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sabato 26 luglio 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 4


4.
La botola dava accesso ad un rettangolo di cemento seppellito fino all'orlo nel calìce e nel ghiaccio; uno strato di muschi, il terriccio, la neve, ne occultavano in gran parte l'estensione e il perimetro.
«... ma dev'essere molti metri quadrati...», Lebedev stimò. Percorreva lo zoccolo, molti passi più in là, lo batteva con il calcio del fucile: toc toc.
«È il settore più grande dell'intero complesso», Anatoliy annuì. Infilò la lunga chiave nella porta corazzata, la girò dieci volte: all'interno di quel guscio di metallo, e rivetti, si sentì tutt'un frinire di ingranaggi e grilletti.
Uno sbuffo d'aria gelida e stantia, un pulviscolo ghiacciato, puzzolente di cloro, li investì dall'oscurità dietro l'uscio blindato.
«Brutto, brutto posto tovarich kommissar», mugugnarono gli uomini.
«Lebedev, Roman: restate nell'hangar. Zhenia, Vasilyev: appostatevi nella base. Medvedev: stai qui. Se vedete un finlandese all'orizzonte, trinceratevi nel capanno, difendete il trasporto. Sergente, Kotov: scenderete con me.»
«... proprio me dovevi scegliere?...», il soldato piagnucolò.
Plotnikov lo tirò per un orecchio:
«Sei smilzo, una lepre: il migliore, dentro un tunnel.»
«... inoltre», Anatoliy gli ricordò, «l'alternativa è una pallottola in testa.»
Gli uomini scattarono fin i posti assegnati, loro faticarono a spalancare la botola e bloccarono l'ingresso con un tronco schiantato:
«Voglio avere via libera, se dovessimo...»
Inghiottì quello scappare sotto il bavero stellato: non era un'opzione da Commissario Politico.
«... risalire piuttosto in fretta», gli ammiccò Plotnikov.
Tastarono la parete tutt'attorno allo stipite: brina, metallo; incrostazioni di vegetali e di ruggine e finalmente l'interruttore. Fioche e sparute plafoniere ferrate, che spandevano luce fredda e incolore, rischiararono un labirinto di condutture e di gabbie, tubi incastonati nelle pareti e il soffitto e counter appannati che gracchiavano cifre.
Frecce, avvertimenti e cartelli dappertutto: epperò in finlandese.
«Ci capisci, sergente?»
«È roba tecnica, commissario», ma indicò la riga gialla e ininterrotta sul pavimento, «va a quell'unica porta.»
«Precedici, Kotov.»
Il soldato strinse i denti, imbracciò il Mosin-Nagant, e tirò quel portellone alla parete di fondo.
Un mostruoso fracasso.
«Ohcccristo!», strillò.
Fu travolto da una cascata di scatolame e stagnole: aringhe, cioccolata, fagioli e tabacco; liquori, sottaceti, gallette e sale e zucchero.
Anatoliy si indignò, che non ci fosse del tè.
«... del resto, sono mikko!», calciò quella robaccia; rialzò per una spalla quell'imbecille di Kotov che guaiva spaventato sotto il mucchio di viveri. Gli rimise il fucile in mano, gli soffiò sulla faccia, lo sbatté contro la porta che gemette sui cardini; «È una cella alimentare, non è la bocca dell'inferno!»
Il sergente scavalcò quel ben d'Iddio sottovuoto, ed entrò nell'altra stanza con la pistola puntata.
Si irrigidì nel disco freddo d'un faro:
«... non proprio, tovarich kommissar...»
Lo raggiunse dall'altra parte: tutt'un tratto gli schifarono tutti i cibi stipati là.
Nell'elettrica penombra del magazzino sepolto, fra gli scaffali di scatolette e pacchetti, giacevano dieci corpi su altrettanti bancali; assiti incrociati su cavalletti e treppiede e sudari di incerata su una coltre di paglia.
Sistemati alla bene e meglio. Scomposti. Violati.
Nel lugubre e monotono bramito dei tubi, l'essudare oleoso, il tintinno degli aghi, il freddo azzurrava quei cadaveri disgraziati con i polsi o con le gole recise, anneriti da un tossico o slogati e fracassati. Strozzati dal cappio che arrossava i gargarozzi. Quattro uomini, sei donne, fra i diciotto e cinquant'anni; con un camice da medico come quello del vecchio.
«... eccoli, i colleghi...», Anatoliy intuì.
Kotov, poveretto, si fermò sulla soglia.
Plotnikov li esaminò da più vicino, si azzardò di toccarli con la canna dell'arma:
«Sai che cosa penso, tovarich kommissar
«Sono tutti suicidi: sì, credo anch'io. Quel vecchio, era l'ultimo sopravvissuto; s'è occupato di loro.»
Un sospetto lo attraversò: alzò gli occhi a quell'intrico metallico che occludeva le pareti e il soffitto, e sbirciò con attenzione nel chiarore delle lampade.
Il sotterraneo era zeppo di dinamite. Molti più candelotti dell'esplosivo nel gabinetto.
«... poi, voleva andarsene alla grande...»
«A che cosa, sopravvissuto?», il sergente impallidì, «Se fosse un'epidemia, non saremmo già infetti?»
«... non voglio ammalarmi!...», Kotov si segnò.
Lui puntò la Tokarev alla tempia dell'inetto, gli schizzò le cervella sull'uniforme di Plotnikov. Il giovane strillò. Anatoliy lo azzittì con una mano sui labbri, l'impietrì con lo sguardo:
«L'hai ucciso di paura, compagno sergente.»
Medvedev, agitato, vociò dall'ingresso:
«Chi ha sparato?! Cos'è successo, tovarich kommissar?!»
«Muoviti, raggiungici: ci serve un ricambio.»
Kotov, steso al suolo, non aveva metà del cranio: quell'altro, trasecolato, si appiattì alla parete. Gemette. Anatoliy, in silenzio, col revolver fumante, lo gelò con un'occhiata. Spietato. Non ammise domande. Il sergente annuì. 
