Un capitolo lungo e complesso che si inserisce nella trama di Eleanor: soddisfare lo "spiegone" senza affliggere il lettore; aggiungere movimento, dettagli, accentuare il carattere dei personaggi... fare il punto della situazione con un confronto fra protagonisti, ma spezzarlo in due momenti (Eleanor e i nobili; Eleanor e Matsumoto e Deepika) per rendere il racconto più scorrevole e dinamico. Spero che il risultato corrisponda allo scopo.
21.
Eleanor
trovò Matsumoto e Deepika conserti ad attenderla fuori l'hangar
delle navette: la salutarono torvi, la accompagnarono in rancoroso
silenzio sull'ascensore per le cabine. Lei sospirò, spazientita,
allusiva:
«Ebbene
signori, cos'è che non va? Dove sono Farinelli e la signora Delfina
Balti?»
L'ufficiale
e il Direttore del Fondaco si guardarono, zitti; Matsumoto arrossì.
Deepika rispose con marziale fermezza:
«La
scout delle Galassie Occidentali»,
scandì con disprezzo, «in
quanto agente nemica è stata messa agli arresti. Circa il valletto,
ha voluto seguirla: ha dichiarato che voi gliela avevate affidata, e
un robot non manca di adempiere al proprio compito.»
Eleanor
avvampò, fulminò Matsumoto; quello si morse il labbro, colorato di
rossetto nero, ancora segnato dal loro congedo lo scorso mese.
Sbottò:
«Il
mio ruolo di responsabile di questa base mi impone...»
«La
vostra autorità, e la vostra, Chaudhary, finiscono dove iniziano i
miei ordini: mi pareva che fosse chiaro. Se invito su questo Fondaco
un soldato rivale, e Farinelli ne garantisce, l'ospite va trattato
come tale. Eseguite!»
«Si
sono date circostanze eccezionali, a bordo, durante la vostra
assenza: voi non sapete»,
l'ufficiale ringhiò.
«Né
potete immaginare voi, Deepika, gli orrori di Ammit che ho condiviso con
quella donna: se sono viva lo devo a lei.»
Eleanor
passò dall'ascensore per gli alloggi nell'abitacolo parallelo che
scendeva alle celle, picchiò sui pulsanti, le porte si aprirono. Lei
tirò dentro Matsumoto e Chaudhary. Il modulo corse nelle viscere del
Fondaco fin il livello delle prigioni. Lei andò per prima nei
corridoi corazzati, bianchi, gelidi di neon e guardati ad ogni
accesso dai Fanti di Marina. I soldati la salutarono sull'attenti,
disattivarono le barriere elettriche che isolavano i vari bracci.
Eleanor
fece cenno a Deepika di precederla nel labirinto: l'ufficiale
s'irrigidì, guardò Matsumoto; il Direttore rassegnato allargò le
braccia, la condusse all'unica cella della prigione la cui targa segnalava occupato:
«Aprite»,
ordinò in un interfono, «numero
ventiquattro.»
Una
voce di soldato obbedì: signorsì; un gemito meccanico
echeggiò nel corridoio.
La porta lentamente rientro nella parete,
Eleanor entrò: un colpo le ruppe il naso. Cadde all'indietro
travolta da improperi, e trovò Farinelli subito chino a soccorrerla.
Stordita dal dolore, impiastricciata di sangue, vide Chaudhary
scavalcarla all'assalto e azzuffarsi con Delfina in un angolo della
stanza.
L'esploratrice
malediva e scazzottava:
«Ah!
Siete voi!», la
apostrofò con stupore; passò con un ruggito ad argomenti più
schietti.
Eleanor
si rialzò, si appoggiò a Farinelli:
«Separiamole»,
gli ordinò, «anche voi,
Matsumoto», e s'interpose con il robot e il Direttore nella mischia a mani nude fra l'ufficiale e
l'esploratrice, le bloccarono negli angoli agli opposti della stanza.
Delfina
desistette dall'imprecare e scalciare, Deepika sciolse i pugni,
sputò. Lei sedette sulle brandine di lattice, sopportò che
Farinelli le addrizzasse il setto rotto:
«Mi
dispiace ritrovarvi in queste circostanze, signora.»
