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mercoledì 4 marzo 2015

Scrivere di Altrimondi, 2



Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),
il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,
un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco,
Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po' scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,
le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
i dagherottipi: figure sognanti in perplessità,
il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,
il cucu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
chermisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

Guido Gozzano; L'amica di Nonna Speranza

Che tenero rileggere, a distanza di cent'anni, che alla penna del più kitsch dei poeti del Novecento non bastassero la paccottiglia e le strofe per arredare un salotto! Gozzano è "rinato" nell'850, e già all'ora del tè gli vengono le vertigini: ché un altromondo non è solo un arido deserto, una distanza anni-luce, un'intricata foresta o un'estesa megalopoli da guardare da lontano e dall'alto; né l'esotico e strabiliante panorama sullo sfondo del quale incaponirsi nelle proprie abitudini: è affollato di quei minuti particolari che lo rendono reale e fanno la differenza.
Aggiungere quei dettagli all'altromondo, alla storia, come il solito apporta contenuti: quanti, e persino di più, della scelta per suggestione o contrasto di un contesto generale iconografico, pseudo-storico, geografico o linguistico e culturale.
Ma è la parte più divertente e istruttiva del nostro sporco lavoro!
Mano a mano che stringerete dal "campo lungo" al dettaglio, passando per i "totali" dei rifugi dei vostri Eroi, le cabine d'astronave, o le stive profumate d'Arbre Magique dei vascelli degli Alti Elfi, vi accorgerete, se siete autori onesti, che non si può navigare su un Oceano di Sangue Umano come si va a figa sul bagnasciuga di Orione Beach; né si prende l'aperitivo al tramonto dagli spalti della Barriera come ai tavoli del "Puledro Impennato".
Non occorre laurearsi in sociologia, storia, antropologia, per sapere che habitat determina un certo modo di vivere. Una specie intelligente può avere sufficiente tecnologia per trasformare un ambiente ostile secondo le proprie necessità (per esempio: domani traslocate dalla vostra fidanzata; la Playstation lo renderà un inferno più sopportabile), ma, Governo ladro!, in autunno finirà sempre & comunque per piovere.
Gli altrimondi di fantascienza, fantasy e fantastici che esasperano certi aspetti morfologici, climatici, implicano abitudini altrettanto estremizzate: potremmo citare i Fremen, di Dune di Frank Herbert, e chiudere qui il prontuario in ossequioso silenzio...
«Ma io che ne so, di come vivono gli eschimesi?! E in fondo: che cosa me ne importa?! Mi interessa soltanto scrivere la mia pentalogia dei Lord Demoni dell'Ascia-Drago di Ghiaccio dell'Anello Polare!»
è incredibile, a volte, come l'autore di fentasi, si accanisca a frignare che ammanco un bimbominkia...
Poi, però, nella sua favola a tot gradi sotto zero, leggiamo intere pagine di eroi a petto nudo che marciano alla Caverna del Mostro sotto un sole cocente, che si nutrono di datteri e che

non era abituato, ad usare quell'arpione; e gli sci e le racchette da neve gli rendevano i movimenti impossibili. Si sentiva perduto in quella vasta distesa di ghiaccio: disseminata di piante d'aloe, di cactus che levavano le proprie spine al cielo grigio come artigli dei giganti di Jötunheimr.

Tutti, in vita nostra, siamo stati costretti a raccontare almeno una bugia (bello, "siamo stati costretti", eh?...): le meglio riuscite e mai state scoperte, a meno che noi stessi non le abbiamo confessate, sono state quei ceselli di faccia tosta in cui ogni dettaglio aveva un suo perché. Nel dipingere i tratti piccoli degli altrimondi dovete avere la stessa abilità: moltiplicare le suggestioni, gli inganni negli inganni, affinché il vostro lettore e spettatore possa immergersi da un macrocosmo intangibile ed astratto a un tangibile, odoroso, saporoso microcosmo.
«Hai ragione: 'sto froze-fantasy fa schifo. Ma dove trovo le tante informazioni che mi servono a scrivere un romanzo più credibile del Kalevala
È il motivo per cui dicevo che questa parte del lavoro è istruttiva e divertente al tempo stesso: da Wikipedia alle robuste Treccani, che stanno là a ammuffire sugli scaffali di nonna (Speranza, sì), avete a disposizione tutto ciò che vi serve: studiate.
Ma, poiché da che mondo e mondo e squola e squola i secchioni sono sempre, e saranno antipatici, cercate di sviluppare quel savoir-faire di divulgatore che ha reso Piero Angela... beh, lo ha reso Piero Angela. Per esempio: potrei anche sbadigliare se le spiagge dell'Impero delle Galassie Meridionali, nel vostro ultimo planetary romance, fossero

folte di palme gigantesche e fiori iridescenti, che spandevano pollini e un odore stordente su quell'acque violacee che bagnavano la riva azzurra; visitate da tartarughe con il guscio piramidale che scavavano nella rena per deporvi le uova.

In fin dei conti è un altromondo con problemi di daltonismo: ma è opportuno e ben riuscito che, in pianeti che immaginate dal clima caraibico, il lettore identifichi delle generiche palme; gli sgargianti accostamenti tropicali e un viavai di rettili marini. Stop, basta studiare! Che è lo stesso che fareste in vacanza nelle Antille: «... uuuh le noci di cocco!... uuuh i pappagalli!...»; mica vi mettereste a classificare gli psittaciformes 1.
Quest'altromondo può essere il capriccio di un demiurgo coatto o che si veste a Riccione («sbarchiamoci Enzo Miccio: facciamola finita, signor Presidente!»), ma avete mentito bene. Se un lettore vi chiedesse di quel guscio a piramide, e il colore dell'acqua e della sabbia, potete appellarvi al Quinto Emendamento di Narrativa Fantastica. Mandatelo a lezione dall'Autrice Antipatica, che è capace di dettagliare come segue il medesimo altromondo:

... folte di arecacee evidentemente ipersviluppate, data la gravità minore alla terrestre; o le sostanze nutritive del suolo, dell'acqua, e giacimenti sotterranei di ametista e turchese: che rendevano viola il mare e la spiaggia azzurrognola. Era contraddittorio che i fiori, benché anch'essi di grandi dimensioni, profumassero e spargessero pollini come quelli della Terra: Shrimp si ripromise di indagare su quel fenomeno. Una creatura simile a una testuggine, con la corazza a forma di piramide che rivelava un'evoluzione dell'animale in funzione della quasi totale staticità sul fondale marino, o gli scogli..."

Dài, tranquillizzatevi: ché è suonata la campanella.
Dettagli! Come ho detto è sempre bene abbondare, ma non fatevi prendere la mano. Riporto con dispiacere questo brano di Robert Sheckley: è l'incipit di un racconto, Mirror Games, che dimostra che sommare meraviglie può produrre persino noia.

Edward fu l'unico turista a scendere dall'astronave da crociera. Non era quello né l'anno, né la stagione giusta per visitare Alcenor. La gente alla moda andava sui Mondi del Bordo. Quelli che avevano il gusto dell'avventura tentavano su Hotar o su Leni, pianeti primitivi rigogliosi di flora e fauna e con poche o nessuna traccia di civiltà. I buongustai sceglievano Gastor IV, dove gli chefs più esperti trasformavano i prodotti locali in leccornie deliziose. Gli innamorati sceglievano le lune gemelle di Askenai. Solo quelli che erano accecati dal dolore e dalla perdita si recavano su Alcenor. Dopo aver sbrigato le pratiche doganali e d'immigrazione di Alcenor, Edward vide, nel Salone degli Arrivi, giganteschi specchi che mostravano i paesaggi tipici di alcune tra le zone turistiche del pianeta. C'era Roppo, un'isola del Mare Selemeriano del Sud, verde e rigogliosa e famosa per le sue bianche spiagge di sabbia, i suoi molti ristoranti, e le grotte sottomarine, dove, con l'attrezzatura appropriata, si potevano incontrare gli Osculti, membri di una razza intelligente sottomarina che dimorava da molto tempo su quel pianeta. Si poteva persino prendere il tè con loro, in qualche settore intermedio, acquatico, dato che Osculti erano famosi per la loro ospitalità

Non pensate che un bravo editor avrebbe potuto ottenere di più riducendo questo sfoggio di bizzarria a:

Edward fu l'unico turista a scendere dall'astronave da crociera: solo quelli che erano accecati dal dolore e dalla perdita si recavano su Alcenor.

Lo stato d'animo del personaggio protagonista, e la tetraggine che gli vela un pianeta altrimenti frequentato per i suoi divertimenti, traspaiono meglio da queste semplici due righette che un elenco di toponimi fantastici accostato, subito dopo in un paragrafo che non riporto, a ribadire che

Non era per questo che Edward era venuto, però. Non era lì per fare il turista.

Che è un concetto ripetuto dall'autore quasi per smorzare un'ingombrante ouverture.
I dettagli vi risparmiano un sacco di "spiegoni", aggiungono informazioni, dicono cose dell'altromondo e i vostri eroi che vi avrebbero altrimenti appesantito per troppe e soporifere pagine. Due esempi dal cinema: il blogger Giovanni Grotto, in una recensione a In Time di Andrew Niccol (2012) ci fa notare un paio di particolari che servono allo scopo di mostrare-senza-dire (show don't tell!) l'effetto sulle abitudini, i modi degli individui, in un mondo dove il tempo è letteralmente denaro:

Niccol si riconferma come un bravissimo creatore di mondi ricchi di dettagli e sfumature. Osservate la differenza tra ghetto e New Greenwich: colori, architettura e addirittura comportamenti (i poveri hanno poco tempo e devono correre in continuazione, i ricchi fanno tutto con estrema calma) caratterizzano in maniera esemplare le diverse "zone temporali".

Ne I Pirati dei Caraibi - Oltre i Confini del Mare (2011; diretto da Rob Marshall), quando Barbossa/Geoffrey Rush calcia il cadavere di una sirena spiaggiata l'effetto è di qualcosa di non-umano: sentiamo distintamente il tipico rumore di un pesce sbatacchiato (per esempio, sul bancone del pescivendolo); che ricorda allo spettatore, nonostante l'avvenenza, che quegli esseri sono mostri.
Ma a voialtri, zoofili pervertiti, Àstrid Bergès è piaciuta anche in coda da merluzzo, eh?!
«Bah, finezze!», storcerete le vostre rudi boccacce: ma per togliervi le salopette e gli scarponi del dilettante sono modi da damerino écrivain che vi conviene adottare.
In prosa sono i verbi e gli aggettivi che ottengono gli stessi effetti. Se scrivete di un alieno polipoide non usate i gridò; i disse; i sussurrò che valgono per noi umani: 'sto mostro si esprime a gorgogliò; schioccò; esplorate il dizionario per trovare il suono consono; l'equivalente, in ipotetico cefalopode, ora alla risata o allo strillo di dolore. Negli universi steampunk o meglio ancora clockpunk, con astronavi di legno e tela, com'erano i biplani del '15-'18, invece che come al solito far esplodere i vascelli li potremmo far fracassare (viceversa: a meno che non abbia scritto CCCP su una fiancata, un'astronave che si fracassa suono molto improbabile); e i motori di un'Enterprise del XIX distopi-secolo piuttosto che ululare; o ruggire; potrebbero tossire e eruttare vapori neri. Quanto più un sottogenere narrativo è definito e consolidato, soprattutto se sostenuto da una vivace corrente estetica, di costume e stilistica, quali appunto lo steam e il cyberpunk, tanto più va dettagliato: è un errore rilassarsi sull'idea che qualcun altro lo ha già "allestito" per vostro comodo e il lettore, tanto:
«Ci hai presente che cosa intendo, no? Te lo immagini.»
No.
Tenete sul comodino La Macchina della Realtà di William Gibson e Bruce Sterling, e tornate di tanto in tanto a rileggere l'impressionante, vivace fisicità con cui descrivono quell'altromondo vittoriano.
Dettagli! Come il solito procederò con un esempio: che vale retoricamente più di mille parole benché, nel nostro caso, dovremmo moltiplicarle.
Posso solo immaginare il divertimento dello stesso W. Gibson nel descrivere lo Sprawl; dilettanti come noialtri, con un paio di pennellate, possono raccontare senza abuso di infodump l'allagamento di Los Angeles nell'universo distopico.
Uso questi brani di un mio racconto di anni fa; Mareah & Juliette 2: non lo ritengo superiore a chissà che altro dei miei colleghi e maestri - ci mancherebbe - ma, poiché questo l'ho scritto io, so dire esattamente qual è stato il processo: dal mettere le fondamenta ai decori in marzapane.
È un racconto di fantascienza distopica (sottogenere "hydropunk", se così si può dire) che immagina una Los Angeles della fine del XX secolo semisommersa dall'Oceano Pacifico. In seguito alla catastrofe, l'umanità si è adattata alla nuova vita "anfibia", e esseri abissali molto prossimi ai Deep One si sono inseriti nel contesto metropolitano organizzandosi in posse come quelle dei teppisti di colore.
Le scelte erano due: iniziare il racconto con un noioso

Nel 1998, il mondo conobbe un'apocalisse ambientale senza precedenti...

Ma sono errori che nessuno commette più dai pensierini di prima elementare... spero per voialtri. E non è che usare apocalisse, invece che catastrofe, vi salvi il culo, sapete?
Quindi ho optato per quella tecnica dell'establishing di cui ho scritto nel capitolo precedente: che mostra motoscafi che attraccano (?!) ai piani alti di grattacieli rabberciati (??!!) le cui facciate son battute dalle onde (???!!!).
Motoscafi, grattacieli ed onde: c'è qualcosa che non torna. E che basta probabilmente al lettore (spero!) a non cambiare canale.
Poiché è una Los Angeles del 2000, i luoghi, i locali, gli edifici più noti, dovevano essere i medesimi di oggi: un'oretta su Google è servita a questo scopo.
Nei pub ci si ritrova per bere con gli amici, nonostante la catastrofe; e gli stereo del locale trasmettono le top ten. Ancora Google mi ha ricordato le dieci hit di quegli anni; ma...
Essendo che i successi pop sono spesso l'espressione più diffusa della cultura, le prospettive, le abitudini della gente, mi sono immaginato quelle stesse canzoni in una società che è ormai caratterizzata da elementi marini; e ho cambiato qualche parola di titoli tutt'oggi noti con termini (pur sempre consoni) riferiti all'oceano.