Si inoltrarono cupi nel magazzino dei morti.
Le pile dei pacchi, le mensole e i cartoni, le scatole e le latte, rovesciate dovunque, li obbligarono a uno scomodo percorso fino ad un portellone all'altro capo del dedalo.
Questo sì, ch'era pesante e blindato.
Uno scrupolo o folle o disperato, l'inutile lavoro d'uno sciocco o inesperto, avevano tentato di interdire quella soglia con una trave incrociata a un'altra e conficcata al terreno.
«Tsé, figuriamoci: i chiodi nel cemento», Medvedev le tolse. Caddero sul pavimento con i cartelli kielletty; hengenvaara; la medesima scritta, a carboncino e vernice, sul soffitto e le pareti tutt'attorno alla porta.
«Proibito, immagino?», Anatoliy ghignò.
«... e pericolo di morte; tovarich kommissar...»
«... ma abbiamo la chiave...»
Un'altra serratura che obbediva a quell'attrezzo.
Quattordici giri, stavolta: una cosa dodecafonica che manco Webern al teatro Bol'šoj.
Una fitta alla testa.
Una scarica elettrica.
Anatoliy barcollò nausetao, stordito: le due facce sbiancate, e madide degli altri, gli fecero capire che anche loro, probabilmente...
Vertigini: un batter d'occhi e passò.
«Che cos'era, commissario?»
«L'aria chiusa, le muffa e quei cafaveri: è tutta roba che è andata a male, qui sotto», si coprì la bocca e il naso con la sciarpa avvoltolata, «Tutt'a posto, così: spalanchiamo.»
S'infagottarono e l'aiutarono col portello.
L'aprirono.
Gli orrori galleggiavano in cisterne di formaldeide nella livida sozza luce delle lampade sul soffitto; la stanza era assordata dagli apparecchi, le macchine. Il suolo era un intreccio di bocchettoni, di cavi, di gomene di caucciù riavvoltolate e ritorte; il termometro segnava gli otto gradi sotto zero: le pareti, il metallo e le teche luccicavano di freddo e essudavano condensa, e i boiler gocciolavano in insalubri pozzanghere.
Ma le cose bollivano, nei cilindri di vetro, in quel composto color orina che ne impediva la corruzione.
«Ohsssantamadre santa madre santa madre!», Medvedev guaiolò, «Dio! Cosa sono?!»
«Animali dell'Artico», Plotnikov l'azzittì, «Pesci, crostacei... molto brutti, ma animali: sta calmo, soldato.»
Non erano pesci.
Anatoliy strinse il braccio al sergente: si era accorto, che gli tremavano le ginocchia; si scrollava le braghe già inzuppate di fifa.
«Hai saputo indossarla, la tua faccia da guerra: bravo, ragazzo», gli scherzò nell'orecchio. E ordinò con noncuranza al soldato di mettersi un passo indietro di sentinella alla porta, «Medvedev, stai là. Che ne pensi, tovarich Plotnikov?»
Ma ammanco per il cazzo: né crostacei, né pesci. Quattro vasche di abomini che fluttuavano nel siero.
La prima era datata all'847; conteneva un colosso, all'incirca tre metri, a metà fra un orangutan e un orribile struzzo. Una targa in ottone recitava selenitus.
«... abitante della Lu...»
Anatoliy, dito al labbro, gli smorzò l'entusiasmo:
«L'ho capito: ma sta zitto, sì? S'era detto animali, con il povero Medvedev... e quell'uomo mi serve, ché ne sa di motori...»
La cisterna più piccola, ch'era quasi una botte, conteneva un ominide disgustoso con i denti e con gli artigli affilati; flaccido, nero, sei pollici d'altezza, con i grumi oculari come quelli d'un ragno. Quell'orrido viso, raggrinzito, senile, e quasi incastonato nel torace di un feto, gli sembrò che esprimesse bellicosi propositi. Sul cristallo c'era scritto 40.
«... un neonato deforme...»
«Auguriamoci sia così.»
Un'oscena seppia bipede con le chele e proboscide, con un ciuffo d'occhi neri, la statura di un uomo, occupava la terza vasca con l'etichetta Sirii B.
Anatoliy, il sergente, si guardarono ammutoliti.
L'emicrania, la nausea, li soffocò un'altra volta.
Qualcosa lo costrinse a trascinarsi alla quarta cellula, crollò sulle ginocchia al cospetto dell'essere.
Lo schifò più degli altri.
Su un addome rosato, e villoso d'anellide, si sviluppavano un torso obeso e sudato e una testa sproporzionata e chiazzata dall'alopecia. Ma umana. Gli arti, atrofizzati, si appiattivano in pinne; la mascella era deforme d'un abnorme dentatura.
Non c'era una targa, sul cilindro di vetro.
Anatoliy cavò di tasca la sua busta degli ordini e spiegò l'identikit dell'NKVD: quel disegno delirante di abomini su una vela, nel cielo.
«Ne abbiamo... trovato uno?», balbettò Plotnikov.
«È identico, sergente.»
Una scarica al cervello lo sdraiò sul pavimento; il ragazzo gli crollò sopra, svenuto. A stento capace di rialzarsi sui gomiti, la paralisi dolorosa lo inchiodava dov'era, latrò che Medvedev corresse ad aiutarli.
Si accorse che il soldato era steso, sull'uscio, e arrossava la soglia d'un abbondante epistassi.
Con gli occhi rovesciati.
Un'altra scarica l'irrigidì indolenzito e costretto, supino, sotto il silo del mostro.
L'ebollizione di formaldeide, la vibrazioni dei macchinari, titillarono quell'addome e quella coda di verme. L'abominio si imporporò e si contrasse, si distese nel liquido; unse il cristallo d'un icore biancastro.
Anatoliy inghiottì i conati.
Il pensiero di un intruso gli bruciò nel cervello; quella cosa aprì gli occhi.