Eleanor
lo accarezzò, guardò torva all'esploratrice:
«Calmatevi,
finalmente: c'è stato un equivoco. Sono qui per liberarvi, ma l'idea
non va a genio né al Direttore né al comandante Chaudhary. Comprensibile, converrete. Non
usate il vostro talento di peggiorare le situazioni.»
«Mi
hanno imposto il collare di costrizione salita a bordo dallo shuttle
di soccorso; ha avuto un bel lagnare, l'automa, che garantiva per me:
chi volete che dia retta ad una zucca di latta?»
«Ho
riferito le vostre disposizioni, signora»,
Farinelli gemette, «il
personale della navetta, i responsabili della stazione, hanno
risposto con argomenti che non oso ripetervi.»
«Ve
li snocciolo io!»,
Delfina abbaiò, riprese a scalciare e coprirla di insulti.
«Vedete
che il mio valletto però non vi abbandona»,
Eleanor rispose: pretese da Matsumoto il fazzoletto color pervinca e
lui glielo porse riluttante e schifato; lei si pulì il sangue che le
scendeva dalla narice, si grattò la ferita, «né
mi pare v'abbiano torto un capello... al contrario di me. Smettete le
fregole e queste stupide liti: abbiamo problemi molto più gravi da
gestire su Ammit.»
S'azzittirono
tutti:
«Non
solo sul pianeta», Deepika s'abbuiò, «Il Direttore riferirà.»
Matsumoto
impallidì, sudò, schiarì la voce, ma tacque; l'altra lo scansò
con dispetto, come offesa da un olezzo di viltà.
Eleanor
lasciò la cella:
«Attendetemi
sul ponte di comando: il tempo di un cerotto, una doccia, la
manicure e occorre ci si confronti per chiarire certe faccende.»
Eleanor
preferì le molte scale e gallerie agli ascensori che salivano alla
plancia: indossava la tuta spaziale da almeno sei settimane, e
percorrere i corridoi con abiti più freschi, comodi, soprattutto
graziosi; ascoltare l'eco dei tacchi sui gradini di marmo, affondare
le punte nei pregiati kashmar, la distese, rallegrò, le
schiarì viepiù la mente ad ogni livello della stazione orbitale che
percorreva verso il ponte di comando.
«L'ingresso
alla foresteria per i nobili e le autorità, dov'è la rampa che
scende fin le aule degli affari, è adibito a museo permanente
dell'arte antica per il commercio»,
la informò Farinelli.
«Vediamolo.»
Il
robot la accompagnò nell'anticamera degli alloggi: le pareti
scintillavano azzurrine di teche antiproiettile di cristallo
elettrificato, i termometri sugli stipiti segnavano zero gradi.
Ciascuna teca conservava all'interno i logori capi d'opera dei
maestri del passato, il cui genio servì i logo che salvarono
l'Umanità. Lei si commosse al Sacerdote e suora che si baciano
di Luciano Benetton del XX secolo; guardò perplessa le muse
anoressiche di Karl Lagerfeld e sorrise con tenerezza delle pin-up
Coca Cola, nei rarissimi poster di Gil Elvgren. Schifò le
modelle-bimbe di Vogue dei primi decenni del XXI secolo: fu
contenta di leggere in didascalia della damnatio memoriae che subì
la direttrice.
Farinelli
disattivò le telecamere di sorveglianza, aggiornò i suoi data-base
fotografando dal vero quegli autentici e preziosi capolavori. Uggiolò
della ripresa diretta piuttosto dei jpg che conservava nella memoria:
«È
vietato!», Eleanor
sibilò.
«Siete
o no un Ispettore di Compagnia? Concedetemi il permesso, vi prego.»
Lei
piantonò l'unico accesso al museo per il tempo che occorse al robot
a riprendere la raccolta. Arrossì di imbarazzo: si sentì disonesta,
cretina, leggera... Come quando, da studentessa, nell'archivio universitario, rubava schegge di antiche sonde Discovery per usarle come specchietto da trucco. Rise forte. Saltellò, sottobraccio al valletto,
sulle scale di travertino che salivano ad un altro ponte.