Juliette si affacciò sul sea-line di Long Beach incendiato del rosa vivo e ceruleo del tramonto. Alle terrazze e gli ultimi piani della Torre Internazionale, di Villa Riviera, la Security Pacific; ai Breakers, i Campell, i Willmore Apartments, gli off-shore dei ragazzi ricchi sciamavano all’aperitivo, attraccavano ai moli di lamiera e di assi. Le insegne del Cohiba, l’Alegria, l’Auld Dubliner Pub si accendevano e spegnevano a intermittenza allo schiaffo delle onde sulle facciate dei grattacieli; Baby One More Wave di Britney Spears; If you had may shell di Jennifer Lopez; Livin' Vida Marina di Ricky Martin, al massimo del volume dai locali alla moda, coprivano l’allarme della sveglia che la avvertiva che era ora di uscire.

Com'è cambiata la popolazione di Los Angeles? Mi serviva un espediente che non fosse uno "spiegone"; un altro scorcio dettagliato dell'altromondo che portasse anche avanti la storia (usate i particolari a questo scopo: se sviluppate un'immaginazione e scrittura visiva, oserei persino dire registico-cinematografica, non è una funzione demandata ai soli dialoghi): suggerendo, per esempio, qualche aspetto del carattere del personaggio protagonista (è una violenta ex poliziotta razzista mascolina e dalla vita spartana).
E ho dato al lettore, in tre soli paragrafi, la maggior parte di informazioni che gli occorrono per non smarrirsi. Le ultime due righe, che condividono con chi legge un'aspra considerazione di Juliette, ci forniscono una data per questa distopia; in modo più dinamico di un sottotitolo sovrimpresso:

Juliette avvitò il tappo del fustone di succo d’ananas, lo ripose nel frigorifero. Ruttò torva a quel ritaglio sbiadito appiccicato allo sportello con del nastro adesivo. L’articolo datava 28 agosto 1989: il primo tentativo del "Los Angeles Times" di statistica demografica a un anno dalla catastrofe. Long Beach, riportava il giornale, era abitata per il 42.1% da bianchi, e lei leggeva il dato ogni volta con una mossa di pugilato, «Eddai, la maggioranza!»; 36.8 di dagos, 11.5% di negri e 8.9% di musi gialli assortiti. Nei buchi sempre più larghi di quella rete di numeri si acquattavano da dodici anni gli schifosi Profondi.

Il lettore e spettatore è come il cucciolo di un'anitra: è estremamente sensibile all'imprinting. È molto facile che empatizzi con il primo nome proprio e il primo volto che gli appaiono sulla pagina, che ne assumano il point of view. Nonostante i manualoni dicano di non farlo, infatti, autori mestierati-e-perciò-che-se-ne-fregano (guadagnano miliardi) incominciano i romanzi con il nome dell'eroe; molto spesso con il nickname: per voi creduloni - per quanto persona orribile - sarà subito un amico.
Poi, certo, non si legge la biografia di Iosif Stalin continuando a ripetersi che «era tanto una brava persona».
Poiché il mio primo volto è quello di Juliette, ho cercato di descrivere uno sguardo sullo skyline privo di stupore o questo genere di sentimenti. La reazione emotiva di un personaggio all'ambiente è un dettaglio portatore di contenuti dell'ambiente medesimo: quanto il colore di una parete, le otto zampe del barboncino extraterrestre e il Barolo rosa shocking che ti servono su Kitty H-Primus.


(...continua...)
1 I pappagalli, ignorante!
2 Ora nell'antologia Un Tempo Altrove; Imperium, Milano, 2014.


martedì 3 marzo 2015

Scrivere di Altrimondi, 1


Un prontuario di scrittura degli altrimondi non è un'impresa facile: sorgono implicazioni di carattere semiotico, e si passa da riflessioni in astratto alla - è pur sempre un "manuale"... - necessità di condividere con il lettore qualche trucco del mestiere. Mi rendo conto, in questo primo capitolo, che sto ancora raccogliendo le idee; e inseguendo l'impostazione che è più adatta allo scopo. Consigli?



In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!», e la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona, e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e mattina: primo giorno.
(Genesi, 1; 1-5)

Dicono che Lui ce l'abbia fatta in sette giorni, ma è un autore fra i top-ten con un sacco di ghost-writer: voi, probabilmente, ne impiegherete di più, ma si spera che il risultato sarà altrettanto apprezzabile.
«Sto scrivendo un racconto di fantascienza: si svolge nel futuro» (da pronunciarsi con almeno tre f: ché fa più fantascienza, più fico e più futuro); «Sto scrivendo un racconto fantasy: che si svolge... beh, in un mondo fantasy, no?! Che accidenti di domande mi fai?!» Guai, a indispettirlo, l'autore di sword & sorcery!...
Come quando andate a Rimini per rimorchiare, e il weekend successivo visitate la "città d'arte" per far contenta la poveretta che conquistaste sul lungomare, non si sale a casaccio sui treni per gli altrimondi: si va a Melnibonè per fare pratica di magia nera e di scherma ma, soprattutto, per affrontare i propri demoni interiori; si sbarca su Klendathu per fare fuori i fottuti insetti.
Se scrivete una storia di fantascienza, fantasy o fantastica che abbia un contenuto che vuol essere uno scopo (far riflettere il lettore sull'attuale società; o avvertirlo dei pericoli, le implicazioni, i paradossi di alcuni aspetti del nostro modo di vivere... o solo intrattenerlo, divertirlo, emozionarlo, spaventarlo da onestissimi professionisti) il mondo che descrivete non dovrebbe limitarsi a un fondalino dipinto o, peggio ancora, a un "villaggio di Potemkin" 1.
Non basta moltiplicare gli Oceani di Fuoco & Fiamme, i tramonti di Due Soli e le Montagne Sospese In Cielo; inanellare più di Saturno e sudare più che su Dune. Parrà incredibile: ma lungi dal suscitare l'agognato sense of wonder - che non è detto sia sempre un obbligo, per un autore "di genere"... - al lettore verrà da chiedersi che cosa c'entra, adesso, questo scorcio all'improvviso di gratuita meraviglia.
Ho vissuto un episodio che mi è sempre rimasto impresso: vidi al cinema nel lontano 2004, con amici, il modesto King Arthur diretto da Antoine Fuqua. Il film riprende i temi del ciclo bretone e arturiano inquadrandoli però in un'insolita cornice: in cui lo stesso protagonista, Artorius, quand'era ancora un semplice cavaliere, viene descritto come un sarmate o un romano-britannico. È una lettura delle vicende di Artù, ormai accreditata da storici e linguisti, che ha sedotto, fra gli altri, anche il Massimo Manfredi de L'Ultima Legione (6.000.000 di copie vendute in tutto il mondo!); alternativa all'immaginario preraffaelita, cortese, che va da Chretien De Troyes al film di Richard Thorpe (1953), al Lancillotto e Ginevra di Bresson (1974) e all'Excalibur di John Boorman (1981).
Le donne, i cavalier, l'armi e gli amori, l'audaci imprese sul filo delle spade, insomma...
Se non che, a un certo punto della storia, i nostri eroi Clive Owen e Keira Knightely (che interpreta Ginevra) incappano nella domus di un patrizio mentalmente disturbato, che ha ridotto le proprie cantine a qualcosa di troppo simile al ripostiglio del copycat ne Il silenzio degli innocenti.
In quel punto un po' superfluo della trama, o da risolversi in tutt'altro modo coerente all'ambientazione (il contesto pseudo-storico ed epico medievale), ecco un episodio in stile serial killer e/o thriller contemporaneo.
La reazione del pubblico (e intendo: dell'intera platea!) fu un diffuso, bisbigliato, e un po' ilare «... e questo, adesso, che cosa cazzo c'entra?!...»
Se il patto di incredulità con il lettore e spettatore è una storia di un Artù tardo-romano, o bretone, accetto volentieri un Perceval barbarico; Morrigan-Morgana e Merlino con il falcetto. Ma il garage di un serial killer fra la pagine di Thomas Malory non è un perché sì, facciamolo, wow!, che aggiunge contenuti e carattere alla storia: si rischia, al contrario, la sospensione del dubbio 2.
La creazione e collocazione di un altromondo non è tappezzeria; non è l'impuntatura di un commesso maniacale della storiella della signora che va a comprare le tende 3: è in funzione della storia che decidete di raccontare. E assumiamo di qui in avanti per altromondo - come forse accadrà la maggior parte delle volte, se scriverete racconti brevi - angoli di universo anche solo di pochi metri come, per esempio, in Per piccina che tu sia di J. G. Ballard.
Suggerisco, come il solito, o di procedere per aderenza all'immaginario, l'esperienza, il più possibile condivisa; o quel contrasto del surrealista de Lautréamont "bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio (…) l'accoppiamento di due realtà in apparenza inconciliabili".
La costruzione di un altromondo è un'abbuffata di immagini: le fonti iconografiche sono forse più importanti di quelle letterarie... persino se scrivete, e leggete, ma non state guardando un film né sfogliando una graphic novel. Più potente e stratificato l'immaginario, più è difficile "vedere" altro per chi non è nei vostri occhi e le idee.
Facciamo un esempio subdolo:

pirati spaziali

Tarderete molto tempo, da adesso che avete letto queste due paroline, a togliervi dalla testa questa formula abusata:

astronave + estetica barocca x (jolly roger + benda)
________________________________________________________ : gamba bionica + lightsaber
abbordaggio jet-pack + pianeta misterioso

condizionati dagli Ork Freebooterz di Warhammer 40.000; da Harlock ed Esmeralda; fino a quelli non siderali ma post-atomici di Waterworld, per tacere dei centinaia di altri che si sono avvicendati e a-vicenda "contaminati", pubblico ed autore faticano enormemente a figurarsi, di primo acchito, un alcunché di diverso.
Le rotte dei mercantili in certi mari del mondo, a tutt'oggi, sono a rischio di incursioni di bucanieri come già nel XVII e XVIII secolo: non è raro che i ben noti pirati somali facciano notizia e lavorino con Tom Hanks. Ma i negri all'abbordaggio fra Capella e le Pleiadi non assomigliano a quei feroci, disgraziati banditi con motoscafo e Kalašnikov: piuttosto, all'Olonese di Emilio Salgari:

"Moko: che era un negro con occhi molto grandi, una potente muscolatura e molto forte ed astuto"

Un altromondo che si alimenti di certi mondi, insomma, apporta un contenuto che il lettore non vorrà/potrà ignorare.
Le guerre di SF militare non assomigliano ai conflitti napoleonici; hanno ormai dimenticato anche quelli del '39-'45. Sono, invece, le sporche, disilluse e poco eroiche guerre contemporanee; nello specifico quelle statunitensi: con soldati di eserciti di un universo confederato che, guarda a caso, assomigliano ai Marines U.S.A. Come in Necroware, di Tonani, guardano ai nuovi fronti: che assomigliano ai Balcani, le tre guerre del Golfo Persico; non sono i conflitti di Maria Rilke e Sven Hassel: sono quelli di Gustav Hasford, di un McNab e di un Lilin.
Perciò: se l'altromondo che raccontate ci assomiglia, e i vostri soldati non saranno i francesi di Enrico V che discutono su quante stelle negli stendardi e sull'armatura; ma si fumano gli spinelli, dicendo fica e 'affanculo il sistema; e indossano il kevlar color deserto e sdrucito, il lettore è già avvertito, nonostante i vostri intenti, di una guerra che non è quello che sembra; di inganni amorali e percezioni distorte.
«Non è vero!», protestate, «È una storia di virile cameratismo; sui limpidi e cristallini valori del coraggio, l'amicizia e blablabla!»
E magari la concludete con un paragrafo strappalacrime con il Sergente e il soldato Goodman che si abbracciano, laceri e vittoriosi, sullo sfondo di New York liberata dagli alieni; uno di quei paragrafi così ben scritti, e perfetti!, che manco Apollo & The Nine Girls in persona...
Ma il lettore vi obietterà, con una smorfia di sufficienza, che «dati i presupposti, e il tipo di ambientazione, il finale è troppo ingenuo e retorico.» 4
Per combattere una guerra giusta, pulita, scordatevi le mimetiche e spegnete le sigarette: ci vogliono le armature dei Cavalieri dello Zodiaco.