(...continua...)

martedì 22 luglio 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 3


3.
Sfondarono lo spinato, proseguirono mezz'ora in rettilineo fino a dove l'orizzonte scintillava di laghi. L'autocarro, crivellato, orinava carburante: seminò una portiera, un cerchione, lo sportello del cofano, svaporò dal radiatore e si spense reclinato.
Scoppiò un copertone.
Smontarono.
Si sedettero su un tronco d'albero, di traverso alla strada, ad attendere che Lebedev si esprimesse sui danni.
«È andato, tovarich kommissar.»
Anatoliy espettorò un 'affanculo al carcame inservibile e foracchiato del GAZ, si arrampicò fin il cassone tranciato e scrutò ad occidente. Il bagliore dell'acqua gli ferì le pupille. Una macchia di tetti, d'ardesia e di legno, marcava le propaggini di una piccola cittadina.
«Joensuu», tirò a indovinare, «quaranta chilometri: non sono granché.»
Ma i volti ingrigiti, l'espressione degli altri, gli fecero capire che non ne avevano le energie. Ancora rabbrividivano dell'imboscata, dei morti; con il groppo alla gola per i loro caduti. Il sergente ebbe il fegato di parlare per tutti:
«Avremo ancora addosso gli sciatori nemici: ci serve un trasporto, tovarich kommissar
Anatoliy annuì. Un complesso di edifici cenerognoli, piatti, con i tetti innevati, gli apparve di là degli alberi mille metri distante. Chiese a Plotnikov gli prestasse il binocolo:
«Assomiglia a un deposito», lo descrisse ai soldati, «forse è un ospedale, non è fortificato. C'è un hangar: magari fa al caso nostro. Chi va in esplorazione?»
Medvedev e Zhenia si avanzarono dal gruppo, armarono i fucili, lasciarono gli zaini:
«... ma stateci alle costole...», sorrisero ai compagni; sgattaiolarono nella macchia in direzione dell'obbiettivo.
«Avanti anche noialtri», Anatoliy ordinò, «due, trecento metri da loro: se restassimo attorno al camion, ci beccherebbero troppo facile.»
Strisciarono nel bosco.
Medvedev e il marconista, allo scoperto dagli alberi, si buttarono pancia a terra nella neve e le driadi: si fermarono in silenzio, con il dito sul grilletto, con i sensi ai movimenti e i rumori tutt'attorno.
Anatoliy lesse loro le labbra: sillabarono tre secondi, si scambiarono l'occhiolino.
Nessuno. E il muggito ininterrotto del maestrale nella tundra.
Scattarono in piedi, cento metri di corsa. Si acquattarono di nuovo stesi: sbracciarono. La squadra avanzò. Affondarono fino al muso nella coltre gelata.
Da vicino poté notare che quegli stabili, piatti, abbondavano di antenne, parafulmine e d'ottiche; di attrezzature da carotaggio, conficcate nel ghiaccio, di amperometri, di termometri, di barometri o che cos'altro.
Che la porta dell'hangar era appena socchiusa. Che una traccia di cingoli insozzava la neve.
Cavò di tasca la sua mappa di Carelia, la porse al sergente:
«... è una specie di stazione: è segnata? Cos'è?»
«Rilievi petroliferi e osservatorio meteorologico», Plotnikov confermò, «postazione duecentocinquantacinque; proprietà finlandese: è dismessa, però.»
«Uhm. Dismessa», lui si impensierì, «quella impronta da carro armato suggerisce il contrario.»
Medvedev e Zhenia raggiunsero un cancello, scassinarono coi coltelli tre lucchetti arrugginiti. Anatoliy scorse un'ombra furtiva che s'acquattava a una finestra del pianterreno. Udì il clac di un colpo in canna e il tossito d'un lanciarazzi.
«Toglietevi!», gridò.
Una vampa accecante atterrò i due soldati, e si spense in una nube solforosa e scarlatta: si rialzarono entrambi, intontiti, anneriti, barcollarono all'indietro e si accasciarono nella neve.
Ma illesi.
«Kaukana!Pakeni!», sbraitarono da dentro.
«... ohcccristo, un bengala!», Plotnikov sospirò, «per un attimo ho temuto... state bene, ragazzi?!»
Medvedev e Zhenia, pancia a terra nella coltre, gli risposero che sì: sbruciacchiati ma tutt'apposto.
«... è proprio abbandonata!», Anatoliy si imbestialì, «Che cosa ha detto, quel mikko stronzo?!»
«... di andarcene, penso...»
Sfoderò la pistola:
«All'attacco, compagni!»
Si lanciarono all'assalto della rete e del cancello, e i proiettili di Degtyaryov sbriciolarono i lucchetti.
Dalla base sibilò un altro razzo, gli scoppiò a pochi metri contro il tronco d'un abete: lo lasciò abbacinato. Lui guidò la carica, continuando a sparare, e cozzò, quasi cieco, sul portone dell'edificio. Incrinò la lamiera.
«... l'importante è l'esempio...»
Plotnikov e Roman insistettero a spallate; l'ombra, alle finestre, salì al secondo piano. Crivellarono le vetriate e la facciata di calcestruzzo, si sdraiarono accecati dall'ennesimo bengala.
«... Kaukana!Pakeni! Se on omaksi parhaaksesi!...»
«... ché è per il vostro bene...», il sergente tradusse.
Anatoliy si sfregò gli occhi con un pugno di neve, si scrollò dal bagliore e il bruciore dello zolfo.
«Ci sfotte, coi suoi petardi?! Tutti dentro, compagni!»