Il
piano dei corridoi dedicati agli scambi, canyon tumultuosi di camicie
sbottonate, di zazzere arruffate e di cravatte allentate, era affollato
come il solito di sensali, broker, robot portaborse e
disperati speculatori. Le volte essudavano condensa: nubi di sigaro,
d'alito e narghilè si addensavano fra le navate su un olezzo di
sudore, dopobarba, deodorante da quattro soldi; pastiglie alla menta
chimica per ravvivare la voce esausta di gridare compro, vendo,
stock option, i lemmi incomprensibili della Borsa e l'Economia:
«Nonostante
l'inferno», Eleanor
pensò. La luce gialla, polverosa di Ammit entrava dai finestroni e
pervadeva le intere sale, «Una
radianza soprannaturale e malefica attraversa la realtà che
professano, guardali eppure: non si accorgono che li consuma.»
Farinelli
le indicò lo smisurato quadrante che scandiva su un architrave le
giornate degli affari: lancette placcate in oro di scultura rococò,
un intreccio di foglie, di serpenti e di folgori, indicavano quasi
l'ora dell'appuntamento con Matsumoto.
Eleanor
salì la passatoia di vetro che scavalcava le cubicole riservate alla
nobiltà: gusci di poltrone, comò, posacenere, olovisori, bidé,
sputacchiere e computer; isolati dai paravento magnetici dal rumore e
la volgarità delle aule circostanti. Ognuna di quelle noci di
ceramica e oro aveva impresso sullo sportello l'insegna
dell'occupante, una lampada rossa le segnalava abitate. Da un oblò
sulla sommità della noce gli aristocratici conversavano con i vicini
di cubicola, accennavano un saluto ai passanti sul ponte: garantiti
dalla struttura nella loro intimità, potevano, nel frattempo,
concedersi del tabacco, droga, i bisogni del corpo; ma seguire da
vicino la Borsa ed il transito ininterrotto dei loro galoppini.
Eleanor
passò sulle teste di Shell & Total, Mc Donald's e Philip Morris;
trovò spente le luci rosse nelle cubicole di Nestlé e di Farben.
Sbirciò. I Cavalieri si affacciarono dall'oblò, sbuffarono anidride
carbonica dai tubi anneriti nelle orecchie e nel naso. Si sporse
anche Mc Donald's, paonazzo, avvolto in un accappatoio color biscotto
trapuntato di preziosi come semi di cereali. Odorava di senape e svaporava di sauna.
Lei
li salutò con un volteggio di tricorno, i nobili s'aggrottarono, le
stornarono gli occhi. Eleanor si stupì di quell'eccesso di spocchia:
ma averli sorpresi seminudi, in mutande, intenti probabilmente in
chissà che transazioni, doveva avere urtata la loro olimpica
quiete:
«Ecco
l'occasione per riferire al Marchese»,
pensò, «che non
abbiamo tollerato che uno stregone vivesse.»
Indugiò
sulla passerella: attese di vedere Farben o il suo domestico-robot, o
i valletti della Casa farmaceutica con il logo ad ampolla sulla
casacca di tenebra. Il Visconte di Philip Morris si affacciò dalla noce:
«Il
Marchese se n'è andato, signora.»
«Doveva
attendere il mio rientro da Ammit»,
Eleanor balbettò, «Eravamo
d'accordo.»
«D'accordo
riguardo cosa?»,
insistette il Visconte: ed estrasse una pistola dal cruscotto del
guscio, l'armò.
Mc
Donald's e Shell & Total, serrato l'oblò, le scoccarono
attraverso il plexiglas sguardi d'odio e paura; lei rabbrividì:
«Che
diavolo succede?»;
d'istinto pensò a Delfina: temette che l'esploratrice, nel breve
tempo trascorso al Fondaco, fosse riuscita a inimicarsi a suo nome
non solo il Direttore e Deepika, ma anche gli aristocratici, tutti;
che avesse fatto scappare Farben. Ma come? Farinelli, che l'aveva
accudita, era un ottimo protocollare: non le avrebbe mai permesso l'oltraggio ad un nobile... scoccò un'occhiata al robot, pensò ad alta
voce:
«...
o no?»
L'automa
scosse il capo interdetto.
«Sapete che sono scesa su Ammit per indagare le cause della morte del
Presidente», Eleanor si
difese, «il Marchese mi
chiese di riferirgli in privato circa una mia teoria relativa agli indigeni. Voi tutti, il Granduca di Nestlé, riferitegli il mio messaggio, allorché lo vedrete, ascolterete il mio rapporto ufficiale quando...»
