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mercoledì 29 luglio 2015

"Scrapslayer": progetto per un game-book


Eccomi, no: non sono andato in ferie. Anzi. Ho avuto da Urkin l'incarico di sviluppare libri-game multimediali. Per quelli della mia generazione, che da bimbi hanno giocato i volumi di "Lupo Solitario", è una sorta di traguardo esistenziale. In attesa di potervi dare i dettagli, colgo l'occasione per un post di Laboratorio sugli ingredienti che ho mescolato nel calderone.

Il committente mi ha chiesto fantascienza con sfumature di horror: quello che segue è il background dell'avventura (spero delle avventure: il progetto è seriale!) che giocherete; un ritratto di questa nuova protagonista e il "dark future" in cui vive.


La Via Lattea nel XXVIII secolo.
L'Uomo naviga fra le stelle ormai da seicento anni: l'assidua esplorazione di pianeti, sistemi, fasce di asteroidi; la messa in orbita di stazioni dai mondi colonizzati, ha prodotto - come già attorno alla Terra nel XXI secolo - una massa eterogenea di immondizia spaziale. Relitti, rottami di astronavi, di sonde e di satelliti e vettori di carburante; rifiuti di ogni tipo abbandonati dagli equipaggi.
Le vere e proprie nubi di questi scarti, che si formano nell'orbita dei pianeti più operosi, finiscono - con il trascorrere di decenni e di secoli - per impedire decolli, atterraggi, trasmissioni e causare variazioni climatiche e tempeste radioattive.
Il Governo Galattico, incapace di affrontare coi propri mezzi la crescente calamità, si avvale di privati per sgombrare quest'immondizia.
Individui rudi e poco raccomandabili, oggi, percorrono la galassia a bordo di enormi astronavi-rimorchiatore, soli, perfino asociali nei confronti dei computer di bordo; attrezzati per raccogliere, distruggere i relitti e scambiare cannonate coi rompiscatole cosmici.
Li chiamano Scrapslayers: il che la dice lunga, sul loro modo di fare.
Un po' scaricatori di porto, un po' archeologi industriali, un po' cacciatori di tesori, un po' mercenari e criminali, costoro hanno ottenuto dal Governo - oltre un buon compenso per un lavoro rischioso - di reclamare per sé ciò che trovano nello spazio.
Il che ti rende ricco, se ti capita il relitto giusto: ma si sa che nelle tenebre del cosmo si nascondono più orrori che tesori...
Molti pensano sia un lavoro da uomini. La migliore Scrapslayer invece è Kautar Kurdan, trent'anni, del Sistema Kobane. I capelli e l'incarnato di un mondo ridotto in cenere e una tuta spaziale firmata Manolo Blahnik. La sua prima parola, nella culla, è stata "napalm". Solca il vuoto a bordo della "Hellequinn" nel settore Sagittario-Carena.

In questo game-ebook vivi le sue avventure.   


C'è sempre bisogno di un referente reale: stavolta il modello è un'amica di chiacchierate e incursioni narrative (e nerd) a cui, da tempo, devo almeno un racconto; nonché certi poster di guerra USA (vedi foto) che mi sono venuti in mente quando l'ho "vista" al lavoro sull'astronave-rimorchiatore. Per tutto il resto, naturalmente... C'è "Alien" e c'è "La Cosa".



Seguiranno scarabocchi... restate su queste pagine!





lunedì 20 luglio 2015

The Trumpet Shall Sound (racconto completo)


