Un horror-steampunk di 6000 battute per la seconda edizione dell'antologia "Penny Steampunk". Ringrazio Roberto Cera, curatore del progetto, per avermi invitato a partecipare a questa (terrificante) nuova silloge a vapore.


«Sono splendidi!», Giulia si strabiliò. Le settantotto nuove figure dipinte a mano, lucide di tinte ad olio e odorose di trementina, si asciugavano sotto l'alito di un termogetto sul tavolo di Alberto. Lui spostò la lampada, la lente e la lancetta a illustrare e illuminarle tutti i dettagli di quegli Arcani; le geometriche, gli intrecci e le cornici delle Coppe, dei Bastoni, delle Spade e dei Denari.
«Sono solo una commissione», si strinse nelle spalle, «da cavarne qualche spicciolo per l'affitto e una minestra.»
«Ti odierò, se vorrai venderli per quattro soldi.»
Giulia non sopportava il pensiero che quel mazzo, come sempre, come tutti i suoi tarocchi meravigliosi, finisse nelle vetrine di un tabaccaio di piazza Veneto; acquistati a una miseria dai volgari biscazzieri, i turisti, le anziane dame d'haute société con il pallino dell'occultismo. In quei volti, le immagini, le invenzioni di Alberto bruciava viva quell'inquietudine saturnina che l'aveva innamorata di quel giovane scapigliato, del suo pallido incarnato, dei suoi abiti orgogliosi e lisi e della fiamma che gli avvampava negli occhi neri febbricitanti.
«Sarai mai soddisfatto?»
«Sto creando un nuovo mazzo: carte magiche per davvero
«Vuoi mostrarmele?»
Non le rispose, stornò lo sguardo. Fissò nervoso la porta d'ebano sverniciata e il cartello LABORATORIO – GLI ESTRANEI NON SONO AMMESSI. L'orologio suonò le nove. Si accorsero che il buio raspava alle finestre.
«Dovresti andare, s'è fatta notte.»
Giulia mostrò la pagina della "Gazzetta" di quel giorno aperta su uno sgabello con gli avanzi di una cena, il torsolo di una mela e una crosta di formaggio. Briciole, un bicchiere, il dagherrotipo di una ragazza, lo scorcio di una strada e quel titolo agghiacciante: un'altra giovane scomparsa - salgono a venti le vittime dell'orco.
«Accompagnami», inghiottì.
Uscirono alla luce dei lampioni a gas metano, nel rado transito dei vapormobili e le fughe isteriche dei monocicli. Un dirigibile si abbassò fino a sfiorare i comignoli: le grandi eliche li assordarono, lo spurgo nero appuzzò la strada; papà e bambini si arrampicarono alle scale tortili di un gazometro a guardarlo più da vicino mentre approdava a Caselle.
«Finché c'è gente sono tranquilla.»
«C'è confusione, cambiamo strada», Alberto si immusonì. Divenne madido e tremò nervoso per la sua solita misantropia. Tirò l'uscio alle sue spalle: ma lasciò accesa l'insegna a gas TAROCCHI & GIUOCHI né abbassò la serranda; «ché torno subito, ho un po' da fare.»
Si infilarono in un vicolo, camminarono in silenzio. Giulia, ad appena tre settimane dal loro primo notturno bacio, non aveva ancora il cuore di indagare le sue ombre.
«Sei davvero innamorata del mio lavoro?», la aggredì.
«La tua anima; l'arte.»
«Ho in progetto una grande opera.»
«Non capisci: amo te
«Potrei esserne consumato.»
«Bruceremo, se mai sarà.»
Alberto le premette un fazzoletto sulle labbra, il cloroformio le offuscò i sensi, si sentì precipitare. Chiuse gli occhi a un'angosciosa e irresistibile oscurità.


*

C'era odore di composti chimici, d'inchiostro e di solvente; d'ozono, di metalli e un disgustoso dolciastro organico. E il puzzo macabro degli ospedali e l'olezzo atroce di mattatoio. Sentì il morso di cinghie e fibbie attorno ai polsi e le caviglie, la pezza umida che aveva in bocca le sforzava quasi il vomito. Molle, ingranaggi, ferro freddo e cosparso d'olio le pungevano la schiena e indolenzivano le vertebre. Era stesa su una lastra e imprigionata a una cornice.
«Ti farà male», le disse Alberto, «ma tu mi ami, sei tu la pazza.»
Indossava il suo frusto camice, gli oculari da lavoro: ma da una tasca di quel grembiule di cuoio sudicio, logoro, luccicavano a una lampada quei terribili strumenti.
Sono bisturi, siringhe, sono cannule o bulini.
«... che... che cosa vuoi farmi?...», Giulia singhiozzò, «io... non voglio, non voglio più!...»
Lui abbassò una leva sullo stipite nero d'ebano: le galvaniche illuminarono il soffitto della stanza. Un mostruoso mosaico di venti lastre di ottone e cera, di assito dipinto e cadaveri di donne riproduceva altrettanti Arcani di terribili tarocchi. I carcami incastonati, imbullonati su quei pannelli ticchettavano di rotelle e di elastici e di corde; automi in putrefazione dell'Eremita e gli Innamorati; la Papessa, l'Imperatore, l'Imperatrice e la Temperanza; e una ragazza bollita e scarnificata a figurare le ossa lucide e perfette della Morte. Tranci d'abito cuciti insieme per mantelli ed armature: le due bestie della Ruota, i grandi volti di Sole e Luna; i due demoni del Diavolo, gli animali innanzi il Carro, erano fatti dei moncherini di neonati e cani e ratti.
Giulia impietrì d'orrore.
«È una macchina, un mazzo vivo. Dentro le viscere della città. Col più bel sangue, la bella carne, le belle vite della città. Ma vedi bene che manca il Matto: me l'hai promesso, me l'hai giurato...»
Lui pestò un pedale sotto il tavolo, sì sforzò ad un manubrio: Giulia sentì un ago penetrarle nelle reni, l'orrido tavolo su cui era stesa si sollevò, capovolse; gli ingranaggi lavorarono a scavarle nelle carni, le cartilagini e spezzarle l'ossa; tubi, pompe e cannule le drenarono gli umori. La pallottola di garza soffocò le grida e i rantoli, si impregnò di saliva, di sangue e di silenzio.
Lui diede al cadavere l'espressione, la forma e la posa di un mendico infelice morsicato da un cane idrofobo. Le impresse ad acido sulla fronte la cifra 0, la shin ebraica.
«... la grande opera, il suo demiurgo...»
Versò assenzio da una bottiglia, ne ingollò fino a sudare. Scoprì da un telo il pannello accanto e si distese sui meccanismi. Si legò le gambe e un braccio, si assicurò non potesse muoversi. Tenne in bocca e morse stretta l'impugnatura di uno scalpello. Strinse il manubrio ed avviò il processo, le lame e i pungoli lo torturarono: fu ustionato dal marchio a fuoco di un aleph che scavò sotto lo scalpo fino all'osso parietale.
Pistoni idraulici sollevarono il suo cadavere, la lastra, a completare del Battiloro il grande mazzo di tarocchi.