«Il
Granduca è morto», la
azzittì Philip Morris, «un
efferato delitto. Farben è scappato con uno shuttle la notte stessa
dell'omicidio. Abbiamo udito folgori di caduceo, sibili di
termosciabola, cannonate: ma Matsumoto e il Comandante Chaudhary
insistono sul segreto istruttorio. Noi non siamo allocchi, signora
Cole: il Marchese, nelle ultime settimane, si comportava in modo
molto bizzarro. Viveva rinchiuso; o fissava per ore, in
silenzio, dalle grandi vetriate, quello schifo di palla gialla là sotto. Voi
siete stata laggiù, e appena tornata domandate di lui.»
«Cerco
Farben nella cubicola, accenno a Nestlé: non è evidente che fossi
all'oscuro di tutto ciò che è successo? Tu lo sapevi?»,
accennò a Farinelli; il robot negò.
Philip
Morris disarmò la pistola:
«Siete
diretta a conferire con il Direttore? Pretendete spiegazioni,
Ispettore di Compagnia: ce ne dovete, mi pare»,
si rinchiuse nel guscio.
Lei
lasciò la sala mortificata, stordita, si ricordò del delirio
maligno dell'orrore nel pozzo: ho intuito un'opportunità, ho un
potente alleato. Salì cupa
quattro rampe di scale indifferente agli oloaffreschi sulle volte,
che celebravano il primo volo trans-solare nel 2313:
«Pulviscolo
e laser»,
notificò Farinelli, «scuola
Joseph Svoboda.»
I
tasselli della sfida di Sarastro, la tensione che permeava la
stazione orbitale, la fuga di Farben, l'omicidio di Nestlé, si
raccoglievano in un orrendo mosaico cui, per il commiato con il
Marchese lo scorso mese, la spietata risoluzione di lui, il disprezzo
dell'irrazionale, del magico, le era difficile prestare fede:
«Ascoltate
il rapporto del signor Matsumo», suggerì Farinelli, «prima
di tessere questa trama.»
«Non
si tratta di cosa credere e a chi»;
una serie di pensieri, che sconfinavano nel terrore, la lasciò
ammutolita. Non la turbavano le circostanze, le relazioni fra i fatti
in sé: bensì l'irruzione improvvisa, enorme, reale, di un Male
vivido, stregonesco e selvatico nell'Universo che conosceva. Da
antropologa ammetteva l'esistenza di quei fenomeni, anzi: auspicava
ne sopravvivessero; da cittadina della Galassia, nel secolo XXVII,
riconoscerli implicava non poterli contrastare, negavano la
realtà.
«Se
Sarastro ha sconfinato da Ammit»,
tremò, «se è entrato
nel Fondaco, se ha stretto un patto con un gerarca della Via
Lattea... Sarastro ha già vinto.»
Farinelli
riprodusse in un clic l'audio-reperto di un'intervista con un autore
del XXI secolo, la voce ruvida di uno scrittore di guerre:
«Ho
sempre pensato: se i mostri dell'oltremondo interagiscono con il
nostro, possono essere fatti a pezzi con le armi che possediamo:
welcome to the killing zone, you bastard.»
«L'hai
imparata dalla signora Delfina, questa?»,
Eleanor scherzò.
All'ingresso
del corridoio di plancia trovò l'esploratrice stravaccata su un
sofà: sfogliava su un e.reader un magazine d'alta moda; due fanti
di marina, con i fucili a tracolla, le montavano la guardia ai due
lati del divanetto.
«Eccovi»,
l'accolse Delfina: non alzò neppure gli occhi dallo schermo
dell'e.reader, ostentò risentimento; accennò alla porta chiusa
della sala di comando, «vi
attendono da mezz'ora, là dentro.»
Eleanor
s'imporporò, bussò sull'uscio bianco, la invitò ad alzarsi in
piedi:
«Seguitemi,
dunque: sapete cos'ho scoperto? Il Marchese di Farben, il Visconte di
Nestlé...»
I
soldati, sull'attenti, imbracciarono i moschetti; Delfina si
stiracchiò fra i cuscini:
«A
questo briefing non posso partecipare.»
«Disposizioni
del Comandante»,
balbettarono i fanti.
La
porta si aprì. Lei tirò Delfina per la giacca, scansò i due
soldati:
«Non
chiudere i battenti»,
ordinò a Farinelli, «amplifica,
anzi.»