Seduta sulla tazza a porta aperta sul corridoio, cosparso il pavimento di eccitanti e tranquillanti, Réssia guardò con occhi umidi, vuoti, neri di mascara e scoppiettanti di elettrolenti, le colleghe che scomparivano e riapparivano dalle quinte: subito accudite da uno stuolo di sarte e obbedienti alle strilla isteriche e la scaletta di Ibn Zhu.
Oh, accidenti. Lo sinonegro s'è accorto.
L'art director scagliò l'olopad a colpire per farle male ma, maramao, lo spaccò sullo sciacquone. Schegge aguzze di vetroplastica le graffiarono la fronte.
«'Cazzo fa 'sta stordita?!»; la afferrò per il polso, le affondò nella carne l'unghie lunghe laccate e, dalla toilette, la tirò fin il box trucco; la sbatté su un seggiolino con la faccia al tridispecchio, «stronza, ti sei vista?! Tocca a te, numero nove! Fra un attimo! E ti vedi che cosa hai fatto?! Si impasticca, 'sta vacca!»
Il vetro le rimandò la propria testa arruffata: il viso rigato, macchiato, sporcato, i grumi di lattice, cerone e botulino. Le protesi delicate di una giovane make-uper le trattarono le gote e le palpebre e le labbra: atterrita dagli improperi e gli insulti di Ibn Zhu, stordita e accalorata dalle pillole bianco-arancio, le pinze, gli aghi, i bisturi e i pennelli le pizzicarono le bruciarono ma li soffrì quasi niente.
un bel cocktail di roba, poco prima là al cesso... Veh che schifo la truccatrice; è malata...
Lei notò la pelle nera e infettata lì dove il metallo si incarniva alle dita; ammiccò alla ragazza, butta male sorella: che invece restò zitta, si ostinò ad ignorarla, e affondò con gli strumenti dentro i tendini nelle gote.
Si guardò nello specchio: era ancora una driade. La pelle le tornò verde smeraldo e striata; gli zigomi, gli occhi, la bocca, le orecchie, piccole, sottili, selvatiche e inumane; le pupille le bruciarono di un sant'anselmo azzurrino, del colore del sintessuto del Moschino che aveva indosso.
Una voce wirediffusa, metallica e monotona, chiamò numero cinque - Claire Marjane Volkova; l'art director spinse fuori quella albina, iraniana; la strinse per il collo e le urlò sulla faccia. Odorava di latte, freezer e sciroppo alla menta.
«Sei sveglia, strafatta stronza?! Sei sulla terra?!»; le contò sulle dita, «cinque, sei e sette! Numeri, vacca! Altre quattro e tocca a te!»
«Nove; dopo... Concy: mi ricordo...», Réssia annuì: uno scheletro messicano in pelliccia e pareo, che tirava da un lungo cylum ricavato da uno shotgun, le ammiccò dalle piantane sull'ingresso al palcoscenico. Lui la trascinò dietro i pannelli di cartongesso dipinti e modellati come pietre, cortecce; fra le modelle che si accodavano in passerella e sbirciavano al pubblico da una tenda di fronde d'albero. La spinse fra Matilde, Lillean e Nyarai che ripetevano i mantra isterici dei loro numeri e il loro turno, si scrocchiavano le dita ossute e saltellavano ferme lì: le nacchere nervose di quelle rotule da anoressiche. Sudavano, pisciavano, scalze e senza slip, il linoleum dei tre gradini che salivano alla scena.
Appartate dalla folla delle anonime sconosciute, serene e sorridenti a chiacchierare e tirare d'up, là in fondo riconobbe le corna tortili e il becco d'anitra di Baasima Monroe e Valentina Huang Ma. Attendevano toccasse a loro, l'apice, l'applauso: luccicavano dei raggi azzurri dalle pupille di tutte che non smettevano di guardarle e avvelenarsi e schiumare.
«Il doppio del cachet e i più bei capi di collezione: solo perché 'sto mese s'è fidanzata a Mazzetti.»
«... e quell'altra perché è sposata a Quevedo, 'sta zoccola...»
«... no, è divorziata: a dieci ore dal matrimonio.»
«Dài, 'cazzo dici?»
«C'era il video su W-anity
«Anch'io, se stessi con un campione di spaceball, potrei permettermi di farmi fare le permanenti.»
Lei sospirò di quelle splendide mutazioni che rendevano uniche, ricercate, pagate da capogiro!; desiderate da tutti i maschi sull'olorete, quelle stronze arriviste che si scopavano cosmoatleti
Ma dio se la Monroe non era fica - spaziale! - con quei corni nerolucidi di stambecco, di narvalo, che crescevano dal cranio sotto un folto violetto; porcatroia se la Huang era perfetta - divina! - da eccitarla, benché fosse una donna, se schioccava, starnazzava, baciava, dalla piatta protuberanza del bel viso affilato.
Réssia si accarezzò le nude natiche emaciate irruvidite di scaglie verdi dall'istant make-surgery, e salì, carezzandosi, fino all'ultima vertebra: languì di scodinzolare con una coda di serpe; liscia, vellutata, tutta piercing, inanellata all'estremità da un sonaglio di cartilagine.
«... è un milione di euro», si intristì, «da un qualunque genestetista...»
Scoccarono occhiatacce e staffilarono malignità; apostrofarono le mutate col dito medio e boccacce. Quelle le ignorarono, scrollarono le spalle, espirarono il fumo bianco con una smorfia di sufficienza. Réssia tagliò corto che se ne andassero a fare in culo:
«Pensiamo a lavorare, ché forse ci arriveremo», tirò da uno spinello che le diede Anja Bjorndottir, che usciva in passerella allo scoccare del sette; «Che cos'hanno che non abbiamo? Guardatele: guardate, a confronto con una top
«Eccola, è magnifica», rabbrividirono tutte quante.
Le quinte rifulsero di una luce dorata, e un alito di rose soffiò nel corridoio: Ibn Zhu, le sue sarte, le make-uper, un esercito di stagisti e di tecnici del palcoscenico, inghiottirono e s'impietrirono e trattennero il respiro. Réssia tenne in piedi Aña Koppen Bomana che cedette all'impulso di inginocchiarsi e pregare; quelle odiose prezzemoline scomparirono nell'ombra.
La divina Lily Gillan uscì fuori dal proprio box, un cubicolo personale in legno rosso laccato: si sedette su uno sgabello e attese il proprio turno.
«Quanto manca?», sbuffò, «Ho quel gala su Marte: non posso mancare, l'ho promesso al presidente.»
L'ordine del giorno, su un oloschermo a parete, si accese del suo nome in fondo a un lungo elenco:
«... il trionfo, il finale...», balbettò l'art director, «... ti prometto, tesoro: farai in tempo, c'è uno shuttle... Siamo tutti a leccarti i piedi; tutto il mondo è per te!...»
Réssia lasciò scorrere calde lacrime di gioia: 'fanculo se le gote si macchiavano di scuro! La Gillan erà lì, a qualche passo da lei; né lo stomaco né il cervello sopportarono quell'emozione.
«Ecco: muoio», pispigliò alle colleghe.
Hekatrina Ramirez insisteva a segnarsi; Zwanga Mencoboni, in estasi e impallidita, recitava sottovoce la Cantiche di Alighieri: l'eterea, perfetta, sovrumana creatura le guardò con quei tre occhi e sorrise e sfolgorò. Si alzò dallo sgabello e fluttuò verso di loro, sfiorando il suolo sudicio coi piedini palmati.
Tirò con la proboscide l'acre fumo di chemioganja, gemette di piacere:
«Accendimene una.»
«... ho... solo questa»; Réssia singhiozzò, «l'ho presa a un'amica; ch'è uscita, e...»
La divina le premette la sua appendice sui labbri; gliela avvolse attorno al collo sottile, madido, gonfio di eccitazione, e la tenne stretta a sé e le soffiò nell'orecchio:
«Dopo, magari...»
Conchita Selassié rientrò dal palcoscenico, la voce di altoparlante chiamò numero nove: Réssia, stordita, la ascoltò malapena. Ibn Zhu, trasecolato, si svegliò dall'incantamento; si buttò fra le ragazze e strillò e le spintonò:
«Lily, lascia stare; perdonami amore... 'ste stronze! 'ste stronze! 'ste vacche! 'ste lese! Spostati, tesoro... I numeri, deficienti! Cristo, il nove! Quella troia di Réssia! Non offenderti amore...»
La afferrò per i capelli e tirò sui tre gradini: lei si ritrovò nel cerchio caldo dei riflettori in un abisso di oscurità e facce mute del pubblico; l'assordante Lothlorién di Enya che tuonava dagli stereo. Le minuscole fate-drone che volavano nella sala raccontarono i suoi abiti con cento voci di bimba; arrochirono sui doppisensi e le allusioni all'amore saffico:
«... modello ottantuno ventisette ottantuno; collezione di una notte di mezza estate. Puckpunk: per il golf gravitazionale nei green dell'Amazzonia. Lasciatelo a divertirsi con le buche e la mazza, lui; esplorate con un'amica i grandi fiori di apotrophallus. Per il jogging, dopo il jogging, in Jobs Park sulla Luna: rincorretevi fra Dafne e Dafne; quel noioso di Apollo è in hotel a godere spacesport. La ragazza di questo autunno sarà ninfa e Titania...»
Réssia sfilò fin metà passerella: torturata dagli occhi fissi, roventi dei fari, e il dolore su tutto il corpo degli interventi chirurghestetici. Volteggiò di spalle al pubblico per mostrare la scollatura, i ledstrass sulla schiena; lo strascico di biopizzo che cresceva e strisciava a terra a avvinghiarle le caviglie e morirle sotto i piedi.
Lily, là in fondò, la guardò dalla cortina di foglie d'albero: sì, guarda me! dio che emozione!
Incespicò nell'alga morbida che suppurava al vestito: cadde, faccia all'assito, fra uno scroscio di risate.
Lo strappo in fondo all'abito, il ringhio di Ibn Zhu, lo squittio di donne ricche nelle tenebre in platea.