© Alessandro Forlani 2016

Tornammo a casa sul Treno Rosso su cui viaggiammo un quinquennio prima: dall'Accademia a Teresa Vergine stesse fermate, più lentamente; né i Decurioni che ci abbaiavano «salitescendere!» né si azzardavano ad insultarci. Quell'epiteto - coglione! - che ci aveva tormentato milleottocentoventisei giorni, non si addiceva ai Protagonistes: ci si bullavano coi novellini.
Ce ne andammo a testa bassa e restammo immusoniti, seduti insieme nello stesso scompartimento ma a guardar fuori dai finestrini. Kaoutar ed Aureen si sforzarono di non piangere, fingevamo di dormire e ci ostinammo a non parlare. Le neurolance e le termospade nel bagagliaio, sotto il tettuccio sopra i sedili, mi sembrarono i souvenir di un parco giochi di adolescenti, brutti e noiosi dopo un istante da scalmanati.
«Ci siamo diplomati, non?», Francoise ruppe il silenzio, «Terrò un ricevimento à la maison de ma famille, vi invito tutti.»
«... e ha detto tutti», Guy mi sgomitò.
«Sei nella squadra, non puoi mancare. Scenderemo a Twiggy-Coco.»
«Perderemo le coincidenze per Ekaterina e Tueret; per Akna», sbuffò Bajaga, «non passano granché Intermondo, a una cert'ora postimbrunire.»
«Sarete ospiti nella mia casa.»
«È un altro scherzo.»
«Non ti si regge.»
«Stai più tranquillo!»
«La fate facile.»
«Pensi ancora ai pantaloni! Per quel ch'è stato, la cerimonia... Mi hanno delusa», Kaoutar inghiottì: scoccò uno sguardo ad accusare l'Accademia che svanì, rimpicciolita, sotto la mole dei Fondamenti, dietro le curve delle rotaie e il verde cupo del parco pubblico.
«Ci hanno preso per i fondelli, ci hanno tutti deprivato», disse Tirso, «ma hai l'impressione che tocchi a te, ti credi in torto, ti senti solo.»
Mi morsi i labbri per non rispondere: che ne sai, che ne sapete dell'esser soli e di avere colpe?!
«Raccogliete i bagagli, non pensateci: è fatta. Anzi: lasciate qui a bordo quei quattro stracci che avete; vi procuro un cambio d'abito, un garde-robe très très joli.»
«Ehi, biondina», Kaoutar si risentì, «il mio sarto vestiva re.»
Raggiungemmo la stazione dei quartieri dei Fantasmi, i Decurioni non obiettarono che scendessimo:
«... ma le valigie?», ci domandarono dai finestrini. Prendemmo solo le neurolance, le spade; e il treno era già in moto. Non rispondemmo: ci incamminammo sui marciapiede senza voltarci alle loro voci.
Mi sentii rabbrividire di potere e libertà.
L'atrio immenso di Twiggy-Coco mi lasciò trasecolato.
Stimai ad occhio che sotto gli archi di argento e vetro ci entrassero due-tre alveari quali quello in cui crebbi, tutto il mondo del mio passato cui neppure appartenevo, adesso. Non mentire, sei sempre feccia; quella vocina m avvelenava... Selve vitree di colonne corinzie e fontane navigabili che scorrevano fra i trochili; battinavette a vapori rosa, verde e gialloazzurro che scivolavano sull'acqua limpida disinfettata fra i guizzi di mutanarvali alati e iridescenti. Navigavano all'aperto a prospettive inimmaginabili. Le arcate erano corse da un planetario di lampade soffiate nello swarovski in globi eteri di lune verdi; gli stormi dei fenicotteri percorrevano tre navate. Le pareti ad oloschermo, di decametri di altezza, moltiplicavano all'infinito le dimensioni dell'edificio con proiezioni di cieli e oceani e terre fertili sconfinate. L'aria era satura di ologrammi pubblicitari. Migliaia di viaggiatori si affrettavano ai binari: ogni donna, ogni uomo era un dio doloroso. Non si accodavano a sportelli e macchine per acquistare i biglietti: ne avevano diritto; nei negozi e nei caffè non vidi alcuno premere il pollice con il bancochip sulle cellule fotobiologiche che registravano i pagamenti.
«Fanno tutti una bella vita, qui», Mohamad masticò: anche lui, nonostante mi fosse ormai superiore, era timido e smarrito in quegli abissi di fasto. E in generale si indispettirono un po' tutti - stronzi: che cos'altro vi aspettavate? - che nessuno facesse caso a noi gagliardi Protagonistes. Ci scansarono, urtarono, ci camminarono fianco a fianco; ci pestarono gli stivali né domandarono ammanco scusa: le nostre belle uniformi rosse, i bottoni d'oro e i grugni impavidi e i muscoli sprofondarono in una folla fredda e ignara e indifferente.
«Dalle mie parti, se c'è un eroe, suona la banda e l'accoglie il sindaco», Guy s'arrossì umiliato, «ci affacciamo alle finestre ed esultiamo evviva evviva.»
«Dovrai farci l'abitudine.»
«Ti sei proprio incattivito.»
Tutto a un tratto ci accorgemmo di avere perso Bajaga e Tirso. Aureen - «sono là» - li vide fermi ad un oloschermo. Assistevano a un notiziario, mi sembrarono desolati.
«È la cronaca extramondo: non ha detto che siamo in guerra.»
«È un segreto militare, que vous bêtes: sarebbe il panico.»
Io e Mohamad, e loro due, non ne fummo così persuasi. Ci passò sopra il flusso frivolo e indifferente di un mondo intero che chiacchierava, faceva shopping, beveva il tè, cinguettava nei neurophone e si specchiava nelle boutique.
«... ma quando avranno i terrestri in casa», Aureen sospirò, «vorrò vederli. Sarà diverso.»
Dietro a lei c'era la teca di un negozio di giocattoli che esponeva animatroni dei Grandi Aridi e i loro minions. Il Terribile Was'S'Gton metà squalo e metà uccello; il terroso e ferale Mokba; l'antroporettile malato e giallo Beijing e il Nero Issh'Lam, la Lama d'Ombra. E i bimbi ricchi che appannavano le vetrine e s'infoiavano «voglio quello!». Mi intristii di noialtri e i nostri propri balocchi: l'arma al fianco, e che portavo a tracolla, mi sembrarono d'impaccio, e ridicole; più ridicole di me in mutande di fronte al Princeps e Direttore. Voi bastardi traditori. E tanta gente così corporea, così affannata a godere e vivere, mi insinuò il dubbio sulle leggende che circolavano fra gli inferiori:
«Vi chiamate Fantasmi: è solo un modo di dire.»
«Gli Spettri veri prendono il treno, secondo te?», rise Kaoutar, «viaggiamo in jet privato.»
«Questa gente?»
«È una stazione: non sono mica tutti quanti di queste parti.»
«Non tutti hanno il coraggio, la forza d'animo, l'haut rang
«Tu ce l'hai, per esempio.»
«Non ho l'età, voglio combattere. Conoscerete mon mère et mère
Francoise ci accompagnò a un imbarcadero di navette: che - dalle fontane della stazione - uscivano per vie d'acqua, sotto i portici di vetro, fino agli abitati dei quartieri dei Fantasmi. I canali si attorcigliavano in anelli di cateratte che circondavano torri azzurre e vaporose di cirri e nubi; mi accorsi - più da vicino - che rispecchiavano il loro cielo; luccicavano dei tramonti che ingentilivano Afrodite. Un sistema di rifrazione sofisticato, perfetto, escludeva ogni riflesso del terreno e gli edifici: le rendeva solo d'aria. L'architettura dei tutto sesto, delle cornici e predelle, era volata da un fitto stormo di amorini biomeccanici, indaffarati nelle incombenze di una perenne manutenzione. O si alternavano con voci limpide di castrati a intonare i molti libri dei madrigali di Monteverdi. Ogni torre si innalzava per un chilometro fra le nuvole, fino a sbocciare in un uovo candido e luccicante fiorito di parabole, trasmettitori e ricevitori. La nostra barca approdò ai portali di una torre color confetto: sugli architrave leggemmo V.
«Abiti al cinque?», tradusse Guy.
«È la mia stirpe: sta per Vartan.»
«Ogni torre è un alveare», mi azzardai.
«Il est un palais: c'est ma maison.»
Due voci femminili, connotate di vecchiezza, risuonarono filodiffuse nell'atrio con il welcome ye son of art da una cantata di Henry Purcell:
«Bienvenu, notre chère fille! Bentornata, la nostra amata Francoise!»
Un nugolo di robot ci accolse e ci accudì.
«Sono i miei camerati, voglio dare una festa: preparate il salone grande, e invitate tous nos amis.»
«Ma con chi parla?!»
«Sua madre e madre», Kaoutar sbadigliò.
«Non c'è nessuno.»
«È un interfono; però... non c'è nessuno comunque
Gli androidi-maggiordomo ci accompagnarono ai nostri alloggi: nei tre piani di foresteria, duecento porte di corridoio, ci assegnarono appartamenti per gli ospiti inattesi.
«Potremmo dire indesiderati», mi indispettii.
«Non avrete teli da bagno con le iniziali stampate in oro, né», si scusarono i robot, «l'hambientcomputer tarato alle vostre retine né i cocktail personalizzati di droghe e stimolanti. Né il menu televisivo e virtualudico on demand. Gli inoculanti - che troverete nella toilette - dispongono di un serbatoio di cinquantotto sostanze lecite. Non è possibile empatizzare le mattonelle né il parquet o l'arredamento. Ci mortifica non soddisfare ogni vostro capriccio: mademoiselle improvvisa sempre.»
«È una merda, in effetti», Aureen ammiccò, «com'è possibile abitare qui?»
Incapaci di umorismo i maggiordomi pigolarono, tacquero, se ne andarono a testa bassa e ci lasciarono all'intimità.
Kaoutar posò le armi in un vaso splendido di porcellana, si sbottonò; disse un ciao per significare «e non rompetemi i coglioni» e ci chiuse la porta in faccia. Sentii i gloglotti del materasso di memogel e lo scroscio di una doccia.
«Ora, perdonatemi, sono un po' indaffarata», Francoise si congedò.
«Siamo guerrieri in un letto per signorine. Bah!»; grugni Bajaga. Guy, Mohamad, Aureen, Tirso ed io esitammo istupiditi di approfittare di quelle regge:
«... 'sticazzi, che ci mortifica non soddisfarvi!...»
Non fu solo il confronto coi dormitori dell'Accademia: mi resi conto che la mia casa, negli alveari di Sofia Loren, era nient'altro che il buco fetido di un insetto che rodeva. Piena di cose a coprire macchie dello squallore dov'ero immerso; l'oloporno, la connessione, i giochi social e un guardaroba di cenci; un frigorifero e spillatori di sintalcolici che tracimavano la gran merda. Mi ci ingozzavo, di quella merda, me la godevo. Capii che fui in un trogolo: non avevo abitato.
«Siamo molto fortunati, rispetto a quelli dei cerchi bassi: ché abbiamo una cubicola e tutti i giorni da mangiare...»: vivevo appena un gradino sopra. Tiravo avanti, mendicavo e mi disperavo poco meno dei miserabili, dei reietti: non ci avevo mai pensato. Se me ne fossi mai reso conto, cosa avrei potuto fare?
Mi ritirai nell'appartamento. Mi aggirai circospetto. Tastai i cuscini, sfiorai gli oggetti, come se fossero arroventati., Cingevo ancora la termolama, ero nervoso, stringevo l'elsa. Esplorai dentro gli armadi, sotto il letto e le poltrone; fuggii i riflessi di cristallo e d'argento che tremolavano alle pareti. Sussurrai all'hambientcomputer che mi oscurasse quei muri vitrei. Cercai a lungo: dov'è l'inghippo?! Quegli stronzi, quella troia, vorranno farmi qualch'altro scherzo!
All'improvviso sentii la voce di Kaoutar trapassarmi il cervello: non fu proprio la voce, mi sentii invadere, ne provai nausea; stavo pensando a un pensiero estraneo che non pensavo: pensava un altro; e avevo la sensazione fosse passato attraverso i muri.
Stai più calmo. Fatti un bagno.
Le obbedii. Mi persi nella vasca. Coglione.