I
fanti la inseguirono con i fucili puntati, intimarono l'alt; Il robot
si fermò sulla soglia, si interfacciò con i trasmittenti di bordo,
trasmise viva voce lo scambio nella stanza:
«Ammettere
in plancia un'agente nemica!»,
trasecolarono Matsumoto e Chaudhary; l'ufficiale si affrettò alle
consolle dei computer, oscurò gli oloschermi: Eleanor fece in tempo
ad accorgersi che mostravano, tutti, orrende fotografie, e una pianta
della stazione orbitale sovrascritta da un pentacolo rovesciato.
Snocciolò
tutto d'un fiato, in faccia al Direttore e Deepika, gli articoli
dello statuto delle Galassie che l'investivano, in veste di
Ispettore, «di diritto
di vita o di morte su tutti i membri di questa base. E se questo
finalmente vi mette in riga»,
ruggì, «su Ammit, e
libero nello spazio, ora c'è qualcosa di molto peggio.»
«Un
aiuto vi servirebbe»,
l'esploratrice sfotté.
Matsumoto
schioccò le dita, i soldati s'allontanarono: a porte ancora aperte,
sul canale amplificato da Farinelli, dettò:
«Presenti
alla riunione: il sottoscritto Ibrahim Sebastiano Matsumoto,
Direttore del Fondaco; il Comandante militare, Guardiamarina Deepika Chaudhary;
Eleanor Cole, Ispettrice-antropologo; la signora Delfina Balti:
Galassie Occidentali.»
Eleanor
annuì; fece cenno al valletto di disconnettersi dall'interfono,
chiudere i battenti e raggiungerli seduti:
«Mostrate
i file», continuò
Matsumoto.
Deepika
riaccese gli oloschermi: Eleanor sbiancò. La sala si riempì di
immagini tridimensionali di cadaveri mutilati e terribili liturgie;
la ripresa di un duello fra Farben e l'ufficiale in cui, però,
l'immagine del Marchese era tremula, sfocata. Lei rabbrividì
dell'impossibile impressione che fosse almeno un minuto avanti
rispetto i tempi del video. Delfina le sussurrò nell'orecchio:
«Merda! Guardate
quanto assomiglia alla faccia nell'abisso!»
Eleanor
raggelò: era vero. Chiese un fermo-immagine per confermare
quell'impressione; Chaudhary e Matsumoto si guardarono imbarazzati:
«Ebbene?»
«Dev'esserci...
non sappiamo», esitò il
Direttore, «un difetto
nella ripresa, o il file è corrotto... Già dalla prima volta che
l'abbiamo esaminato: non è possibile effettuare un
fermo-immagine.»
«Raccontatemi
tutto», Eleanor
inghiottì.
Deepika
allargò all'intera plancia la mappa con il pentacolo rovesciato, si
spostò con il cursore sulla punta in alto a destra.
Matsumoto
si asciugò la fronte madida col fazzoletto profumato pervinca, frugò
fra gli strumenti, trovò il suo Jerez; si versò mezzo bicchiere con
le mani che gli tremavano. Riferì. Le olofotografie che
galleggiavano nella stanza, quel filmato sbagliato, ogni volta
diverso, componevano il puzzle.
«Sta
a voi, signora Cole»,
intervenne Chaudhary, «diteci
del pianeta: cosa avete scoperto che riguardi quest'incubo?»
«La
cosa non vi interessa, ma ha che fare con questi crimini. Converrete
perciò che ho fatto bene»,
Eleanor confessò, «a
chiedere alla Marina Militare la distruzione di Ammit e l'eccidio
degli Ammiti.»
Tutti
la guardarono esterrefatti, la plancia precipitò nel silenzio. Gli
ologrammi di sangue, viscere, mutilazioni, il tracciato verde
elettrico del pentacolo, illuminarono i loro lividi volti:
«In
ogni caso ho già dato l'ordine, non tollero opposizioni. Il prossimo
sarà Farben», lei
sibilò, «un traditore
dell'Umanità.»
L'orologio
segnò le tre di notte, Delfina calciò via la coperta, si alzò sul
materasso, seduta, conserta, e accese l'abat-jour: rilesse infastidita
quel plico sul comodino. In calce ritrovò la sua firma con quelle di
Eleanor e Ibrahim Matsumoto:
parola
d'onore che la signora Delfina Balti, agente esploratore delle
Galassie Occidentali, sarà trattata per il soggiorno su questo
Fondaco come ospite gradita, non come nemica. Parola d'onore della
signora Delfina che ella non tenterà sabotaggio, spionaggio, né
contatterà la sua Gilda o membri della stessa.
