebbe un'altra volta scambiato con un caduto. Poi, daccapo, ricominciato a contare: in quante occasioni gli era già capitato?
«... ma al quartier generale», Ghilgameh scrollò le spalle, «prima o poi guariranno quei neuro-dischi malati. E otterremo le informazioni perdute e ne sapremo abbastanza.»
«Quanti giorni di licenza e quanta paga ci spettano», Heniki scherzò.
Nineveh insistette che pensava appunto al dopo: non m'interessa di adesso; se tante dosi di stimolante ogni giorno non producessero effetti collaterali. Non gli impedissero di avere figli, per esempio.
«Pensa a restare vivo e a vincere le battaglie. Dopo; figli...», Lagash sillabò.
La droga faceva effetto: lo indusse in uno stato di sereno stordimento. Henchidu, con in corpo due volte tanto di quella roba, vigile, animoso, colava icore dall'orifizio; strabuzzava i quattr'occhi bianchi con le pupille scomparse.
Lui disse che sì: se il sole era calato, poteva già andarsene a montare la guardia:
«Sta' in campana, mi raccomando.»
«Sto in campana, non sfugge un cazzo!»; e il compagno saltò giù da una finestra del pianterreno a appiattirsi in una buca con il fucile puntato.
Lui lo guardò con quel pauroso ribrezzo cui s'assiste a un animale che sbafa visceri e carne cruda: ma di lì a poche ore da adesso, sapeva, quando avrebbero assimilato la sostanza, lui, tutti gli altri, gli sarebbero assomigliati.
Ghilgameh adocchiò quel bidone di latta nera che adoperavano da sputacchiera e cassonetto per i rifiuti, con la triscele stilizzata in un triangolo giallo-acceso: gliel'indicò col mazzo vuoto di fiale e i blister di siringhe e la tequila scolata. Lagash annuì: e i vetri, e la plastica, scroccolarono nel pattume.
«Altre cinque baracche», sbuffò il tenente medico, «poi, finalmente, me ne vado a dormire anch'io. Quanti cazzo vi impegnano in quell'assalto, domani? Avrò contati sei o sette battaglioni.»
«C'è un intero reggimento: proveremo a sfondare le loro linee; sfonderemo le loro linee», Lagash si corresse, «tutti noialtri di fanteria meccanizzata.»
«... e apposta quei tavolacci, quei tanti infermieri, gli attrezzi nuovi, gli ettolitri di morfina e chilometri di bende e i bottiglioni di alcool...»
«Vai al diavolo, dottore», Muurabi si grattò gli attributi. L'altro si infilò gli auricolari nei padiglioni, canticchiò Waiting In Vaine su un accenno di danza:
«... ci avrò da fare, 'sti due coglioni... con voialtri ho finito...»
Congedarono il tenente tutt'un coro di pernacchie, e lo scroscio di scarponi e pallottole di carta. Lagash zittì i soldati: è un ufficiale, imbecilli!; che ritornarono, immusoniti, a ributtarsi sui materassi. Lui se lo prese un po' ruffiano a braccetto e scesero le scale e si fermarono sulla soglia:
«Li scusi, sa: ma alla vigilia del lasciarci la pelle...»
Ghilgameh sfilò una sigaretta dal camice:
«Ne fa a metà con me, caporale? Ma l'avverto: è terrestre, ché son più buone...»
«... di quelle nostre. Come ha fatto ad averne?»
«Come il solito: spogliando i morti.»
Si accesero la Marlboro - ché è così, che le chiamano - e fumarono nella notte. Henchidu, spietato, puntò loro il mirino laser:
«Dichiaratevi! V'avrei stirato! V'avrei stirato, cazzo!»
Lo contentarono dei loro nomi, del loro grado, gli si mostrarono sorridenti, e però si spostarono dalla sua linea di tiro. Lagash si godette un altro tiro di sigaretta, e concesse che il tenente finisse il mozzicone. L'altro, però, lo schiacciò tutt'avvilito:
«... ci ha ragione, la sentinella: ché c'è pericolo di droni-sniper...»
«Fumeremo più tranquilli domani sera, festeggeremo: ché il settore sarà libero da quei bastardi.»
Ghilgameh, canagliesco, gli batté su una spalla:
«Ah, il domani!»
«Grande giorno, domani!»
«Domani è un grande giorno, vi voglio determinati!»
Quante volte lo ripeté, si incoraggiarono lì alla porta? Il volto del dottore, l'oscurità e il camerata in agguato; e le cose sotto un manto di tenebre e un sonno tutto nero che lo offuscò all'improvviso.


Lagash si drizzò con i suoi uomini, l'intero reggimento, sull'attenti di fronte i carri trasporta-truppe coi portelli spalancati ad accoglierli nel cassone.
I 1600 celsius fusori, sulle torrette dei corazzati, barrivano arroventati alla terra di nessuno; gli artiglieri, i motoristi, i capicarro, i piloti, si affacciavano dalle botole, gli spioncini, le feritoie, con gli occhi che luccicavano e la bava all'orifizio.
L'orizzonte era una coltre di canicola e di sabbia, era un tratto a pennello d'ocra, coi voli neri di uccelli, sulle briciole d'ottanta secoli di antichità degli umani. Ziqqurat, Baghdad; riportavano le olo-mappe.
Lui guardò i compagni - ingobbiti dagli zaini, ingrugniti dagli elmetti, incassati nell'armatura - mordesi i labbri coi denti sotto soffiare forte e schiumare verde.
Stordito e accalorato da una foia da animale.
Sentì il sudore che gli ammollava la cuffia e un rivolo di saliva che gli scendeva sul mento. E un'impellenza di affondare la baionetta e di fondere, cazzo!; e sniffare il bruciato che esalava dai morti. Gli venne turgido, rabbrividì, per la voglia di ammazzare e la certezza di prevalere.
Huru ciondolava innervosito sui ginocchi; scoccava cupo, e scettico di qua e di là, e odorava di codardia di piscio e di buonsenso. Lui, lo stimolante, non gli faceva nessun effetto: ci sei caduto nel pentolone da piccolo; tipo, lo prendeva per i fondelli il dottore. E cosa cazzo voleva dire?! Faceva ridere.
Lagash assecondò il suo ultimo pensiero lucido: che fosse il compagno tossico, adesso, il più cosciente fra loro muta, fra loro branco, fra loro gregge di belve allucinate.
Poi latrò omicida con tutti gli altri del reggimento e ascoltò il colonnello che predicava da un carro armato:
«... loro, dicono, sono il popolo eletto; l'unità di misura di un'intera galassia. L'odio cieco per tutto ciò che è diverso li ha portati fra le stelle ad invadere la nostra patria...»
patria
«... questo, è il terrestre! Non fa solo schifo la sua pelle colorata, i due bulbi oculari; che è bipede, e la fauce, e quella punta di cartilagine nella faccia. Io mi sveglio ogni fottuto mattino e so che 'sti merdosi è sacrosanto ammazzarli!»
«Sì!», gridarono i plotoni.
«Eccheccazzo, non vi ho sentito!»
«Vogliamo sterminarli!»
«... ma abbiamo preso a calci i loro culi di eletti; li abbiamo ricacciati, per quattrocentoquaranta anni luce, fin qui fra le rovine del loro stesso pianeta! Noi, domani, devasteremo la Terra!»
«Sì!»
«Eccheccazzo, non vi ho sentito!»
«Devasteremo la Terra!»
Il colonnello batté coi tacchi sullo sportello del capocarro: il corazzato si mise in moto, stridette; nel cantico imponente di seicento altri motori. Lagash salì la rampa, e entrò con i suoi soldati nel ventre buio del loro mezzo: Muurabi, per ultimo, sigillò la portiera; alzò al massimo il volume degli interfono che diffondevano fra le truppe le litanie nazional. Gli ufficiali abbaiavano, sottofondo alla musica, di pensare a...
che cosa?
«... alla causa! Ai valori per i quali combattiamo! Alla luce delle Pleiadi! Alla nostra civiltà!...»
E gli inni guerreschi crebbero di volume: Lagash, rintronato, chiuse gli occhi si abbandonò nelle tenebre, con il capo rovesciato sul poggiatesta in sintetico. Allo strepito dei cannoni e il rollio del carro armato; ai vapori del carburante e il nitrito di cremagliere.