Ribaltarono l'uscio. E irruppero gridando, vomitando proiettili, nell'atrio abbandonato d'una specie di ambulatorio.
Flebo, alambicchi, lettighe e scaffali. Cannule, provette, microscopi e flaconi. Tavole anatomiche di creature dell'Artico: pesci, soprattutto, molluschi e crostacei. Frigoriferi in funzione e bottiglioni di formaldeide.
Ma non c'era nessuno.
Una raffica di Roman sparse i liquidi e i cocci, e strappò dalla parete quei disegni di autopsie.
«Fermati, imbecille!», lui lo trattenne.
«Occupiamoci innanzi tutto dell'entusiasta dei razzi», Plotnikov si incattivì; e fece cenno a Vasilyev e Kotov lo precedessero su una rampa: salirono.
Dall'alto un singhiozzo:
«... kaukana, minun Jumalani... »
Si affacciò sui gradini.
Lo centrarono al petto.
La pistola lanciarazzi rotolò sul pavimento.
«... era un vecchio, ohsssignore», il sergente trasecolò, «e non era un soldato...»
Anatoliy si inginocchiò su quel cadavere in camice: con termometro, stetoscopio, torcia elettrica e stilografica nelle tasche d'un tweed trapassato dai colpi. I pince-nez spezzati, e montati in oro fino, gli pencolavano attorno al collo con una chiave d'acciaio: non ne aveva mai vedute, così lunghe e scanalate.
«... ec per quale serratura, maledetti cretini?!...»
Vasilyev e Kotov si arrossirono, zitti. Coi fucili scaricati che tremavano fra le mani.
«Rastrellate l'edificio!», li scrollò Plotnikov, «Occhi aperti, mi raccomando! Cosa c'è dentro l'hangar?! Muoversi, scattare! Fra un quarto d'ora vi voglio qui!»
Medvedev, Lebedev e Zhenia li seguirono sulle scale e nel cortile innevato; Anatoliy restò solo, nella stanza devastata, con il giovane sergente e il caporale Roman.
«Sono un poco... provati, tovarich komissar.»
«Sono uomini di merda: era un medico, un civile.»
«Ci ha sparato due bengala.»
«Capirai, che spavento!»
«... ma a proposito di quei razzi... con quel casino che abbiamo fatto...»
«Cosa c'è, caporale?»
«Che fra un'ora avremo addosso mezzo esercito finlandese, io dico: se nell'hangar non troviamo un trasporto...»
«... c'è un gatto delle nevi», Anatoliy lo assicurò, «tracce fresche di cingolato sul ghiaccio, là fuori. E questo è un avamposto scientifico, e il nemico non è dotato di carri armati.»
Si affacciò alla finestra: Vasilyev e Kotov, pochi metri distante, sollevarono il basculante e esplorarono l'hangar; trascinarono all'aperto quel veicolo da neve: l'avviarono; e i vetri dell'edificio tremarono d'un barrito.
«... e 'affanculo gli sciatori dei mikko!», il sergente esultò, «Quel coso è un bel vantaggio; più robusto del GAZ.»
«La sa lunga, il commissario», gli sorrise Roman: resistette alla tentazione di una pacca sulle spalle.
Anatoliy si sedette, di traverso una seggiola, li invitò ad accomodarsi e insistette su quel disastro: le lettighe tranciate dalle raffiche di Degtyaryov, gli otoscopi, le siringhe e le forbici rovesciate. I barattoli d'alcool, le riserve di sangue, e i gomitoli di garza e gli strumenti da dissezione.
«Risolviamo quest'enigma: qual è la vostra ipotesi?»
Lo guardarono due facce tonte e sudate, si rintuzzarono ammutoliti per qualche istante. Sbiancarono. Plotnikov, finalmente, dimostrò l'utilità degli studi; la fortuna d'un papà acculturato e il merito dei gradi cuciti sulle spalle:
«... sulla mappa c'era scritto di rilievi minerari; c'è scritto abbandonata, ma questo... è un ospedale ben attrezzato, in funzione...»
«L'hanno allestito in previsione dell'offensiva», suggerì il caporale.
«Così prossimo al confine e sulla linea del fronte», Anatoliy smorfiò, «e un solo, vecchio medico ad occuparsi di tutto: no, non mi convince.»
«C'è un altro particolare», il sergente rabbrividì, «non è un pronto soccorso: guardate l'attrezzatura; guardate quelle tavole. Non sono per persone...»
«Assomiglia a un gabinetto scientifico.»
«È probabile», lui convenne; e raccolse l'illustrazione strappata di un orrido granchiforme.
Macrocheira Kaempferi.
«Che cosa difendeva, quell'innocuo poveraccio? Perché, ci supplicava di andarcene? Bastava che si arrendesse.»
Roman, tutt'un tratto, guardò verso il soffitto, e alla base e l'estremità delle colonne portanti: con l'espressione di chi scorgesse, nella penombra di un angolo, l'improvviso strisciare di un insetto schifoso:
«... forse», inghiottì, «non era così innocuo...»
E mostrò loro quei candelotti di dinamite fissati qua e là con del nastro adesivo.
L'intero laboratorio minato d'esplosivo.
«Era pronto a far saltare tutto in aria!»
«... compreso se stesso», Anatoliy incupì, «perché si arriva a tanto? Che cosa nascondeva?...»
Zhenia tornò dall'ispezione dell'edificio, riferì sull'attenti:
«C'è un settore seminterrato sul retro, tovarich kommissar: ha la porta blindata, non riusciamo a forzarla.»
«... ecco, a che cosa serve! Ti seguo, soldato!», e strappò dal cadavere quella chiave bizzarra.