I domestici-robot ci accontentarono di vestiti, scarpe, accessori: potemmo scegliere da una coltura di parassiti gli organismi beautysimbionti più vivaci ed eleganti.
«I serpenti fra i capelli», Francoise ci consigliò, «non passano di moda; né il terzo occhio né il volto siamese nell'ombelico. Per vous hommes c'è il piede fesso, l'elefantiasi dei genitali; queste spore sotto le ascelle per un'usta di selvatico: il est sexy. Le parrucche, i tacchi porpora e fiocchi e nastri sono âġe in tutto il sistema già dal 'seicentosessantacinque. C'è a chi piacciono, però.»
«Siamo in squadra», disse Tirso, «festeggiamo il nostro titolo: dovremmo indossare queste nostre uniformi.»
«... ma la vostra ha le mostrine, gli alamari...»
«Sei pur sempre Protagonistes.»
Ci accordammo per presenziare con le divise del Corpo. Kaoutar, obbligata dal proprio ceto a ostentare magnificenza, si iniettò ipermelanina e un composto localizzato di oro liquido e petrolio; scambiò il casco di pellicano con una tiara cilindrica. Tempo un'ora di applicazione delle sostanze fu la copia viva e arcaica di una regina dei suoi ricordi:
«Si chiamava Nefertiti.»


(… continua ...)  
Come al solito, in fase di worldbuilding, ecco gli scarabocchi di architetture, veicoli e robot del romanzo Il Mondo nel Tramonto. Nei primi tre ricorre il tema del Pellicano. Un "Treno Rosso dell'Accademia" su cui viaggiano gli aspiranti Protagonistes:


Un Ornidroide Alabardiere:


Il pulpito meccanico del Princeps Direttore:


Edifici della Cerchia degli Spettri e/o Palazzo dei Vartan: 



Ci alternammo nel dormitorio della Decuria XIV che - dispersa in combattimento - servì per aula alla Commissione degli Istruttori agli esami di diploma l'8 luglio '83. Adesso ero un titano, ero un uomo di vent'anni, un ordigno sterminatore indottrinato dai Fondamenti; con il carattere, l'intelligenza, la prontezza e grandezza d'animo per morire su un mondo alieno nell'abbraccio delle tenebre.
«Sulla Terra è sempre buio, c'è una notte nucleare: quei selvaggi hanno accecato il loro stesso pianeta con le nubi radioattive di un conflitto con armi atomiche. Ci ridurrebbero allo stesso modo, se colpissero Afrodite.»
Pietre, zagaglie, testate H e randelli e calci...
«Ma ci credete?!», rideva Tirso. Io sì! Nonostante che il mondo inferno, nei telescopi, sembrasse azzurro com'era Venere; nonostante che i terrestri ne infestassero le jungle. Dopo averne affrontati e vinti, ridotti in cenere, ucciso bimbi, mi sentivo invulnerabile e innocente genocida: ma quell'afoso e eccitante giorno che diventavo un Protagonistes, la meta di un eroe, tornavo ad essere un moccioso stupido sui banchi in formica delle scuole.
La piazza d'armi era addormentata sotto una coltre di semi candidi: le aspirapolvere cingolate, con lentezza esasperante, percorrevano il perimetro lanuginoso di pioppi e pollini.
«Ve' che cretini, questi trabiccoli!», ci incattivimmo di rovesciarle: tartarughine di latta e spazzole che si affannavano a rotelle all'aria, tornavano in assetto, si intestardivano contro una nube che non avrebbero mai pulita. Dai cancelli presidiati di ornidroidi alabardieri, sotto l'ombra del barbacane che non avevo mai più varcato, echeggiava un pigolio che non potei riconoscere:
«Che cos'è questo casino?», Guy ed Aureen si incuriosirono. Kaoutar ci sorrise di un dolcissimo sorriso, ci accostammo finché concesso dai robot: sotto gli archi bisticciavano, eccitati e timorosi, mille ignari ragazzini con gli occhi lucidi e i bagagli in mano; eterogenei, coloratissimi di acconciature, coi bei vestiti dei Cerchi Alti e le tute grigie subcittadine.
«Le matricole!», mi intenerii: non potevo mai più credere che ero stato come loro.
«Ce ne andiamo, partiamo in guerra», Kaoutar li salutò, «quando noi saremo morti prenderanno il nostro posto: siamo già come fratelli, è come fossero i nostri figli.»
«Dite un po' compañeros: potremmo vincere, tornare a casa, no? Che cos'è sempre 'sta storia che creperemo, che perderemo, che il nostro mondo è finito?!»
«Sarà così, poiché è destino: il est tres beau; il est héroïque.»
Attendevamo nei nostri alloggi, stesi in branda, a drogarci; e parlare di cose inutili per non discutere dell'essenziale: ch'era il giorno, era la fine, la nostra vita assumeva un senso. Io tremavo d'ansia, ci eccitammo di aspettative. Ci visitarono i due superstiti della Decuria LIII e il grassone e le gemelle sopravvissuti in LX: domandarono ad Aureen - che si era fatta una certa fama - se non avesse un qualcosa di più robusto delle solite pastiglie e i nostri insipidi bastoncini.
«È un colloquio, conigli: per una volta che non ci ammazzano...»
«La fate facile, ché siete in otto. Ma ci è toccato di tirar giù da una corda Sanyog Chandra di Indira-Rai, poco fa: s'è impiccato.»
«Perché era un lâche: se avete fegato...»
«Perché era solo, biondina stronza: era l'unico, inutile sopravvissuto della Decuria Trentasettesima. Noialtri siamo tre: non fa gran differenza...»
«C'è il congedo con disonore: non sosterrete l'esame.»
«Provate un po' con queste», Aureen mi azzittì. E cavò fuori dalla riserva nell'armadietto quelle pillole multicolore: le occasioni speciali... «ma ingoiatene parecchie: vi regalo tutto il blister.»
«Queste... bruciano il cervello», le gemelline si impallidirono.
«Non ne avrete ancora a lungo, non?», scherzò Francoise.