Pietre, sabbia e sassi rotti crivellarono il fondo; uno scroscio ininterrotto fra le grate del pavimento. Il tinnio di metallo, il croccolare dei vetri, e il disgustoso improvviso splosh d'un che di pesto di maciullato. Lo stantuffo incandescente e accecante dei celsius; il barbaglio degli inneschi nelle lenti degli artiglieri. L'uragano delle salve e il frinire dei microfoni. Un corno rosso che ciondolava al visore e una bambola terrestre e un zampa di lepre. Perché? E che cos'è, una lepre? Il trrr dei cingoli, delle ruote, le placche e dell'albero motore.
al
bero...
«Non ho mai visto un albero del pianeta. Del nostro, pianeta!», Lagash trasecolò. Gli altri, azzitti, gli smorfiarono preoccupati.

Alzatevi, grandi stelle,
combattete allo stremo!
Contro le oscure forze dei terrestri,
contro i barbari maledetti

«... qual è il nostro mondo?...», Nineveh balbettò. Parlò di qualcos'altro: le parole sprofondarono nei rumori del carro armato. Huru s'ammutolì a un altro colpo d'artiglieria, i cingoli masticarono certi discorsi di Henchidu.
Li stordì l'eco sopito di un'esplosione all'esterno; restarono qualche istante a carro fermo e la radio spenta.
«... io», Heniki ghignò, «non ho mai visto, o non ricordo il pianeta...»
«Ci sei nato!»
«Non so.»
Il pilota si affacciò dallo spioncino del cockpit:
«L'equipaggio che ci precede è saltato su una mina. Siamo illesi. Tutto bene, ragazzi?»
L'interfono gridò di nuovo: nemico individuato ore 11.00 nord-nord-ovest; dettò le coordinate e le regole di ingaggio.
Il cingolo morse ancora il calìce; il bubbolo del motore spaccò loro le orecchie. La voce del capocarro squillò ilare nel vano truppe:
«Godetevela, gente!»
Fra loro sei, seduti, si accese un olo-schermo: la battaglia a luce azzurra sfocata qual era ai digi-occhi sullo scafo del corazzato.
Davanti: obbiettivo; casematte e trincee terrestri, bocche anticarro da 3200 celsius. Leggermente a sinistra: una nube di polvere. Eco di un temporale; silhouette di testuggini che fiammeggiavano rimbombavano. Il bio-puter impazzì di pixel rossi:

unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica ...

Lo schermo si insanguinò, da quel lato, di un'intera divisone di carri armati terrestri.
«Non possiamo assaltare la linea fortificata, se...»
«Li tratterremo finché potremo», inghiottì il capocarro.
«Per la patria! All'attacco! Sbarcare subito!», sbraitarono dagli interfono.
L'orologio dentro il casco gli ticchettò in un orecchio, spalancarono il portello e saltarono in battaglia; li aggredì il fiato rovente delle 850-C° che biancheggiarono termo-raffiche dalle trincee degli umani. Henchidu crollò liquefatto fino al petto.
Si sdraiarono pancia a terra e risposero a fucilate; Nineveh caricò la bomba al plasma nel lanciarazzi e ridusse una garitta a un cratere annerito. Le scie distorte dei raggi caldi fra fronte e fronte striarono l'aria che sembrò che colasse, su un tappeto di macchie cenerognole e feriti cui friggevano le carni. Il ronzio dei fusori spaventoso e assordante.
Le termo-automatiche grandinarono tutt'attorno; e i blateri, il vento caldo dei giganteschi anticarro, tempestarono appena a un passo da loro e li stordirono e soffocarono. Muurabi si strinse al collo, gemette, si scalzò dell'elmetto e si protese per respirare: ricadde ch'era una torcia di convulsioni e si spense nella sabbia in una pozza appiccicosa. Scaricarono un'altra salva contro i fanti terrestri, fuochi candidi s'accesero dietro i sacchi e muriccioli.
Lagash gridò a Nineveh di coprirli: la polvere del deserto esplose di un altro razzo; loro strisciarono, nella coltre di terra e sassi, a acquattarsi ad un rottame fumante sul fondo di un cratere. Si scottarono le schiene sulla ceramica ancora calda; e a turno si sporsero, sdraiati, accovacciati, a centrare i nemici sulla linea fortificata.
Non avevano più pensieri non ascoltavano più rumori. Né voci. L'ululìo dei fucili li istupidiva li rintronava.
Lui sentì il sudore, e il corpo magro di Heniki, premergli, di fianco, contro un lato del rottame: la folata di un'850 e in un istante era solo.
Huru piagnucolò; cosa cazzo piagnucoli?!
Si sdraiarono supini, ricaricarono le batterie dei fucili; si sfregarono la polvere e l'icore dalle facce. Ritornarono a sparare e ne stecchirono qualcun altro, forse. Lagash si sforzò di non sentire l'orologio, tic tac; regolò l'interruttore sull'elmetto e lo smorzò dal padiglione e la retina. RESET. Si accorse delle squadre che convergevano a un terrapieno, nugoli dei loro si raccoglievano per l'assalto. Un ufficiale sparava in aria, li incolonnava, abbaiava ordini: là a sinistra i corazzati si serravano per il cozzo, e il barrito dei motori sbriciolò le loro voci.
Le testuggini terrestri avanzarono ad ondate, si incocciarono, si intralciarono e si ingolfarono si spintonarono. Lagash guardò alla frana orrenda d'acciaio nero con i sensi alterati dall'iniezione di stimolante; lo specchio limpido del cielo sugli ziqqurat riflesse, terrificante, quel grumo di panzerblatte. Cosa sono le panzer; cosa sono le blatte? Ibis, fenicotteri in tuta bruna ed occhiali che si affacciavano dalle torrette e che strillavano di avanzare; cosa sono i fenicotteri e gli ibis? I pezzi celsius dei loro carri li rallentarono; ne esplosero, azzopparono, ne scombinarono le prime file. Ma a milioni ne rombarono all'orizzonte; starnutirono dai nasi lunghi d'ottone il moccio arroventato che bruciò le loro forze.
Lagash trascinò i due compagni inebetiti, raggiunsero l'altre squadre: non erano granché. Il fuoco fitto dalle trincee degli umani li inchiodava a testa bassa alla base di un terrapieno.
«I corazzati non dureranno a proteggerci», gridò l'ufficiale sopra l'eco di un'esplosione, «sì e no cinque minuti, le testuggini le avremo addosso. Perciò procederemo secondo gli ordini: sfondare, all'assalto!»
«Sfondare!», sbavarono.
«... ci provino, i coglioni...», Huru bisbigliò.
«Cos'hai detto?!»
Ma il camerata non gli rispose. Si spostò in seconda fila e lo tenne per lo zaino; lui e Nineveh anzi, soffiò loro all'orecchio:
«Non capite che è un inferno, siete cotti: svegliatevi! Non metteranno la testa fuori...»
Lo spintonarono da tutti i lati. I primi infoiati, strafatti, omicidi, scalarono il terrapieno senza attendere il segnale: un ronzio li sparse in polvere e poltiglia; l'ufficiale fischiò la carica. Centinaia si inerpicarono nella sabbia, ruggirono belluini; Lagash li seguì tutto eccitato, assassino, ma qualcuno lo strattonò: e ricadde, schiena a terra, viso a viso con Nineveh.
Huru sedette loro sul torace e lo stomaco:
«Buoni, finché vi passa l'effetto di quella roba.»
«Ti ammazzo, codardo!», lui latrò; raspò a terra a raccogliere il fucile e lo puntò su quel vigliacco e traditore. Lo accecò e riempì la gola una cascata di grassa cenere, di gocce nauseabonde; lo scroscio dei troppi disintegrati sul ciglio. Si impietrirono lì stesi e insozzati da quell'unto: il bramito dei termo-mitratori, le grida, echeggiarono ancora a lungo sopra il campo di battaglia.
«... sfonderemo le loro linee...»
«È impossibile, caporale. Se i corazzati ci avessero sbarcato là, a ridosso le postazioni... ma così, allo scoperto dell'onda termica...»
«... domani!...»
«Mi ascolti?!»
e lo capiva
ci aveva anche ragione.
Gli si schiarirono le idee quel che bastava per accorgersi dei molti carri che acceleravano contro a loro. Spazzarono a cannonate le poche squadre sopravvissute, che si ostinavano a assaltare verso i nidi delle celsius; spettri grigi respinti da un vento torrido che in un battito li scioglieva in uno schifo. Quell'alito della morte li sbatacchiava di qua e di là, combattevano ciechi, caricavano idioti; crepitavano in carne e cartilagine incendiata. Finché il fischio dell'ufficiale si azzittì nel deserto.