(... continua...)

domenica 20 luglio 2014

Sei mesi di lavoro e di e.book

Sei mesi sono un ottimo intervallo per fare il punto sul lavoro d'autore. Ed ecco il mio bilancio (e promemoria delle mie pubblicazioni) per il periodo gennaio-giugno '14. Mi limito alle pubblicazioni di carattere professionale: ovvero quelle regolarmente remunerate, con altrettanto regolare contratto che mi lega all'editore e/o curatore.
Innanzi tutto, i titoli “autoprodotti” con il gruppo Collana Imperium; associazione di autori di genere, presieduta e curata da Diego Bortolozzo, che annovera fra le fila due colleghi Premi Urania: Maico Morellini e Piero Schiavo Campo. Se in principio ero scettico nei confronti del self-publishing, l'esperienza con Imperium mi ha fatto cambiare idea; e il dinamico feeling fra i componenti del gruppo (scambio di consigli su sinossi, copertine, promozione dei propri titoli senza, però, gratuite piaggerie né improbabili recensioni) mi ricorda i gloriosi tempi di H.P.L.; l'Amateur Press Association e il circolo Kleicomolo.
Detesto le fascette del milione di copie, così come le balle dell'esordiente su Amazon che inanella in un mese le migliaia di vendite. Riporto le cifre reali di un artigiano di narrativa fantastica: che, se anche suscitassero ilarità negli "addetti ai lavori", spero servano agli aspiranti scrittori.
Credetemi: a confronto di esperienze tradizionali, ivi comprese di editoria universitaria, i numeri che seguono sono molto gratificanti!...

Centralino Celeste: XXVII secolo: l'astronave mineraria Curiex, in viaggio di esplorazione ai confini della galassia, si imbatte in un corpo celeste di origine artificiale e bizzarre caratteristiche: l'oggetto si rivela un tesoro commerciale e la più grande reliquia della storia dell'umanità. L'equipaggio è indeciso se approfittarne o inseguirne il mistero nelle tenebre del cosmo: il viaggio metterà alla prova le risorse della Curiex e, raggiunta la meta, la lealtà degli ufficiali della nave al loro comandante Cristoforo Piccolomini. In un luogo impossibile nel profondo della Via Lattea, soprattutto, gli uomini del 2600 riscopriranno il loro timore per il divino, o il terrore, probabilmente più grande, dell'assenza di dei nel buio dello spazio.
131 copie in e.book e cartaceo (periodo: gennaio-giugno 2014)

La Macchina Insurrezionale: Uno spettro a vapore si aggira per l'Europa. All'indomani dei Moti del 1848, e della Guerra di Indipendenza Italiana, il tenente Caravà, dell'Esercito Austro-Ungarico, è sulle tracce di un ordigno di distruzione di massa che minaccia l'anarchia in tutti i Regni del continente. Gli scontri all'arma bianca con automi mostruosi, le battaglie fra aeronavi, un sulfureo nemico, i pericoli che l'ufficiale dovrà affrontare nella sua caccia, sono nulla a confronto di una grande cospirazione a danno della pace e la concordia fra i popoli... e del potere terrificante della Macchina Insurrezionale!
148 copie in e.book e cartaceo (periodo: gennaio-giugno 2014)


Futuro Bruciato: Fantacronache di un futuro imminente dove è lecito l’assassinio dei genitori, si gestisce la cosa pubblica come un gioco di ruolo, la carne è materia prima dell’industria militare, l’uomo è incapace di guardare alle stelle e ammutolisce nell’oscurità di un degrado linguistico.
Sei racconti di fantascienza sociologica premiati a concorsi di prestigio (Robot e Stella Doppia/Mondadori Urania) raccolti in un’antologia con commento dell’autore.
36 copie in e.book e cartaceo (periodo: marzo-giugno 2014)