Se saprete padroneggiare l'immenso, e sempre in espansione vocabolario di immagini; di espressioni gergali, di culture di origine, questo apporto di contenuti giocherà a vostro favore.
Traducete quanto ho detto fin qui in quello che, in termini cinematografici, si chiama un establishing: ovvero un campo lungo o lunghissimo, all'inizio del film, che dà allo spettatore riferimenti geografici, storici, e persino stilistici, per orientarsi di lì in avanti nell'universo diegetico.
C'è un deserto, c'è un cow-boy che lo attraversa a cavallo, la sperduta cittadina con il silo dell'acqua sporca, vaporiere dell'U.S.S. Pacific e il saloon con non sparate sul pianista: edificate la vostra idea fantascientifica-western, western-fantasy o western-weird su questo genere di terreno: sono solide fondamenta, e colorano il racconto di un'autentica Frontiera.
Ma attenzione, ché non è la stessa cosa scrivere:

Jack vide un alieno entrare nel saloon e avvicinarsi al bancone, succhiò con la proboscide il whisky in un bicchiere

oppure

Jack guardò l'alieno entrare nel saloon, si trascinò fin il bancone e si sedette su uno sgabello. John gli versò il whisky senza ammanco domandarglielo, quello ci si tuffò con la proboscide

L'ordine degli addendi, in narrativa, cambia parecchio la situazione.
Nel primo caso, Jack vede un alieno che entra in nel saloon e si avvicina al bancone. Come diavolo fa, questo rude texano, a sapere che quello è un abitante di un altro mondo; non invece un'altra specie di pellerossa, di muso giallo o di negro?! Vede, inoltre, non dà l'impressione di una scelta consapevole.
L'alieno si avvicina al bancone del bar, ma sospettiamo che è solo un caso: subito dopo, magari, avrà un ripensamento, e andrà a palpare Molly che è appoggiata alla balaustra. L'alieno succhia il whisky: lo sa, che è una bevanda? O è solo il gesto strano di questo essere dell'oltrespazio?
Infine: l'asciuttezza delle due frasi, separate da virgola, restituisce che questo fatto è accaduto all'improvviso; l'impietrito sbigottimento di chi assiste alla scena.
Muoviti, cow-boy: sfodera la Smith & Wesson!
Quel paragrafo introduce l'alieno come un perturbante in un contesto ordinario; mi prepara ad un racconto di un "normale" Far West che è invaso all'improvviso dalle forze dei Sontaran.
Come reagiranno i personaggi protagonisti, e la loro società? Pressappoco come il pubblico di Orson Welles alla "prima" radiofonica del '938... E' il presupposto di una storia di fantascienza di una umanità che non è bendisposta, ma xenofoba e reazionaria alle stelle; un altromondo per esempio alla District Nine che serve all'autore a far riflettere sull'apartheid.
Nel secondo paragrafo, invece, è evidente già dal guardò (un atto volontario) e dall'articolo determinativo, l'alieno, che Jack, 'sto scassacazzo galattico, lo conosce piuttosto bene: è capace di distinguere che il suo incedere è strascicato, non come il solito. O ha passato una brutta notte, o è già sbronzo dal mattino...
L'alieno si siede su uno sgabello, come gli altri clienti: ha una certa familiarità coi costumi degli umani. E il barista lo tratta da abitué. Il ragazzo con la proboscide non la affonda per sondare: ci aveva proprio bisogno di un goccetto di quello buono.
Questo paragrafo descrive un Far West che è normalmente abitato dagli alieni. È il presupposto di un racconto di fantascienza in cui l'umanità non si spaventa dell'universo; è consapevole di non esserne più al centro ma, data le mentalità, e lo sviluppo tecnologico dell'epoca, continua ad atteggiarsi con effetti anche ridicoli: è un altromondo di draghi ed elfi in marsina come quello di Castle Falkenstein. E, già da queste prime battute, l'approccio è più leggero; è un altromondo più "Cantina" di Star Wars.


Un esempio di altromondo costruito per efficace contrasto è il futuro cyberpunk e/o post-atomico di pellicole quali Interceptor; Rollerball; 1999 Fuga da New York; L'Uomo del Giorno Dopo; Snowpiercer o Okuto No Ken.
Tutto ci dice che siamo nel futuro (naturalmente rispetto l'anno di produzione...); il dato è confermato dai bizzarri panorami, gli insoliti skyline e le rovine del mondo contemporaneo. In effetti, è il tipo di paesaggio che ci si immagina di contemplare dopo un'apocalisse o un conflitto con armi atomiche: quei ruderi di Miss Liberty in spiaggia del Pianeta delle Scimmie del '969.
Nonostante la sopravvivenza di almeno il motore a scoppio, la polvere da sparo, mezzi aerei e terrestri, l'informatica, e nazioni che in parte si riconoscono nelle attuali, il mondo è ripiombato in cupo feudalesimo; bande armate si affrontano ad armi bianche, si fa il tifo nelle arene dei gladiatori e uno shotgun è guardato con il timore e il rispetto dell'archibugio di Re Cimosco nell'Orlando dell'Ariosto.
Gli appassionati di questo tipo di fantascienza, delle canzoni di Tina Turner e delle teste che esplodono a cronometro (anche se «... no... non è possibile!... Aaargh!...») godono di tutto ciò con belluino divertimento. Altri si dispiacciono del pessimismo del cyberpunk circa le umane sorti e progressive del Leopardi (lo avresti mai detto, Giacomo?); i puntigliosi si domandano se è davvero possibile che nessuno, ma proprio nessuno, pensò a salvare un I.Phone e l'Xbox quando gli Arabi, i Comunisti & i Cthuloidi, ci lanciarono quei missili nucleari. Si potrebbe anche obiettare, ricordando il mio aneddoto sulla visione di King Arthur, che il tlachtli 5 in moto & pattini di Rollerball sia azzardato quanto un Hannibal nella Britannia del V secolo...
La maggior parte degli altrimondi di questi film, tuttavia, servono agli autori a sostenere una tesi piuttosto valida, cui purtroppo la realtà ci dà continue conferme: se privati di quei comfort per cui ci reputiamo civilizzati, torneremmo in un istante alla barbarie dei trogloditi. La nostra non è stata un'evoluzione spirituale e morale; piuttosto del materico e il possesso: è un'analisi sociale, e antropologica "in proiezione", che è agghiacciante e non ci rende di certo onore.
Ma non è mica una cosetta da poco, usare la narrativa di genere per tornare ad avvertirci di questo enorme pericolo: non ci vedo un accostamento fine a sé stesso, gratuito, come il tacos-bizarro-gothic di J. Guzman Nude Nuns With Big Guns.
Poi, vabbé - e non a caso diventano cult-movies... - Jena Plissken è figo perché è figo!




1 Alla fine del XVIII secolo, la zarina Caterina nominò "governatore di Tauride" (l'attuale Crimea) l'ambizioso Potemkin. Costui, fedele alla sovrana, volle completare l’opera di lei popolando i territori di recente conquista, che i Turchi avevano abbandonato incolti e paludosi. Favorì, d’accordo con Caterina, l’immigrazione di europei nelle zone vicine al Volga e ad altri fiumi che sfociavano nel Mar Nero: sulle rive fondò città, tra cui Sebastopoli. Quando credette di aver compiuto almeno una parte di questo immane lavoro, invitò l'imperatrice a un viaggio sul fiume Dniepr, per mostrarle come erano mutati i territori sottratti agli Ottomani. Ma i tempi e il denaro non erano bastati per costruire tutte le case e villaggi. Potemkin si ingegnò con facciate di cartone, spostate ad arte lungo il percorso della zarina che dal fiume, e da lontano, le sembrarono case vere; e le diedero l'illusione che era stata obbedita. L’espressione "villaggi di Potemkin" da allora sta a indicare un’operazione di falsa propaganda, volta soprattutto a ingannare i dirigenti di altri paesi sui reali progressi di un paese ospitante, onde convincerli di un benessere che non è tutto autentico.
2 La sospensione dell'incredulità o sospensione del dubbio è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un'opera di fantasia. Il pubblico accetta le limitazioni nella storia presentata, sacrificando realismo e occasionalmente logica e credibilità per il bene del divertimento. La frase venne coniata da Samuel Taylor Coleridge (Biographia Literaria - cap. XIV; 1817): «Venne accettato che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, e a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell'immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica.»
3 No: non ve la racconto.
4 N.d.A. Ingenuo; retorico, e di destra sono aggettivi che se scrivete SF militare vi porterete legati al piede in ogni vostro lavoro. Rassegnatevi: la gente è così... finché non sente odor di napalm al mattino.
5 Gioco a palla precolombiano quasi più letale dello sport rappresentato in quel film. Le partite erano spesso rituali formalizzati, si svolgevano su larghi campi di pietra e terminavano con sacrifici. La solida e pesante palla, di gomma, provocava non di rado serissimi infortuni; i salassi accompagnavano le partite. Fonti spagnole del XVI secolo raccontano che alcuni giocatori ne rimanevano uccisi.



venerdì 27 febbraio 2015

"Com'è facile abitare in Atlantide" - Introduzione


Il prossimo prontuario cui lavorerò (titolo provvisorio: "Com'è facile abitare in Atlantide") sarà dedicato alla scrittura degli altri-mondi. Qui di seguito l'introduzione.
And I think to myself
what a wonderful world

«Descrivimi perciò Louis Armstrong: che aspetto ha?»
«... è nero...»
«Vai avanti.»
«... è senza capelli...»
«Secondo te, lui, ha l'aspetto di uno scrittore di fantascienza?!»
Macché. Nei nostri mondi il cielo non è blu, non ci sono le nuvolette e l'arcobaleno; gli alberi e le rose sono avvizzite da un pezzo. Siamo autori dal tristissimo immaginario che frequentano deserti nucleari, megalopoli verticali inquinate e i meandri dei Boschi Atri.
Ma com'è, se l'universo è così grande, che poi ci troveremo allo stesso Roxy Bar a bere del whisky e del vino! con Mad Max, Sir Baratheon, i Sabipodi, Paul Atreides e Okuto No Ken? E perché gli appartamenti del Gran Cyberpest Hotel si assomigliano un po' tutti, manco fossero arredati Ikea? Il Grande e Eterno Albero dei Segreti Iniziatici, accidenti!, v'occlude sempre la visuale del panorama da ogni stanza di agriturismo Na'vi.
«... non erano Elfi Silvani & Ewok Associati?...»
«Sì, ma ha cambiato gestione.»
Se n'è accorto nessuno?
Che noia, che barba: non c'è niente da fare, il sabato, in 'sta galassia. Vi accontentate di locali di infima categoria che servono da bere, all'annoiato lettore e spettatore, quel solito d20 di insipidi aggettivi; che dovrebbero, vi illudete, soddisfare l'immaginario. H.P. Lovecraft vi ha già soffiato non euclideo; cosmico; abissale di antica malvagità: le cripte misteriose e le fortezze inespugnabili; gli altissimi grattacieli immancabilmente di vetro che si arrampicano a cieli con lune più di noialtri... Sono mica come il brandy, "che crea l'atmosfera"...
Questo terzo prontuario di scrittura, dedicato all'allestimento di un set del fantastico, si sviluppa da un monito di Alan Moore che dovremmo tenere a mente ogni volta che immaginiamo di un altro mondo, e invitiamo chi ci legge a inoltrarvisi insieme a noi:

"Provate a pensare ai primi tempi del fumetto: solitamente le ambientazioni erano descritte con una breve didascalia. Bastava mostrare un paio di edifici futuristici, questo soddisfaceva i lettori all'inizio degli anni Sessanta. Da allora, i media hanno aumentato drasticamente la disponibilità di informazioni riguardo il nostro mondo: pertanto, oggi, anche i lettori più giovani sanno che un mondo è un luogo complesso, che si compone di molti fattori diversi in interazione fra loro. Pare quindi necessario un nuovo approccio al problema, che tenga conto delle percezioni contemporanee."

Il Diavolo, l'Alien, la Cosa Da Un Altro Mondo; quella Sulla Soglia, i Langolieri e i Grandi Vermi si nascondono nei dettagli, ci insegna il proverbio. Lo scrittore di fantascienza è un Diavolo più in gamba che fa le pentole i coperchi, gli Hypercube; le cupole su Chester's Mill, le Fuchikoma e le Death Star.
Se inviterete Red Sonja a cena, stasera, qui c'è una taverna non troppo role-play game che farà al caso vostro; e un motel per appartarsi non dei soliti del gruppo Bates.
Esci! C'è tutto un mondo là fuori, purché sia scritto bene.


martedì 24 febbraio 2015

Scopi Infimi e Agnelli da Olocausto (racconto completo)


NOTA: Un autore di fantascienza non vive con la testa fra le nuvole, anzi: molto spesso si è dimostrato che gli scrittori "di genere" hanno i piedi più per terra di molti loro contemporanei. "Scopi Infimi e Agnelli da Olocausto" - in attesa di un altro titolo... - mi accorgo che esprime il mio pensiero sullo spettro dell'estremismo che spaventa l'Occidente. O piuttosto, come il solito, sugli spettri e sugli specchi...