Settantesima Decuria!, ci chiamò l'altoparlante. Ci abbottonammo, ci pettinammo e presentammo alla Commissione: sei Decurioni seduti in cattedra e due droidi pellicano. C'era odore di bruciato, sangue secco sul pavimento e un'ombra bruna sulle alabarde che ululavano arroventate:
«... per una volta che non ci ammazzano...»
Ci irrigidirono sull'attenti. E il nostro responsabile, puntualmente, a memoria, riferì di ogni singolo esercizio che avevamo superato o che fallimmo nei cinque anni; noi, stupefatti, ci interrogammo a vicenda: non ci ha visto: che ne sa?! Come ha fatto a ricordarsene?! Snocciolava statistiche con una voce metallica: riportò persino i dubbi, le incertezze, i peccati che rinnegavo di aver avuto e che arrossivo di aver commesso.
Quel mio dialogo con Epona, una notte...
Gli altri, soddisfatti, confermarono quei dati: un brillio nelle pupille, ed era un tavolo di ferro e legno. Né documenti né olo-registri né neurofirme in certificato.
«Siete un gruppo fra i migliori di questo corso: complimenti, Protagonistes Francoise Vartan. Per lo specifico dimostrato in balistica, Protagonistes Balistarius Aureen Peterson, scambieremo la tua lancia con un NAC 3kt. Kaoutar: per il tuo dono sei nominata Tenebraevidere Protagonistes. Tirso: per il tuo spirito ti diamo i gradi di Contubernium Protagonistes. Guy, Bajaga, e Mohamad Al Almahmoud, riceverete gli umboni neri di Triarii Protagonistes. Tu», mi infilzarono con gli occhi freddi, «... sei parte della squadra.»
«... ci ha chiamato Protagonistes!...»
«Siamo lieti di assegnarvi ai reparti in prima linea.»
Esultarono, si abbracciarono, si baciarono e piansero: io, lo confesso, mi impietrii di rancore. Finché il veleno del risentimento mi chiuse il cuore e afferrò alla gola, mi strozzò l'invidia e nausea, mi si strinsero le viscere, mi gelò uno scroscio freddo e rovinoso di pensieri.
Ché avevano ragione.
Sprofondai nell'improvvisa, dolorosa mediocrità, di cos'ero sempre stato e sarei sempre restato; la resa misera e piccolina della mia meschinità. E sentii in bocca il sapore amaro di una menzogna di due decenni, ciò che sapevo e che conoscevo, le aspettative ed i complimenti, la stima adulta ed i premi stupidi e i voti a scuola e gli applausi scemi. Si insipidirono le arrabbiature, gli entusiasmi e le fatiche; mi imbestialirono gli abbracci e baci e le promesse e gli appuntamenti. E tanto vale menarsi il cazzo, allora!; inghiottii. La vita è una calunnia, ma avevano ragione: io, dovevo ammetterlo, non sono niente e non valgo niente. Non l'ho sempre saputo?
«... sono parte della squadra, ma... non mi ha chiamato Protagonistes...»
«Sei simpatico, es un buen chico!»
«Ti voglio bene! Sei della squadra!»
«Sei sempre nostro! Sei la mascotte!»
Mi tornò a mente quella domanda che mi atterriva un quinquennio prima; mi tremò in bocca - e osai di chiedere - con una voce di quindicenne:
«Perché hanno scelto me?»
Caramouche, desolato, mi prese a parte in un angolo:
«Sei servito o servirai molto più di quel che credi, Protagonistes Mascotte: puoi beccarti una pallottola e evitarla ai tuoi compagni; sei l'illusione subcittadina, sei la carota per i tuoi simili. Anche aveste qualche dote, voi laggiù dei Cerchi Bassi, non è possibile ce la facciate: questo mondo è dei Fantasmi.»
«... ma Mohamad Al Almahmoud viene dal ghetto Teresa Vergine!...», protestai. Fu mio fratello di ferro e sangue: tutto ad un tratto un estraneo negro.
«Ha una nonna Protagonistes.»

Sono anch'io fra i vincitori, ho completato l'addestramento: vedrò la Terra, combatterò, sarò fra i ranghi dei più capaci. Ciò nonostante una voce intima e dolorosa mi accusava ch'era vero, sì: ma che sei, e sarai sempre, il primo degl'incapaci...
Mi riproposi non ascoltarla, e di restare di buonumore; e di accettare senza patemi e risentimenti la stima e l'amicizia che gli altri mi mostravano. Comunque. Ciò nonostante: ogni parola mi avvelenava; la stima, e l'amicizia, sono due cose ben differenti, no? Mi attossicavo di sguardi in tralice, di sottintesi, di equivoci e doppi sensi. E fui sempre e solo grato del disprezzo di Francoise: che continuava a pisciarci in testa come ogni giorno in quei cinque anni.
Affidarono ad Aureen l'artiglieria di Decuria; si spartirono i gradi, le mostrine, i distintivi e gli umboni lucidi. Ci provvidero di uniformi: bottoni eburnei col pellicano e i suoi pulcini e un casco aguzzo di celluloide, feltro e ricami in oro; con la tesa lunga e adunca come il becco del volatile. Guardai ai miei compagni: le indossavano a pennello; quanto a me - se mi ammiravo allo specchio - mi indispettivo di assomigliare a quei garçon che grattavano le mance nei parcheggi e negli hotel.
«Hai ragione, in effetti», Kaoutar mi confermò, «ma è perché lo fai notare: non ci avevo fatto caso...»
«Vorresti dire che mi commisero.»
«L'hai detto tu. Ma sei noioso, sai?»
Fu una frattura di stati d'animo, di approcci ostili e di atteggiamenti. E quando invece di dire noi, pensare noi, di agire noi mi covai dentro un rancore vivo di me e di loro, mi resi conto di una ferita che non avremmo mai sanato. E i nostri scambi si risolvevano, quasi sempre, in un astioso presentimento:
«Parliamo meno, scherziamo meno: che cos'hai?», chiese Mohamad.
Bevevo birra, tiravo d'up o mi giravo ad addormentarmi dall'altra parte: mai che rispondessi; esasperavo la distanza.
«Sei ancora della squadra.»
Solo solo un accessorio.

E venne il giorno che il Direttore ci chiamò alla sua terrazza.
«Dovrete splendere, Protagonistes!», ci intimarono i Decurioni, «voglio vedervi in stivali lucidi, barba rasata e capelli in ordine! Voglio vedere una schiera d'angeli che sta al cospetto del proprio dio!»
Quel mattino, in camerata, sembrammo tutti ragazze isteriche. Fra maschi e femmine ci litigammo gli erogatori e le lampade, l'autotoilette, gli epilatori e i diffusori di deodorante. Mandammo in palla il programma EstetiPlast del beautytubo e dei bagni in genere; ne entrammo machi e ne uscimmo froci:
«Non fa gran differenza», Kaoutar ci ammiccò; si era tagliata i capelli a spazzola e nascosta il seno con una fascia, «l'unico uomo, l'unica donna sarà sempre il nostro Angelo.»
Lei: la vidi nuda, con gli occhi chiusi, in una nube di borotalco. Si pettinava, stornai lo sguardo: faceva male, non ne ero degno; nella mia limpida mediocrità potevo scorgerne l'orrore.
Trovai Bajaga agli appendiabiti che pettinava la mia uniforme, si infilò in tasca non so che cosa: mi sembrò piccolo, acuminato...
«'cazzo fai? Non è la tua divisa.»
«Sì, ho sbagliato: te l'avrò mica gualcita?!»
«Io, si vede bene, non ho appuntate le borchie nere.»
«Sei scassacazzi da qualche tempo: ti rendi conto?», lui si scrollò.
L'altoparlante gridò di muoversi, ci vestimmo e equipaggiammo; ci inquadrarono nel cortile coi settecento sopravvissuti.
«Sull'attenti, Decurie!», ci intimarono gli Istruttori. E all'improvviso sentii più morbidi i pantaloni; e la giacca, e la camicia, si slacciarono sul ventre. Sentii cadere i camei d'avorio dei gambali, della blusa, e mi accorsi delle asole e dei fili e i nodi sciolti... come fossero stati recisi con le forbici o un temperino...
Vaffanculo, Bajaga!
«È uno scherzo!», se la godettero quegli stronzi.
I Decurioni ci comandarono «sulle scale! E di corsa!»; salii impacciato dai pantaloni che mi cadevano, in disordine e scamiciato, nascondendomi fra i ranghi dagli sguardi del Signor Caramouche. Ma anche lui, 'sto gran figlio di puttana, mi strizzò l'occhio di uno spietato e di un infame divertimento. Gli ornidoridi alabardieri, che chiudevano le fila, mi pungolavano di andare in fetta e ripetevano trasgressione, trasgressione! L'uniforme è indecorosa!
«'sti cazzo di robot!», li allontanai con un calcio: pensai a Njazi, rabbrividii, sollevarono le lame... e un Decurione mi spinse avanti:
«Muoviti, coglione.»
Fuori, finalmente! E la terrazza mi apparve piccola; e più sudicia di piogge e di guano e foglie secche. Forse, mi stupii, è che non sono di umore adatto, ma... Mi acquattai in ultima fila, non m avrebbero notato: fra gli sfigati delle Decurie XVIII e XIII ch'erano restati soltanto in cinque; fra i tre superstiti dell'LXXXI. Francoise riuscì a trovarmi, mi tirò per un orecchio, mi incastrò fra Tirso e Guy che non smettevano di ridere.
«Sei della squadra, restiamo insieme, siamo i migliori davanti al Princeps.»
«Ma mi cascano le braghe! Mi vergogno, io... non posso! Ti faccio fare una figuraccia!»
«Deve vedere che siamo i soli rimasti in otto.»
Il cielo era coperto, spento, grigio cenere; l'aria appiccicosa, immobile e puzzolente: e un odore di mentolo, saponette e di sudore, l'olezzo ruvido dei falsocuoio, e dei metalli tirati a lucido, esalava da noi fessi lì impalati sull'attenti.
Fiori marci e la sporcizia dei cinque anni si annerivano sulle statue e i marmi rari del pavimento, mi illudei di riconoscervi le espettorate di Epona; il logorio delle sue bestemmie sui piedistalli e le balaustre. C'erano uccelli bruciati morti ed un tappeto di moscerini, il ronzio insopportabile degli apparecchi sui cornicioni. Kaoutar, Francoise - come tornassero alla prima volta - erano estatiche in un tempio sacro di cose candide, pulite ed inviolabili; gli altri - ne arrossii - erano saldi di dovere. Anche Aureen sembrava un'altra: si era uccisa, seppellita; transustanziata in un altro corpo mortificato di allenamenti. E il cadavere sovrappeso della teppista di Norma Jeane, forse, la sua pistola, sta là a marcire sotto quel muro che le ho impedito di scavalcare.
Mi guardò, all'improvviso, come leggesse nei miei pensieri:
Non puoi far niente, non sei nessuno; non hai deciso del mio destino.
E forse ero io solo, con l'animo offuscato, che attendevo in uno squallido disimpegno la fine di una promessa che non mi avevano mantenuto; un altro pezzo di inutilità alla collezione della mia vita. Andiamocene: è fatta; non c'è niente qui per te. Raccapezzavo al mio bel vestito che si scuciva e lasciava nudo. Il pulpito meccanico, il pellicano, gli uccelli-robot, la tromba dell'Alleluja e i barbagli di sangue ed oro mi si ridussero a un carillon di rame che arrugginiva nelle intemperie; quei palchi sghembi e i gazebo frusti delle orchestrine nei temporali. Le cinque torri dei Fondamenti, che sprofondavano nei cirri grigi, assistevano a un altro lutto della loro gioventù: era il nostro perielio, ma altresì il funerale.
Il Princeps, Makedòsh, tese le braccia in un amplesso con noi tutti: fu un solenne silenzio. Poi, d'improvviso, mi trafisse con occhi perfidi: la sua maschera ieratica, la sua cera guerresca e pura, si corruppe in terracotta e l'atellana di un fescennino:
«Ehi, figliolo, dico a te: dormito male?!»
Mi annegarono le risate di tutt'intero il pianeta. Francoise mi spinse indietro. Né i ragazzi in seconda fila, né in terza, né in quarta mi accolsero nei loro ranghi né i disgraziati rimasti in quattro; gli ultimi, le riserve, gli eroi per finta e certi inetti che risparmiammo.
«Avrei dovuto ammazzarvi tutti quando imploraste di risparmiarvi...»
Loro, però, notai dalle uniformi, avevano meritato il loro grado e distintivo; dimostrarono talento. Ero l'unico zimbello. Assistetti alla cerimonia in disparte e da lontano, e la luce del Direttore non poté illuminarmi.
«Protagonistes!», tuonò: parole che cadevano come massi da una rupe; quelle pause, quei sospiri e silenzi che durarono, nei nostri cuori, un intervallo di illustri secoli; «Vi ho forgiato! Siete pronti! Siete i numi di questo mondo! Le vostre lance e le vostre spade sono un fuoco distruggitore!»
Lo salutarono un bosco d'armi.
«... ma la guerra, in fin dei conti», la voce eroica si affievolì, «non è così imminente: vi lascio andare, tornate liberi. Se sarà il caso, ve lo prometto... vi aggiorneremo. Tornate a casa.»
Ci salutò, rientrò nel pulpito e affondò nel pavimento: e i gemiti, i singhiozzi, la frustrazione e le lacrime echeggiarono, nei cieli vuoti, per increduli minuti.
Non è possibile, non è possibile. È il mio destino; non ho un destino. È quel che sono; non sono niente. Ci ho speso sangue, ho vissuto apposta. Non ho vissuto e non posso vivere. Anni e fatiche dolore e studi che sono privi di un fondamento. Non hanno senso; che cosa ha senso? Ne ho visti morti, ne ho uccisi anch'io; sono un po' morto e sepolto anch'io. Ne avrei diritto; non ho diritti.
Crollai in ginocchio, mi disperai, volevo ardere e incenerirmi. Pensai alla mia lancia, mi infilai la punta in gola: volli morire, farla finita e sperai anche facesse male, ma...
C'era qualcuno, qui dentro me, che grufolava e tarantolava.