«Dài, siamo tre», gli riuscì di ragionare, «non baderanno a noialtri.»
Le testuggini sollevarono un uragano di ghiaia, si spostarono in formazione serrata: ma c'era ancora abbastanza spazio, per loro, per nascondersi fra carro e carro; e riuscire a tenere il passo, nella nube di polvere, con quei mostri corazzati quasi ciechi da ogni lato. Ora, che li vedeva più da vicino, più lucido, Lagash si accorgeva che non erano più di cento; molti sferragliavano, bruciavano, si arrestavano, feriti dallo scontro con i loro carri armati.
«Hanno avuto la sorpresa dalla loro, ed è tutto», si convinse anche Nineveh, «non li avevano messi in conto? Chi ha pensato quest'offensiva di merda?!»
«Si muovono alle nostre postazioni: passano al contrattacco. Se tornassimo a riferire...»
«Lo sai, caporale», Huru si incupì, «che indietro non si torna: ci fucilano tutti tre.»
«E che cosa dovremmo fare?!»
La polvere si posò. Centinaia di fanti umani di pelle nera, rosata, giallognola e rossiccia, sulle loro repellenti due zampette, sciamarono dai posti e si accodarono ai corazzati. Marciarono in colonna sulle tracce dei cingolati, calpestarono schifati i resti arsi dei loro amici.
Una bandiera quadrata bianca, con una croce scarlatta, schioccò nel vento caldo fra le ridotte svuotate.
«Seguitemi: ho un'idea.»

Le tende ricoprivano un perimetro di pietre, d'assito e impalcature semisepolte: secchi, carriole, utensili da scavo, corrosi e arrugginiti fra i mattoni millenari. Le tele abbacinavano, nell'arsura del sole; e il vento le batteva con lo strepito d'un tamburo. L'odore dolce dei frutti grassi di palme si mescolava a un puzzo organico persistente, e le folate gli pizzicarono la narice, l'orifizio, la gola, di cloro e formaldeide e vapori disinfettanti. Una folla di umani-femmina con i camici insanguinati, mascherine sui volti, guanti in lattice insozzati di icori, si aggirava indaffarata fra lettighe e materassi; si accucciava al capezzale dei feriti che gridavano o piangevano straziati. Due terrestri più robusti e brutali, stretti in un zinale verde-scuro e inzaccherato, obbedivano i cenni tristi di ufficiali-chirurghi e insaccavano nei lenzuoli quei cadaveri illividiti; li gettavano in un fosso, poco in là dalle rovine, e li spargevano di terriccio e due palate di calce viva. Nubi lugubri di insetti si accanivano sui corpi, e il cielo era una ruota di volatili sinistri; canidi, roditori, rettili e felini protendevano dai ruderi i musi cupidi e aguzzi.
«... e allora», Nineveh mugugnò, «tanto valeva farsi ammazzare con gli altri...»
«No: è un ospedale, ci sono delle regole. Non ricordi lo psico-manuale di addestramento? Se isolati in territorio nemico...»
che ne sai, delle regole?
«... che valgono per loro, caporale: ma già che siamo morti...»
E Huru gettò a terra il fucile; camminò, mani in alto, in direzione del campo umano.
Lagash gli stette dietro, calciò il fusore e il cinturone fra i sassi e scoccò un'occhiataccia a Nineveh ostinato: il compare si rassegnò a abbandonare il lanciarazzi, li seguì, malvolentieri, con le braccia sollevate.
«Bene in vista, molto calmi», lui raccomandò.
Lo strillo di un'infermiera li accolse nell'ospedale, e le femmine si ritrassero raccapricciate. Gli umani nerboruti agguantarono certi attrezzi: le lame incrostate, e quell'alone di fiamma ed alcool, gli suggerì che s'adoperassero per trapanare e tagliare.
E li stringevano nei pugni grossi con una certa dimestichezza.
Quelli stesi nelle brande si rizzarono sui gomiti, e trovarono le forze di ringhiare e di sputare.
Lagash disse fermi, e non fecero un altro passo. Dal disordine animoso del campo emerse un ufficiale cui pencolava uno stetoscopio; un grembiule celeste, gocciolato di rosso, gli copriva le stellette e la mimetica grigio ed ocra. Si interpose fra loro e gli energumeni armati.
Lui fissò interdetto le due pupille color nocciola e si sforzò di nascondere l'imbarazzo e un po' lo schifo, sì. Lunghi istanti in silenzio. Era umano, però: e anche avesse starnazzato di raccapriccio, lui, non avrebbe indovinati i suoi pensieri.
«Parlo la vostra lingua», all'improvviso lo apostrofò. Lagash, colpito, balbettò che si arrendevano.
«Ci avete un tiro d'up?», chiese Huru.
L'ufficiale stirò i denti e strizzò l'occhio; è orrendo, mia dea! Chissà che significa?!; scambiò coi sottoposti, le femmine, i feriti, che tornarono ai loro compiti ma non distolsero gli sguardi ostili. Poi li accompagnò, fra corsie improvvisate, e degenti che gemevano già in pasto ai moscerini, a un quadrato di rovine come i loro dormitori.
Schioccò ad un soldato che si piantò sulla soglia: con le cinque, abominevoli dita, che tremavano e sudavano sul grilletto del fusore.
«Capitano Vignola», finalmente si presentò: e offrì loro tre bidoni di latta ché si potessero sedere meglio che sulle seggiole dei terrestri. Porse loro la mano e subito la ritrasse, arrossì: Lagash, e i due camerati, si guardarono interdetti.
Dev'essere un'usanza. È un modo di salutare.
Ricambiò quel gesto strano, superfluo e un po' imbecille, e gli sembrò che il terrestre si trovasse a proprio agio.
«Non otterrò che il vostro grado e matricola, immagino?»
Sì, glieli dissero: ma aggiunsero, a muso duro, che non sapevano niente altro.
«... se però ci torturassero?», Nineveh insinuò, «si sa, che i terrestri lo fanno...»
Huru, quasi a scongiurare lo accarezzasse l'idea, protestò con il medico che a noialtri, capitano, non ci dicono mai un cazzo! siamo carne da cannone! Siete, carne da cannone! Lagash grugnì ad entrambi che la smettessero e s'azzittissero, si drizzò, più composto, sul bidone svuotato.
e
in effetti
se lo avessero interrogato
con i metodi persuasivi tipo elettrodi nei testicoli...
dicevano che gli umani si divertissero, di certe atrocità...
anche avesse ceduto, che cosa aveva da riferire? Ricordava sì e no l'arringa del colonnello; gli scoppiettavano nel cervello, negli occhi, gli istanti di battaglia di appena un'ora fa.
La certezza di un ovvio ieri ma senza alcuna importanza.
Dev'essere la droga, che scemava l'effetto cieco omicida ma gli offuscava ancora troppo le idee.
«Abbiamo diritto ad essere soccorsi», accennò alla bandiera che sventolava su quel pennone, «prima che nemici, siamo vittime e feriti.»
Vignola sfiorò lo schermo di un olo-pad su un tavolino, e gli scorse innanzi gli occhi righe e righe di codice; quei caratteri terrestri su una pagina di luce verde: CONVENZIONI DI GINEVRA o un frontespizio del genere...
«Uhm, diritto», sillabò quasi che il termine fosse logoro e desueto; «puoi leggere e rileggere: non accenna ad alieni.»
«Lo sa meglio di me, qual è il dovere di un medico.»
«Fisicamente sembrate illesi», l'ufficiale gli girò attorno, gli tenne ferma la testa fra le mani e gli schiuse una palpebra; gli puntò un lumicino dritto dritto negli occhi, «e però lo stimolante sta per mancarvi: sarà una bella botta.»
«Che ne sa di... ?!»
Huru rise a Nineveh come si fa d'un bambino scemo:
«Ti credi che i loro non li mandino a morire allo stesso modo?»
«Non siamo così diversi», sospirò il capitano, «e sì: starete male.»
Lagash si sentì irrigidire e raffreddare, i sintomi che l'organismo si epurava dalla droga: l'addiaccio, il sudor freddo, il tremore, gli istinti e la paura accumulati in battaglia, tracimarono dai nervi e la coscienza fin lì assopita. Strillò, singhiozzò, vomitò di dolore, per Heniki ed Henchidu e Muurabi disintegrati: mi sono morti davanti agli occhi!, ho i loro visceri sui miei vestiti!; gli fischiarono le orecchie delle esplosioni e le raffiche. Si bagnò i pantaloni di tutti i colpi che lo avevano sfiorato. Tese il braccio, indolenzito di convulsioni e di sforzi, al conforto disperato dei due compagni sopravvissuti: trovò Nineveh sdraiato a piangere, cacarsi addosso sul pavimento, e Huru che si torceva e sputava rannicchiato su un bidone come in preda ad una colica.