«Siediti, Réssia»; Goffey la costrinse su un seggiola di licheni, si buttò su una poltrona all'altro lato del tavolo: schioccò all'olomonitor, tossì mostra feedback – semestre; e disse il suo nome triste ed irritato.
La gaussiana di luce rossa sul vetro scendeva molto sotto i numeri negativi.
Lui la guardò fisso in trasparenza a quei dati che fluttuavano fra loro sopra il piano di corallo; sopra un cumulo di olodischi contrassegnati col pennarello. Seni, girovita, natiche e cognomi; diciassettenni dai nove mondi e le stazioni orbitanti.
«È stato un disastro, ieri sera al PalaSchiffer.»
«Sì, mi rendo conto.»
«Non per la Moschino, di Ibn Zhu non mi interessa: per noi, per te tesoro; la tua carriera e il buon nome dell'agenzia.»
«Ti... prometto; sarà l'ultima volta», le si ruppe la voce, scoppiò in un pianto isterico e stornò da quel suo sguardo crudele, giusto e disilluso; «ma che cazzo prometto a fare?!»
«Diciotto ultime volte, tre denunce per aggressione, diciassette per detenzione di sostanze stupefacenti e varie ed eventuali che ho pagato di tasca mia. Eri un gioiellino, all'inizio, l'anno scorso: che cosa ti succede?»
«Faccio schifo, Goffey; sono un cesso.»
«Sei bellissima sempre», lui la accarezzò. Con quel tono e quel tocco freddo di un androide a buon mercato.
Réssia si guardò con gli occhi gonfi, arrossati, nei cento e cento specchi che ammiccavano in quella stanza: tutti le rimandarono un viso sciatto, insulso, inespressivo e un corpo ordinario e volgare e troppo umano; la becera pesantezza della carne e tutti gli icori: le lacrime che adesso la umiliavano col manager; il sudore e l'orina isterica di ogni giorno nei camerini; la cispe, il cerume e la lanugine nell'ombelico.
Una pila di escrementi senza istanze divine.
«Sogneresti il mio volto fra gli ottanta altri miliardi, Goffey?»
«Preferisco le mie notti di bicipiti e peni turgidi. Ma questo che cosa c'entra, con il tuo rendimento?»
«Tu non sai che coraggio ci vuole a sfilare in passerella quando ti accorgi che sei ridicola, brutta; che il tuo corpo non vale niente.»
Lui sfiorò la sua cartella sull'oloschermo, le zoomò sui compensi, percentuali e penali sulle pagine dei contratti stipulati con le maison:
«Vale trentaseimila che sto perdendo e mi devi, Réssia.»
«Faccio ridere, pena e sono vecchia.»
«Sei vecchia a diciotto anni?»
«Vedo le altre, le invidio e mi viene il vomito. Io non ce la faccio, a salire quei tre gradini.»
«Prenditi una pillola.»
E all'improvviso le tornò in mente quel bagno lurido, ieri, e il tappeto di pasticche e di blister sul pavimento. Rise.
«Senti, stronza», lui si indispettì, «se lo trovi così buffo, se vuoi prendermi per il culo, leggi il rigo in piccolo poco sotto la tua firma: il foro competente è quello di Saturno. Ce l'hai un avvocato? Ci si vede sugli anelli.»
«Voglio un prestito, Goffey.»
«Vaffanculo.»
«Due milioni di euro: la coda... e un bel paio di zampe da uccello, anche; voglio i trampoli, le unghie, come quelle dei fenicotteri.»
«Cos'hai sciolto nel caffè stamattina?»
«Sei strafica se sei mutata, e lavori se sei mutata; guadagni bene se sei mutata: lo sai meglio di me.»
«L'istant-surgery...»
«L'istant-surgery cambia un cazzo, tanto vale sfilare in maschera. Se vuoi essere una star devi farti le permanenti. Ma tu ti ostini a trafficare con noi sciacquette, perché puoi farci fare i contratti che ti fan comodo.»
«Sai che ce n'è mille, qui in attesa alla porta?»; il manager si alzò, rovesciò la poltrona, la prese alla collottola e la tolse dalla sedia.
«Dammi quei due cazzo di milioni di euro. Divento sovrumana e te li rendo con gli interessi.»
«E perché proprio a te che sei la peggio, un casino? Ho settanta altre ragazze che varrebbero l'investimento.»
«Perché li voglio da starci male e morire, Goffey.»
«Non sporcarmi il tappeto col tuo cadavere»; la tirò fino alla porta, la sbatté sul pavimento del corridoio e chiamò Mrs Kikuchi che venisse ad occuparsene.
I rollerbones dell'assistente, incastonati al calcagno, tintinnarono sul nero dei pannelli di raku.
«Réssia se ne va.»
«Sì, Mr Goffey.»
«Se ne va la buona volta, intendo.»
«Senz'altro, Mr Goffey.»
«E fate che la contatti lo studio Mason & Grisham.»
Tirò l'uscio sulla guida, lo sbatté con intenzione; e le fece ascoltare il jingle del do not disturb, please che suonò dalle casse incorporate allo stipite. La troia nippofinnica la alzò per un'ascella; le accennò con disprezzo, schifata, soddisfatta, alla rampa di acciaio tortile che scendeva nella hall.
Lei si pulì il moccio, il pianto, il trucco sfatto e andò per i gradini coi ginocchi che tremavano.
La assistente le stette dietro, qualche passo distante, con la mano sulla bocca a coprirsi le narici, spaventata e superstiziosa dell'infezione del fallimento; la infilzò fra le scapole con uno sguardo raccapricciato:
«Lo sapevo da che ti ho vista la prima volta che non saresti finita bene. Da che il capo t'ha scoperta a quel rave party.»
«È parecchio che non si scopa, vero Kikuchi?»
Attraversarono quattro piani di trasparenze e cristallo, fari che scottavano e sbirciare d'obiettivi; l'odore chimico dei make-up e il tinnio di pinze e bisturi, parrucchieri e truccatrici che chiacchieravano di showgirl. E poltroncine che cigolavano delle attese - nervose - di minorenni di un metro e ottanta e la seconda di reggiseno; la mannaja del e del no; i noiosi, reiterati le faremo sapere e gli ottimo, ottimo!; di agenti e olofotografi. E le mamme che brontolavano sono froci, sei bella; e le mamme che esultavano sei la più bella di tutte!
Réssia si sentì struggere e distante da ogni cosa: gli uffici, la sartoria, gli ambulatori e le sale-posa le sembrarono lo scatolone delle BioBarbie da piccolina; prima di una notte di fellatio e lsd che spartì gli undici anni da una vita da adulta. Non aveva più trovata la collezione di bambole; ora le sembrò il caso di cercarsi un lavoro vero. Proseguì fra gli indaffarati che sgomitavano nei corridoi: triste, stordita, da non conoscerne più le facce. Pennellate improbabili e sgargianti di camicie, gonne, pantaloni e canottiere attillate; cose nei capelli e olezzo di deodoranti, creme, balsami e gel che non bastavano né al troppo stress né al clima artificiale. Una voce roca, androgina, la palpò di complimenti sul suo sedere e sul portamento:
«Dove porti il bocconcino, Kikuchi?»
Una splendida e eterna cinquantenne con le curve di Sofia Loren, la barba di Rasputin, vestita in tailleur nero con un elmetto calzato in testa, la pregò che si fermasse, volteggiasse e le girò tutt'attorno.
«Réssia se ne sta andando», spiegò l'assistente.
«Sei libera, tesoro?»
«Di più: disoccupata.»
«Me la lasci, Kikuchi?»
«Mr Goffey mi ha chiesto...»
«Me la lasci, Kikuchi.»
L'altra rabbrividì, a quel comando da uomo vero. Obbedì il gesto scocciato, azzittita voltò le spalle, e salì per i gradini sui piedi nudi a rotelle d'osso.
«Interessante: disoccupata; è un peccato buttarti via.»
Lei, stordita, impressionata da quel potere, si lasciò stringere i polsi dai guanti lucidi in chitina, e lasciò la trasportasse fino la soglia d'un magazzino.
Le pareti divisorie di lamiera, di plastica, di vetro colorato che conducevano fino là, disegnavano un dedalo appartato da tutto il resto, stranamente disabitato dalla folla dell'agenzia. La musica d'ambiente, che altrove era assordante, le giunse ovattata in un pispiglio barocco:

the trumpet shall sound
and the dead shall be raised
incorruptible
and we shall be changed