Eravamo già in mutande stesi a letto nel dormiveglia: le uniformi gocciolavano nelle teche autopulenti del sudore e della polvere di un altro giorno estenuante. Sperai di addormentarmi anche solo un istante prima di Njazi: sarei caduto in un sonno nero, senza sogni e ininterrotto indisturbato dal suo russare più rumoroso di un'anticarro. Tirso, Guy, Mohamad ed Aureen sporcavano di moccio il cuscino e il materasso, prostrati e irrigiditi dagli sforzi in allenamento. Kaoutar bruciava incenso su un altarino di un dio-sciacallo; Francoise, con una chiave usb proteica parassita a una tempia, memorizzava un antico mito su una certa Anna Karenina.
«È terrestre, è proibito», Bajaga le grugnì.
«Ciò che dicono sia terrestre non può esserlo: è così... ma tu sei maschio, che vuoi saperne?»
«Saresti donna, tu?», sbadigliai quasi incosciente. Mi sentivo sempre in colpa nel mancarle di rispetto.
Pispigliai che per favore si abbassassero le luci, e il computer della camera attenuò le barre alogene. Il Signor Caramouche spalancò l'uscio, gridò: che ci sedessimo sui materassi e gli prestassimo attenzione.
«Dalle sei alle diciotto di domani, fortunati rottinculo, sono sospese le attività didattiche e gli esercizi in piazza d'armi. Vi è fatto obbligo di restare in camerata e riposare le chiappe. Non farà gran differenza, data la lena che dimostrate in allenamento: sono gli ordini tuttavia, e voi obbedirete.»
«Signore», mi azzardai, «posso chiedere che c'è in programma, signore?»
Il Decurione non ascoltò, se andò sbattendo l'uscio. Dalle finestre ascoltammo il grido degli Istruttori che intimavano il medesimo a ciascuna camerata.
«Non so se ho più sonno o se sono più nervoso», Tirso si morse i labbri, «ci preparano qualcosa.»

Reduce dai party in falsaspiaggia e in discotower, quand'ero un ragazzino, mi trascinavo a far colazione e drogarmi ch'era metà pomeriggio: gongolai che l'indomani sarei tornato a quelle pessime abitudini... fosse pure per un solo giorno. Ma alle cinque del pretramonto ci svegliò, ci assordò, ci stordì un ululato e fummo accecati di fiamme bianche che avvamparono in piazza d'armi; soffocammo di una folata che penetrò negli interstizi: fuoco, idrogeno e pulviscolo metallico. Barcollammo, strizzammo gli occhi e ci affacciammo alle finestre:
«È un incendio!», Guy gridò, «la procedura prevede...»
Ma il salmodiare delle istruzioni e le misure di sicurezza gli si spezzò nel terrore panico di morire in quella trappola. Kaoutar, Francoise, lo calmarono a ceffoni:
«Il est pas un feu.»
La nube bianca che attossicava la piazza d'armi diradò attorno allo scafo di un mercantile spaziale, sferico di stive e scintillante di heliovele. Si appoggiava inclinato - quasi lungo un chilometro - sui carrelli elettromagnetici che crepavano l'asfalto; sulla ceramica del cockpit c'era il logo W.G.C.
Non avevo mai veduto un'astronave da vicino.
«Da dove vengono?! Che cosa sono?!»
«Western Galaxy Company», Kaoutar ci spiegò, «compagnia commerciale alla sinistra della Via Lattea.»
«Sono amici
«Per quello che mi riguarda, la mia famiglia è azionista.»
«Che significa, azionista
Kaoutar scrollò le spalle:
«Ha a che fare con i soldi.»
Da quando in qua, mi venne in mente, siamo capaci di viaggi interstellari? Chi commercia fra i pianeti e i sistemi? C'è un'unica civiltà: siamo noi, qui su Venere... Non abbiamo mai navigato al di là di Plutone; sugli altri mondi tolta la Terra non c'è un bel niente, c'è il vuoto...
Mi resi conto, però, che ero ancora turbato dall'incidente di Epona.
L'astrocargo spalancò una stiva, calò a terra una rampa. Certi tizi in tuta blu, con inservienti robot, scaricarono container contrassegnati da un'icona biohazard; Decurioni e nostri automi le trasportarono a un magazzino. L'operazione fu sorvegliata dagli ornidroidi alabardieri, che formarono un cordone tutt'attorno all'helionave.
«Armi chimiche, probabilmente.»
«Non usiamo armi chimiche!», Njazi si indignò.
«Forse è una fornitura per qualche aggeggio là in alto»: alzai gli occhi ai trasmettitori, i radar, gli apparecchi incomprensibili che ronzavano inesausti sulle terrazze del nono piano.
«È roba medica, da infermeria.»
«Quella, in effetti, ne utilizziamo parecchia.»
«Dà l'idea di una faccenda che andrà molto per le lunghe», Guy si immusonì.
Gli operai, gli Istruttori, i nostri robot e gli inservienti si dedicarono a quelle casse con premura timorosa: avrei detto che i Decurioni fossero tesi e sull'allerta.
«Guarda che canicola», Aureen si stupì, «attorno alle alabarde; guarda i loro gladi: sono arroventati alla massima potenza.»
Le ipotesi peggiori, più improbabili su quel trasporto ci crollarono al grido rauco e spaventoso che echeggiò nel quadrilatero da una cassa rovesciata. Il container urtò a terra e non si aprì: ma qualunque cosa viva ci fosse dentro, adesso, doveva essersi risvegliata e sbraitava per uscire.
«Devo sapere di che si tratta!»
Njazi uscì in cortile con altri pochi che si azzardarono, camminò verso le stive: i Decurioni gli abbaiarono che rientrasse immediatamente. I ragazzi, le ragazze degli altri gruppi incuriositi, obbedirono malvolentieri e ritornarono in camerata; lui ci schioccò le dita che gli passassimo una dose d'up, finse di inalarne appoggiato a una parete:
«Signore: solo un tiro, signore.»
«Ti tengo d'occhio, coglione.»
Ma impegnati a sorvegliare le operazioni di scarico, e nervosi con l'armi in pugno per le grida nei container, gli Istruttori e i tizi in blu non gli badarono granché. Njazi strisciò a carponi sotto un carrello dell'astronave: non riuscimmo più a vederlo; si levò dal nascondiglio ad ammiccare ch'è tutto okay. Lo sorprese un alabardiere e gli intimò di allontanarsi. Njazi lo ignorò. Si accostò un altro ornidroide, ripeterono che se ne andasse, e incrociarono le lame ad impedirgli di passare.
«Siete robot, non rompetemi i coglioni.»
«È l'ultimo avvertimento.»
Li spintonò. Intervenne un terzo automa: gli puntò l'alabarda in posizione d'attacco. Lui lo rovesciò con un calcio nell'addome, e il fracasso di rottami fece accorrere i Decurioni:
«Che accidenti succede qui?!»
E lo sorpresero, circondato dagli ornidroidi, madido di calore che irradiava dalle lame. Gli mancarono quasi i sensi, gli tremarono le gambe:
«... ho fatto una cazzata, signore...», boccheggiò. Alzò le mani e chinò lo sguardo ad accettare una punizione. Gli Istruttori non fiatarono, gli voltarono le spalle; ritornarono a scaricare e immagazzinare le casse.
«Gli è andata bene, puttanavacca!», sospirammo istupiditi.
«Procedere, procedere», ticchettarono i robot. Ci spezzarono il respiro: Njazi era in ginocchio, sollevarono le alabarde, le calarono a farlo a pezzi e incenerirlo in un arco rosso.