Quel bruttisimo momento quando passano gli effetti; ma poi...
cosa c'era, prima e poi?
Cadde a terra: la stanza, il soffitto spezzato, la tela abbacinante e il triangolo di cielo azzurro gli ruzzolarono dentro gli occhi. Vide il soldato umano, di sentinella alla porta, scansarlo disgustato e ritirarsi in un angolo; Vignola gli si accucciò premuroso, gli asciugò la faccia madida sul grembiule e gli premette le mani calde, in qualche modo salubri, sulla fronte e la nuca:
«... mi fate anche un po' pena. Stai meglio, caporale...»
Lagash tornò in sé con affannosi respiri, smise di tremare e si rialzò sul fustone. La divisa era fradicia e puzzolente, l'armatura lo affaticava. L'umano gli batté una pacca su una spalla; è un uso anche da loro, questo lo capì; e assistette Huru e Nineveh finché furono ripresi.
Sì, è passata.
Conosceva la spossatezza di quegli istanti, la nausea e il tremolio che abbandonavano il corpo. E ricordava un abbandono al riposo dopo una battaglia combattuta da drogato; quel ciucato e fricchettone del tenente Ghilgameh che veniva a doparli per un altro combattimento.
Ma quando era accaduto?
Sulle colonie di Marte; sui crateri lunari. Ieri. Sul tuo pianeta, la patria! Non ho mai visto la Luna e Marte e la patria. Qual è il mio pianeta? Chi è il tenente Ghilgameh; che cos'è un fricchettone?
«Ai miei pazienti non piacerebbe», Vignola si impensierì, «di condividere le corsie con voialtri. Siete deboli, provati: non posso abbandonarvi in questo stato. Metteremo tre barelle qui in ufficio, se non vi spiace: non ho un altro posto. Ma una notte di riposo e vi togliete dai coglioni.»
«Non ha detto che quelle leggi riguardano gli umani?»
«Mah. È anche vero che tutto il cosmo è paese.»
Tornarono i nerboruti e un'infermiera con tre cuscini:
«...dalle facce», Lagash scherzò con Huru, «si potesse tradurre l'espressione di un mostro... sembrano esterrefatti.»

Un croc, un ticchettio, e un alone di luce azzurra sugli occhi, lo tormentarono forse un'ora nel difficile dormiveglia. La sabbie scricchiolavano a ridosso delle tende, e le folate di oscurità tambureggiavano sull'incerate.
Lagash si svegliò morso dal freddo, e vide il soldato umano ch'era restato di sentinella accasciato a una parete con gli occhi spenti ed il collo torto. Vide Nineveh, seduto all'olo-pad, che copiava nella retina bacterio-dati dal neurodisk.
«'Cazzo fai?!», gli sibilò.
«È il mio dovere ed il vostro»
«... l'hai... è morto!...»
«Ho dovuto, se l'è cercata. E comunque era assopito.»
Huru sbadigliò, si girò sulla barella, strabuzzò e si alzò di scatto, stordito e lo guardò; guardò quindi il cadavere e il compagno al tavolino:
«Ci hanno accolti, soccorsi; siamo in un ospedale», Lagash lo scrollò, «e 'sto stronzo ne uccide un altro e li hackera!»
«È il nemico, caporale: dobbiamo nuocergli in ogni modo.»
Huru diede addosso a Nineveh, lo sconnesse dall'olo-pad con un cazzotto sul grugno. Quell'aggeggio gemette TRASFERIMENTO INTERROTTO - SESSANTOTTO PERCENTO - RIAVVIARE IL PROCESSO IN MENODIECI SE... Si azzuffarono fra i bidoni, il tavolo, le barelle, finché Lagash riuscì a separarli.
«Dài, coglioni: fate un altro po' di casino»; li alzò per la collottola dal pavimento insabbiato.
«'Sto giuda, 'sto fascista, 'sto gran figlio di puttana! Ci avevano salvato!», Huru gli sputò.
Che cos'è, fascista e giuda?
«Se torni a mani vuote e sei scampato a un'incursione, un assalto», Nineveh si sfregò sull'occhio gonfio, arrossato, che pulsava di neuro-bite e dei segreti sottratti, «c'è il plotone di esecuzione: è codardia. Ma è diverso se riporti informazioni.»
«E chi aveva mai deciso che saremmo ritornati?!»
«Dove credi di nasconderti?! Vuoi convivere con questi mostri?!»
Lagash ascoltò quel concitato vocio che subito si diffuse fra le tende dell'ospedale: gli insonni moribondi, che avevano udito tutto, avvertirono gli infermieri che svegliarono i medici. Gli ufficiali tardarono, a persuadersi che non fosse un delirio: però, le sentinelle si radunarono allerta; e il sospetto di loro, degli alieni in ufficio, e i rumori e lo strepito in quella stanza... La voce di Vignola che ordinava chissà che cosa: perentoria, però; molti passi, e ronzii di fucili, fra i feriti che gemevano nelle angustie corsie.
«'Fanculo, ormai è fatta: raccogliete le vostre cose», buttò loro le otto scarpe e lasciò lì le armature; sollevò il lembo di tela che si ammucchiava sui sassi e accennò che ci si infilassero sgattaiolassero nel buio pesto; «muovetevi imbecilli!»
E lui andò per ultimo. Dallo spiraglio fra tenda e sabbia vide correre il capitano, i soldati terrestri: li vide inciampare, trasecolare e strillare del cadavere col collo torto che era appoggiato a quel muro.
Vignola indovinò: si buttò sull'olo-pad, che lampeggiava caduto a terra, e latrò parole umane cacofoniche e rabbiose.
«... uno a zero per noialtri...», Lagash scrollò le spalle.
Nineveh, là fuori, lo tirò per le caviglie; strisciarono fra i ruderi assordati da un allarme, e inseguiti dai riflettori che sciabolavano tutt'attorno. Termo-raffiche da una torretta di avvistamento: e al bagliore dei fari, nel brillio dei fucili, riconobbero i rottami e quell'argine di fosso.
«Silenzio, sangue freddo e pancia a terra fin là: ché ci sono le nostre linee, dopo.»
quali sono le nostre linee?
E avanzarono nella sabbia. Dall'ospedale si ammutolirono:
«... ma hanno smesso di spararci?...», chiese Huru. Lagash gli tirò un calcio, ché stesse zitto, dea santa!; lanciò un sasso a qualche metro discosto e là, un'altra volta, infuriò il crepitio. Stolzarono di qualcosa di viscido e gelato: sfiorò loro le gambe, si strusciò sui vestiti, si drizzò per un terzo su quell'orribile stelo.
La cosa pallida squamata viva si contorse e soffiò, li spruzzò da due denti, si acquattò nella ghiaia: Huru, con la pelle del viso tutt'irritata, accecato, saltò in piedi, strillando, allo scoperto al nemico.
«Tienilo!», lui gridò: ma Nineveh, cupo, gli ruzzolò più distante. L'altro fu illuminato dal raggio bianco d'un riflettore: Lagash si tuffò, nel barrito dei fusori, a abbrancarlo per le gambe e nasconderlo nel buio. Rabbrividì di quel fiato caldo e il sentirsi, ad un tratto, tutto appiccicoso e bagnato sulla schiena: gli restarono strette in mano le gambe arse del camerata, e un'orrida poltiglia gli fumava sui vestiti. Rotolò, terrorizzato, sotto l'alito dei fucili; grattò il suolo con la faccia, con il ventre e le unghie, ansimò nell'oscurità colpì di testa i rottami e i sassi. Tallonato da Nineveh.
«T'ho detto tienilo
«Ma vaffanculo.»
«T'ho detto tienilo, cazzo!»
«O era lui o noialtri.»
«Che cos'era quel...»
«Cosa cazzo, ché gli ha bruciato la faccia?!»
Era un serpente, l'ha avvelenato. Che cos'è un serpente?
Caddero giù dal ciglio del terrapieno di... ieri; e il fondo era ancora tutto cenere e poltiglia. Restarono, pancia all'aria, per lunghi istanti in silenzio;
no
minuti.