Com'è facile scrivere difficile: Un prontuario per aspiranti scrittori, soprattutto “di genere”, che tratta delle tecniche narrative in modo esaustivo, semplice e divertito; uno scambio di idee su strutture del racconto, dialoghi e personaggi e raccolta dei documenti. Un ilare confronto fra autore e lettore che procede per esempi pratici, citazioni e consigli; e che guarda alla narrativa che si confronta con il cinema, la scrittura televisiva e quella per il fumetto.153 copie in e.book e cartaceo (periodo: gennaio-giugno 2014)


Com'è facile diventare un eroe: Scrivere Protagonisti, Comprimari e Antagonisti per un romanzo, un racconto o un progetto seriale. Dopo "Com'è facile scrivere difficile", un altro divertito, piacevole prontuario sulle tecniche e teorie narrative che riguardano il Personaggio: con efficaci consigli pratici per dare vita ai vostri Eroi sulle pagine e confronti e riferimenti alla scrittura per il fumetto, per il cinema e la TV.
13 copie in e.book e cartaceo (periodo: maggio-giugno 2014)


Altro fronte è quello dell'autentica editoria:

I Senza-Tempo: Chi sono il dottor commercialista Totali, l'avvocato fallimentare Pantocrati, il notaio Maggioritariis? E soprattutto, chi è Monostatos il risvegliato? (Questi nomi, presi a prestito nel 2012, nascondono attività mostruose.) Chi ha assassinato i bambini di una scuola elementare di provincia, divorandoli? (Le indagini sono tuttora in corso.) Cosa vogliono gli Archiburoboti, invasori meccanici già in marcia nel 2024? L'intempestiva risposta arriverà nella spaventosa Italia che ci aspetta nel 2036, in un romanzo di magistrali nefandezze e originalità assoluta, vincitore del premio indetto annualmente da "Urania".

Non so dire le cifre esatte: ma i vostri (spero) negromanti preferiti, a distanza di ormai son due anni dal Premio, continuano ad ottenere inaspettati consensi: tant'è che si attestano al 12.000° posto fra gli e.book di fantascienza in classifica Amazon (media piuttosto alta, per un titolo non recente), e le royalties Mondadori mi confermano il dato...


Molto soddisfacente, altresì, l'esperienza con Delos Digital:

Sonno Verde: La terraformazione di un pianeta: un'impresa titanica che trasformava un pianeta alieno in un paradiso abitabile dall'uomo, ricco di vegetazione e terreni fertili. Richiedeva vent'anni, tempo durante il quale gli aspiranti coloni vivevano sottoterra, in un ambiente artificiale, per controllare e seguire lo sviluppo del loro mondo futuro. Terminato il lavoro, era compito di Eleanor Cole, ufficiale antropologo, aiutarli a compiere il passaggio tanto atteso, a uscire alla luce del sole e iniziare una nuova vita. Ma sul pianeta Sisifo le cose erano andate diversamente. Il momento del passaggio era passato da anni e i coloni si rifiutavano di uscire dal loro mondo sotterraneo. Sarebbe toccato ancora una volta a lei, Eleanor Cole, risolvere la grana. Ma ciò che la attendeva su Sisifo era molto peggio di ciò che si aspettava.
51 copie in e.book (periodo: maggio-giugno 2014)


Circa il n.2 della rivista "Scritture Aliene", cui ho partecipato con il racconto Non due volte nello stesso fiume, e che avrò sempre piacere di collaborare in futuro, il curatore Vito Introna mi riferì, qualche settimana or sono, che nel periodo aprile-giugno 2014 si erano vendute all'incirca 30 copie.


Nota dolente per All'Inferno, Savoia!Un golem che si trasforma in un mostruoso coniglio, il tentativo di far "rivivere" i morti per costruire il ponte sullo Stretto di Messina, gli oscuri segreti di Anubi e della Cabala in un'epoca dei Savoia, di Napoleone e della Grande Guerra irriconoscibile, dove anche gli alieni possono presentarsi a Leopardi.

La mia prima antologia steampunk, di cui l'onestissima e puntuale Kipple mi paga tuttora le royalties, ha a stento superato, in un anno, le 20 copie.


A settembre troverete una nuova antologia, e spero due romanzi fra l'autunno e dicembre. Nel frattempo, felici letture estive!