Per tutto il corso dell'82 ci esercitammo come unità combattenti, dovevamo coordinarci: per imparare ad agire in gruppo e superare le difficoltà di ogni singolo individuo; viceversa, a usare le nostre doti a beneficio di tutti gli altri.
«Che cosa sai fare, tu, di eccezionale? Mi sento un incapace.»
«Combatterete come Decurie», ci spiegarono gli Istruttori, «e i camerati che avete avuto per cinque anni, che conoscete, saranno gli uomini che avrete a fianco nel martirio e nell'onore.»
Dei mille ragazzini che entrarono in Accademia restavano, sì e no, ottocento Protagonistes... non ancora Protagonistes:
«Quel titolo non vi appartiene: il Direttore deciderà!»
E prima di ritornare allo splendore dei piani alti – da Tàmarlan Makedòsh! - c'erano ancora dodici mesi di probabili rinunce.
Ci insegnarono, riguardo i morti, che la faccenda era così: non si era mai trattato di incidenti, punizioni, fatalità o combattimenti: non avevano avuto fegato ed avevano rinunciato.
«Prendete i nostri due, per esempio», Bajaga riuscì a persuaderci: «Epona si è suicidata, Njazi ha disobbedito. È come dire che hanno mollato, no?»
Mi sembrò avesse ragione.
La prospettiva di azioni in gruppo ci suscitò parecchi dubbi: ridotti in otto non ci sentimmo granché capaci. Ci consolammo a veder schierati in piazza d'armi i cinque, sei, talvolta soli tre, quattro ragazzi di Decurie più sfortunate e più merdose della nostra.
«Sono checche», Guy li disprezzò, «ci lasceranno la pelle.»
La XIII, la LX, la XXVIII e la II non esistevano neppure più: quaranta incapaci, falliti, inadeguati alla lotta saliti in cenere nei cieli azzurri dai comignoli dei forni. Quando cremavano i ragazzi morti alzavo gli occhi ai monoliti dei Fondamenti, che svettavano di antracite nel cielo piccolo del cortile. Mi domandavo se quel colore - solenne, severo e imperituro - non fosse il sedimento dei nostri corpi e dei nostri sbagli. Le camerate neglette e vuote, e i materassi impacchettati nel cellophane, attendevano in silenzio le nuove reclute per i prossimi cinque anni.
Era inteso che un gruppo rispondesse ad un capo: Tirso ci si provò, a proporsi come leader; Francoise, con un bacetto alle guance, lo pregò di stare zitto e di non rendersi ridicolo:
«Oy, locos! Lo scopo è di formare il nostro spirito di corpo: è una stronza di ghiaccio e acciaio, se ne frega di noialtri.»
Avrei seguito Tirso per restare di buonumore, indossare i Carrera Galaxy sotto il cimiero da combattimento e rimorchiare la meglio figa negli abissi della Terra:
«... ché anche là ne rimedierebbe», si scherzava con Mohamad.
Ma, se volevamo restare vivi, vincere, martirizzarci e rifulgere di gloria la scelta era Francoise. Ci incidemmo il palmo destro con il filo delle spade, mescolammo il nostro sangue e le giurammo fedeltà.

I nuovi metodi di addestramento comportarono una piacevole novità: ci liberarono da quelle carceri dove sgobbammo fino a quel giorno; ci esercitammo in combattimento in ambiente ostile nei giardini inselvatichiti che circondavano l'Accademia.
«Consideratela la messa in pratica delle prove al simulatore: è un parco pubblico degradato che si estende per ettari, è infestato dai mutapet abbandonati dai proprietari. Ce n'è a decine, centinaia probabilmente; senza escludere i vagabondi, che...»
«... ma è la Cerchia dei Fondamenti», Francoise si risentì, «il n'y a pas des clochard.»
Ci trasportarono su un ottoruote fin nel fitto di quel bosco: viaggiammo un'ora e mezza. Ad appena due-tre chilometri dai cancelli dell'Istituto la carreggiata era tutta rotta di radici che affioravano, sbriciolata, franata ai margini e sepolta di fanghiglie Si interrompeva a una sterrata di mota secca e una coltre, poco in là, di detriti e foglie d'albero: ne affioravano fontane estinte e le altalene arrugginite. Cavallucci, lumache, gli elefanti di resina dondolavano al vento caldo che muggiva fra i tronchi d'albero.
«Eccone, per esempio»: gli Istruttori ci indicarono un certo grumo di peli, d'ossa e carne secca che marciva sotto un salice in un nugolo di mosche. Il nostro mezzo ci passò accanto, frenò per affrontare una curva e ci diede tutto il tempo di schifarci di quel carcame. Era un cane, era un'iguana, era un gatto e un pappagallo; era un coniglio, un'alligatore e assomigliava ad un pesce rosso: non era niente degli animali cui somigliava; solo lo scheletro, pelliccia e scaglie e le appendici deformi. Gli incisivi e i canini, asimmetrici e sproporzionati, luccicavano sotto il sole quasi lunghi una trentina di centimetri.
«Quando avevo sei-sette anni», Kaoutar si intristì, «anche Jabberwock mutò a quel modo: la dovemmo far sopprimere. Fu che il gene dell'ali da chirottero reagì male alle cellule di chitina: ma a noi bambini piaceva tanto che gli arac-crotali svolazzassero.»
«A voi bambini dei ceti ricchi, forse! Ma accontentatevi di un cagnolino!»
Alle 18.00 del precrepuscolo ci sbarcarono a un lampione. Le cinque torri dei Fondamenti ci sovrastavano enormi sempre, ma le muraglie color martirio dell'Accademia, le antenne e le terrazze, erano perse già da chilometri nel fitto nero degli abeti, gli scivoli contorti e i lavabo fracassati.
«È una bella passeggiata, coglioni: vi trovate al lato opposto dei cancelli dell'Istituto, ottanta miglia di terra ostile e di pericoli in agguato. Noi, però», sghignazzarono gli Istruttori, «ripartiremo sul corazzato: silenzio radio, resterete soli qui e nessuno verrà a cercarvi... casomai non doveste farcela. Ma avete le vostre armi, siete quasi Protagonistes. Siete un gruppo, una decuria: e come tale ritornerete all'Istituto, è inteso? Se anche uno solo mancherà all'appuntamento fallirete quest'esercizio e verrete penalizzati.»
Che, nel lessico dei Decurioni, era sinonimo di puniti: come gli altri che sono morti, tremai.
Risalirono sull'ottoruote, partirono. Inghiottiti dall'ombra azzurra, fra i girotondo divelti, ci annunciarono all'altoparlante il loro ultimo e estremo scherzo:
«... i container del mese scorso, coglioni, ricordate? Trasportavano terrestri, e li abbiamo liberati...»
Grida orrende, assassine ed affamate echeggiarono nel parco. Francoise sguainò la spada, si innestò la neurolancia e saltò nell'intrico nero contro l'urla più terribili; Kaoutar le corse dietro.
«Ay, cazzo», Tirso si impallidì.
«È il capo», disse Aureen, «le dobbiamo obbedienza.»
Guy, Mohamad, Bajaga ed io stesso - nonostante i cinque anni di dottrina, di addestramento - ci guardammo invigliacchiti e ci azzittimmo di vergogna; le seguimmo riluttanti.
Che accidenti ci faccio qui?!