L'aria condizionata era spenta, era guasta: Réssia storse il naso di un eccessivo calor corporeo; di un puzzo di palestra, di indumenti sudati, e di impronte di polpastrelli che appannavano il metallo.
«Vieni», l'androgino si illanguidì: senza smettere di tenerle, accarezzarle la mano, digitò alla serratura e aprì l'uscio con un colpo d'anca.
«Sono senza lavoro: non ho detto che voglio...»
«Cosa credi, cretina?»
Réssia, immusonita, la seguì nel magazzino, la porta ronzò loro alle spalle; si richiuse ermeticamente con un accordo di si bemolle.
La stanza era affollata di collezioni nel cellophane, biotessuti in criostasi in guardaroba di liquidi nutritivi. Un alito irrespirabile che esalava da chissà dove - forse un lucernario, un impianto, una vetriata – involava completi splendidi d'alta moda e gran soiree. L'alito gonfiò gli abiti di morbidezze, di curve, quasi che ragazze li indossassero e sfilassero; li animò di eleganza e proporzioni impossibili.
«... Lily Gillan, per esempio, li porterebbe così...»
«Lily Gillan andrebbe bene nelle colture idroponiche: a zappare le zolle, altroché i defilé»; continuava a girarle attorno, le cingeva la vita, misurava con un'occhiata le sue forme imperfette:
«... qualcosa è da aggiustare», le smorfiò conciliante, «però ci arriveremo... però ci arriveremo...»
«È come bestemmiare!», Réssia trasecolò.
«Sei meglio della Gillan.»
«Ma nemmanco mutata!»
«Mettiti là, con le altre: voglio ancora vederti...»
Lei, sconcertata, guardò a un angolo di grucce, abiti, accessori, veli che fluttuavano e teli trasparenti gonfi e morbidi d'aria calda:
«... qui... non c'è nessuno...»
«Dài, deficiente: intendo... con i vestiti... No: lascia perdere», l'androgino schiarì la voce; sgombrò un piano da due rotoli di tweed e scoprì una scrivania accessoriata ad ufficio, «dobbiamo parlare, innanzi tutto: conoscerci.»
«Che cos'è questo... posto?... Ha trattato Mrs Kikuchi...»
«Me lo posso permettere.»
«Sono in pochi, qua dentro.»
«Mi chiamo Chiara Carronan: lavoro per Goffey... ma lavoro per me stessa, se colgo un'occasione.»
«Offre ingaggi per quattro soldi alle scartate dall'agenzia», Réssia si incupì.
«A quelle, come te, che Mr. Goffey si fa soffiare da sotto il naso.»
«... sì, mi interessa... in mancanza di meglio...»
«Io, sono il meglio.»
«Mi presta due milioni?»
Carronan si lisciò la lunga barba notturna, rise; le palpò e le pizzicò la coscia pallida scheletrita fino a farle male e arrossarla con un livido:
«Vorresti fare le permanenti?»
«Sì, Gesù Cristo! Divento un animale!»
«Eh, si potrebbe: si inizia anche così.»
«È il massimo, invece.»
«Potrei anche prestarteli: sono soldi buttati al cesso.»
«Stessa cosa che ha detto Goffey.»
«È il senso che è diverso.»
«Non ho l'aspetto di una su cui scommettere.»
«Dico solo che è l'anima, è il cuore che conta.»
«Ho un cuore grande grande; sono mooolto sensibile...»
L'altro si appoggiò alla scrivania digitale; le chiese gli anagrafici e la iscrisse su un registro: un'anonima oloscheda, come tante che aveva già compilate, fluttuò dinanzi il monitor che si infittì dei suoi dati.
«Cinquantacinque, cinquanta, settantanove; uno-ottanta, taglia trenta, non mi peso da che ricordo.»
«Temperatura corporea?»
L'interfono chiamò Carronan a una bega ai piani alti; l'impiegata che supplicava all'altro lato dell'apparecchio, vieni subito, Chiara, vieni subito!; le diede l'impressione di una strigliata di Mr. Goffey.
«Me la sbrigo in un quarto d'ora», l'androgino le assicurò; spalancò un pannello freezer con alcolici, birre e Cosmo-Cola e le offrì una bustina con qualche grammo di up: «stai comoda, tu.»
La lasciò sola nel magazzino accarezzata dall'aria calda.
Cristo, è irrespirabile! Réssia si guardò attorno fin il soffitto, negli angoli: e lo stesso non trovò quell'accidenti di lucernario, ventilatore o che-cosa-cazzo che spandeva nella sala quella torrida folata; né c'era un telecomando o un controllo sul tavolo. Le venne in mente di qualche grata nel pavimento da, magari, coprire con un abito fra i tanti in rastrelliera; perlustrò l'intera stanza ma... no, niente da fare.
«... neppure una finestra... muoio, Gesù!...»
Si scalzò le zeppe tredici di gelatina ed acciaio, e affondò, coi piedi nudi, nei cubetti del frigobar; si scolò un Asahi fruttata e si stese con gli occhi chiusi. Trascorse una mezz'ora, e Carronan non era ancora tornato. Réssia, sudata, boccheggiava in quel forno. Contò tre quarti d'ora: si ingollò, dopo la birra, due lattine di vodka, sprecò metà di un'altra nel tentativo di avvicinarla alle labbra; sospettò, ne fu certa, che quel tizio blablablabla belle promesse ma che la avesse mollata lì, che se la fosse dimenticata. Un automa-spazzino, forse, quando fosse, la avrebbe portata via e rovesciata in un cassonetto.
Rabbrividì di qualcosa che la toccò su una spalla; strillò e si alzò di scatto. Annebbiata da un litro e mezzo di Putinka - singhiozzo! - vacillò sulle ginocchia lancinata dall'emicrania.
L'aria calda le involò contro una camicia, un paio di pantacollant, che insistettero a strusciarla stranamente consistenti, pieni, morbidi; volteggiarono sospesi e le fluttuarono a qualche passo discosto. Réssia tirò una scarpa, «vaffanculo, m'è preso un colpo!»; affondò nella camicia che non cadde e non s'afflosciò. Vide una dozzina d'altri abiti senza grucce, attillati su natiche e su seni inconsistenti, che uscirono dai guardaroba e le volarono tutt'attorno; portati, trascinati, dal fiato insopportabile.
«Dio, che sbronza!», ridacchiò circondata: le misero le maniche, i polsini e i guanti nei capelli.
Carronan tornò: al ronzio dell'uscio elettrico nella guida, i vestiti si accasciarono qua e là nel magazzino:
«Che cos'è questo casino?! Cos'hai fatto, cretina?!»
«... non... non so, non...»; ma aveva l'impressione che non stesse rimproverando lei sola.
L'altro la afferrò stretta alla gola, furioso, vide il frigo saccheggiato e le lattine sul pavimento; la obbligò ad alitare e schifato la lasciò andare:
«Hai i numeri bimba, hai la stoffa: ma negli ambienti in cui posso introdurti... devi mettere la testa a posto.»
Lei gli si prostrò, gli abbracciò gli stivali, leccò e baciò devota e promise disciplina.