Lagash incise un'altra tacca nel calcio, «è un altro giorno che siamo vivi»; posò il termo-fucile su una seggiola accanto al letto con il casco, gli stivali, il giubbotto e gli schinieri non-newtoniani. In ordine su una gruccia che aveva torta da un fil di ferro.
E godette del tramonto con un'incredula contentezza.
Fissò il sole scomparire fra i ruderi, i carcami dei corazzati, di droni; le mura annerite dai morti vaporizzati. Una brezza gli accapponò la pelle lattea, glabra, e portò dentro il rifugio l'odore d'arso del mondo.
Si sfregò i quattr'occhi stanchi, arrossati; chiuse le imposte sui vetri rotti, tirò le tapparelle: si sdraiò su un materasso, in un angolo, di fianco a Nineveh; gli impuzzì la faccia, il naso, con i suoi quattro calzini sporchi.
«Ohi, caporale», grufolò il camerata, «togliti, con 'sti piedi.»
Huru, stravaccato a fumare l'up su un altro letto, di fronte, snuvolò con la narice e schioccò con l'orifizio:
«Non puoi dire che è culo, se non sai rispetto a quando.»
Henchidu, nella brandina là in fondo, si riavvolse nel plaid logoro, sporco, e masticò che abbassassero la voce e lo lasciassero appisolare:
«... ho il turno di sentinella, stanotte, voi stronzi...»
«Che cosa intendi dire?», Lagash si inquietò. Lo ferirono dagli scuri i raggi rossi dell'imbrunire, e la sera lo ammalò di quella solita paranoia che nell'essere lì, ed ora, c'era qualcosa che non quadrava. E però, senza guardare ad Huru, lasciò cadere quella domanda nella penombra del dormitorio.
Su tutti.
Muurabi tirò la porta d'una latrina in un'altra stanza, tornò in branda grattandosi il sedere e passò la carta igienica ad Heniki:
«... è una stronzata tenere il conto dei giorni che l'hai scampata, se non sai da quand'è che c'è la guerra.»
«Beh...», lui gli indicò l'impugnatura dell'arma; quel manico in sintetico scarabocchiato e tagliato.
«Non hai messo una tacca ogni giorno dall'inizio; che dicevano che in un mese ciao terrestri si torna a casa.»
«Non è manco il tuo fucile», Nineveh si schifò, «l'hai scambiato con quello di un cadavere sui Monti Pyrenei.»
«... sì, ma al più tardi...»
«Dì: da quando sei al fronte?», Huru lo apostrofò, «Non sai nemmeno che giorno è oggi.»
«Tu, non lo sai: ti sei fritto il cervello.»
«Io, caporale», Heniki strillò, da seduto a porta aperta su un cesso, «la faccio una volta al giorno tutti i giorni a quest'ora!»
Lagash si azzittì, infastidito, negli ilari gorgoglii che echeggiarono nel rifugio. Incidere con il coltello quel finto-legno laccato, e scrivere a pennarello, ogni volta li dislocassero, i toponimi dei settori dove avevano combattuto, e che data, di quel finire del secolo XXVIII, gli premeva, da più tempo che ricordasse, che telescrivere a...
casa
«Ognuno», si imbronciò, «c'ha i suoi riti scaramantici.»
«Sì, caporale», si ricomposero gli altri. E Henchidu grugnì che ho detto basta, di ridere!; restarono qualche istante in silenzio e in imbarazzo.
Muurabi schiarì la voce:
«... il fatto è che è meglio non pensarci: butta giù di morale, se ti accorgi che sei sul campo da un anno e...»
«Tsè, da un anno», Nineveh sputò.
«Molto più che da un anno: e né noi né quei bastardi la sfangano.»
Bussarono al portone: scattarono ai fucili, e con l'indice sul grilletto intimarono il chi va là. Una voce di ubriaco, ma arrochita, amichevole, sbasoffiò parole d'ordine poi che insomma, per la Dea, non mi ricordo! Maddài, mi conoscete! Lasciatemi passare!
«Gli apro io», sorrise Huru; scese abbasso spipacchiando, in anfibi e mutande sporche qual era, con le piastrine di reggimento, nemici morti e compagni invendicati che tintinnavano sui tatuaggi sul torace e l'addome nudo.
Tornò un attimo dopo con il tenente Ghilgameh: Lagash, tutti gli altri, mormorarono buonasera.
«... buonasera, signore», precisò l'ufficiale medico; loro, però, non ripeterono il benvenuto. Ghilgameh si grattò fra i peli ricci sui lunghi orecchi, tolse gli auricolari ingialliti di cerume; li infilò dentro alle tasche che ancora trasmettevano: quelle note terrestri di ottocento anni prima, No Woman No Cry, di un aedo, Bob Marley, gli ronzarono nel camice coi moscerini e i pidocchi.
«Ragazzi», posò la borsa su una tavola tutta sghemba, l'aprì: i barbagli del tramonto incendiarono fiale verdi. Si pulì le sei dita sporche sulla casacca dell'uniforme, spillettata di ☺, di I♥NY, di Peace; svastiche, pentacoli e una falce con un martello; la croce celtica, Coca-Cola, il logo di un pipistrello, l'ira funesta di Che Guevara e il sorriso di Sponge Bob; «date il braccio, ho da pomparvi la medicina.»
Si sedettero sulle brande e gli offrirono le omerali:
«Doppia dose per Henchidu», Lagash raccomandò, «ché più tardi è di turno.»
Anche Huru gli domandò che abbondasse, e il tenente gli affondò un'altra volta nella vena:
«... ché a te, per come sei ridotto...»
«Quanto ci farà male questa roba, dottore?», Nineveh si immusonì.
«Ringraziami, invece, se in azione non hai paura; non ti affatichi né percepisci il dolore. Tutti superman, eh? Ma se io non passassi con lo sciroppo, ogni sera...»
«Che cos'è, superman?», rise Heniki.
«Un dio terrestre dei tempi antichi. Invulnerabile. E volava. Sguardo inceneritore e cazzotto come un cannone a rotaia»; gli mostrò, con orgoglio, quell'altra spilla blu-giallo-rossa, con un simbolo serpentino come iscritto in uno scudo.
«Lei, tenente, dovrebbero mandarla al muro per questa fissa con la cultura e la razza umana.»
«Sono figli di puttana e fanatici razzisti, ma c'hanno un sacco di robe fiche, a confronto di noialtri.»
«L'up, per esempio», Huru annuì.
Lagash, e Muurabi, si scambiarono uno sguardo:
«... e già che ne sa a pacchi, della faccenda fra noi e loro...»
«Non mi intendo di politica: li apprezzo per i Lynyrd Skynyrd.»
«Qui il caporale c'ha un calendario di tacche: non è che sia preciso. Poco fa discutevamo su quant'è che siamo in guerra.»
Ghilgameh sturò quella bottiglia che aveva in borsa, sfregò loro i fori blu di siringa coi batuffoli di garza imbevuti di tequila:
«Premete», gli tremarono le mani e ingollò quanto restava, «è parecchio, ma non è molto tempo.»
«Se l'è fatta un'idea, tenente?»
«Se incominci a farti idee, va' a finire che ti impicchi.»
Lagash guardò al suo fucile intagliato: che ormai luccicava, in un angolo di buio, delle deboli fosfo-torce che pencolavano dalle brande. Altroché, promemoria: era come una lapide; l'unica scritta che vi leggeva era un motto terrestre, REQVIESCAT IN PACE. Lo angosciò, di sicuro suggestionato da 'sti discorsi, 'affanculo!, un'urgenza di liberarsene: si ripromise che se domani, all'attacco, non lo avessero stecchito, lo avrebbe un'altra volta scambiato con un caduto. Poi, daccapo, ricominciato a contare: in quante occasioni gli era già capitato?
«... ma al quartier generale», Ghilgameh scrollò le spalle, «prima o poi guariranno quei neuro-dischi malati. E otterremo le informazioni perdute e ne sapremo abbastanza.»
«Quanti giorni di licenza e quanta paga ci spettano», Heniki scherzò.
Nineveh insistette che pensava appunto al dopo: non m'interessa di adesso; se tante dosi di stimolante ogni giorno non producessero effetti collaterali. Non gli impedissero di avere figli, per esempio.
«Pensa a restare vivo e a vincere le battaglie. Dopo; figli...», Lagash sillabò.
La droga faceva effetto: lo indusse in uno stato di sereno stordimento. Henchidu, con in corpo due volte tanto di quella roba, vigile, animoso, colava icore dall'orifizio; strabuzzava i quattr'occhi bianchi con le pupille scomparse.
Lui disse che sì: se il sole era calato, poteva già andarsene a montare la guardia:
«Sta' in campana, mi raccomando.»
«Sto in campana, non sfugge un cazzo!»; e il compagno saltò giù da una finestra del pianterreno a appiattirsi in una buca con il fucile puntato.
Lui lo guardò con quel pauroso ribrezzo cui s'assiste a un animale che sbafa visceri e carne cruda: ma di lì a poche ore da adesso, sapeva, quando avrebbero assimilato la sostanza, lui, tutti gli altri, gli sarebbero assomigliati.
Ghilgameh adocchiò quel bidone di latta nera che adoperavano da sputacchiera e cassonetto per i rifiuti, con la triscele stilizzata in un triangolo giallo-acceso: gliel'indicò col mazzo vuoto di fiale e i blister di siringhe e la tequila scolata. Lagash annuì: e i vetri, e la plastica, scroccolarono nel pattume.
«Altre cinque baracche», sbuffò il tenente medico, «poi, finalmente, me ne vado a dormire anch'io. Quanti cazzo vi impegnano in quell'assalto, domani? Avrò contati sei o sette battaglioni.»
«C'è un intero reggimento: proveremo a sfondare le loro linee; sfonderemo le loro linee», Lagash si corresse, «tutti noialtri di fanteria meccanizzata.»
«... e apposta quei tavolacci, quei tanti infermieri, gli attrezzi nuovi, gli ettolitri di morfina e chilometri di bende e i bottiglioni di alcool...»
«Vai al diavolo, dottore», Muurabi si grattò gli attributi. L'altro si infilò gli auricolari nei padiglioni, canticchiò Waiting In Vaine su un accenno di danza:
«... ci avrò da fare, 'sti due coglioni... con voialtri ho finito...»
Congedarono il tenente tutt'un coro di pernacchie, e lo scroscio di scarponi e pallottole di carta. Lagash zittì i soldati: è un ufficiale, imbecilli!; che ritornarono, immusoniti, a ributtarsi sui materassi. Lui se lo prese un po' ruffiano a braccetto e scesero le scale e si fermarono sulla soglia:
«Li scusi, sa: ma alla vigilia del lasciarci la pelle...»
Ghilgameh sfilò una sigaretta dal camice:
«Ne fa a metà con me, caporale? Ma l'avverto: è terrestre, ché son più buone...»
«... di quelle nostre. Come ha fatto ad averne?»
«Come il solito: spogliando i morti.»
Si accesero la Marlboro - ché è così, che le chiamano - e fumarono nella notte. Henchidu, spietato, puntò loro il mirino laser:
«Dichiaratevi! V'avrei stirato! V'avrei stirato, cazzo!»
Lo contentarono dei loro nomi, del loro grado, gli si mostrarono sorridenti, e però si spostarono dalla sua linea di tiro. Lagash si godette un altro tiro di sigaretta, e concesse che il tenente finisse il mozzicone. L'altro, però, lo schiacciò tutt'avvilito:
«... ci ha ragione, la sentinella: ché c'è pericolo di droni-sniper...»
«Fumeremo più tranquilli domani sera, festeggeremo: ché il settore sarà libero da quei bastardi.»
Ghilgameh, canagliesco, gli batté su una spalla:
«Ah, il domani!»
«Grande giorno, domani!»
«Domani è un grande giorno, vi voglio determinati!»
Quante volte lo ripeté, si incoraggiarono lì alla porta? Il volto del dottore, l'oscurità e il camerata in agguato; e le cose sotto un manto di tenebre e un sonno tutto nero che lo offuscò all'improvviso.


Lagash si drizzò con i suoi uomini, l'intero reggimento, sull'attenti di fronte i carri trasporta-truppe coi portelli spalancati ad accoglierli nel cassone.
I 1600 celsius fusori, sulle torrette dei corazzati, barrivano arroventati alla terra di nessuno; gli artiglieri, i motoristi, i capicarro, i piloti, si affacciavano dalle botole, gli spioncini, le feritoie, con gli occhi che luccicavano e la bava all'orifizio.
L'orizzonte era una coltre di canicola e di sabbia, era un tratto a pennello d'ocra, coi voli neri di uccelli, sulle briciole d'ottanta secoli di antichità degli umani. Ziqqurat, Baghdad; riportavano le olo-mappe.
Lui guardò i compagni - ingobbiti dagli zaini, ingrugniti dagli elmetti, incassati nell'armatura - mordesi i labbri coi denti sotto soffiare forte e schiumare verde.
Stordito e accalorato da una foia da animale.
Sentì il sudore che gli ammollava la cuffia e un rivolo di saliva che gli scendeva sul mento. E un'impellenza di affondare la baionetta e di fondere, cazzo!; e sniffare il bruciato che esalava dai morti. Gli venne turgido, rabbrividì, per la voglia di ammazzare e la certezza di prevalere.
Huru ciondolava innervosito sui ginocchi; scoccava cupo, e scettico di qua e di là, e odorava di codardia di piscio e di buonsenso. Lui, lo stimolante, non gli faceva nessun effetto: ci sei caduto nel pentolone da piccolo; tipo, lo prendeva per i fondelli il dottore. E cosa cazzo voleva dire?! Faceva ridere.
Lagash assecondò il suo ultimo pensiero lucido: che fosse il compagno tossico, adesso, il più cosciente fra loro muta, fra loro branco, fra loro gregge di belve allucinate.
Poi latrò omicida con tutti gli altri del reggimento e ascoltò il colonnello che predicava da un carro armato:
«... loro, dicono, sono il popolo eletto; l'unità di misura di un'intera galassia. L'odio cieco per tutto ciò che è diverso li ha portati fra le stelle ad invadere la nostra patria...»
patria
«... questo, è il terrestre! Non fa solo schifo la sua pelle colorata, i due bulbi oculari; che è bipede, e la fauce, e quella punta di cartilagine nella faccia. Io mi sveglio ogni fottuto mattino e so che 'sti merdosi è sacrosanto ammazzarli!»
«Sì!», gridarono i plotoni.
«Eccheccazzo, non vi ho sentito!»
«Vogliamo sterminarli!»
«... ma abbiamo preso a calci i loro culi di eletti; li abbiamo ricacciati, per quattrocentoquaranta anni luce, fin qui fra le rovine del loro stesso pianeta! Noi, domani, devasteremo la Terra!»
«Sì!»
«Eccheccazzo, non vi ho sentito!»
«Devasteremo la Terra!»
Il colonnello batté coi tacchi sullo sportello del capocarro: il corazzato si mise in moto, stridette; nel cantico imponente di seicento altri motori. Lagash salì la rampa, e entrò con i suoi soldati nel ventre buio del loro mezzo: Muurabi, per ultimo, sigillò la portiera; alzò al massimo il volume degli interfono che diffondevano fra le truppe le litanie nazional. Gli ufficiali abbaiavano, sottofondo alla musica, di pensare a...
che cosa?
«... alla causa! Ai valori per i quali combattiamo! Alla luce delle Pleiadi! Alla nostra civiltà!...»
E gli inni guerreschi crebbero di volume: Lagash, rintronato, chiuse gli occhi si abbandonò nelle tenebre, con il capo rovesciato sul poggiatesta in sintetico. Allo strepito dei cannoni e il rollio del carro armato; ai vapori del carburante e il nitrito di cremagliere.
Pietre, sabbia e sassi rotti crivellarono il fondo; uno scroscio ininterrotto fra le grate del pavimento. Il tinnio di metallo, il croccolare dei vetri, e il disgustoso improvviso splosh d'un che di pesto di maciullato. Lo stantuffo incandescente e accecante dei celsius; il barbaglio degli inneschi nelle lenti degli artiglieri. L'uragano delle salve e il frinire dei microfoni. Un corno rosso che ciondolava al visore e una bambola terrestre e un zampa di lepre. Perché? E che cos'è, una lepre? Il trrr dei cingoli, delle ruote, le placche e dell'albero motore.
al
bero...
«Non ho mai visto un albero del pianeta. Del nostro, pianeta!», Lagash trasecolò. Gli altri, azzitti, gli smorfiarono preoccupati.