Rintronato dall'eco matto del cuore e il suo proprio respiro.
Non appena gli tornò l'animo, il fiato, Lagash cercò nel buio lo sguardo di Nineveh, luccicante e iridescente di file:
«Fai schifo», rantolò.
Si abbandonarono lì com'erano, né addormentati né svegli, finché l'alba, il calore, scivolarono nella buca.


Ascoltarono il deserto e non udirono nessun rumore; si affacciarono circospetti fuori il fosso e non videro nessuno. Le bandiere dei terrestri, le trincee, le casematte, erano ancora là ma danneggiate e sbreccate; e gli scarichi chimici delle cucine da campo, e il fumo primitivo dei bivacchi fra i soldati, le tradivano popolate dai reggimenti di umani.
Si dispiacquero di trovare le loro insegne stellate un chilometro più distanti di dov'erano il giorno prima; di là dai crateri, i rottami, le testuggini senza cingoli, che raccontavano di un'offensiva che era stata respinta. Fifty-fifty e palla al centro.
Cosa cazzo voleva dire, fifty-fifty e palla al centro?
Anche là la quiete armata di sentinelle e dei 1600 celsius che puntavano alle dune; l'eco ridicola dello stereo di Ghilgameh che saliva a Stairway to Heaven al cielo limpido abbacinante.
Si chiamavano Led Zeppelin; bardi umani del XIX secolo.
Oggi, Lagash si accorgeva di ricordare più cose, e meglio, di quanto il solito riuscisse a fare: forse era dovuto al che la sera, prima, non gli avevano come sempre somministrato lo stimolante; forse era dovuto al non avere dormito, alla fifa, all'adrenalina. O forse era un caso. Metteva gli eventi in fila e c'era logica e causa-effetto: l'arringa, l'avanzata coi carri armati; contrattacco dei terrestri e l'assalto alla malora; prigionia volontaria nell'ospedale nemico. Vignola; quello stronzo di Nineveh che li aveva hackerati.
E avevano perso Huru, di notte.
Sì: quello era lo stereo del loro tenente-medico. Ci avevano un tenente ch'è in fissa con la Terra.
nient'altro
ma per ora
va anche bene così
Un tossito di quell'infame lo destò dai suoi pensieri.
«Dài, caporale», Nineveh gorgogliò: l'occhio, già ridotto ad un bubbone violaceo, non avrebbe ancora a lungo sopportati i bacterio-file; «andiamo a pararci il culo e a ricevere un encomio.»
Si arrampicarono dalla buca e camminarono alle loro trincee. I piantoni in ridotta, troppo occupati con il caffè e le gallette, neppure li intimarono il chi va là:
«... figurati il pericolo, 'sti due scemi dispersi...»
«Sarebbe nostro dovere fare rapporto a un ufficiale», Lagash notificò.
«A chi ci rivolgiamo per questa roba: a un generale?»
Dea santa! Quell'occhio era già grande quanto il cranio tutt'intero: i dati, i file, gli si muovevano dentro. Lacrimava fosforescente.
«Tsè, un generale: ne conosci?»
«Nessuno.»
«Io dico che è meglio se passiamo per Ghilgameh: ci si parla più tranquilli. E ti dà una ripassata.»
«Non c'ho bisogno.»
Lui lo trascinò alla porta a vetri d'un dormitorio: Nineveh si specchiò nei cocci aguzzi in cornice e guaiolò di paura, vuotò lo stomaco sui suoi scarponi.
«... e spero per te che ne sia valsa la pena: ti ammazzo, sennò...»

Ghilgameh era steso a godersi il suo spinello, lo stereo satellitare buttava musica appalla, e le notifiche dal quartier generale gracchiavano inascoltate sotto i bassi di John Paul Jones.
Lagash portò Nineveh sottobraccio, ché adesso era cieco, sanguinava dalla narice e gli fumava un orecchio.
«Buongiorno... signore.»
Le lamiere della baracca, l'assito, e quell'unica parete dopo un colpo di artiglieria, gli sembrarono un collage tutto lacero e scolorito. Foto antiche d'umane-femmina ignude e il logo d'un coniglietto; che cos'è un coniglietto? Un anziano spiritato, con un cappello a cilindro, che puntava il dito aguzzo e le lettere I WANT YOU; due figure che danzavano voluttuose e lo sfondo di una vasca e il titolo LA DOLCE VITA. Una umana conserta dal sorriso opinabile; quattro tizi con le zazzere a caschetto coi pantaloni, e le giacche, che ostentava anche il tenente quando usciva in borghese: attraversavano in fila indiana una strada camminando su un geroglifico di strisce, e i veicoli primitivi parcheggiati d'ambo i lati.
Che cos'è una fila indiana?
Collezioni di cianfrusaglie sugli scaffali gli appendiabiti. Da far girare la testa.
«Vi conosco, voi due?»
«Soldato scelto Nineveh di Ensi; caporale Lagash Niippuri: sedicesimo assaltatori, reggimento Hanunachi. Dài, coglione: ci visiti ogni sera.»
«Se dovessi ricordarmi di tutti quanti... Che c'ha il tuo amico, l'ha punto uno scorpione?»
«Che cos'è, uno scorpione
«È un segno zodiacale. Ma insomma: che gli è preso?»
«Ho hackerato un olo-pad umano: dieci giga di bacterio-dati in quest'occhio, credo...», Nineveh rantolò, «criptati... non raccapezzo più un cazzo...»
Crollò.
Lagash e il tenente lo soccorsero all'istante; lo sdraiarono sul materasso tutt'impuzzito di marijuana.
«Un olo-pad umano!»
«... ehm, sì: è una brutta faccenda...»
«Ce l'avete, quell'aggeggio?»
«No, ma...»
Ghilgameh sputò che vaffanculo, incapaci!; l'occasione di una vita per giocare ad Angry Birds; Candy Crush Saga e Diamond o Farmville.
Lagash si trattenne dal ribaltarlo con un cazzotto, ché il medico, comunque, non tardò al suo dovere: cavò da un astuccio, che gocciolava disinfettante, una siringa avviluppata di cavi con una porta USB dove c'era lo stantuffo.
Solo a guardare l'ago - un arpione, in realtà; tutt'iscitto di circuiti coltivati - lui fu molto grato non gli toccasse quell'intervento.
«... dieci giga: roba grossa!...»
«Ci è costata una brutta notte e soprattutto un amico.»
«Hai le palle, soldato», Ghilgameh apostrofò Nineveh, «ed io non ho tempo di farti l'anestesia, ché sei al limite, e l'occhio ti esploderebbe. Ma tu te ne freghi, c'hai le palle, ho ragione?»
«C'ho le palle, non voglio l'anestesia.»
Ma il tenente sfoderò la sua pistola a fusione, gliela porse di nascosto e gli soffiò nell'orecchio:
«Sparagli, quando avrò finito: non c'è un dopo.»
Lagash inghiottì, prese l'arma, si accucciò di fianco al letto alle spalle del camerata. Ghilgameh ficcò l'ago in quel bubbone violaceo, Nineveh impazzì di dolore. Il dottore gli si buttò a cavalcioni sul petto, e gli premette con un tallone alla gola ed estrasse i bacterio-dati con quell'orribile arnese.
La cannula si riempì di iridescente gelatina, dei liquidi schifosi dell'occhio e del cervello: filamenti guizzanti vivi, che sfolgoravano luce azzurra, strisciarono, a grappoli, alla porta USB.
Lui trattenne il vomito:
«... quelli... sono i file?...»
«I programmi, le cartelle, se li vedi aggrovigliati. Bloccalo, ché sta dando di matto!»
Nineveh schiumava, decuplicava le forze: si scrollò il tenente-medico da addosso e lo sbatté al pavimento; gli buttò la branda sopra e lo prese a calci in faccia. Lagash lo assalì con un cazzotto alle scapole, gli fece lo sgambetto e lo spinse a bocca a terra: la siringa non si spezzò, lo infilzò più profonda; vide l'ago trapassargli la nuca e, lo stesso, si rialzò per lottare. Quei vermi luccicanti gli scrosciarono dall'occhio, e il parietale si deformò con uno scrocchio disgustoso.
«Brucialo!», strillò Ghilgameh.
Lagash scattò in avanti, stese Nineveh col proprio peso, inghiottì il raccapriccio e afferrò la siringa: gliela tolse dalla ferita e sopportò quel risucchio. Calciò il camerata il più distante che gli riuscì e lo arse con la pistola a fusione: una macchia di grasso nero e di cenere sui manifesti sbiaditi e le reliquie terrestri.