«Vaffanculo!»,
grugnì, «sono o no
un'esploratrice? Ho degli ordini, mi si presenta un'opportunità; è
da fessi non coglierla.»
Esitò
sulla soglia:
«...
ho firmato un accordo»,
pensò. Il rancore per l'accoglienza del Direttore e Chaudhary, la
loro diffidenza, l'adempimento dei suoi doveri, la lealtà
all'Occidente, l'atteggiamento di Eleanor, la convinsero senza
scrupoli ad uscire dalla cabina; «quella
pazza vuole commettere uno sterminio: che problemi mi faccio? Al
diavolo l'onore!»
Scalza,
con il pugnale ed un data-traveller, scivolò nella penombra tinta
d'ocra dei corridoi di foresteria che si affacciavano sul pianeta.
Ad
un monitor di informazioni studiò la mappa del Fondaco: prese nota
dei condotti di servizio che collegavano quel livello con il ponte di
comando, con il centro elaborazione dati e con i server della
stazione. La legenda li indicava come aree proibite, ma segnalava
l'attività di robot con mansioni di pulizia:
«Se
ci passano loro con alcool e scopettoni...»,
Delfina ghignò, «sarà
facile, se c'è aria.»
I
monitor confermarono: ossigeno e gravità. Lei selezionò, sulla
mappa, le due aree della base corrispondenti alle banche dati, attivò
l'olo-camere: le riprese mostrarono l'esterno, guardato da due
soldati che sonnecchiavano su una panca. Di là dall'uscio chiuso
l'interno era deserto; un intrico di chip, di metallo e di vetro.
Lo
scrigno del Fondaco dalla data di messa in orbita: il registro degli scambi, le
schede del personale, i curricula dei dirigenti, i diari degli
ospiti, i tracciati di comunicazioni intercorse ed i piani economici,
i segreti militari... un tesoro di informazioni. Molto più prezioso
dei segreti di Ammit.
Delfina
ritornò sui propri passi: all'opposto del corridoio, presso gli
accessi delle toilette, trovò le porte a combinazione numerica di
due condotti di pulizia:
«Il
genere di serratura da trattare con il coltello: ma armiamoci di
pazienza, sono solo tre cifre»,
tentò sulla consolle le ventisette varianti, la porta si aprì. Di
là dall'uscio un automa-spazzino spento era appoggiato
all'aspirapolvere ed alle bombole di detersivi: lei lo spostò fra lo
stipite e il battente, a bloccare la porta e garantirsi la via di
fuga. A pochi passi dall'alone giallo che penetrava dalla fessura, il
condotto di manutenzione proseguiva nell'oscurità: un termometro
digitale, incastonato nella parete, brillava a intermittenza sei
gradi sotto zero; i pannelli e il pavimento luccicavano di brina.
L'aria sentiva di metallo, di chiuso; un barrito di macchine
echeggiava nel buio.
Delfina
strappò dagli utensili del robot mezzo metro di mocio, se l'avvolse
attorno ai piedi, legò ed imbottì finché restarono asciutti.
Incendiò la baionetta: la luce dell'arma termica le servì come
torcia. S'avviò.
Percorsi
venti metri di corridoio, non appena voltato un angolo, udì dietro
di sé nelle tenebre uno stridere di acciaio ed gemito di cardini:
«La
porta!», raffreddò la
baionetta, bestemmiò sottovoce; s'appiattì alla parete gelida
pronta all'affondo con il coltello.
Immobile. Per minuti.
Il grido
dei macchinari dai recessi della stazione l'offuscava e stordiva,
le faceva fischiare i timpani: le sembrò che un ronzio diverso, e un
ritmo regolare, s'insinuassero in sottofondo nel mugghio
delle macchine.
Passi, forse.
Nel
buio.
Attese ancora a lungo.
Nessuno.
Riprese
la marcia. Due ore di oscurità.
Un
chiarore di bianco neon da un'apertura sul pavimento, uno scambio di
voci, un odore di sigari, le confermarono che era arrivata a
scavalcare i soldati che piantonavano l'accesso alle sale dei server:
avanti di pochi passi, da una grata di raffreddamento, il riflesso
azzurro elettrico dei computer organici manteneva la promessa del bottino del
Fondaco.