Alzatevi, grandi stelle,
combattete allo stremo!
Contro le oscure forze dei terrestri,
contro i barbari maledetti

«... qual è il nostro mondo?...», Nineveh balbettò. Parlò di qualcos'altro: le parole sprofondarono nei rumori del carro armato. Huru s'ammutolì a un altro colpo d'artiglieria, i cingoli masticarono certi discorsi di Henchidu.
Li stordì l'eco sopito di un'esplosione all'esterno; restarono qualche istante a carro fermo e la radio spenta.
«... io», Heniki ghignò, «non ho mai visto, o non ricordo il pianeta...»
«Ci sei nato!»
«Non so.»
Il pilota si affacciò dallo spioncino del cockpit:
«L'equipaggio che ci precede è saltato su una mina. Siamo illesi. Tutto bene, ragazzi?»
L'interfono gridò di nuovo: nemico individuato ore 11.00 nord-nord-ovest; dettò le coordinate e le regole di ingaggio.
Il cingolo morse ancora il calìce; il bubbolo del motore spaccò loro le orecchie. La voce del capocarro squillò ilare nel vano truppe:
«Godetevela, gente!»
Fra loro sei, seduti, si accese un olo-schermo: la battaglia a luce azzurra sfocata qual era ai digi-occhi sullo scafo del corazzato.
Davanti: obbiettivo; casematte e trincee terrestri, bocche anticarro da 3200 celsius. Leggermente a sinistra: una nube di polvere. Eco di un temporale; silhouette di testuggini che fiammeggiavano rimbombavano. Il bio-puter impazzì di pixel rossi:

unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica unità nemica ...

Lo schermo si insanguinò, da quel lato, di un'intera divisone di carri armati terrestri.
«Non possiamo assaltare la linea fortificata, se...»
«Li tratterremo finché potremo», inghiottì il capocarro.
«Per la patria! All'attacco! Sbarcare subito!», sbraitarono dagli interfono.
L'orologio dentro il casco gli ticchettò in un orecchio, spalancarono il portello e saltarono in battaglia; li aggredì il fiato rovente delle 850-C° che biancheggiarono termo-raffiche dalle trincee degli umani. Henchidu crollò liquefatto fino al petto.
Si sdraiarono pancia a terra e risposero a fucilate; Nineveh caricò la bomba al plasma nel lanciarazzi e ridusse una garitta a un cratere annerito. Le scie distorte dei raggi caldi fra fronte e fronte striarono l'aria che sembrò che colasse, su un tappeto di macchie cenerognole e feriti cui friggevano le carni. Il ronzio dei fusori spaventoso e assordante.
Le termo-automatiche grandinarono tutt'attorno; e i blateri, il vento caldo dei giganteschi anticarro, tempestarono appena a un passo da loro e li stordirono e soffocarono. Muurabi si strinse al collo, gemette, si scalzò dell'elmetto e si protese per respirare: ricadde ch'era una torcia di convulsioni e si spense nella sabbia in una pozza appiccicosa. Scaricarono un'altra salva contro i fanti terrestri, fuochi candidi s'accesero dietro i sacchi e muriccioli.
Lagash gridò a Nineveh di coprirli: la polvere del deserto esplose di un altro razzo; loro strisciarono, nella coltre di terra e sassi, a acquattarsi ad un rottame fumante sul fondo di un cratere. Si scottarono le schiene sulla ceramica ancora calda; e a turno si sporsero, sdraiati, accovacciati, a centrare i nemici sulla linea fortificata.
Non avevano più pensieri non ascoltavano più rumori. Né voci. L'ululìo dei fucili li istupidiva li rintronava.
Lui sentì il sudore, e il corpo magro di Heniki, premergli, di fianco, contro un lato del rottame: la folata di un'850 e in un istante era solo.
Huru piagnucolò; cosa cazzo piagnucoli?!
Si sdraiarono supini, ricaricarono le batterie dei fucili; si sfregarono la polvere e l'icore dalle facce. Ritornarono a sparare e ne stecchirono qualcun altro, forse. Lagash si sforzò di non sentire l'orologio, tic tac; regolò l'interruttore sull'elmetto e lo smorzò dal padiglione e la retina. RESET. Si accorse delle squadre che convergevano a un terrapieno, nugoli dei loro si raccoglievano per l'assalto. Un ufficiale sparava in aria, li incolonnava, abbaiava ordini: là a sinistra i corazzati si serravano per il cozzo, e il barrito dei motori sbriciolò le loro voci.
Le testuggini terrestri avanzarono ad ondate, si incocciarono, si intralciarono e si ingolfarono si spintonarono. Lagash guardò alla frana orrenda d'acciaio nero con i sensi alterati dall'iniezione di stimolante; lo specchio limpido del cielo sugli ziqqurat riflesse, terrificante, quel grumo di panzerblatte. Cosa sono le panzer; cosa sono le blatte? Ibis, fenicotteri in tuta bruna ed occhiali che si affacciavano dalle torrette e che strillavano di avanzare; cosa sono i fenicotteri e gli ibis? I pezzi celsius dei loro carri li rallentarono; ne esplosero, azzopparono, ne scombinarono le prime file. Ma a milioni ne rombarono all'orizzonte; starnutirono dai nasi lunghi d'ottone il moccio arroventato che bruciò le loro forze.
Lagash trascinò i due compagni inebetiti, raggiunsero l'altre squadre: non erano granché. Il fuoco fitto dalle trincee degli umani li inchiodava a testa bassa alla base di un terrapieno.
«I corazzati non dureranno a proteggerci», gridò l'ufficiale sopra l'eco di un'esplosione, «sì e no cinque minuti, le testuggini le avremo addosso. Perciò procederemo secondo gli ordini: sfondare, all'assalto!»
«Sfondare!», sbavarono.
«... ci provino, i coglioni...», Huru bisbigliò.
«Cos'hai detto?!»
Ma il camerata non gli rispose. Si spostò in seconda fila e lo tenne per lo zaino; lui e Nineveh anzi, soffiò loro all'orecchio:
«Non capite che è un inferno, siete cotti: svegliatevi! Non metteranno la testa fuori...»
Lo spintonarono da tutti i lati. I primi infoiati, strafatti, omicidi, scalarono il terrapieno senza attendere il segnale: un ronzio li sparse in polvere e poltiglia; l'ufficiale fischiò la carica. Centinaia si inerpicarono nella sabbia, ruggirono belluini; Lagash li seguì tutto eccitato, assassino, ma qualcuno lo strattonò: e ricadde, schiena a terra, viso a viso con Nineveh.
Huru sedette loro sul torace e lo stomaco:
«Buoni, finché vi passa l'effetto di quella roba.»
«Ti ammazzo, codardo!», lui latrò; raspò a terra a raccogliere il fucile e lo puntò su quel vigliacco e traditore. Lo accecò e riempì la gola una cascata di grassa cenere, di gocce nauseabonde; lo scroscio dei troppi disintegrati sul ciglio. Si impietrirono lì stesi e insozzati da quell'unto: il bramito dei termo-mitratori, le grida, echeggiarono ancora a lungo sopra il campo di battaglia.
«... sfonderemo le loro linee...»
«È impossibile, caporale. Se i corazzati ci avessero sbarcato là, a ridosso le postazioni... ma così, allo scoperto dell'onda termica...»
«... domani!...»
«Mi ascolti?!»
e lo capiva
ci aveva anche ragione.
Gli si schiarirono le idee quel che bastava per accorgersi dei molti carri che acceleravano contro a loro. Spazzarono a cannonate le poche squadre sopravvissute, che si ostinavano a assaltare verso i nidi delle celsius; spettri grigi respinti da un vento torrido che in un battito li scioglieva in uno schifo. Quell'alito della morte li sbatacchiava di qua e di là, combattevano ciechi, caricavano idioti; crepitavano in carne e cartilagine incendiata. Finché il fischio dell'ufficiale si azzittì nel deserto.
«Dài, siamo tre», gli riuscì di ragionare, «non baderanno a noialtri.»
Le testuggini sollevarono un uragano di ghiaia, si spostarono in formazione serrata: ma c'era ancora abbastanza spazio, per loro, per nascondersi fra carro e carro; e riuscire a tenere il passo, nella nube di polvere, con quei mostri corazzati quasi ciechi da ogni lato. Ora, che li vedeva più da vicino, più lucido, Lagash si accorgeva che non erano più di cento; molti sferragliavano, bruciavano, si arrestavano, feriti dallo scontro con i loro carri armati.
«Hanno avuto la sorpresa dalla loro, ed è tutto», si convinse anche Nineveh, «non li avevano messi in conto? Chi ha pensato quest'offensiva di merda?!»
«Si muovono alle nostre postazioni: passano al contrattacco. Se tornassimo a riferire...»
«Lo sai, caporale», Huru si incupì, «che indietro non si torna: ci fucilano tutti tre.»
«E che cosa dovremmo fare?!»
La polvere si posò. Centinaia di fanti umani di pelle nera, rosata, giallognola e rossiccia, sulle loro repellenti due zampette, sciamarono dai posti e si accodarono ai corazzati. Marciarono in colonna sulle tracce dei cingolati, calpestarono schifati i resti arsi dei loro amici.
Una bandiera quadrata bianca, con una croce scarlatta, schioccò nel vento caldo fra le ridotte svuotate.
«Seguitemi: ho un'idea.»