giovedì 17 luglio 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 2


2.
Guidarono due ore. Le antenne e le bandiere dell'avamposto di Porosozero scomparvero dietro a loro nel pulviscolo di neve: sprofondarono nei dossi morbidi, bianchi, abbacinanti, e dietro una cortina di decennali conifere. Il ghiaccio si crepava sotto il morso del camion, e i chilometri di strada che lasciavano alle spalle diventavano un acquitrino di fanghiglia e di muschio. Le lepri dell'artico, infagottate di bianco, fuggivano al motore fra le radici del sottobosco.
«... quel serpente di Solovyov», Plotnikov sputò, «senz'altro vorrà prendersi le sue soddisfazioni...»
«Un'abitudine aristocratica che dovrà smettere, se vuole vivere.»
«Con te forse, tovarich kommissar. Noialtri, sta' sicuro, ci farà cagare il sangue; scommetto che domani saremo in prima linea.»
«Perché, vi spiacerebbe?», Anatoliy lo guardò sbieco.
«... tutt'altro. Un onore...», inghiottì il soldatino.
«... dopotutto, lo siete già. Bisogna compatirlo, quell'imbecille di Solovyov: ha una tara genetica, è cresciuto fra i nobili. Era già un ufficiale quando Trockij organizzò l'Armata Rossa; scarseggiavano i comandanti ed è rimasto dov'era. Come i tanti che tengo d'occhio.»
«... reazionari del cazzo...»
«Compresi voialtri, compagno Plotnikov.»
Macinarono miglia in ostinato silenzio, la frontiera finlandese diventò l'orizzonte. Anatoliy si accorse che il sergente sbirciava con insistenza al pacchetto degli ordini, manco avesse la facoltà di penetrare i sigilli. L'autocarro sbandò.
«Dì, bada alla strada.»
«Posso conoscere l'obbiettivo, tovarich kommissar? Siamo a un tiro di fucile dal territorio nemico, e mi pare opportuno...»
«Auguriamoci innanzi tutto che non ci tirino, col fucile», lui ridacchiò, «in ogni caso, non spareremo per primi: sono loro, ha detto Stalin, che vogliono il conflitto.»
«Sì, commissario», Plotnikov si irrigidì. Si riflesse sul parabrezza e sullo specchio retrovisore: una faccia spiaciuta niente affatto convinta.
«Scaveremo, è probabile. Sì: temo proprio che scaveremo parecchio.»
«Scaveremo, tovarich kommissar
«S'intende: che se qualcuno o qualcosa ci rompesse i coglioni, nel mentre, gli ficcheremo una pallottola nella fronte. Guai, a disturbare i contadini e lavoratori.»
«Sacrosanto, tovarich kommissar. Hai detto, però... qualcuno o qualcosa...»
«C'hai capito un bel cazzo, eh?»
Il sergente si imporporò di imbarazzo, guardò fisso alla strada. Anatoliy strappò l'angolo della busta degli ordini, ne estrasse il contenuto e lo stese sul cruscotto. Lesse ad alta voce da un elenco dattiloscritto:
«A Leningrado m'hanno spiegato la situazione, ma in quanto ai dettagli... Trascrizione di scambi radio fra le stazioni di Murmansk, Kola, Kostomukša, Joensuu; una mappa militare di Carelia e di Kola; illustrazione approssimativa dell'obbiettivo in base a descrizioni dei testimoni oculari. C'è tutto, parrebbe.»
Plotnikov tuffò gli occhi nei fogli, sbandò un'altra volta:
«Come, illustrazione?!»
Lui sfogliò le pagine fin una copia ciclostilata di un disegno ad inchiostro nero di... quella cosa: una muta di individui deformi, un ibrido di foche, vermiformi ed umani, affollava un'escrescenza di insalubri licheni. Un orrendo alveare: che infettava un'enorme vela, di ghiaccio, o di vetro, che navigava l'oscurità sopra i tetti dell'izbe. Gli torse le budella. Il sergente pispigliò gesù cristo.
«Cos'è, sei religioso?»
«No, commissario», lo vide impallidire, «chi sarebbe il disturbato mentale che ha potuto disegnare...»
«È l'addetto agli identikit dell'NKVD: un tale Rybakov; restaurava gli affreschi del Palazzo d'Inverno. Ha talento il compagno, eh?»
«... sì, se vogliamo...»
«... non ha immaginazione: gli hanno detto com'era fatto l'oggetto e lui l'ha riprodotto nei dettagli.»
«Quindi, i testimoni o sono sbronzi o malati.»
«Compagno», Anatoliy srotolò diciotto pagine di nomi, «non puoi dubitare del buon senso, la sobrietà, l'esser degni di fede di un centinaio di cittadini.»
«Non dubito, kommissar», Plotnikov accelerò, «ma un orrore del genere... però... d'altra parte...»
Lui ripiegò quel disgustoso disegno, lo infilò nella busta. Una linea reticolata lo avvertì della frontiera:
«Accostati, sergente.»
Si fermarono a cento metri dai cartelli di interdizione, smontarono, fece scendere l'intera squadra: fatto eccetto il caporale con il mitra sul tettuccio.
«... resta lì, compagno Roman: ché mi ascolti lo stesso...»
Parlò loro a viso aperto col berretto fra le mani:
«Ora, mi pare giusto sappiate tutti qual è il nostro obiettivo. Nella notte di ieri, all'incirca alle quattro, la stazione meteorologica di Murmansk ha segnalato questo oggetto nel cielo.»
Mostrò quell'abominio: i dodici soldati smorfiarono disgustati.
«Cos'è quella schifezza, tovarich kommissar?!»
«Posso dirvi che era grande quanto un Petlyakov Pe-81, e che volava piuttosto basso: tant'è, che i pochi ch'erano svegli a quell'ora l'hanno visto dalle finestre di casa. Poi, neppure due minuti più tardi, l'hanno avvistato dalla base di Kola», Anatoliy tradusse loro quell'elenco di trascrizioni, «in meno di un quarto d'ora ha attraversato Kostomukša; è entrato nello spazio finlandese, e i laghi circostanti Joensuu, non più tardi di tre minuti dall'ultimo rilievo.»