Aiutò il tenente-medico a rialzarsi da sotto il letto, gli procurò del cotone, dell'alcool e delle bende. Gli lasciò la siringa in mano insozzata com'era.
Si sedettero in silenzio e respirarono affannati.
«Non c'era un altro modo.»
«Non mi importa granché.»
«Cazzo, sei un killer.»
«Anzi: a dirla tutta... ci avevo mezzo conto in sospeso, con quello. Era un figlio di buona donna; ci ha messo in un brutto guaio e ha fatto uccidere un buon soldato. Che significa, un killer
«È come dire coi controcazzi.»
«Torno vivo da un'offensiva fallita, tenente: quei file sono il mio alibi.»
«Vediamoli», gli smorfiò Ghilgameh. E connesse la siringa al suo bio-puter portatile. Corrispose ad ogni voce un messaggio di errore: SCEGLIERE APPLICAZIONE - IMPOSSIBILE APRIRE I FILE
«Ci sarà da lavorarci, ma trattandosi di materiale criptato promette molto bene. Vai tranquillo, soldato; con 'sta roba non ti mandano alla corte marziale.»
Nineveh, dopotutto, ci aveva avuta una buona idea.
E il tenente ordinò, nell'interfono col CED, che gli inviassero qualcuno che era bravo a smanettare.
«Liberiamoci dei... resti, intanto», Lagash suggerì. Riordinarono la baracca e spazzarono la cenere. Trascorso un quarto d'ora bussarono alla porta. Aprirono a un moccioso che affondava nell'uniforme, e calzava a malapena l'elmetto ché il pettorale, gli spallacci ed il resto non sembrava avesse il fisico di reggerli. Inforcava alla narice quattro fondi di bottiglia; ci aveva il collo, la fronte alta e le gote puntolinate del pus azzurro di una tarda adolescenza.
«Ti è andato in tilt il porno, tenente?»
Ghilgameh lo accolse serioso e circospetto, chiuse l'uscio e inchiavò la serratura:
«Il caporale come-hai-detto-che-ti-chiami e il giovine, talentuoso, scassailcazzo Tiamati»
Si scambiarono un saluto: e il ragazzo si sedette al bio-puter senza attendere che loro gli illustrassero il problema.
«Wow, è roba fica.»
«È roba umana: decrittala. E guai a te se esce da questa stanza.»
Lagash gli lesse l'eccitazione negli occhi, a quel piccolo bastardo.
«Non si fa in quattro e quattr'otto, cowboy: prenditi una pausa; hai l'aspetto di uno che ne ha davvero bisogno.»
Che cos'era, cowboy?
Ghilgameh lo guardò con altrettanta compassione; no: sufficienza, e annuì che lo avrebbero informato e gli disse di tornare ai suoi alloggi:
«Mi assumo il tuo caso.»
«... potrei anche aspettare qui...»
Ma il tenente gli strinse il braccio più sbrigativo, deciso; e in pratica lo trascinò fuori la porta.
Lagash si rassegnò ad attendere in dormitorio: ma sdraiato su un materasso non riusciva ad addormentarsi. Ora sì, gli avrebbe fatto gran bene, lo avesse preso quell'immemore stordimento che alleviava tutti i giorni le atrocità della guerra. E invece era sul letto e tremava, nonostante la spossatezza; e il conforto delle imposte accostate e...
Notò la dose d'up e il vecchio zippo di Huru. Il vecchio: che gli era appartenuto per molto tempo, insomma; glielo aveva sempre veduto o sul comò o in un taschino.
E pensò che 'affanculo: mi faccio un tiro, mi faccio; si accese lo spinello abbandonandosi agli effetti.
Sull'accendino era incisa un'hacca.
Di Huru.
non ho idea chi sia 'sto Huru.
La penombra, il torpore e la droga lo cullarono finché un colpo lo ribaltò dalla branda.
La luce diurna, torrida, polverosa, lo investì dal battente aperto che cigolava sui cardini. Ghilgameh barcollò appoggiato allo stipite; si inarcò per ingollare una bottiglia e spezzò quel vetro vuoto alla parete antistante:
«Vuoi saperlo, caporale?!»
Accorse anche Tiamati, lo tirò per il grembiule; ma il medico lo rovesciò con uno schiaffo, insistette a colpirlo. E il ragazzo, però, nonostante le percosse, piangeva a convincerlo che stai calmo! Stai calmo! Potremmo aver frainteso!
«'Sto cazzo! È sempre stato così!»
Puzzava a tal punto d'alcool, e di quei soliti intrugli umani, che, pur annebbiato, riuscì a stomacarlo da quei tre metri distante.
«Che accidenti gli è preso?!»
Tiamati gattonò dalle botte dell'ufficiale:
«Tu!», gli puntò l'indice, «La tua roba terrestre!»
«... io... non capisco...», lo guardò inebetito.
Ghilgameh ruttò e scoppiò in singhiozzi, si tastò furiosamente alla cintola e s'accorsero, ohcccazzo!, che aveva l'arma con sé. Si ripararono dietro un letto e si sporsero a sbirciare, e il ragazzo scorreggiò dalla fifa.
«... dea santa!... dea santa!...»
«Cosa c'era in quei file?!»
Ghilgameh fuse due brandine, a casaccio; e aprì in una parete un foro nero, fumante. Gorgogliò come un idiota. Puntò loro la pistola e li mancò di troppo poco; diede fuoco al materasso e fece sciogliere le molle.
Lagash, e Tiamati, si appiattirono in un angolo: non c'era da ruzzolare di qua o di là; un altro raggio li avrebbe disintegrati. Impietrito guardò negli occhi il demente e...
non è per una sbornia, non è fuori di testa: si specchiò in un fondo nero di assoluta disperazione.
«... dài, ascoltami signor tenente...»
Gli tremarono le parole.
Ghilgameh si infilò la canna nell'orifizio: cadde a terra senza testa in una macchia di appiccicume.
«... ohsssanta!...», frignò Tiamati.
Lui agguantò il moccioso per il bavero, lo sbatté alla parete:
«Ti ho chiesto: cosa c'era in quei file?!»
L'altro lo guardo fisso: «devi vederlo con i tuoi occhi»; gli accennò di seguirlo alla baracca del medico.
Lagash si accorse dei ficcanaso, parecchi, che si affacciavano ai dormitori a domandare dell'accaduto: chi avesse da sbraitare; cos'era stato quel ronzio quel tonfo e quest'odore di raggio termico.
è la voce del tenente; era un colpo di pistola...
«Muoviti: siamo entrambi nei guai.»

Quei dati galleggiavano sull'olo-schermo del bio-computer; larve elettriche, organiche e matematiche nello squallore raffazzonato dei laterizi e le travi, il puzzo degli alcolici e gli scarti di infermeria. Tiamati scorreva l'indice sull'olo-icona del mouse: già da dieci, venti volte da una cartella alla successiva.
Le stesse.
«Vai avanti. Torna indietro», lui gli ripeteva: e un'incredula rabbia lo stringeva alle viscere.
«Rassegnati, cowboy.»
«Sei sicuro di non avere commesso errori?»
L'altro gli ostentò, indispettito e col petto in fuori, quella mostrina color limone e ricamata d'un fulmine:
«Sono un hacker di prima classe, coglione. E fai come i bambini, se non sai leggere o raccapezzi: guarda le figure. Tavole anatomiche e prospetti dna.»
Ma che cos'era, color limone?
«Potrebbe essere un loro scherzo.»
«L'accesso è riservato agli ufficiali superiori: neppure quel capitano cui l'hai rubata, forse, sapeva di avere questa roba nel neuro-disk.»
«Nineveh, l'ha rubata.»
«Mi ascolti? Lui neppure poteva leggerla: non è un gioco.»
«... povero tenente!...»
«Gli è crollato il cosmo addosso in un botto; e sì: Ghilgameh lo capisco.»
Lagash stesso faticava a restare lucido: sentiva sfilacciarsi i pensieri più sottili; li portò un vento nero, subdolo e gelato come fossero i fiocchi sparsi e i lacerti di un aquilone. Non li inseguì in un labirinto di congetture spalancatosi tutt'un tratto nel suo cervello fin i suoi visceri: non ne sarebbe tornato sano.
che cos'è un aquilone?
io... dovrei saperlo
ora sì
che adesso
dovrei saperlo
«Non esistono le grandi stelle e la patria, non c'è una causa santa», Lagash inghiottì, «siamo un loro prodotto bellico; la loro copia alterata.»