Le tende ricoprivano un perimetro di pietre, d'assito e impalcature semisepolte: secchi, carriole, utensili da scavo, corrosi e arrugginiti fra i mattoni millenari. Le tele abbacinavano, nell'arsura del sole; e il vento le batteva con lo strepito d'un tamburo. L'odore dolce dei frutti grassi di palme si mescolava a un puzzo organico persistente, e le folate gli pizzicarono la narice, l'orifizio, la gola, di cloro e formaldeide e vapori disinfettanti. Una folla di umani-femmina con i camici insanguinati, mascherine sui volti, guanti in lattice insozzati di icori, si aggirava indaffarata fra lettighe e materassi; si accucciava al capezzale dei feriti che gridavano o piangevano straziati. Due terrestri più robusti e brutali, stretti in un zinale verde-scuro e inzaccherato, obbedivano i cenni tristi di ufficiali-chirurghi e insaccavano nei lenzuoli quei cadaveri illividiti; li gettavano in un fosso, poco in là dalle rovine, e li spargevano di terriccio e due palate di calce viva. Nubi lugubri di insetti si accanivano sui corpi, e il cielo era una ruota di volatili sinistri; canidi, roditori, rettili e felini protendevano dai ruderi i musi cupidi e aguzzi.
«... e allora», Nineveh mugugnò, «tanto valeva farsi ammazzare con gli altri...»
«No: è un ospedale, ci sono delle regole. Non ricordi lo psico-manuale di addestramento? Se isolati in territorio nemico...»
che ne sai, delle regole?
«... che valgono per loro, caporale: ma già che siamo morti...»
E Huru gettò a terra il fucile; camminò, mani in alto, in direzione del campo umano.
Lagash gli stette dietro, calciò il fusore e il cinturone fra i sassi e scoccò un'occhiataccia a Nineveh ostinato: il compare si rassegnò a abbandonare il lanciarazzi, li seguì, malvolentieri, con le braccia sollevate.
«Bene in vista, molto calmi», lui raccomandò.
Lo strillo di un'infermiera li accolse nell'ospedale, e le femmine si ritrassero raccapricciate. Gli umani nerboruti agguantarono certi attrezzi: le lame incrostate, e quell'alone di fiamma ed alcool, gli suggerì che s'adoperassero per trapanare e tagliare.
E li stringevano nei pugni grossi con una certa dimestichezza.
Quelli stesi nelle brande si rizzarono sui gomiti, e trovarono le forze di ringhiare e di sputare.
Lagash disse fermi, e non fecero un altro passo. Dal disordine animoso del campo emerse un ufficiale cui pencolava uno stetoscopio; un grembiule celeste, gocciolato di rosso, gli copriva le stellette e la mimetica grigio ed ocra. Si interpose fra loro e gli energumeni armati.
Lui fissò interdetto le due pupille color nocciola e si sforzò di nascondere l'imbarazzo e un po' lo schifo, sì. Lunghi istanti in silenzio. Era umano, però: e anche avesse starnazzato di raccapriccio, lui, non avrebbe indovinati i suoi pensieri.
«Parlo la vostra lingua», all'improvviso lo apostrofò. Lagash, colpito, balbettò che si arrendevano.
«Ci avete un tiro d'up?», chiese Huru.
L'ufficiale stirò i denti e strizzò l'occhio; è orrendo, mia dea! Chissà che significa?!; scambiò coi sottoposti, le femmine, i feriti, che tornarono ai loro compiti ma non distolsero gli sguardi ostili. Poi li accompagnò, fra corsie improvvisate, e degenti che gemevano già in pasto ai moscerini, a un quadrato di rovine come i loro dormitori.
Schioccò ad un soldato che si piantò sulla soglia: con le cinque, abominevoli dita, che tremavano e sudavano sul grilletto del fusore.
«Capitano Vignola», finalmente si presentò: e offrì loro tre bidoni di latta ché si potessero sedere meglio che sulle seggiole dei terrestri. Porse loro la mano e subito la ritrasse, arrossì: Lagash, e i due camerati, si guardarono interdetti.
Dev'essere un'usanza. È un modo di salutare.
Ricambiò quel gesto strano, superfluo e un po' imbecille, e gli sembrò che il terrestre si trovasse a proprio agio.
«Non otterrò che il vostro grado e matricola, immagino?»
Sì, glieli dissero: ma aggiunsero, a muso duro, che non sapevano niente altro.
«... se però ci torturassero?», Nineveh insinuò, «si sa, che i terrestri lo fanno...»
Huru, quasi a scongiurare lo accarezzasse l'idea, protestò con il medico che a noialtri, capitano, non ci dicono mai un cazzo! siamo carne da cannone! Siete, carne da cannone! Lagash grugnì ad entrambi che la smettessero e s'azzittissero, si drizzò, più composto, sul bidone svuotato.
e
in effetti
se lo avessero interrogato
con i metodi persuasivi tipo elettrodi nei testicoli...
dicevano che gli umani si divertissero, di certe atrocità...
anche avesse ceduto, che cosa aveva da riferire? Ricordava sì e no l'arringa del colonnello; gli scoppiettavano nel cervello, negli occhi, gli istanti di battaglia di appena un'ora fa.
La certezza di un ovvio ieri ma senza alcuna importanza.
Dev'essere la droga, che scemava l'effetto cieco omicida ma gli offuscava ancora troppo le idee.
«Abbiamo diritto ad essere soccorsi», accennò alla bandiera che sventolava su quel pennone, «prima che nemici, siamo vittime e feriti.»
Vignola sfiorò lo schermo di un olo-pad su un tavolino, e gli scorse innanzi gli occhi righe e righe di codice; quei caratteri terrestri su una pagina di luce verde: CONVENZIONI DI GINEVRA o un frontespizio del genere...
«Uhm, diritto», sillabò quasi che il termine fosse logoro e desueto; «puoi leggere e rileggere: non accenna ad alieni.»
«Lo sa meglio di me, qual è il dovere di un medico.»
«Fisicamente sembrate illesi», l'ufficiale gli girò attorno, gli tenne ferma la testa fra le mani e gli schiuse una palpebra; gli puntò un lumicino dritto dritto negli occhi, «e però lo stimolante sta per mancarvi: sarà una bella botta.»
«Che ne sa di... ?!»
Huru rise a Nineveh come si fa d'un bambino scemo:
«Ti credi che i loro non li mandino a morire allo stesso modo?»
«Non siamo così diversi», sospirò il capitano, «e sì: starete male.»
Lagash si sentì irrigidire e raffreddare, i sintomi che l'organismo si epurava dalla droga: l'addiaccio, il sudor freddo, il tremore, gli istinti e la paura accumulati in battaglia, tracimarono dai nervi e la coscienza fin lì assopita. Strillò, singhiozzò, vomitò di dolore, per Heniki ed Henchidu e Muurabi disintegrati: mi sono morti davanti agli occhi!, ho i loro visceri sui miei vestiti!; gli fischiarono le orecchie delle esplosioni e le raffiche. Si bagnò i pantaloni di tutti i colpi che lo avevano sfiorato. Tese il braccio, indolenzito di convulsioni e di sforzi, al conforto disperato dei due compagni sopravvissuti: trovò Nineveh sdraiato a piangere, cacarsi addosso sul pavimento, e Huru che si torceva e sputava rannicchiato su un bidone come in preda ad una colica.
Quel bruttisimo momento quando passano gli effetti; ma poi...
cosa c'era, prima e poi?
Cadde a terra: la stanza, il soffitto spezzato, la tela abbacinante e il triangolo di cielo azzurro gli ruzzolarono dentro gli occhi. Vide il soldato umano, di sentinella alla porta, scansarlo disgustato e ritirarsi in un angolo; Vignola gli si accucciò premuroso, gli asciugò la faccia madida sul grembiule e gli premette le mani calde, in qualche modo salubri, sulla fronte e la nuca:
«... mi fate anche un po' pena. Stai meglio, caporale...»
Lagash tornò in sé con affannosi respiri, smise di tremare e si rialzò sul fustone. La divisa era fradicia e puzzolente, l'armatura lo affaticava. L'umano gli batté una pacca su una spalla; è un uso anche da loro, questo lo capì; e assistette Huru e Nineveh finché furono ripresi.
Sì, è passata.
Conosceva la spossatezza di quegli istanti, la nausea e il tremolio che abbandonavano il corpo. E ricordava un abbandono al riposo dopo una battaglia combattuta da drogato; quel ciucato e fricchettone del tenente Ghilgameh che veniva a doparli per un altro combattimento.
Ma quando era accaduto?
Sulle colonie di Marte; sui crateri lunari. Ieri. Sul tuo pianeta, la patria! Non ho mai visto la Luna e Marte e la patria. Qual è il mio pianeta? Chi è il tenente Ghilgameh; che cos'è un fricchettone?
«Ai miei pazienti non piacerebbe», Vignola si impensierì, «di condividere le corsie con voialtri. Siete deboli, provati: non posso abbandonarvi in questo stato. Metteremo tre barelle qui in ufficio, se non vi spiace: non ho un altro posto. Ma una notte di riposo e vi togliete dai coglioni.»
«Non ha detto che quelle leggi riguardano gli umani?»
«Mah. È anche vero che tutto il cosmo è paese.»
Tornarono i nerboruti e un'infermiera con tre cuscini:
«...dalle facce», Lagash scherzò con Huru, «si potesse tradurre l'espressione di un mostro... sembrano esterrefatti.»

Un croc, un ticchettio, e un alone di luce azzurra sugli occhi, lo tormentarono forse un'ora nel difficile dormiveglia. La sabbie scricchiolavano a ridosso delle tende, e le folate di oscurità tambureggiavano sull'incerate.
Lagash si svegliò morso dal freddo, e vide il soldato umano ch'era restato di sentinella accasciato a una parete con gli occhi spenti ed il collo torto. Vide Nineveh, seduto all'olo-pad, che copiava nella retina bacterio-dati dal neurodisk.
«'Cazzo fai?!», gli sibilò.
«È il mio dovere ed il vostro»
«... l'hai... è morto!...»
«Ho dovuto, se l'è cercata. E comunque era assopito.»
Huru sbadigliò, si girò sulla barella, strabuzzò e si alzò di scatto, stordito e lo guardò; guardò quindi il cadavere e il compagno al tavolino:
«Ci hanno accolti, soccorsi; siamo in un ospedale», Lagash lo scrollò, «e 'sto stronzo ne uccide un altro e li hackera!»
«È il nemico, caporale: dobbiamo nuocergli in ogni modo.»
Huru diede addosso a Nineveh, lo sconnesse dall'olo-pad con un cazzotto sul grugno. Quell'aggeggio gemette TRASFERIMENTO INTERROTTO - SESSANTOTTO PERCENTO - RIAVVIARE IL PROCESSO IN MENODIECI SE... Si azzuffarono fra i bidoni, il tavolo, le barelle, finché Lagash riuscì a separarli.
«Dài, coglioni: fate un altro po' di casino»; li alzò per la collottola dal pavimento insabbiato.
«'Sto giuda, 'sto fascista, 'sto gran figlio di puttana! Ci avevano salvato!», Huru gli sputò.
Che cos'è, fascista e giuda?
«Se torni a mani vuote e sei scampato a un'incursione, un assalto», Nineveh si sfregò sull'occhio gonfio, arrossato, che pulsava di neuro-bite e dei segreti sottratti, «c'è il plotone di esecuzione: è codardia. Ma è diverso se riporti informazioni.»
«E chi aveva mai deciso che saremmo ritornati?!»
«Dove credi di nasconderti?! Vuoi convivere con questi mostri?!»
Lagash ascoltò quel concitato vocio che subito si diffuse fra le tende dell'ospedale: gli insonni moribondi, che avevano udito tutto, avvertirono gli infermieri che svegliarono i medici. Gli ufficiali tardarono, a persuadersi che non fosse un delirio: però, le sentinelle si radunarono allerta; e il sospetto di loro, degli alieni in ufficio, e i rumori e lo strepito in quella stanza... La voce di Vignola che ordinava chissà che cosa: perentoria, però; molti passi, e ronzii di fucili, fra i feriti che gemevano nelle angustie corsie.
«'Fanculo, ormai è fatta: raccogliete le vostre cose», buttò loro le otto scarpe e lasciò lì le armature; sollevò il lembo di tela che si ammucchiava sui sassi e accennò che ci si infilassero sgattaiolassero nel buio pesto; «muovetevi imbecilli!»
E lui andò per ultimo. Dallo spiraglio fra tenda e sabbia vide correre il capitano, i soldati terrestri: li vide inciampare, trasecolare e strillare del cadavere col collo torto che era appoggiato a quel muro.
Vignola indovinò: si buttò sull'olo-pad, che lampeggiava caduto a terra, e latrò parole umane cacofoniche e rabbiose.
«... uno a zero per noialtri...», Lagash scrollò le spalle.
Nineveh, là fuori, lo tirò per le caviglie; strisciarono fra i ruderi assordati da un allarme, e inseguiti dai riflettori che sciabolavano tutt'attorno. Termo-raffiche da una torretta di avvistamento: e al bagliore dei fari, nel brillio dei fucili, riconobbero i rottami e quell'argine di fosso.
«Silenzio, sangue freddo e pancia a terra fin là: ché ci sono le nostre linee, dopo.»
quali sono le nostre linee?
E avanzarono nella sabbia. Dall'ospedale si ammutolirono:
«... ma hanno smesso di spararci?...», chiese Huru. Lagash gli tirò un calcio, ché stesse zitto, dea santa!; lanciò un sasso a qualche metro discosto e là, un'altra volta, infuriò il crepitio. Stolzarono di qualcosa di viscido e gelato: sfiorò loro le gambe, si strusciò sui vestiti, si drizzò per un terzo su quell'orribile stelo.
La cosa pallida squamata viva si contorse e soffiò, li spruzzò da due denti, si acquattò nella ghiaia: Huru, con la pelle del viso tutt'irritata, accecato, saltò in piedi, strillando, allo scoperto al nemico.
«Tienilo!», lui gridò: ma Nineveh, cupo, gli ruzzolò più distante. L'altro fu illuminato dal raggio bianco d'un riflettore: Lagash si tuffò, nel barrito dei fusori, a abbrancarlo per le gambe e nasconderlo nel buio. Rabbrividì di quel fiato caldo e il sentirsi, ad un tratto, tutto appiccicoso e bagnato sulla schiena: gli restarono strette in mano le gambe arse del camerata, e un'orrida poltiglia gli fumava sui vestiti. Rotolò, terrorizzato, sotto l'alito dei fucili; grattò il suolo con la faccia, con il ventre e le unghie, ansimò nell'oscurità colpì di testa i rottami e i sassi. Tallonato da Nineveh.
«T'ho detto tienilo
«Ma vaffanculo.»
«T'ho detto tienilo, cazzo!»
«O era lui o noialtri.»
«Che cos'era quel...»
«Cosa cazzo, ché gli ha bruciato la faccia?!»
Era un serpente, l'ha avvelenato. Che cos'è un serpente?
Caddero giù dal ciglio del terrapieno di... ieri; e il fondo era ancora tutto cenere e poltiglia. Restarono, pancia all'aria, per lunghi istanti in silenzio;
no
minuti.
Rintronato dall'eco matto del cuore e il suo proprio respiro.
Non appena gli tornò l'animo, il fiato, Lagash cercò nel buio lo sguardo di Nineveh, luccicante e iridescente di file:
«Fai schifo», rantolò.
Si abbandonarono lì com'erano, né addormentati né svegli, finché l'alba, il calore, scivolarono nella buca.


Ascoltarono il deserto e non udirono nessun rumore; si affacciarono circospetti fuori il fosso e non videro nessuno. Le bandiere dei terrestri, le trincee, le casematte, erano ancora là ma danneggiate e sbreccate; e gli scarichi chimici delle cucine da campo, e il fumo primitivo dei bivacchi fra i soldati, le tradivano popolate dai reggimenti di umani.
Si dispiacquero di trovare le loro insegne stellate un chilometro più distanti di dov'erano il giorno prima; di là dai crateri, i rottami, le testuggini senza cingoli, che raccontavano di un'offensiva che era stata respinta. Fifty-fifty e palla al centro.
Cosa cazzo voleva dire, fifty-fifty e palla al centro?
Anche là la quiete armata di sentinelle e dei 1600 celsius che puntavano alle dune; l'eco ridicola dello stereo di Ghilgameh che saliva a Stairway to Heaven al cielo limpido abbacinante.
Si chiamavano Led Zeppelin; bardi umani del XIX secolo.
Oggi, Lagash si accorgeva di ricordare più cose, e meglio, di quanto il solito riuscisse a fare: forse era dovuto al che la sera, prima, non gli avevano come sempre somministrato lo stimolante; forse era dovuto al non avere dormito, alla fifa, all'adrenalina. O forse era un caso. Metteva gli eventi in fila e c'era logica e causa-effetto: l'arringa, l'avanzata coi carri armati; contrattacco dei terrestri e l'assalto alla malora; prigionia volontaria nell'ospedale nemico. Vignola; quello stronzo di Nineveh che li aveva hackerati.
E avevano perso Huru, di notte.
Sì: quello era lo stereo del loro tenente-medico. Ci avevano un tenente ch'è in fissa con la Terra.
nient'altro
ma per ora
va anche bene così
Un tossito di quell'infame lo destò dai suoi pensieri.
«Dài, caporale», Nineveh gorgogliò: l'occhio, già ridotto ad un bubbone violaceo, non avrebbe ancora a lungo sopportati i bacterio-file; «andiamo a pararci il culo e a ricevere un encomio.»
Si arrampicarono dalla buca e camminarono alle loro trincee. I piantoni in ridotta, troppo occupati con il caffè e le gallette, neppure li intimarono il chi va là:
«... figurati il pericolo, 'sti due scemi dispersi...»
«Sarebbe nostro dovere fare rapporto a un ufficiale», Lagash notificò.
«A chi ci rivolgiamo per questa roba: a un generale?»
Dea santa! Quell'occhio era già grande quanto il cranio tutt'intero: i dati, i file, gli si muovevano dentro. Lacrimava fosforescente.
«Tsè, un generale: ne conosci?»
«Nessuno.»
«Io dico che è meglio se passiamo per Ghilgameh: ci si parla più tranquilli. E ti dà una ripassata.»
«Non c'ho bisogno.»
Lui lo trascinò alla porta a vetri d'un dormitorio: Nineveh si specchiò nei cocci aguzzi in cornice e guaiolò di paura, vuotò lo stomaco sui suoi scarponi.
«... e spero per te che ne sia valsa la pena: ti ammazzo, sennò...»