Era un dedalo, un inferno. In un istante restai solo con Kaoutar ed Aureen; gli altri - va' a capire! - li sentii battersi da qualche parte contro un nemico irriconoscibile. Ragli, miagolii, voci umane e latrati immondi; il crepitio delle termolame e un odore di bruciato. Sterpi in fiamme, rottami fusi, tessuti in cenere e budella a fuoco. La furia di Francoise splendeva ovunque, ci circondava; potevo udire i peana trucidi, ridicoli di Guy che si innalzavano, molto poco convinti, con i canti di Mohamad e di Tirso e di Bajaga.
«Sono orrendi! Sono orrendi!», li sentii piagnucolare.
«Sono cuccioli! Uccideteli!»
Né i lampi, né le esplosioni, né i colpi secchi di neurolance.
«Li risparmiano?», mi stupii.
Aureen gettò la lancia, scaldò la spada ai seicento fahrenheit e tolse dagli slip la sua stupida plasmafucker:
«... è che incontrano solo mutapet.»
«Che ne sai?»
«Ce n'è un fottìo!»
Kaoutar andò all'assalto. Alla vista di quel branco, quella muta o quello sciame mi sporcai nei pantaloni. Si attorcigliavano e aggrovigliavano in una nube pelosa e viscida, in grumi d'occhi, di fauci e zampe e infetti e tumidi di vesciche. Le cocorite coi volti stolidi di feti umani e scimmiette focomeliche con l'inguine dentato; chihuahua glabri, siamesi e pallidi coi pungiglioni di scolopendre.
Abbattemmo a colpi plasma le prime file di quell'orrore, mezza dozzina di orrendi aborti che agonizzarono bruciati a terra. Ne strisciarono, volarono, e camminarono dappertutto; ci stringemmo spalla a spalla e difendemmo con le spade. Menai fendenti gridando rauco senza guardare e pensare, scavammo varchi di carne e sangue e umori luridi e chitina. Spargemmo i visceri e le uova di quelle cose. Tagliavo, affondavo, infilzavo e mutilavo con il ribrezzo che quegli aborti mi avvinghiassero e leccassero, con il prurito di loro addosso che morsicavano e si strusciavano: mi ustionai; non importava! Gli abomini ridotti al suolo feriti, ciechi, famelici, blateranti di dolore, si azzannavano l'un l'altro e divoravano da sé.
Quel criceto e tarantola con la faccia di neonato, che addentava e succhiava i suoi stessi tentacoli...
«Era l'ultimo», Aureen lo incenerì.
Ci appoggiammo seduti a un albero, respirammo, tacemmo. Ci raggiunsero Francoise e Bajaga; quindi Tirso, Guy, Mohamad insudiciati e pallidi di disgusto per quei mostri degenerati.
«... ma i terrestri?...», inghiottii.
«Ve la cavate a malapena con cette petit», Francoise freddò la lama: la pulì, strofinandola, sui pantaloni e la patta aperta e il petto nudo di Tirso; «non si può affrontarli qui. Torneremo alla sterrata. Percorreremo la stessa strada che abbiamo fatto dall'Accademia: non credo avranno il fegato di attaccarci allo scoperto.»
«Non è proprio scoperto...»
Lei guardò di sbieco ai troppi occhietti ed i denti bianchi che attendevano, in agguato, fra le fronde e le radici; gli artigli svelti, le gole avide e le code prensili che, per ora, si accontentavano di carogne. Ma che belavano e ridacchiavano di un pasto vivo e di carni calde. Io, santo cielo!, non me ne ero neppure accorto.
«Lo avete visto quando arrivammo con il blindato: quelli, almeno, non si azzardano fino a là.»

La seguimmo finché il sonno ci costrinse ad accamparci: avevamo marciato per quaranta chilometri. Il nuvoloso cupocobalto di un afoso imbrunire ci sorprese a una vecchia giostra con giraffe ed ippopotami, sverniciati di piogge acide e i decenni di abbandono.
«... sì, c'è una tettoria», si persuase Francoise, «c'è un'inferriata che può difenderci.»
Ci stravaccammo sui seggiolini e in groppa ai cigni, i fenicotteri e i coccodrilli di plastica. Kaoutar restò di guardia. Poco prima di addormentarmi la sentii languere, la vidi irrigidirsi; cinguettò di contentezza con la voce di una bambina. Pensai alle sue frottole, le sue stranezze: però...
«Ti ho spaventato?», mi indovinò.
«È un altro dei tuoi trucchi.»
«... queste altalene, questi giocattoli, il parco: sai cos'era l'Accademia, prima
«Prima quando?»
«C'era un prima. Fu una scuola elementare.»
«Ma va là.»
«Ho accarezzato una paperella lì sulla giostra... sai: vedo le cose; conosco subito com'è andata...»
Ricordai, all'improvviso, quelle parole dei Decurioni: forse è il suo specifico. Kaoutar sa ricordare.
Tirso è un buon compagno, tiene alto il morale. Aureen sa sparare. Guy, Bajaga, sono rocce; Mohamad, con la spada, è molto meglio di me. E credo più intelligente. Ha una nonna Protagonistes. Francoise cazzo è Francoise!
Io: cosa so fare?
Chiusi gli occhi alla fatica con un groppo di amarezza, mi sembrò di riposare per sì e no pochi secondi. Ma mi svegliai sotto una luce più tenue e fredda e intirizzito dal soffio rigido del crepuscolo inoltrato. Dovevo aver dormito per almeno un paio d'ore. Vidi Kaoutar là seduta su un tronco d'albero schiantato: era ferma e silenziosa come fosse addormentata.
«Non ti hanno dato il cambio?», mi ingrugnii, «toccava a...»
«Statti zitto!», sibilò. Aveva innestata la neurolancia: e i parassiti le brulicarono attorno al polso eccitati, fosforescenti e satolli di energia. Sentii Francoise scrollare gli altri dal sonno e ordinare si armassero. Subito.
«Li abbiano tutti attorno.»
«Ci attaccano! Ci attaccano!»
Rasparono fra gli alberi, affiorarono dall'ombra. Strinsi l'elsa, tesi il braccio alla neurolancia e il morso viscido dei parassiti mi diede i brividi e confortò. Un olezzo di orina, di sudore e di feci, un'usta atroce di primitivo, famelico e feroce esalò dalla foresta e mi strinse le budella. Puntai l'arma al qualsiasi cosa che fosse uscito da quei cespugli; inghiotti, strinsi i denti e mi feci animo. Contro ogni forma di oscurità che mi ero illuso di sopportare.
Quando vennero, e li vidi, vacillai inebetito:
«... sono umani! Sono come...»
Denutriti, derelitti, con gli occhi pesti e terrorizzati. Stremati luridi graffiati e punti da una fuga fra gli sterpi: dagli animali, dai carcerieri, dai runciglioni e i flagelli elettrici. E si aggrappavano a bastoni e sassi per sopravvivere in quel supplizio; si abbracciavano, piangevano e imploravano pietà. Non parlavano una nostra lingua, ma capii ch'era pietà. Donne, uomini, vecchi invalidi e bambini.
«... dove... sono i Grandi Aridi?! non ci assomigliano!... nei filmati...»
«Sono solo i loro servi.»
«Sono gli esseri inferiori.»
«Ma sono bimbi! Sono malati! Vorrete mica?!...»
«Non ci vuole un gran coraggio a ammazzare mostri, non? La vera forza sta nell'eccidio degli innocenti... se mai sono innocenti»; Francoise incendiò la lancia, le pulsarono le tempie: il fuoco bianco del suo disprezzo crepitò fuori il diamante, «Feu!»
Li incenerimmo, li sterminammo. Mi sentii succhiare l'anima dentro l'osso della lancia: sprecai fuori qualcosa vivo che avevo dentro e che, lo avvertii, non avrei più avuto integro. Bruciai d'odio e ripugnanza per quegli esseri, per me; li detestai perché uccidevo costretto a uccidere e per quello che mi inflissero. Guy, disinnestata la lancia, impugnò la termolama e cercò fra le carcasse. Trovò un terrestre disintegrato dal ventre in giù nella pozzanghera di icori e cenere ch'erano state le gambe, gli mozzò il capo e l'infagottò.
«È il mio primo trofeo!», la intascò soddisfatto.