«Ha percorso settecento chilometri in neppure mezz'ora!» Plotnikov sbigottì, «Cos'è, una meteora?»
Lui mostrò loro le annotazioni sui fogli dei tecnici in servizio nelle stazioni considerate:
«Ha corretto la rotta, ed ha trasmesso un segnale radio che assomigliava ad un SOS, benché non traducibile. Inoltre, i meteoriti provengono dallo spazio: questa cosa era in volo dall'Artico. Veniva dal Polo Nord.»
Restarono a bocca aperta.
«Non è finlandese», lui proseguì, «né tedesca, né inglese, né americana, né giapponese: è una nuova tecnologia, di origine sconosciuta. Né, siete d'accordo, si può cedere ad altri: forse vorreste che i bombardieri fascisti, e gli aerei capitalisti, volino sulla patria in meno di un batter d'occhio?! È caduta nella neve e nel ghiaccio, abbiamo le coordinate e là la troveremo. Per primi!»
«È sicuro che i mikko2 non ci abbiano preceduti?», si azzardò il caporale, «voglio dire: è casa loro, gli è caduta nel piatto...»
Anatoliy gli scoccò un'occhiataccia:
«Non mi piace, questo genere di disfattismo. E i servizi segreti ci assicurano che il nemico è impegnato totalmente a far fronte al nostro attacco: a noi non baderanno. Mannerheim3 è un uomo molto pratico: non perde il suo tempo con le stelle cadenti.»
«Sarà sicuro una stella rossa!», Kiriusha scherzò.
Una scarica di fucile li accucciò sulla neve.
Si appiattirono agli alberi, contro il dorso del camion, con le armi puntate contro il nulla addiacciato.
Anatoliy alzò lo sguardo: c'era solo il sottobosco, le barriere spinate, i paletti bianco-azzurri e la coltre abbacinante.
Kuznetsov si sporse dal parafango dell'autocarro, echeggiò un altro colpo: un elmetto forato rotolò sulla strada. Roman, furibondo, sventagliò col giradischi: sbriciolò le cortecce, fece a pezzi i cartelli ma...
Niente, nessuno.
Anatoliy scorse un'ombra scivolare fra le betulle, udì il clac di un colpo in canna e l'ennesima fucilata: Bogdanov si rovescio faccia all'ingiù nella neve, con la fronte fracassata che spargeva icori gialli. Di lato, un'altra salva forò le reni a Valerij.
Sagome, lampi e quei raschi sul ghiaccio.
«Sciatori!», gridò, «Li abbiamo tutt'attorno!»
Spararono alla cieca nel fitto degli abeti. Kiriusha s'alzò, la bomba a mano nel pugno, e ricadde nella mota mescolata col cervello. La granata caduta, pochi metri più in là, sollevò una nube nera di terriccio e di fumo.
«Muoversi, sul camion!», Plotnikov latrò; scivolò fin l'abitacolo, crivellato dai colpi, si arrampicò fin il sedile e si strinse al volante.
«... ha le palle, il ragazzo...», Anatoliy apprezzò. Rimontò nella cabina, «che aspettate, coglioni?!»
Gli altri, inebetiti, risalirono nel cassone, con le raffiche di Roman che li copriva dall'alto.
«Tutti a bordo?»
«Sì, sergente!»
Ripartirono marcia indietro sulla pista insanguinata, e affiorarono dal bosco quegli spettri finlandesi: due soldati immacolati, silenziosi e veloci, indistinguibili nella neve che zigzagavano sugli sci.
«... Cristo, due soltanto!», Plotnikov bestemmiò, «Hanno fatto un macello!...»
Le fucilate incrinarono il parabrezza, Anatoliy si sporse dal finestrino sfondato: i nemici schivarono le sue salve di Tokarev, aggirarono il GAZ. Kostantin sortì sul retro, scaricò il Mosin-Nagant: i finlandesi lo rovesciarono sulla strada, l'autocarro, che accelerava, lo schiacciò che era già morto.
«Non si possono colpire!», piagnucolava Roman, «Sono troppo veloci! Ci fottono! Ci fottono, tovarich kommisar!»
Lui sfondò il tettuccio con un colpo di pistola, dallo squarcio nell'alluminio sibilò al caporale:
«Dacci dentro, compagno, ché ti avverto: o loro o te.»
Grandinarono cartucce, un intero caricatore: gli sciatori scomparivano dentro il folto dei pini, ritornavano all'assalto, sforacchiavano il camion, si eclissavano un'altra volta dietro il nulla innevato. I proiettili della Degtyaryov si smorzavano innocui.
Arretrarono seicento metri: segnaletica russa. Là, gli sciatori rinunciarono a seguirli: in guardia per qualche istante, scivolarono sulla strada, e arrancarono sugli sci verso il loro confine.
Coi fucili a tracolla.
Più lenti. Impacciati.
Impediti dal ghiaccio rotto scivoloso di viscere.
«No, gran figli di puttana! Non crediate di cavarvela a questo modo!»
«Torniamo... all'attacco, tovarich kommissar? Ho perso quattro uomini», il sergente inghiottì.
Pretese da Plotnikov gli cedesse il volante, partì in quarta in avanti contro il fronte nemico.
Gli spettri si affannarono fuori il fango della strada: al primo schiacciò il cranio nel bel mezzo la carreggiata, sterzò; una spruzzata di neve e ghiaia atterrò l'altro nemico.
Anatoliy si sporse dal finestrino del camion. Lo centrò in pieno petto con un colpo di Tokarev. Smontò ad assicurarsi di non averli feriti, sporchi figli di troia; scaricò la rivoltella sulle nuche dei nemici.
«Ecco: quasi pari», sputò sui due cadaveri.




1 Bombardiere pesante dell'aviazione sovietica.
2 Michele: nome tipico finlandese.
3 Carl Gustaf Emil Mannerheim, comandante supremo delle forze finlandesi nella Seconda Guerra Mondiale.