Ghilgameh era steso a godersi il suo spinello, lo stereo satellitare buttava musica appalla, e le notifiche dal quartier generale gracchiavano inascoltate sotto i bassi di John Paul Jones.
Lagash portò Nineveh sottobraccio, ché adesso era cieco, sanguinava dalla narice e gli fumava un orecchio.
«Buongiorno... signore.»
Le lamiere della baracca, l'assito, e quell'unica parete dopo un colpo di artiglieria, gli sembrarono un collage tutto lacero e scolorito. Foto antiche d'umane-femmina ignude e il logo d'un coniglietto; che cos'è un coniglietto? Un anziano spiritato, con un cappello a cilindro, che puntava il dito aguzzo e le lettere I WANT YOU; due figure che danzavano voluttuose e lo sfondo di una vasca e il titolo LA DOLCE VITA. Una umana conserta dal sorriso opinabile; quattro tizi con le zazzere a caschetto coi pantaloni, e le giacche, che ostentava anche il tenente quando usciva in borghese: attraversavano in fila indiana una strada camminando su un geroglifico di strisce, e i veicoli primitivi parcheggiati d'ambo i lati.
Che cos'è una fila indiana?
Collezioni di cianfrusaglie sugli scaffali gli appendiabiti. Da far girare la testa.
«Vi conosco, voi due?»
«Soldato scelto Nineveh di Ensi; caporale Lagash Niippuri: sedicesimo assaltatori, reggimento Hanunachi. Dài, coglione: ci visiti ogni sera.»
«Se dovessi ricordarmi di tutti quanti... Che c'ha il tuo amico, l'ha punto uno scorpione?»
«Che cos'è, uno scorpione
«È un segno zodiacale. Ma insomma: che gli è preso?»
«Ho hackerato un olo-pad umano: dieci giga di bacterio-dati in quest'occhio, credo...», Nineveh rantolò, «criptati... non raccapezzo più un cazzo...»
Crollò.
Lagash e il tenente lo soccorsero all'istante; lo sdraiarono sul materasso tutt'impuzzito di marijuana.
«Un olo-pad umano!»
«... ehm, sì: è una brutta faccenda...»
«Ce l'avete, quell'aggeggio?»
«No, ma...»
Ghilgameh sputò che vaffanculo, incapaci!; l'occasione di una vita per giocare ad Angry Birds; Candy Crush Saga e Diamond o Farmville.
Lagash si trattenne dal ribaltarlo con un cazzotto, ché il medico, comunque, non tardò al suo dovere: cavò da un astuccio, che gocciolava disinfettante, una siringa avviluppata di cavi con una porta USB dove c'era lo stantuffo.
Solo a guardare l'ago - un arpione, in realtà; tutt'iscitto di circuiti coltivati - lui fu molto grato non gli toccasse quell'intervento.
«... dieci giga: roba grossa!...»
«Ci è costata una brutta notte e soprattutto un amico.»
«Hai le palle, soldato», Ghilgameh apostrofò Nineveh, «ed io non ho tempo di farti l'anestesia, ché sei al limite, e l'occhio ti esploderebbe. Ma tu te ne freghi, c'hai le palle, ho ragione?»
«C'ho le palle, non voglio l'anestesia.»
Ma il tenente sfoderò la sua pistola a fusione, gliela porse di nascosto e gli soffiò nell'orecchio:
«Sparagli, quando avrò finito: non c'è un dopo.»
Lagash inghiottì, prese l'arma, si accucciò di fianco al letto alle spalle del camerata. Ghilgameh ficcò l'ago in quel bubbone violaceo, Nineveh impazzì di dolore. Il dottore gli si buttò a cavalcioni sul petto, e gli premette con un tallone alla gola ed estrasse i bacterio-dati con quell'orribile arnese.
La cannula si riempì di iridescente gelatina, dei liquidi schifosi dell'occhio e del cervello: filamenti guizzanti vivi, che sfolgoravano luce azzurra, strisciarono, a grappoli, alla porta USB.
Lui trattenne il vomito:
«... quelli... sono i file?...»
«I programmi, le cartelle, se li vedi aggrovigliati. Bloccalo, ché sta dando di matto!»
Nineveh schiumava, decuplicava le forze: si scrollò il tenente-medico da addosso e lo sbatté al pavimento; gli buttò la branda sopra e lo prese a calci in faccia. Lagash lo assalì con un cazzotto alle scapole, gli fece lo sgambetto e lo spinse a bocca a terra: la siringa non si spezzò, lo infilzò più profonda; vide l'ago trapassargli la nuca e, lo stesso, si rialzò per lottare. Quei vermi luccicanti gli scrosciarono dall'occhio, e il parietale si deformò con uno scrocchio disgustoso.
«Brucialo!», strillò Ghilgameh.
Lagash scattò in avanti, stese Nineveh col proprio peso, inghiottì il raccapriccio e afferrò la siringa: gliela tolse dalla ferita e sopportò quel risucchio. Calciò il camerata il più distante che gli riuscì e lo arse con la pistola a fusione: una macchia di grasso nero e di cenere sui manifesti sbiaditi e le reliquie terrestri.
Aiutò il tenente-medico a rialzarsi da sotto il letto, gli procurò del cotone, dell'alcool e delle bende. Gli lasciò la siringa in mano insozzata com'era.
Si sedettero in silenzio e respirarono affannati.
«Non c'era un altro modo.»
«Non mi importa granché.»
«Cazzo, sei un killer.»
«Anzi: a dirla tutta... ci avevo mezzo conto in sospeso, con quello. Era un figlio di buona donna; ci ha messo in un brutto guaio e ha fatto uccidere un buon soldato. Che significa, un killer
«È come dire coi controcazzi.»
«Torno vivo da un'offensiva fallita, tenente: quei file sono il mio alibi.»
«Vediamoli», gli smorfiò Ghilgameh. E connesse la siringa al suo bio-puter portatile. Corrispose ad ogni voce un messaggio di errore: SCEGLIERE APPLICAZIONE - IMPOSSIBILE APRIRE I FILE
«Ci sarà da lavorarci, ma trattandosi di materiale criptato promette molto bene. Vai tranquillo, soldato; con 'sta roba non ti mandano alla corte marziale.»
Nineveh, dopotutto, ci aveva avuta una buona idea.
E il tenente ordinò, nell'interfono col CED, che gli inviassero qualcuno che era bravo a smanettare.
«Liberiamoci dei... resti, intanto», Lagash suggerì. Riordinarono la baracca e spazzarono la cenere. Trascorso un quarto d'ora bussarono alla porta. Aprirono a un moccioso che affondava nell'uniforme, e calzava a malapena l'elmetto ché il pettorale, gli spallacci ed il resto non sembrava avesse il fisico di reggerli. Inforcava alla narice quattro fondi di bottiglia; ci aveva il collo, la fronte alta e le gote puntolinate del pus azzurro di una tarda adolescenza.
«Ti è andato in tilt il porno, tenente?»
Ghilgameh lo accolse serioso e circospetto, chiuse l'uscio e inchiavò la serratura:
«Il caporale come-hai-detto-che-ti-chiami e il giovine, talentuoso, scassailcazzo Tiamati»
Si scambiarono un saluto: e il ragazzo si sedette al bio-puter senza attendere che loro gli illustrassero il problema.
«Wow, è roba fica.»
«È roba umana: decrittala. E guai a te se esce da questa stanza.»
Lagash gli lesse l'eccitazione negli occhi, a quel piccolo bastardo.
«Non si fa in quattro e quattr'otto, cowboy: prenditi una pausa; hai l'aspetto di uno che ne ha davvero bisogno.»
Che cos'era, cowboy?
Ghilgameh lo guardò con altrettanta compassione; no: sufficienza, e annuì che lo avrebbero informato e gli disse di tornare ai suoi alloggi:
«Mi assumo il tuo caso.»
«... potrei anche aspettare qui...»
Ma il tenente gli strinse il braccio più sbrigativo, deciso; e in pratica lo trascinò fuori la porta.
Lagash si rassegnò ad attendere in dormitorio: ma sdraiato su un materasso non riusciva ad addormentarsi. Ora sì, gli avrebbe fatto gran bene, lo avesse preso quell'immemore stordimento che alleviava tutti i giorni le atrocità della guerra. E invece era sul letto e tremava, nonostante la spossatezza; e il conforto delle imposte accostate e...
Notò la dose d'up e il vecchio zippo di Huru. Il vecchio: che gli era appartenuto per molto tempo, insomma; glielo aveva sempre veduto o sul comò o in un taschino.
E pensò che 'affanculo: mi faccio un tiro, mi faccio; si accese lo spinello abbandonandosi agli effetti.
Sull'accendino era incisa un'hacca.
Di Huru.
non ho idea chi sia 'sto Huru.
La penombra, il torpore e la droga lo cullarono finché un colpo lo ribaltò dalla branda.
La luce diurna, torrida, polverosa, lo investì dal battente aperto che cigolava sui cardini. Ghilgameh barcollò appoggiato allo stipite; si inarcò per ingollare una bottiglia e spezzò quel vetro vuoto alla parete antistante:
«Vuoi saperlo, caporale?!»
Accorse anche Tiamati, lo tirò per il grembiule; ma il medico lo rovesciò con uno schiaffo, insistette a colpirlo. E il ragazzo, però, nonostante le percosse, piangeva a convincerlo che stai calmo! Stai calmo! Potremmo aver frainteso!
«'Sto cazzo! È sempre stato così!»
Puzzava a tal punto d'alcool, e di quei soliti intrugli umani, che, pur annebbiato, riuscì a stomacarlo da quei tre metri distante.
«Che accidenti gli è preso?!»
Tiamati gattonò dalle botte dell'ufficiale:
«Tu!», gli puntò l'indice, «La tua roba terrestre!»
«... io... non capisco...», lo guardò inebetito.
Ghilgameh ruttò e scoppiò in singhiozzi, si tastò furiosamente alla cintola e s'accorsero, ohcccazzo!, che aveva l'arma con sé. Si ripararono dietro un letto e si sporsero a sbirciare, e il ragazzo scorreggiò dalla fifa.
«... dea santa!... dea santa!...»
«Cosa c'era in quei file?!»
Ghilgameh fuse due brandine, a casaccio; e aprì in una parete un foro nero, fumante. Gorgogliò come un idiota. Puntò loro la pistola e li mancò di troppo poco; diede fuoco al materasso e fece sciogliere le molle.
Lagash, e Tiamati, si appiattirono in un angolo: non c'era da ruzzolare di qua o di là; un altro raggio li avrebbe disintegrati. Impietrito guardò negli occhi il demente e...
non è per una sbornia, non è fuori di testa: si specchiò in un fondo nero di assoluta disperazione.
«... dài, ascoltami signor tenente...»
Gli tremarono le parole.
Ghilgameh si infilò la canna nell'orifizio: cadde a terra senza testa in una macchia di appiccicume.
«... ohsssanta!...», frignò Tiamati.
Lui agguantò il moccioso per il bavero, lo sbatté alla parete:
«Ti ho chiesto: cosa c'era in quei file?!»
L'altro lo guardo fisso: «devi vederlo con i tuoi occhi»; gli accennò di seguirlo alla baracca del medico.
Lagash si accorse dei ficcanaso, parecchi, che si affacciavano ai dormitori a domandare dell'accaduto: chi avesse da sbraitare; cos'era stato quel ronzio quel tonfo e quest'odore di raggio termico.
è la voce del tenente; era un colpo di pistola...
«Muoviti: siamo entrambi nei guai.»