Réssia si ripeteva e ripeteva quell'indirizzo, camminava avanti e indietro nei venti metri di strada rischiarati a intermittenza dall'ologramma di Moe Szyslak. Guardò ancora alla targhetta sullo stipite scrostato: l'ingresso, la vetriata, il basculante abbassato di un tripstore coreano abbandonato sa-il-cazzo quando. Il civico, la strada, era quella che ricordava; che aveva scritto con il rossetto sull'avambraccio casomai che se ne fosse dimenticata. Guardò l'ora sul simbiowatch impiantato nel polso: le 00.45, perdio! Perché non arriva?
I rottami di umanità che boccheggiavano lungo il vicolo, sdraiati sui rifiuti, storditi di droga e alcool, schiusero le narici e gli occhi vitrei cisposi, annusarono il suo profumo, si accorsero che era lì: si stropicciarono indecisi se fosse un sogno e grugarono infoiati, barcollarono, ricaddero e le strisciarono incontro.
Un fischio di turbine li respinse nel loro sordido, spazzati con le immondizie da uno spurgo di fiamme bianche.
Rèssia fu accecata dagli abbaglianti di un'a-gravmobile che restò, motore acceso, sull'ingresso del negozio. Spalancò la portiera a mezzo metro dal suolo: Carronan, in tuta da kamikaze del XX secolo - color malva, però - le fece cenno che si sbrigasse: la tirò nell'abitacolo e subito prese quota.
«C'è mancato davvero poco», lei gli si strinse al braccio.
«Ancora qualche istante e si sarebbero attivati i sensori», l'androgino annuì, «sai quant'è la multa, se ti beccano a sgarrare da queste parti?»
«... no; intendevo...»
«Quattrocentoottantotto euro di divieto di sosta: non ti sembra si esageri?»
Guardò quei miserabili che scomparivano la in basso, tornando fra i cartoni e sui letti di lattine: rabbrividì che si muovessero come ratti:
«... ci è andata proprio bene...»
«Sei pallida: hai mal d'aria?»
«Tutt'apposto: dove andiamo?»
«Ehi, davvero: ti sarai mica fatta? È la grande occasione, non è una stronzata.»
«Mi ha dato appuntamento in un vicolo di barboni, di notte; fuggiamo da un'effrazione ed è la grande occasione: è difficile a credersi.»
«Ho il garage al centunesimo livello», le indicò quel grattacielo che si innalzava alla loro destra, sorvolarono l'edificio e virarono a nord-ovest; «atterrando in verticale mi era comodo trovarti qui: all'altra uscita c'è sempre traffico, ne avremo per mezz'ora.»
Schivarono due rocketscooter che si inseguivano contromano, sopportarono il volo lento di un furgoncino di Google Maps e restarono sospesi a far passare un'a-gravbulanza. Réssia abbandonò ogni dubbio e reticenza quando Carronan imboccò quell'olopista dorata: salirono le crisotorri di New Parioli e Ni'ū Marais. I droni-casellanti disarmarono i chaingun, lo salutarono per cognome e li scortarono per un tratto. Lei guardò alle spalle le luci fioche del mondo, del resto insignificante e disprezzabile del mondo, che colmavano un orizzonte di invalicabile mediocrità.
Col cazzo, invalicabile! L'ho appena scavalcata!
L'a-gravmobile scivolò sui Giardini di Babilonia, le Capri di Tiberio e le Regge di Caserta; navigò sopra i bastioni di swarovski, di platino, guardati dai monumenti a Bianca Balti e Naomi Campbell. Poi accelerò verso l'acropoli dei Palas, che echeggiavano di Daft Punk e i mottetti di Palestrina.
Réssia si commosse:
«... Ibn Zhu, Mr Goffey, non ci portavano fino qui...»
«Neanch'io ti ci porto», Carronan tirò la cloche: scese bruscamente a un anonimo agglomerato sul fianco occidentale del mausoleo di Isabelle Caro; somigliava a una serra di luci calde e soffuse. Atterrarono su un terrazzo dirimpetto il padiglione.
Lei si spiacque molto di quella gabbia di piombo e vetro: le sembrò un oloset in disuso della Piccola Bottega degli Orrori.
«... come il solito entrerò da un porta di servizio, eh Mr Carronan?...»
«Sei alla soglia del top del top, deficiente.»
«Ci sfilano, in questo posto?»
«Ci si assurge all'Olimpo.»
«Qual è lo stilista?»
I pannelli di vetro opaco, in effetti, lì dentro, vibravano e scintillavano di luci da defilé: e però non le riuscì di scorgere le modelle; attorno alla passerella, sciabolata di fari e strobo, le sembrò si raccogliesse un'esigua platea.
«Lo stilista non si può menzionare, ascoltami bimba: qui si presentano collezioni esclusive, segrete; perfino ai responsabili delle maison di appartenenza.»
«... Io... non so se sono pronta a indossare certe cose», Réssia tremò: e gli occhi le brillarono che manco mai con le iridi artificiali, il cuore le impazzì, pisciò di contentezza; «lei crede davvero, Mr Carronan, che possa?...»
«Tu stasera non indossi un bel niente. Ma vedrai supermodelle e clienti che... insomma: bisogna ti renda conto; ché a me verrebbe fifa soltanto a nominarteli. Dopo, solo dopo, ti farò la mia proposta.»
Entrarono nella serra. Un enorme maori a petto nudo e tatuaggi, con una mazza elettrificata e chiodata, accolse l'androgino in un abbraccio affettuoso. Lei la scansionò con l'occhio rosso bionico; le sorrise, la lasciò andare, con una pacca al sedere. Attraversarono un disimpegno posticcio e accedettero a una piccola platea: sì e no cento poltrone di lucida vera pelle. Un assito essenziale di legno d'ebano e rivetti d'oro si protendeva per qualche metro da una quinta altrettanto spoglia, nera: una gola di notte e tenebra su una parete di fondo. Proiettori psichedelici e un Monteverdi assordante imbambolavano gli spettatori delle intime e esclusive dieci file; Réssia riconobbe...
«... Oh, santo Cielo!...»
«Ora sai che ciò che hai visto non deve uscire da questa sala», Carronan le soffiò.
Nel mondo normale e nella vita, là fuori, la sola prossimità a chicchessia, fra quel pubblico, le avrebbe procurato una scarica di taser, querele; un'inquietante telefonata di notte o un proiettile nella testa. Li guardò ammutolita, atterrita; si sforzò di ignorarne i ruoli su quel pianeta, nel Sistema Solare, e svuotò di significato titoli quali premier, presidente, ministro; oyabun, segretario, vor v zakone e ayatollah.
Perché le conveniva, se voleva restare in vita.
Ginoidi senza volto, con carapaci d'argento, servirono cocaina da cornucopie barocche; Lollobrigide di plastica allattarono con milkplus. Lei e Carronan approfittarono dell'intervallo per cercare due poltrone appartate da... tutti gli altri: non ne trovarono a distanza tale da non incorrere nei bodyguard; o gli sciami di nanodroni coi pungiglioni al cianuro.
«Saliamo dietro il palco», l'androgino la consolò. Si inoltrarono in un corridoio di servizio e uscirono nei camerini sotto il trave delle quinte. I tecnici, gli attrezzisti, gli automi, gli stagisti e inservienti che popolavano il sotterraneo, salutarono Carronan con un cenno annoiato, lo sbadiglio o l'occhiolino per chi sempre era con loro. Lui, però, contraccambiava con imbarazzo, deferente persino ai robot che abbassavano le zavorre:
«Non dare per scontati i privilegi, bambina: bisogna meritarseli.»
Tutt'un tratto mellifluo, stridulo e servile lasciò perdere la ramanzina e corse addosso ad un altro tizio: un indiobaltico vestito di cobalto con una treccia di scolopendre che gli scendeva fin le caviglie, attorniato da assistenti che brillavano di olopad.
«Fëdor Almodóvar! Tu, oh divino!»
«Abbracciami, carissimo!»
«Una tua coreografia?», Carronan lo sbaciucchiò.
«Oh, una cosetta. Mi scoppia il cuore d'averti qui!»
«Non sono venuto a caso, maestrissimo maestro! T'ho portato una caramella che val la pena succhiare tutta.»
La invitarono a avvicinarsi per squadrarla da capo a piedi.
«Réssia», l'androgino li presentò, «Fëdor è l'art director, qui... capisci?»
«Che vuoi che capisca, questa faccia da scema?»: tutti gli obbedirono con un riso sforzato, si azzittirono quando le strinse le gote fra le tredici dita ossute che odoravano di cloro, «non c'è granché da togliere, per fortuna.»
«Gli piaci!»
Lei, stordita, annuì con gli occhi lucidi:
«... togliere, togliere!...»
«Fëdor, siamo amici: te la do' per cinquecento a sfilata.»
«... Mr Goffey pagava il doppio...»
«... mila, handicappata. Per me il trenta percento.»
A Réssia mancò un battito.
«Ha accettato di sottoporsi al processo?»
«Lo accetto, lo accetto! Cinquecento a sfilata! Mi ci faccio le permanenti, Gesù Cristo!»
«Che orrore!», Almodóvar la scansò, «basta con questa carne! Vuoi deludermi, piccolina?»
«È molto emozionata», Carronan la azzittì; la sbatté ad una parete e le scoccò un'occhiataccia, le soffiò di non fiatare: di lì in avanti era affare suo. Suonò la campanella che annunciava il secondo tempo: tecnici, robot, attrezzisti e stagisti affollarono frenetici gli angusti spazi del sotterraneo.
L'art director e il suo staff, frettolosi e esagitati, si arrampicarono per le scale che salivano alle quinte.
«... o gli strappo un contratto adesso o va' a capire: prendiamolo!»
L'androgino lo tallonò fra quella calca indaffarata, uno stuolo con proiettori ed alogene e rotoli di cavo e taccuini digitali. Nonostante l'abitudine a quella bolgia agitata - pazienza, se stasera era un'estranea! - a Rèssia strinse i visceri il disagio, l'inquietudine, di un anomalo dettaglio rispetto il solito per quell'ambiente:
«Mr Carronan», balbettò: si accorse, nonostante la tuta malva, di averlo perduto d'occhio chissà dove nel labirinto; «... dove sono le truccatrici, le parrucchiere e le sarte?...»
Domandò di dove uscire per tornare all'a-gravmobile, a un portone di sicurezza o un accesso del personale: le sembrò più opportuno, più logico aspettare fuori invece che in quella sala di altolocati compromettenti. Nel daffare che avevano, stronzi persino i robot!, la ignorarono, la spintonarono, la sfancularono dal primo all'ultimo. Al piano superiore scintillarono gli olofari, tambureggiarono note ibride di Vivaldi e Moroder: una voce suadente, ruffiana, inumana, descrisse le caratteristiche di abiti e accessori.
Réssia seguì i rumori, gli odori di passerella e... le folate di vento caldo che scendevano da una rampa.
Raggiunse una sala buia dove quasi mancava l'aria, uno spiraglio di stroboscopio dal palcoscenico scintillò, alle pareti, su magnifici vestiti: si smossero, fluttuarono, in quell'alito soffocante. Indovinò che si trattasse del guardaroba all'uscita del palcoscenico, tremò dall'emozione: non riuscì ad immaginare quali star, che divine, fossero all'altezza del pubblico nella serra.
Ora, mio dio, le avrebbe viste spogliarsi nude; rifulgere di luce e indossare quei capi splendidi!
Il cuore le batté forte dei nomi, impossibili!, di Ádama Evangelica o Irina Nicomóss; Valery Holdenhammer o Catia Herrenzigova. La Gillan, Carronan le aveva detto, deve andare a zappare i campi; sei meglio della Gillan! Se non era un puttaniere e cazzone - non sembrava lo fosse - e manteneva le sue promesse.. Gesù! Sarebbe stata una di loro e con loro!
L'interfono chiamò i numeri sulla scena: gli abiti, rigonfi, si staccarono dal muro. Un faro polveroso, che schiariva l'accesso al palco, disegnò nell'aria torrida un profilo delicato, l'ovale di un viso di dolorosa bellezza. Lo spettro, la figura, sembrò accorgersi che era là; le sorrise malinconica e scivolò sull'assito.
Un isterico e adirato assistente di Almodóvar portò Carronan sulla rampa e la afferrarono alle braccia:
«Vieni, cretina!»