Delfina
passò non veduta sulle teste dei fanti che si alternavano alla
guardia: gli uomini di turno, già stanchi sull'attenti, crollarono
addormentati sullo sgabello sull'uscio non appena i compagni consegnarono il
testimone. Lei strisciò fino la botola dall'altra parte che dal
condotto scendeva alle banche-dati, risolse un altro rebus di tre
cifre ed entrò.
Le
vasche galvaniche di proteine e silicio, nelle quali ribollivano i
segreti della Base, occupavano per intero una sala quasi
impraticabile per i cavi sul pavimento; le scariche cerulee dei
computer organici brillavano e crepitavano sui coperchi di cristallo.
Ogni vasca era segnata da un codice alfanumerico: Delfina ritrovò le
stesse lettere e numeri su un monitor-leggio rialzato su una
predella. Scorse lo schedario.
Un
patrimonio di informazioni. Che fortuna. Che pacchia.
Inserì
il data-traveller nelle porte delle tinozze. Udì il clac del
portellone del corridoio e l'eco dei tacchi di qualcuno che scendeva.
S'acquattò
fra i calderoni dei computer. Sbirciò.
Farinelli
la apostrofò con un pispiglio:
«Mostratevi,
signora: vi ho seguita per l'intero condotto.»
«Gran
figlio di puttana!»,
Delfina gli saltò contro, «Eri
dietro di me! Hai rischiato di beccarti... t'avrei fuso i circuiti!»
«Improbabile,
a lama spenta. E nel buio eravate cieca.»
Lei
comparò l'acciaio freddo del suo coltello alle leghe e lo spessore
della corazza del robot, guardò nelle sue lenti che lampeggiavano di
infrarossi nell'azzurra penombra delle vasche dei server:
«Sarei
stata alla tua mercé»,
riconobbe con rabbia, «Ma
adesso...»
Accese
la baionetta: prima ancora che la lama si arroventasse, Farinelli la
afferrò, gliela tolse dal pugno; la fermò sotto il tallone fra i
cavetti che fondevano. Lei lo colpì con un pugno sul volto, l'automa
non accusò.
Delfina gli si arrese con un grugnito, e le nocche doloranti sanguinanti e scorticate:
«D'accordo,
testa di ferro: sei più forte di me. E non sei affatto stupido,
perciò... Lo sai cos'ho intenzione di fare, qui. Perché non mi
fermi?»
L'automa
la scansò, salì sulla predella, digitò sulla consolle dello
schedario la procedura di trasferimento dei dati dai computer
organici alla sua periferica:
«Ho
promesso alla signora Eleanor di assistervi, di proteggervi. Riuscire
ad accontentarvi, la vostra incolumità, è molto più preziosa dei
segreti di un server. Insieme ne abbiamo viste di peggio. Ho dato la mia parola, ho giurato obbedienza.»
Delfina
lo guardò allibita depredare le banche dati delle Galassie
Orientali, consegnargliele con un clic; commettere quel tradimento e
sorriderle, lieto della promessa fatta ad Eleanor, con un accordo
musicale da quelle labbra da adolescente:
«Traslazione
compiuta», squittì
Farinelli, «potete
rimuovere il data-traveller dalla vasca.»
Delfina
eseguì, mise in tasca la periferica. Pensò con vergogna a quel
foglio sul comodino che attestava la parola data di non tradire
un'amica, un compagno di lotte: la sua scelta di anteporle
l'uniforme, i contrasti fra Compagnie, le bruciò nello stomaco
miserabile e piccola.
Un
robot era stato leale. Uno stupido automa che risponde alla logica,
all'ovvio, era stato più integro e sensato di lei.
Delfina
ritornò nel condotto, Farinelli la precedette:
«Permette
vi porti in braccio, signora: le bende sono logore, vi gelereste le
estremità.»
Lei
si accorse dei brandelli di stoffa che pencolavano bruciati, le
lasciavano i piedi nudi: non avrebbe resistito per l'intero
corridoio; lasciò che il robot la prendesse fra le braccia.
Farinelli
la portò senza parlare, lei gli si strinse alla corazza d'ottone
calda dei circuiti che ticchettavano all'interno; all'uscita lo
pregò di fermarsi:
«Aspetta»,
arrossì, «ho bisogno di
andare al cesso.»
Entrò
nelle toilette. Gettò il data-traveller e tirò lo sciacquone.