Arrivammo alla carreggiata in relativa tranquillità, procedemmo incolonnati. Solo i guaiti e le strida oscene dei mutapet, qua e là, ci consigliarono di fermarci e di avanzare con più cautela ma - salvo qualche obbrobrio che volò di ramo in ramo, insultandoci di un guano verde che corrose le uniformi - quelle bestie non si azzardarono a assalirci sulla strada: troppo cosparsa dei resti marci dei loro simili e attraversata dagli ottoruote e noi reclute in addestramento.
«... 'sta settimana sarà il turno dell'LXXX, la LXXXVII e XCIII», Tirso tirò a scommettere, «quali ritornano tutte intere?»
«Nous», disse Francoise.
«Noi!», ripetemmo.
Solo Aureen, ultima alle mie spalle, mi sembrava non ascoltasse; non sembrava così entusiasta: ma camminava a sguardo perso a chissà che vuoto o piuttosto - notai - a certa striscia di grigio e nero al di là del folto e i rottami sparsi.
«Cos'hai visto?», mi insospettii.
Non mi rispose. I monoliti dei Fondamenti, ormai, ci occludevano l'orizzonte; e avresti detto che in certi tratti in discesa ripida te li sentivi crollare addosso. Dietro a me sentii i fruscii di una fuga fra le foglie.
«... e i XCVIII sono più forti», contraddissi certi pronostici di fallimento: «posso puntarci due dosi d'up che riusciranno anche meglio di noialtri. Che ne dici tu?»
Mi voltai verso Aureen. Che però era scomparsa.
«La insegui, la cerchi, la trovi e riporti qui», Francoise mi trafisse. E preferii buttarmi subito in mezzo al bosco che sostenere quegli occhi gelidi. L'erba era schiacciata, c'era un ramo calpestato; la bruciatura di una spadata in un intrico di rovi ed edera: facile rintracciarla. La vidi correre a qualche metro di fronte a me verso un margine color cemento che affiorava dalle fronde.
«Che ti prende, imbecille! Fermati!»
Mi ascoltò, mi accontentò, ch'era spalle a una parete: l'inferno verde finiva lì.
Quella striscia di cemento di due-tre metri d'altezza, senza sbarre né cocci in cima né un reticolo chiodato, proteggeva i Fondamenti, e la Cerchia degli Spettri, dai suoi negletti mutati cuccioli noi carnefici e la guerra; e i vagabondi che n'est pas possible si nascondessero in quei paraggi.
«... ma è solo un salto, ti rendi conto?»
«Non è possibile.»
«Lo è sempre stato. Bastava andarsene, bastava farlo.»
«Sei diventata Protagonistes... quasi. Proprio adesso che è finita...»
«Appunto adesso perché è finita», rise, «Se sei furbo ed hai le palle te ne vieni via con me; se hai le palle devi uccidermi, perché sto per disertare.»
E udimmo gli altri - Francoise furiosa - che ci chiamavano da lontano. O era solo un'impressione: quanto cazzo avevamo corso?! Sentii l'anima sudarmi freddo e mi tremarono le gambe:
«Muoviti», cincischiai, «c'è pericolo: quegli animali...»
«... quei mostriciattoli mutati loro e quei terrestri sguinzagliati.»
Buttò a terra le armi e arrampicò la parete. Io, disarmato allo stesso modo, saltai su per afferrarla e sopportare i suoi calci in faccia:
«Scendi!»
«Seguimi!»
«Scendi!»
«Fammi fuori, rotto in culo!»
Fu ridicolo, e cademmo: ci azzuffammo, scapricciammo e ci insultammo fino a che non ci accorgemmo dello scherno di quegli uomini:
«Ah! Ma allora esistono!...»
I reietti, i barboni, i vagabondi nel parco pubblico! Ci accerchiarono, ci costrinsero a spalle al muro. Ci minacciarono con lunghe picche e due fucili a canne mozze; ne avevamo addosso sette: mi sembrò che nei cespugli se ne acquattassero almeno il doppio. Bruni, laceri, infangati e rattoppati. Mi azzardai alla mia spada e mi infilzarono a una spalla; Aureen, più intelligente, alzò le mani e s'arrese.
«Ehi, straccioni!», sopportai la ferita, «voi lo sapete, con chi avete a che fare?!»
«Siamo in trenta, siete due, siete a terra e disarmati», risero, «con chi abbiamo a che fare?»
«Siamo quasi!...»
«Statti zitto», Aureen grugnì.
«Raccogliete quelle spade, le uniformi, gli stivali.»
Gli altri, Francoise, ci chiamarono più vicini; li udimmo correre, calpestare, bruciare sterpi e spezzare i rami.
«Sono i nostri camerati. C'è una mandria di terrestri.»
«Dài, spogliateli; fate in fretta, uccideteli.»
«Cazzo, no! Vi do anche questa, la plasmafucker: non hai bisogno di farci il culo.»
«Mi stai simpatica, si può discuterne», il reietto le ammiccò, «potreste unirvi alla nostra banda.»
«Con 'sti rifiuti! Non ci provare, sai?!»
Mi infilzarono un'altra volta: vomitai di dolore; mi accasciai privo di forze e si accanirono a denudarmi. Mi sfilarono la giubba, le giberne, gli scarponi e mi rubarono la spada. Non badarono alla lancia:
«... ché è inutile, fa' presto: ne arrivano degli altri.»
«Tu: cos'hai deciso?», insistettero con Aureen.
Ma gli straccioni che la incalzavano, che la agguantavano per il bavero, si accasciarono decapitati da un fendente di Mohamad. Tirso, Guy e Bajaga saltarono all'assalto dei banditi coi canne mozze: Tirso si beccò un colpo, sanguinò alla coscia destra, zoppicò fino a trafiggere l'avversario poi, ferito, arrancò verso di me; ci appoggiammo a un tronco d'albero. Guardò alla puntura che mi arrossava la spalla.
«Rivestiti: fai schifo»; raccattò il fucile a terra e sparò contro un picchiere. Gli altri tre, un istante dopo, agonizzarono bruciati. Guy rese la spada e la neurolancia ad Aureen:
«Muoviti, se stai bene, ché c'è da fare.»
Kaoutar e Francoise, poco in là, nella boscaglia, massacravano e inseguivano gli altri quindici barboni. Crepitii, pistolettate, schianti d'aste e tintinnii di lame; gli ululati delle spade e l'urla orrende dei morenti. Le vampe rosse e le scimmie brune che si inseguivano nel folto.
Vidi Kaoutar dare addosso a un nemico: quello cadde prono, lo afferrò per i capelli, levò l'arma a incenerirgli la gola e restò, tutto a un tratto impietrita, a schiumare in convulsioni e con gli occhi rovesciati.
«Dalle addosso!», la assalirono.
«Difendetela!», strillò Francoise.
Aureen, Guy, Mohamad e Bajaga si buttarono contro gli otto coi machete e coi revolver; li crivellarono di colpi plasma e li lasciarono mutilati.
«Qué demonios se puso?!»
«... è il suo specifico...», balbettai.
«Una especifica bonita mierda...»
Francoise percorse il bosco finché furono tutti morti: ci medicammo, prendemmo fiato e ci incamminammo sul tappeto dei cadaveri di quei venti poveracci.
Fu pietoso, e in qualche modo selvaggio scoprire che quei fucili, quelle lance, quei coltelli e quelle spade le fabbricarono con pali e tubi, spranghe, barattoli e cartelli autostradali. Impugnarono i bastoni e ci attaccarono con le pietre: gli emarginati dai Cerchi Alti dei Fantasmi, l'Accademia e i Fondamenti...
«... così simili ai terrestri...», mi sorpresi a bestemmiare.
«Dì, sei matto?!»
Guy mi rovesciò di un amichevole buffetto, com'era solito minimizzare se ti piegava a sputare il sangue: ci aveva anche provato, una volta, col nostro Angelo Sterminatore, ma Francoise lo aveva ucciso di un tale calcio alle palle che, per tutto un giorno, si pisciò rosso nei pantaloni. Piagnucolò con un droide medico:
«... potrò ancora avere figli?...»
Fui turbato che quei poveri disgraziati, lì inermi nella morte, mi sembrassero familiari. Kaoutar, risvegliatasi dal suo stato di catalessi, resto zitta, pallida, imbronciata e pensierosa per ancora molto tempo e un lungo tratto di strada.
«L'hai capito», mi apostrofò, «io conosco, ho visto tutto... quando l'ho preso per i capelli... certe emozioni sono un tramite molto forte, e il terrore di morire...»
«Sì, può darsi.»
«Siamo noi, non è evidente? Erano allievi dell'Accademia. Non hai notato quelle uniformi benché a brandelli? Sono i ragazzi che hanno mollato e traditori Protagonistes. Non c'è solo il martirio e la Terra...»
«Esiste sempre una via d'uscita», Aureen sputò sui corpi, «dovevo unirmi alla loro banda.»

L'ultimo mese ci fu una sera che non riuscii ad addormentarmi, trascorse almeno un'ora, credetti di esser l'unico. Restai steso con gli occhi aperti, in silenzio e conserto, spazientito da tutti gli altri che russavano o tossivano. Guy, però, si alzò seduto sul materasso: e restò immobile a fissare il muro per lunghi muti e perplessi istanti. Saltò a piè pari dalla brandina, cercò a tentoni nell'armadietto, tolse un involto dallo scaffale e tornò seduto e lo tenne in grembo. Lo senti che se la rise, bestemmiò e che poi gemette. Saltò ancora giù dal letto e andò a chiudersi in latrina. Col suo strano fagotto... Avvertii l'odore chimico e i ronzii dello scarico; continuò troppi minuti.
«Quell'imbecille ha intasato il bagno», pensai.
Lo vidi uscire, tornare a letto e rigirarsi fra le coperte. Poi si addormentò. Ma la latrina insisteva a stridere, puzzare e gorgogliare; mi innervosii, filai nel bagno. Restai schifato ed istupidito.
Quella testa di terrestre metà organica e metà robot, con il logo W.G.C. nella plastica del cranio, cadeva a pezzi in putrefazione nell'acqua torbida del water closet.


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Le mie foto
sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.