«Vestono gli ologrammi», Réssia si immusonì, «non hanno nessun bisogno di modelle in carne e ossa; non vogliono me.»
Lui, però, si ostinava a non risponderle. Trasvolò sul lato opposto dell'Acropoli della Moda: a edifici più anonimi, in ombra, sinistri e un oscuro agglomerato di rettangoli grigio-ferro. Hangar, magazzini, depositi e stazioni vomitavano e ingurgitavano a-gravtreni coi fari spenti; centinaia di vagoni attorcigliati sui monobahn. Luci fredde, miserabili, da minuscole finestre.
«Mi ha presa per il culo, eh?», si sporse dal finestrino, gettò il mozzicone d'up su una rete di tralicci.
Carronan, spazientito, la colpì con un olopad:
«Leggi, stronza.»
Il contratto con Almodóvar si accese sullo schermo, firmato dall'art director con un'impronta di retina. A Réssia mancò un battito:
«... ma allora... ma allora non...»
«Non è legalmente valido, minus habens che non sei altro! Ci impegniamo, ti impegna, a sfilare disincarnata; c'è scritto che lo sei già.»
«Che cos'è, disincarnata? Devo perdere qualche chilo?»
«Te l'ho detto, ho fatto in fretta, ché altrimenti mi sfuggiva. NetNotaio ne prende atto domattina, però; i server ministeriali sono in pausa, di notte. Abbiamo qualche ora.»
«... io... speravo... di tornare in albergo.»
L'ululato dell'a-gravmobile che picchiò sui tetti grigi azzittì i suoi piagnistei del che era stanca e sciupata; atterrarono sull'H rossa del terrazzo di un'ospedale. Li accolse un'infermiera con un drone a TAV 21: lo portava a una cordicella come una bimba col palloncino.
«Desidera?», chiese fredda. Solo allora lei si accorse che era finta: il biosimbionte del robot volante con i due mitra puntati.
Le fabbricano sempre meglio!; lo stomaco le bollì: e a me, perlamadonna, manco un soldo per i runcigli e la coda!
Carronan, sottovoce, domandò di un dottor-qualcosa; il drone li accompagnò in un ascensore, premette 103, tenendoli sotto tiro fino il chiudersi dei battenti.
Le porte si riaprirono su un'orrida corsia: lettighe di crivellati, accoltellati, di tizi feriti a pugni, ingombravano un corridoio raggelato da alogene. Quelli che insanguinavano, graffiavano i materassi, giacevano accuditi da spaventosi energumeni: segnati da cicatrici, dai colori di posse, e armati di automatiche e coltelli nei pantaloni.
Sfoderarono, bestemmiarono, li guardarono molto male, ringuainarono le lame e disarmarono le Beretta. Tornarono, con feroce premura, a abbracciare i feriti e incoraggiarli dài, cazzo!
«... è la porta là in fondo a destra...», l'androgino le pispigliò.
«Quella con il cartello pericolo radiazioni?!»
«Vai avanti piano, gli occhi bassi e silenzio.»
«Che cos'è quest'ospedale?»
«È una clinica dove fanno certe cose; dove, soprattutto, non si pongono domande.»
Sgomitarono fra i corpacci, i bicipiti e i toraci di ceffi incarogniti che bruciavano di assassinio; che ringhiavano l'uno all'altro in un oscuro e brutale slang. Réssia si sentì le loro mani dappertutto, più ancora, però, la insultarono i loro sguardi.
Notò schifata che a Carronan venne duro.
Attraversarono la porta a vetri con il terribile avvertimento.
«Ciao, Chiara. Mi raccomando, ogni volta: mai telefonare prima di farti vivo!»
«La ragazza ha un po' fretta, ho concluso un affare.»
Il Dott. Esosomatra Chirurgo Nicholas Sansevero, giurava un tesserino che gli pendeva al grembiule, era intento a estrarre schegge dall'addome di un inuit-messicano: il cui corpo seminudo e insanguinato, supino e convulso su un'incerata verdognola, somigliava, piuttosto, a un cartoccio di carne frolla. Il ferito gridava sveglio, cosciente, strabuzzava e schiumava; sopportava il dolore atroce del bisturi, le pinze e l'estrattore stringendosi a un borsone che tracimava di bancochip.
Réssia trattenne il vomito.
«Nukutus! Nukutus!», supplicava il paziente.
«No, Cristobál: non meriti l'anestesia: devi imparare che le banche non si rapinano a bombe a mano.»
«Hai qualche minuto?», Carronan lo interruppe.
«Dopo le ventitré, qui in questa clinica, ho seicento euro l'ora. Da versare in anticipo.»
L'altro, seccato, digitò sull'olopad:
«Te ne ho appena accreditati milleottocento: disincarna 'sta poveretta.»
«Cristo, spiegatemi!»
«Lui, però», Sansevero accennò al ferito, «non ne avrà ancora per molto se...»
«Non ne avrà ancora per molto», l'androgino si incupì.
Con un triste, profondo, rassegnato sospiro, il chirurgo gettò i ferri, sciolse il camice e si tolse la mascherina: baffi e barba in stile Ming gli rotolarono fin l'ombelico; gli affreschi in rilievo della Cappella Scrovegni gli scintillarono in osso lucido sul cranio scarificato, sotto il bianco raggelante delle lampade operatorie.
L'inuit-messicano restò riverso sull'incerata. Gridava.
Il chirurgo scoprì da un telo grigio, piombato, una macchina cilindrica dall'aspetto obsoleto. Le ricordò quei sinistri, primitivi respiratori che infliggevano ai pazienti del XXI secolo. Armeggiò agli interruttori, mise in moto l'ordigno, illuminato di luce arancio e che eruttava vapori chimici.
«Sdraiati. Nuda.»
«... io... non ho capito: di che cosa si tratta?...»
Carronan le strappò la camiciola, la gonna, e la stese con uno schiaffo sul lettino del macchinario. Alzò ancora le mani, si trattenne e inghiottì di ribrezzo:
«Hai un intimo che fa schifo.»
«Spogliati, topina», Sansevero le ripeté, «non ho tutta la notte, ché c'è gente che sta morendo.»
Cristobál si tenne i visceri che esplodevano dall'addome, e una pozza di icore nero si allargò sul pavimento.
«Che cosa volete farmi?!»
L'androgino le tolse le mutande e il reggiseno, le legò le caviglie, i polsi e il girovita nelle fibbie del macchinario che fischiava e s'arroventava:
«Il corpo è dozzinale, è desueto, è volgare. Pensa a quant'è schifoso: ci pisci, defechi; si ingrassa, si ammala, marcisce e imputridisce. Una top davvero diva se ne deve sbarazzare.»
«È impossibile! Cosa resta?!»
«Quei vestiti che fluttuavano nella serra e il magazzino... l'alito, il calore... quella faccia che ti è apparsa sotto il raggio dei riflettori... non era un ologramma...»
«... non... ci credo; non...»
«Anime, fantasmi: chiamale come credi; oppure è un effetto Kirlian cui sopravvive l'intelligenza, l'io, la volontà o un essere cosciente.»
«... erano... modelle?!...»
«Aggraziate, leggere: le più belle del mondo.»
«Non voglio! Ho paura!»
«Ti capisco, bambina»; il chirurgo tirò manopole, girò gli interruttori, la spinse dentro il cilindro e inforcò un occhiale scuro, «il dolore sarà atroce, ma funziona: stringi i denti.»
Le si rizzarono i capelli e i peli e la pelle le si squamò. Sentì i bulbi avvizzirle nelle orbite, la lingua rinsecchita e la gola crepata ed arsa; soffocò, disidratata, in quel tubo d'ottone e vetro. Eruppe in un grido muto, il calore le tolse il fiato. Scoppi, bestemmie e fracasso nel corridoio. Uno smilzo e spiritato filippino-masai, ferito, con un sozzo impermeabile sforacchiato, stracciato, calciò la porta a vetri e scaricò una VZ Skorpion.
Cosparse l'ambulatorio di polvere e calcinacci, i bossoli arroventati tintinnarono sul linoleum.
«La mia parte!», grufolò, «Gran figlio di puttana!»
Cambiò caricatore e puntò sull'inuit morente, spazzò con un'altra raffica pareti e macchinari. Carronan, a terra, strisciò sotto una sedia: una scarica lo aprì da nuca a coccige, la sua tuta da kamikaze fu ridotta a brandelli rossi. Sansevero stramazzò decapitato dai colpi; Réssia, legata, impazzì di paura. I proiettili di mitraglia bussarono sul cilindro, forarono la macchina e esplosero nei circuiti. Gli olomonitor lampeggiarono di notifiche di fatal error - reverse; il tubo, tutt'un tratto, si adiacciò e divenne azzurro.
E un gelo doloroso le penetrò nelle ossa.
Il masai strappò la borsa dall'abbraccio di Cristobál, raccolse i chip caduti, li ficcò dentro e tirò le zip:
«Perché hai voluto fottermi?!»; gli calciò gli intestini sparsi e affondò la canna in bocca: la parete della sala fu un affresco di frattaglie.
A Réssia tornò il fiato, l'aria nei polmoni, e gemette, si dibatté, intrappolata sul materasso. Era imperlata di gocce fredde. Si accorse che l'assassino la guardava attraverso il vetro: il singhiozzo, il terrore, le spezzarono le parole.
L'altro posò la borsa, l'arma, si svestì del pastrano e schiacciò quell'orrenda faccia al cristallo dell'apparecchio. Strabuzzò dei suoi seni nudi, del pube, e le fibbie di ferro e cuoio che la tenevano ferma là. Andò per tentativi finché spinse il pedale giusto: il lettino scivolò fuori il cilindro; Réssia sopportò le sue gocciole di saliva e le mani arrossate e ruvide che l'aggredivano dappertutto. Smise di toccarla e si sciolse la cintura, la patta dei pantaloni e...
Impietrì. Inorridito. La guardò con occhi folli, vuoti, e arretrò fin inciampare e vagì e si rannicchiò. Lasciò dov'erano il bottino e la VZ, gattonò sui corpi a pezzi e sfondò la porta a vetri.
Réssia strillò pietà fino a rompersi la voce.
Uno degli energumeni che vegliavano in corsia si azzardò, esterrefatto, a camminare fra quel macello. Salutò Cristobál e Carronan con il segno della croce: e imprecò alla testa mozza, il cadavere del chirurgo, come chi si dispiaccia di uno scomodo inconveniente:
«Cazzo, è dead il doc!», gridò nel corridoio, «Qué vamos, meine jungs?»
Centinaia di dialetti mormorarono sconcertati.
L'omone si coprì il naso con la bandana sudista, si accostò, diffidente, ai rottami della macchina:
«... voglio... solo andarmene», Réssia lo implorò.
Lo vide, illividito, baciare il crocefisso; le medagliette, le patacche che aveva al collo balbettare e sudare freddo. Le obbedì, timoroso, come servo a un potere oscuro; sfoderò una una lama larga mostruosa e le recise i legacci. La scansò piangendo got, Jesus e mon Marie e fuggì dai compagni truci che attendevano in corsia. Di là venne lo strepito, la voce e il calpestio di una folla che se andava - di corsa! - sugli ascensori e le scale mobili.
Lei barcollò nuda, morsicata da un freddo inteso, nelle pozzanghere di icori e bossoli che appiccicavano il pavimento. Scavalcò Mr. Carronan, il chirurgo e il messicano apatica, indifferente e niente affatto schifata. Raccolse, in un angolo, l'impermeabile dell'assassino: non bastò a lenirle i brividi e il gelo; si strinse nelle spalle:
«... ma almeno sarò vestita...»
Le prese una certa angoscia del perché quei due tipi, quei bruti, la avessero allontanata cacandosi nelle braghe: si inquietò che l'esperimento, il processo, la macchina e l'incidente la avessero sfigurata e ridotta un abominio; sentì che in fin dei conti non le importava granché...
Un frammento triangolare di specchio, che galleggiava nel sangue nero viscoso, le rispose che era sana e era fica tale e quale; qualche botta, qualche graffio, un ematoma qua e là. L'occhio viola che quel finocchio le aveva fatto con quello schiaffo.
Frugò addosso all'androgino e trovò il telecomando: le sembrò naturale approfittare dell'a-grav mobile; poi? Chi se ne frega? Risalì fin in terrazza dall'infermiera col palloncino.
Il drone, il biosimbionte, non la degnarono di uno sguardo.
Salì sulla vettura, mise in moto, decollò; volò all'albergo-torre e si stese nel suo loculo.
Mi ci vorrebbe un bel bagno caldo. Domattina, però.