«Sì e no un anno di vita dalla provetta alla prossima offensiva: loro tattiche e strategie, loro equipaggiamenti; loro armi e...»
«Loro morti, però: come i nostri.»
«Non esistono i nostri e i loro», Tiamati si incupì.
Lui sentì che lo chiamavano dall'esterno, due voci: e percosse di manganelli sulle lamiere, sugli usci. Soldati che rispondevano io no: non lo conosco; o che dicevano non l'ho veduto e marca visita già da un pezzo.
Sbirciò da una finestra:
«... polizia militare», con le fondine già sbottonate e le tre dita alle celsius, «non vengono a arrestarci...»
L'altro smorzò il bio-puter, lo insaccò in una zaino, ruppe la siringa con il tacco dello stivale: sparse la gelatina sotto un tappeto terrestre con le stagnole di Ovetto Kinder cui si ingozzava il tenente.
«Filiamo.»
«Hai un piano moccioso, sì?»
Sgattaiolarono, di baracca in baracca, allo zoccolo in mattonato di un'antenna satellitare: la porta era terribile di avvertimenti di RADIAZIONI; SOSTANZE NOCIVE; interdizioni al PERSONALE NON AUTORIZZATO e INDOSSARE LE PROTEZIONI in stampatello maiuscolo.
Rosso.
Ora che sapeva che quella lingua era un falso; l'alfabeto e il proprio idioma un'invenzione terrestre, quelle lettere gli sembrarono scarabocchi superflui. C'era scritto di MORTE, e non ne aveva paura: era un fake restare fritto contaminato.
es ist faux, tu me entiedes, cowboy?
E quei teschi verniciati sull'acciaio dello stipite... - ma perché, mannaggia a loro, non ci avevano mai fatto caso?! - … con due narici, due sole orbite e i troppi denti.
Terrestri.
«Non è una grande idea, suicidarsi lì dentro.»
Tiamati digitò sui pulsanti alfanumerici, la serratura si illuminò, e il battente blindato grigio scivolò su una guida.
Entrarono in quel rifugio tutto stipato d'ogni ben di dea; scaffali e scaffali di scatolame e pacchetti, una poltrona di pelle lucida, intatta, e una lampada a stelo che si incurvava su un letto vero. I cavi, i condotti, le bio-pile, e i pannelli di strumenti cui dipendeva l'antenna, gracidavano monotoni in sì e no la metà del locale, niente affatto pericolosi in una teca anti-termica.
«... divieto di accesso, eh?...», Lagash si stupì.
«Essere un addetto in gamba alla guerra bio-tecnologica», il ragazzo gli offrì da bere, mise un disco su un centenario apparecchio che suonò WACHET AUF RUFT UNS DIE STIMME da una specie di cornucopia; «c'ha i suoi vantaggi, cowboy.»
Che cos'è, una cornucopia?
«... e non insistere, con 'sto cowboy...»
«È un sacco fico.»
«Ma è troppo terrestre.»
«Mi prendi per il culo?»; si scolò un altro bicchiere.
La musica era bella, gli diede pace ascoltare. Restarono in silenzio sulla poltrona e sul letto. Si raccucciarono ginocchia al petto mortificati nell'alone azzurrato della lampada a stelo.
Perché, mortificati?
Un orologio li avvertì che era già calata notte, e il gelo del deserto si insinuò fin il rifugio. Un fiato caldo dal puzzo chimico eruttò da un diffusore, e tempo un quarto d'ora si asciugarono la fronte.
«... è un forno, però, 'sto tuo rifugio...»
«La parte organica dell'apparato satellitare deve essere mantenuta fra i trentasette e trentotto gradi: ci si fa l'abitudine. Hai pensato a domani?»
«Sarebbe a dire?»
«Non ci verranno a cercare qui, ma non potremo star rintanati per sempre.»
«Sei tu, quello intelligente.»
«Non sono io, che ho disertato e c'ho il pepe al culo.»
«Siamo noi, che in pratica abbiamo ucciso un ufficiale.»
Che cos'è, il pepe?
«Va' a farti fottere.»
«Ho pensato a stanotte.»
«Cioè?»
«Se entrambi sapessimo... se ammettessimo l'evidenza di esser loro inferiori... la smetterebbero, questa guerra razzista? La smetteremo, noialtri?»
«Da che ho letto qui dati», Tiamati esitò, a parole che aveva pena a pronunciare, «mi vergogno di esistere; mi sento in colpa, ad esistere. Sarebbe già presuntuoso ci accontentassimo di un altro mondo.»
«Sai cosa?»
«... non esistono altri mondi...»
no, non esistono
Il barrito dell'aria calda, il tic-tac dell'orologio, e il ronzio della puntina in una pausa sul disco nero. Bio-chip della parabola che ansimavano addormentati.
«Ma a chi ne parliamo?! Quello giusto era Ghilgameh!»; il ragazzo calciò di rabbia quell'apparecchio sonoro: e un antico vinile, che cantava ZION HÖRT DIE WÄCHTER SINGEN, si spezzò contro uno spigolo in affilate metà.
«Ho in mente un'alternativa: vestiamoci pesante», premette i tasti per riaprire il portellone e si affacciò nel buio gelido del deserto.

Vignola si imporporò, sgranò tanto d'occhi - se pure quei due soltanto non lo facevano così sorpreso... - e i soldati terrestri che li tenevano sottotiro, li trascinavano ammanettati fino all'ufficio del capitano, ciacolarono col superiore altrettanto sbigottiti.
Sì: Lagash non capì cosa si dissero e bestemmiarono, forse; ma il senso doveva essere, pressappoco, che i mostri erano pazzi a ritornare in quei paraggi, di notte, e disarmati, e consegnarsi spontaneamente.
Aspettate di ascoltare cos'ho da dirvi, ghignò; poi la vedremo, chi andrà fuori di testa.
Tiamati gli si strinse come alle gonne di mamma: tremava, ma gli brillavano altresì le pupille di una foia intelligente per il mostruoso e diverso:
«... sono orrendi, da vicino!»
«... e se vedessi quando spari ed esplodono, che brodaglia schifosa...»
«... e parlano una lingua che dà ai nervi ad ascoltarla.»
«Occhio, ché quello là ti capisce.»
«... sono osceni: non so...»
«Sono loro, il paragone: pensa che ci hanno fatti per suscitare lo stesso effetto, probabilmente.»
«Tutt'a un tratto mi viene il vomito di me stesso», il moccioso si azzittì.
Vignola lo accolse con un cazzotto allo stomaco: Lagash, con quel poco di fiato, scherzò che era un piacere ritrovarla, capitano.
E il terrestre scrollò Tiamati per il collo e lo tenne a una parete:
«Che cos'è, un adolescente? Non ne avevo mai veduti.»
I tuoi genitori c'hanno figli normali?!
«Lo sa meglio di me e di lui: ci avrà tre settimane... se ci sfornate e riciclate in un anno.»
«Tu, sei quello che l'altra notte è scappato da questo campo. Con i tuoi fottuti amici. M'hai ucciso un soldato. Quest'altro stronzo non lo conosco.»
quali amici? ero solo
non mi ricordo
di aver ucciso
«M'hai craccato il bio-puter: sono un medico, cazzo! Questo è un ospedale; cosa cazzo ti aspettavi di trovare, in quel cazzo di neuro-disk?!»
«Ci arrendiamo», Tiamati rantolò, «Vorremmo fare in modo... di arrenderci tutti quanti: è la vostra, la causa giusta...»
«Sareste un'ambasciata, voi coglioni qualunque?!»
Vignola li insultò fino a arrochire, si imperlò di furore: la sua rabbia autorizzò gli altri soldati a malmenarli, e spintonarli, e farli neri con il calcio dei fucili. Restarono stesi a terra e arrossarono il pavimento.
Lagash, dolorante, riuscì a rialzarsi in piedi, viso a viso a quell'ipocrita terrestre:
«Dài, capitano: se lo abbiamo scoperto... Lo sapete anche voialtri. Sei un dritto, conosci la nostra lingua: non vorrai farmi credere che è un caso.»
«Che cazzo stai dicendo?!»
«Non ho sottratto tutti i dati dell'olo-pad...»
«Tsè, ti piacerebbe.»
non li aveva hackerati lui: chi li aveva hackerati?
«... ma ho sottratto quei dati: hai capito quali intendo. Noi non siamo così diversi; tutto il cosmo è paese... Ti suona familiare?»
«È stato un bel lavoro», Tiamati annuì.
Vignola si raffreddò, e sbiancò tutto ad un tratto; fece cenno, agli altri uomini, che se ne andassero dall'ufficio. Lo guardarono, strabuzzarono, e li cacciò in malo modo; chiuse l'uscio e lo serrò col catenaccio. Crollò seduto sulla seggiola sbigottito ché neppure li invitò ad accomodarsi; Lagash, e il ragazzo, si appoggiarono sul suo letto. Lo sporcarono di sangue e lo stesso non obiettò.
«... e i vostri simili, la vostra specie: glielo avete già detto?...»
«Lo sappiamo noi soli. Vorremmo, però: ché finirebbe la guerra.»
«Non ne sono così sicuro.»
«Dottore!», Tiamati singhiozzò, «Caleremmo le braghe! Siamo un vostro scarto; noi non esistiamo! Muoiono vostri uomini come i nostri soldati: non ce n'è nessun bisogno, sospendete la produzione.»
Vignola sospirò, li guardò con occhi lucidi; stornò da loro con una smorfia quasi in ribrezzo di sé medesimo. Si spostò ad una finestra a detergersi alla luna, gli fosse stato possibile:
«Sarebbe peggio di quest'eterno conflitto... dicono i governi.»
«Cosa sono, i governi
«Bah, lasciate perdere: è troppo complicato. È già un miracolo non vi confondano quegli imprinting, i ricordi, le esperienze sensoriali, che sopravvivono in quella merda genetica che hanno usato per fabbricarvi.»
«... siamo pure robaccia...», Tiamati si corrucciò.
«Ne avete spesso, di déjà vu.»
«Non so nemmeno che cosa siano.»
«Dov'è morto John Fitzgerald Kennedy?», chiese il medico a bruciapelo.
«Era a Dallas, nel Texas, assassinato; ventidue di novembre del millenovecentosessantatré.»
oh, dea santa...
Gli risposero in coro.
«... e non sapete chi fosse Kennedy, dov'è Dallas, il Texas, né conoscete il calendario terrestre... Ah, per inciso: non siamo nel ventottesimo secolo, è la fine del ventunesimo. E però faceva fico, gli alieni che ci invadono nel futuro: la fantascienza ci ha già abituati a questo genere di cose.»
Che cos'è, la fantascienza?
Lagash, e il moccioso, si fissarono istupiditi.
«... e insomma, capitano: qual è il nostro scopo?»
«Questo pianeta s'era ridotto davvero male...»
«Quando, nei tempi antichi?»
«Sì e no trent'anni fa», Vignola stirò le labbra, «la vostra specie non è più vecchia di tre decenni. Ci saremmo scannati, e non siamo più capaci di crescere e edificare. C'era bisogno di un nemico comune cui dare le colpe dei nostri fallimenti, che incarnasse le paure e contro il quale sfogare la nostra rabbia. Questa Terra era piccola e affollata; le nazioni, le culture e le etnie già mescolate e globalizzate. Dovevate essere mostri e venire dallo spazio: banale, no?»
«Sono chiacchiere che ho sentito anche dai nostri, capitano: che la guerra è propaganda, perché in patria le cose vanno male. Non ci prendere per il culo, siamo già abbastanza finti.»
chiacchiere, noialtri
propaganda e
la patria
«... e il peggio, infatti, non è noto manco a tutti i terrestri...»
«Qual è?»
«È curioso ci sia incontrati da queste parti, dove tutto è incominciato.»
«La nostra fabbrica è nei paraggi?»
«Non vi ho detto che è peggio

Vignola li medicò, tolse loro le manette e slacciato il cinturone lo lasciò a un appendiabiti:
«... ché adesso, dove andiamo, non servono le armi...»
Si spogliò dell'uniforme, del camice, e si imbruttì di una tuta da lavoro già logora e impolverata e rappezzata alle bene e meglio. Schiuse l'uscio, i soldati li circondarono: increduli, nervosi e coi fucili spianati. Lagash, Tiamati, si strinsero al dottore. Quello diede un ordine, abbassarono i fusori: e balbettarono chissacché e li lasciarono passare. Attraversarono l'ospedale e scavalcarono un muricciolo: gli energumeni becchini coi cadaveri e la calce, che ammucchiavano corpi nudi in una fossa di calìce, li guardarono passare e si grattarono gli attributi, sputarono, tornarono annoiati alle incombenze coi morti.
i loro inutili
e ingrati morti
Si lasciarono alle spalle le tende bianche e la croce rossa, si incamminarono all'ombra nera nel cielo nero di una ziqqurat maestosa nonostante i bombardamenti. Un immobile trampoliere, un airone o cicogna, luccicava di luce candida e lunare su una torre sbreccata, e feriva l'oscurità di uno stridulo richiamo.
Lagash si domandò la differenza fra un airone e cicogna.
Scomparirono nel buio fitto e l'imponenza dell'edificio: c'era un'antica e solenne continuità fra la notte, il deserto e la parete di pietre; non avrebbe saputo dire che cos'era invalicabile, sepolcrale; che cosa l'una o che cosa l'altra.
Tiamati, strano!, non si azzardava a una sillaba. E in effetti anche a lui, ogni parola, adesso, suonava un'idiozia.
le piramidi del suo pianeta
che cazzo di piramidi,
che cazzo di pianeta?
«Fa sempre un certo effetto», Vignola schiarì la voce, «che ad appena una passeggiata dal fronte... la guerra, le nostre beghe, si ammutoliscono al cospetto...»
di che cosa, dottore?
Salì di slancio i gradini dello ziqqurat con una smorfia che lascia perdere: ho detto una cazzata; quei pensieri debolissimi che si smorzano nelle tenebre.
«Seguitemi, comunque.»
Passarono tre rampe, fino a un tempio su una terrazza dell'edificio: varcarono un arco buio ed entrarono nel santuario. Vignola lo illuminò con una torcia di luce bianca: pannelli a mosaico e caratteri cuneiformi; bassorilievi di déi e uomini e polle ed anfore in una vasca.
«... è un luogo di culto...», Lagash indovinò.
E il medico puntò la torcia su una parete, mostruosa, di ibride creature con abiti bizzarri: macellavano i terrestri a capo chino di fronte a loro; membra sparse su una tavola e raccolte in una cesta.
«Che cos'è, vi fanno a pezzi?»
«Lo interpretammo così... finché non comprendemmo che andava letto nel senso inverso.»
«... non tolgono braccia e gambe..», Tiamati rabbrividì.
«Alla base c'è un'iscrizione.»
«Che cosa dicono, quei chiodini?»
«Non è un'amputazione: ci stavano assemblando. Non siamo così evoluti, in genetica: la procedura per fabbricarvi l'abbiamo copiata da quegli alieni; si insediarono da queste parti: perciò avete nomi ispirati alla loro storia. Ci hanno fatto millenni fa a brutta copia di loro, e il processo è continuato per secoli.»
«... siete finti, voi umani...»
«Non è manco il nostro mondo, siamo solo una bugia: raccontata da molto prima e più sfacciata di quella vostra.»
«Per che cosa vi fabbricarono?»
«Si allude a scopi infimi», Vignola scrollò le spalle, «a agnelli da olocausto.»
Puntò il raggio all'architrave e la rampa e accennò ché si scendeva e non c'era altro da dire: il silenzio, l'oscurità, ringhiottirono quel mosaico. Si fermarono su un gradino alla base dello ziqqurat.
Tremarono nella notte.
«Capitano, c'ha una sigaretta, ché le terrestri sono migliori di quelle nostre?»
«Tenetevi il pacchetto», l'ufficiale ne accese un paio, gli infilò la stagnola in tasca con uno zippo decorato a donne nude; cavalcavano Harley Davidson con un elmetto nazista, sieg hail.
Che cos'è un'Harley Davidson?
«Casomai me le riprendo dal tuo cadavere, domani.»
«Domani è un grande giorno.»
Si godettero le loro Marlboro; le tolsero al moccioso ché dopo un tiro tossì di brutto.
«Ci si ammazza, domani!», si sbracciarono entusiasti.
Lagash guardò l'umano allontanarsi in quel buio; Tiamati, accanto, continuava a sputare fumo. L'airone, la piramide, le tende bianche e quel verso stridulo. E un sonno tutto nero che lo offuscò all'improvviso.