L'olorologio proiettava le 07.30; la svegliò il cicaleccio del telefono di servizio. Réssia cercò a tentoni il tasto del vivavoce, e prona ad occhi chiusi sul materasso, gelata, rispose alla reception che la avvertiva di un ospite.
È l'alba, perdio! Chi mi cerca a quest'ora?!
L'eco e i raggi pallidi di un mattino inquinato penetrarono nel loculo attraverso le tapparelle. Réssia si trascinò nel bagno chimico in fondo al letto; si accorse, ricordò, nella parete di specchi e sughero, di avere ancora indosso l'impermeabile crivellato. Era sporca di sangue secco con i capelli arruffati; i piedi anneriti, tagliuzzati di schegge, e uno zigomo e un labbro gonfio e le caviglie ed i polsi rossi.
Restò immobile a fissarli per... chisseneimporta? Minuti, un quarto d'ora, fluttuarono sul soffitto. Il telefono squillò di nuovo. Si scrollò dall'incantamento, sputò un mavaffanculo; scelse a caso, nel borsone, pantaloni e canottiera. Perchecazzo non ho niente di più pesante?! Si bubbola, Cristo! Anche se il termometro segnava ventotto gradi.
Guardò ancora quel volto sfatto allo specchio e la trousse con i suoi trucchi, il suo sapone, le sue creme e il pettine sul lavandino. Lasciò scorrere l'acqua calda dal rubinetto e ascoltò, neghittosa, i gloglotti nello scarico. È uno schifo, si rassegnò: uscì di stanza così com'era; barcollò in un corridoio di schermate do not disturb.
L'ascensore corse trecento piani, toccò terra e si aprì sulla reception. Réssia spantofolò fin il bancone-robot, sbadigliò che embè son qui e domandò: chi mi cerca? Il coglione meccanico, però, deve essersi impallato: insistette a telefonarle e ignorare che fosse lì. I soliti inconvenienti negli hoteltower da mezza stella.
A quell'ora il salone era abitato da poche larve con le giacche e cravatte sciolte che odoravano di notte lurida; i polpastrelli macchiati in verde dai bancochip esauriti e i blister di pastiglie che croccolavano nelle tasche. Scivolavano in sonni alcolici sui divanetti di plastica; stramazzavano a pancia in su sul tappeto a abbronzarsi di alogene infestate di moscerini. Cadaveri. A eccezione di quel bel tipo così compito là in ombra, che...
Oh, mio dio.
Un corpo decapitato di impeccabile portamento, elegante di un blazer blu, spingeva un carrellino con una testa su un piatto; una maiolica quattrocentesca che ribolliva di nutritivi, sfrigolava di cavi che la allacciavano al busto.
I baffi esili e il pizzo fino del dottor Sansevero.
«Nell'olopad di Chiara ho trovato quest'indirizzo: perdoni, signorina, se mi azzardo fin qui, ma...»
«Lei è orrendo! L'ho vista morto!», Réssia balbettò. Sentì d'esser viziata da un raccapriccio desueto, quasi che recitasse le battute di un vecchio film. Di quel mostro in doppiopetto caravaggesco, in realtà... non era impressionata: non le importava un bel nulla.
«L'una o l'altra parte di me, in effetti, è stata colpita e uccisa: il resto è artificiale, mi è facile sostituirlo; è accaduto altre volte. È imbarazzante ammettere che confondo, ormai, se sia vera la testa o... »
«Cosa vuole da me? Se intende trascinarmi in questura o in tribunale, a render conto di questa notte...»
Il corpo la azzittì con una mano sulla bocca:
«Dio ne scampi, la polizia!», Sansevero sorrise, «S'è resa conto in che ambiente mi muovo... No, signorina: sono qui a risarcirla.»
«Sto bene. Anzi: ho un'a-gravmobile nuova.»
«Il guasto alla macchina, ieri...»
«... la raffica di proiettili...»
«... ha invertito il processo: l'effetto è irreversibile.»
«Lei non sa cosa ci fanno nei defilé, dottore; si figuri: al Pala-Gabbana, l'estate scorsa, collezione tema Aracne, ho sfilato con otto occhi impiantati nel parietale»; si grattò le escoriazioni procurate da quell'ordigno, il labbro, l'occhio pesto e lo zigomo spaccato, «una seduta di istant-surgery e nemmanco mi riconosce.»
La testa si irrigidì in una maschera di pena. Tacque. Soffocò una bolla d'aria in quel liquido sieroso.
«... lì per lì, però, dovevo essere ridotta proprio male se quel genere di gentaglia m'ha schifata e è scappata...»
Due droni netturbini zigzagarono nella hall, spolverarono il tappeto da pasticche e mozziconi, dagli involti di caramelle e le latte accartocciate. Scavalcarono gli addormentati, li scansarono con riguardo, pigolarono le mille scuse in otto lingue mortificate. Un robot le sbatté forte a uno stinco, cadde, si rialzò; ostinato a pestarle i piedi con i pattini cingolati. Réssia lo calciò a un angolo, ma il netturbino tornò daccapo:
«Il bancone e 'sto coso! L'hanno tutti come me!»
«Non... la percepiscono, a causa dell'incidente. Gli altri, invece, avranno per lei un'istintiva repulsione; un atavico terrore sacro...»
Lo guardò, lo ascoltò istupidito, cercare i lemmi medici, scientifici e razionali per esprimerle quel concetto. La testa si dondolò nel brodo scuro nel piatto:
«Altro è sbarazzarsi del proprio corpo mortale, che presto sarà di moda, ma... È un fenomeno del tutto nuovo...»
«Che cosa mi è successo?»
«Lei... non ha più un'anima, Réssia. Un'aura, un es o uno spirito immortale... lo chiami come vuole: la macchina gliel'ha tolto.»
«Mi bastano due milioni»; gli porse il polpastrello per effettuare la transazione.
Il corpo di Sansevero le sfregò l'indice senza nulla obiettare - alla faccia di Mr Goffey e quel Carronan, pezzenti! - tolse il fermo dalle ruote del carrellino e lo spinse nel discensore. La testa le ammiccò triste nella fessura fra i due battenti; sul display brillò la scritta 400 – garage: il tuono di turbine di un'a-gravauto di lusso sconquassò le vetriate del miserabile albergo-torre.
Réssia guardò la hall, gli ubriachi, i drogati; lo scorcio di strada anonima e trafficata all'ingresso, tutto a un tratto smarrita ed estranea a quei paraggi. La chiave digitale del suo loculo seicento metri più in alto le pesò nel palmo freddo senza più significato; non le urgevano le sue cose in toilette e in guardaroba.
È finita con questa merda. Mi ci faccio le permanenti!
Tornò alla propria stanza e non chiuse nemmanco l'uscio. Un istante per raccattare quei pochi stracci e...
Ma aspetta: un attimo di respiro per digerire la contentezza!
Si buttò sul letto sfatto con gli occhi aperti, sgranati; e un sorriso quasi idiota la fendette da orecchio a orecchio.
Elettrica! Felice!
e entusiasta di cosa?
Un minuto, una doccia, le valigie e andare via!
C'è tempo. Per che cosa? Perché ho tanta fretta? Si sta bene ferma e immobile e indifferente sdraiata a letto.
L'olorologio proiettò mezz'ore ed ore, le cifre bianche senza alcun senso si susseguirono sul soffitto.
Dài, che mi alzo.
Questa stanza ha un cattivo odore.
La finestra oscurata, le pareti, gli specchi, si incendiarono di tramonto e azzurrarono di notte. Sentì i passi nel corridoio degli inquilini degli altri loculi; si fermarono all'improvviso sulla soglia e cacciarono il muso dentro. Sconcertata perplessità. Si facessero i cazzi loro. E premure ovattate, lontane, intraducibili, di persone che si inchinarono le alitarono sulla faccia.
Signorinasisentebenechiamaunmediconoèstrafatta.
Si facessero i cazzi loro; non mi importa granché. Me ne vado da questo cesso; c'è tutto il tempo, se ne avrò voglia.
Immobile e convulsa di sudor freddo, di brividi, sopportò la passeggiata di una mosca sulle labbra: le esplorò le narici, le ronzò in un orecchio, si lavò nelle sue lacrime le zampe e la proboscide.