Quei dati galleggiavano sull'olo-schermo del bio-computer; larve elettriche, organiche e matematiche nello squallore raffazzonato dei laterizi e le travi, il puzzo degli alcolici e gli scarti di infermeria. Tiamati scorreva l'indice sull'olo-icona del mouse: già da dieci, venti volte da una cartella alla successiva.
Le stesse.
«Vai avanti. Torna indietro», lui gli ripeteva: e un'incredula rabbia lo stringeva alle viscere.
«Rassegnati, cowboy.»
«Sei sicuro di non avere commesso errori?»
L'altro gli ostentò, indispettito e col petto in fuori, quella mostrina color limone e ricamata d'un fulmine:
«Sono un hacker di prima classe, coglione. E fai come i bambini, se non sai leggere o raccapezzi: guarda le figure. Tavole anatomiche e prospetti dna.»
Ma che cos'era, color limone?
«Potrebbe essere un loro scherzo.»
«L'accesso è riservato agli ufficiali superiori: neppure quel capitano cui l'hai rubata, forse, sapeva di avere questa roba nel neuro-disk.»
«Nineveh, l'ha rubata.»
«Mi ascolti? Lui neppure poteva leggerla: non è un gioco.»
«... povero tenente!...»
«Gli è crollato il cosmo addosso in un botto; e sì: Ghilgameh lo capisco.»
Lagash stesso faticava a restare lucido: sentiva sfilacciarsi i pensieri più sottili; li portò un vento nero, subdolo e gelato come fossero i fiocchi sparsi e i lacerti di un aquilone. Non li inseguì in un labirinto di congetture spalancatosi tutt'un tratto nel suo cervello fin i suoi visceri: non ne sarebbe tornato sano.
che cos'è un aquilone?
io... dovrei saperlo
ora sì
che adesso
dovrei saperlo
«Non esistono le grandi stelle e la patria, non c'è una causa santa», Lagash inghiottì, «siamo un loro prodotto bellico; la loro copia alterata.»
«Sì e no un anno di vita dalla provetta alla prossima offensiva: loro tattiche e strategie, loro equipaggiamenti; loro armi e...»
«Loro morti, però: come i nostri.»
«Non esistono i nostri e i loro», Tiamati si incupì.
Lui sentì che lo chiamavano dall'esterno, due voci: e percosse di manganelli sulle lamiere, sugli usci. Soldati che rispondevano io no: non lo conosco; o che dicevano non l'ho veduto e marca visita già da un pezzo.
Sbirciò da una finestra:
«... polizia militare», con le fondine già sbottonate e le tre dita alle celsius, «non vengono a arrestarci...»
L'altro smorzò il bio-puter, lo insaccò in una zaino, ruppe la siringa con il tacco dello stivale: sparse la gelatina sotto un tappeto terrestre con le stagnole di Ovetto Kinder cui si ingozzava il tenente.
«Filiamo.»
«Hai un piano moccioso, sì?»
Sgattaiolarono, di baracca in baracca, allo zoccolo in mattonato di un'antenna satellitare: la porta era terribile di avvertimenti di RADIAZIONI; SOSTANZE NOCIVE; interdizioni al PERSONALE NON AUTORIZZATO e INDOSSARE LE PROTEZIONI in stampatello maiuscolo.
Rosso.
Ora che sapeva che quella lingua era un falso; l'alfabeto e il proprio idioma un'invenzione terrestre, quelle lettere gli sembrarono scarabocchi superflui. C'era scritto di MORTE, e non ne aveva paura: era un fake restare fritto contaminato.
es ist faux, tu me entiedes, cowboy?
E quei teschi verniciati sull'acciaio dello stipite... - ma perché, mannaggia a loro, non ci avevano mai fatto caso?! - … con due narici, due sole orbite e i troppi denti.
Terrestri.
«Non è una grande idea, suicidarsi lì dentro.»
Tiamati digitò sui pulsanti alfanumerici, la serratura si illuminò, e il battente blindato grigio scivolò su una guida.
Entrarono in quel rifugio tutto stipato d'ogni ben di dea; scaffali e scaffali di scatolame e pacchetti, una poltrona di pelle lucida, intatta, e una lampada a stelo che si incurvava su un letto vero. I cavi, i condotti, le bio-pile, e i pannelli di strumenti cui dipendeva l'antenna, gracidavano monotoni in sì e no la metà del locale, niente affatto pericolosi in una teca anti-termica.
«... divieto di accesso, eh?...», Lagash si stupì.
«Essere un addetto in gamba alla guerra bio-tecnologica», il ragazzo gli offrì da bere, mise un disco su un centenario apparecchio che suonò WACHET AUF RUFT UNS DIE STIMME da una specie di cornucopia; «c'ha i suoi vantaggi, cowboy.»
Che cos'è, una cornucopia?
«... e non insistere, con 'sto cowboy...»
«È un sacco fico.»
«Ma è troppo terrestre.»
«Mi prendi per il culo?»; si scolò un altro bicchiere.
La musica era bella, gli diede pace ascoltare. Restarono in silenzio sulla poltrona e sul letto. Si raccucciarono ginocchia al petto mortificati nell'alone azzurrato della lampada a stelo.
Perché, mortificati?
Un orologio li avvertì che era già calata notte, e il gelo del deserto si insinuò fin il rifugio. Un fiato caldo dal puzzo chimico eruttò da un diffusore, e tempo un quarto d'ora si asciugarono la fronte.
«... è un forno, però, 'sto tuo rifugio...»
«La parte organica dell'apparato satellitare deve essere mantenuta fra i trentasette e trentotto gradi: ci si fa l'abitudine. Hai pensato a domani?»
«Sarebbe a dire?»
«Non ci verranno a cercare qui, ma non potremo star rintanati per sempre.»
«Sei tu, quello intelligente.»
«Non sono io, che ho disertato e c'ho il pepe al culo.»
«Siamo noi, che in pratica abbiamo ucciso un ufficiale.»
Che cos'è, il pepe?
«Va' a farti fottere.»
«Ho pensato a stanotte.»
«Cioè?»
«Se entrambi sapessimo... se ammettessimo l'evidenza di esser loro inferiori... la smetterebbero, questa guerra razzista? La smetteremo, noialtri?»
«Da che ho letto qui dati», Tiamati esitò, a parole che aveva pena a pronunciare, «mi vergogno di esistere; mi sento in colpa, ad esistere. Sarebbe già presuntuoso ci accontentassimo di un altro mondo.»
«Sai cosa?»
«... non esistono altri mondi...»
no, non esistono
Il barrito dell'aria calda, il tic-tac dell'orologio, e il ronzio della puntina in una pausa sul disco nero. Bio-chip della parabola che ansimavano addormentati.
«Ma a chi ne parliamo?! Quello giusto era Ghilgameh!»; il ragazzo calciò di rabbia quell'apparecchio sonoro: e un antico vinile, che cantava ZION HÖRT DIE WÄCHTER SINGEN, si spezzò contro uno spigolo in affilate metà.
«Ho in mente un'alternativa: vestiamoci pesante», premette i tasti per riaprire il portellone e si affacciò nel buio gelido del deserto.

Vignola si imporporò, sgranò tanto d'occhi - se pure quei due soltanto non lo facevano così sorpreso... - e i soldati terrestri che li tenevano sottotiro, li trascinavano ammanettati fino all'ufficio del capitano, ciacolarono col superiore altrettanto sbigottiti.
Sì: Lagash non capì cosa si dissero e bestemmiarono, forse; ma il senso doveva essere, pressappoco, che i mostri erano pazzi a ritornare in quei paraggi, di notte, e disarmati, e consegnarsi spontaneamente.
Aspettate di ascoltare cos'ho da dirvi, ghignò; poi la vedremo, chi andrà fuori di testa.
Tiamati gli si strinse come alle gonne di mamma: tremava, ma gli brillavano altresì le pupille di una foia intelligente per il mostruoso e diverso:
«... sono orrendi, da vicino!»
«... e se vedessi quando spari ed esplodono, che brodaglia schifosa...»
«... e parlano una lingua che dà ai nervi ad ascoltarla.»
«Occhio, ché quello là ti capisce.»
«... sono osceni: non so...»
«Sono loro, il paragone: pensa che ci hanno fatti per suscitare lo stesso effetto, probabilmente.»
«Tutt'a un tratto mi viene il vomito di me stesso», il moccioso si azzittì.
Vignola lo accolse con un cazzotto allo stomaco: Lagash, con quel poco di fiato, scherzò che era un piacere ritrovarla, capitano.
E il terrestre scrollò Tiamati per il collo e lo tenne a una parete:
«Che cos'è, un adolescente? Non ne avevo mai veduti.»
I tuoi genitori c'hanno figli normali?!
«Lo sa meglio di me e di lui: ci avrà tre settimane... se ci sfornate e riciclate in un anno.»
«Tu, sei quello che l'altra notte è scappato da questo campo. Con i tuoi fottuti amici. M'hai ucciso un soldato. Quest'altro stronzo non lo conosco.»
quali amici? ero solo
non mi ricordo
di aver ucciso
«M'hai craccato il bio-puter: sono un medico, cazzo! Questo è un ospedale; cosa cazzo ti aspettavi di trovare, in quel cazzo di neuro-disk?!»
«Ci arrendiamo», Tiamati rantolò, «Vorremmo fare in modo... di arrenderci tutti quanti: è la vostra, la causa giusta...»
«Sareste un'ambasciata, voi coglioni qualunque?!»
Vignola li insultò fino a arrochire, si imperlò di furore: la sua rabbia autorizzò gli altri soldati a malmenarli, e spintonarli, e farli neri con il calcio dei fucili. Restarono stesi a terra e arrossarono il pavimento.
Lagash, dolorante, riuscì a rialzarsi in piedi, viso a viso a quell'ipocrita terrestre:
«Dài, capitano: se lo abbiamo scoperto... Lo sapete anche voialtri. Sei un dritto, conosci la nostra lingua: non vorrai farmi credere che è un caso.»
«Che cazzo stai dicendo?!»
«Non ho sottratto tutti i dati dell'olo-pad...»
«Tsè, ti piacerebbe.»
non li aveva hackerati lui: chi li aveva hackerati?
«... ma ho sottratto quei dati: hai capito quali intendo. Noi non siamo così diversi; tutto il cosmo è paese... Ti suona familiare?»
«È stato un bel lavoro», Tiamati annuì.
Vignola si raffreddò, e sbiancò tutto ad un tratto; fece cenno, agli altri uomini, che se ne andassero dall'ufficio. Lo guardarono, strabuzzarono, e li cacciò in malo modo; chiuse l'uscio e lo serrò col catenaccio. Crollò seduto sulla seggiola sbigottito ché neppure li invitò ad accomodarsi; Lagash, e il ragazzo, si appoggiarono sul suo letto. Lo sporcarono di sangue e lo stesso non obiettò.
«... e i vostri simili, la vostra specie: glielo avete già detto?...»
«Lo sappiamo noi soli. Vorremmo, però: ché finirebbe la guerra.»
«Non ne sono così sicuro.»
«Dottore!», Tiamati singhiozzò, «Caleremmo le braghe! Siamo un vostro scarto; noi non esistiamo! Muoiono vostri uomini come i nostri soldati: non ce n'è nessun bisogno, sospendete la produzione.»
Vignola sospirò, li guardò con occhi lucidi; stornò da loro con una smorfia quasi in ribrezzo di sé medesimo. Si spostò ad una finestra a detergersi alla luna, gli fosse stato possibile:
«Sarebbe peggio di quest'eterno conflitto... dicono i governi.»
«Cosa sono, i governi
«Bah, lasciate perdere: è troppo complicato. È già un miracolo non vi confondano quegli imprinting, i ricordi, le esperienze sensoriali, che sopravvivono in quella merda genetica che hanno usato per fabbricarvi.»
«... siamo pure robaccia...», Tiamati si corrucciò.
«Ne avete spesso, di déjà vu.»
«Non so nemmeno che cosa siano.»
«Dov'è morto John Fitzgerald Kennedy?», chiese il medico a bruciapelo.
«Era a Dallas, nel Texas, assassinato; ventidue di novembre del millenovecentosessantatré.»
oh, dea santa...
Gli risposero in coro.
«... e non sapete chi fosse Kennedy, dov'è Dallas, il Texas, né conoscete il calendario terrestre... Ah, per inciso: non siamo nel ventottesimo secolo, è la fine del ventunesimo. E però faceva fico, gli alieni che ci invadono nel futuro: la fantascienza ci ha già abituati a questo genere di cose.»
Che cos'è, la fantascienza?
Lagash, e il moccioso, si fissarono istupiditi.
«... e insomma, capitano: qual è il nostro scopo?»
«Questo pianeta s'era ridotto davvero male...»
«Quando, nei tempi antichi?»
«Sì e no trent'anni fa», Vignola stirò le labbra, «la vostra specie non è più vecchia di tre decenni. Ci saremmo scannati, e non siamo più capaci di crescere e edificare. C'era bisogno di un nemico comune cui dare le colpe dei nostri fallimenti, che incarnasse le paure e contro il quale sfogare la nostra rabbia. Questa Terra era piccola e affollata; le nazioni, le culture e le etnie già mescolate e globalizzate. Dovevate essere mostri e venire dallo spazio: banale, no?»
«Sono chiacchiere che ho sentito anche dai nostri, capitano: che la guerra è propaganda, perché in patria le cose vanno male. Non ci prendere per il culo, siamo già abbastanza finti.»
chiacchiere, noialtri
propaganda e
la patria
«... e il peggio, infatti, non è noto manco a tutti i terrestri...»
«Qual è?»
«È curioso ci sia incontrati da queste parti, dove tutto è incominciato.»
«La nostra fabbrica è nei paraggi?»
«Non vi ho detto che è peggio

Vignola li medicò, tolse loro le manette e slacciato il cinturone lo lasciò a un appendiabiti:
«... ché adesso, dove andiamo, non servono le armi...»
Si spogliò dell'uniforme, del camice, e si imbruttì di una tuta da lavoro già logora e impolverata e rappezzata alle bene e meglio. Schiuse l'uscio, i soldati li circondarono: increduli, nervosi e coi fucili spianati. Lagash, Tiamati, si strinsero al dottore. Quello diede un ordine, abbassarono i fusori: e balbettarono chissacché e li lasciarono passare. Attraversarono l'ospedale e scavalcarono un muricciolo: gli energumeni becchini coi cadaveri e la calce, che ammucchiavano corpi nudi in una fossa di calìce, li guardarono passare e si grattarono gli attributi, sputarono, tornarono annoiati alle incombenze coi morti.
i loro inutili
e ingrati morti
Si lasciarono alle spalle le tende bianche e la croce rossa, si incamminarono all'ombra nera nel cielo nero di una ziqqurat maestosa nonostante i bombardamenti. Un immobile trampoliere, un airone o cicogna, luccicava di luce candida e lunare su una torre sbreccata, e feriva l'oscurità di uno stridulo richiamo.
Lagash si domandò la differenza fra un airone e cicogna.
Scomparirono nel buio fitto e l'imponenza dell'edificio: c'era un'antica e solenne continuità fra la notte, il deserto e la parete di pietre; non avrebbe saputo dire che cos'era invalicabile, sepolcrale; che cosa l'una o che cosa l'altra.
Tiamati, strano!, non si azzardava a una sillaba. E in effetti anche a lui, ogni parola, adesso, suonava un'idiozia.
le piramidi del suo pianeta
che cazzo di piramidi,
che cazzo di pianeta?
«Fa sempre un certo effetto», Vignola schiarì la voce, «che ad appena una passeggiata dal fronte... la guerra, le nostre beghe, si ammutoliscono al cospetto...»
di che cosa, dottore?
Salì di slancio i gradini dello ziqqurat con una smorfia che lascia perdere: ho detto una cazzata; quei pensieri debolissimi che si smorzano nelle tenebre.
«Seguitemi, comunque.»
Passarono tre rampe, fino a un tempio su una terrazza dell'edificio: varcarono un arco buio ed entrarono nel santuario. Vignola lo illuminò con una torcia di luce bianca: pannelli a mosaico e caratteri cuneiformi; bassorilievi di déi e uomini e polle ed anfore in una vasca.
«... è un luogo di culto...», Lagash indovinò.
E il medico puntò la torcia su una parete, mostruosa, di ibride creature con abiti bizzarri: macellavano i terrestri a capo chino di fronte a loro; membra sparse su una tavola e raccolte in una cesta.
«Che cos'è, vi fanno a pezzi?»
«Lo interpretammo così... finché non comprendemmo che andava letto nel senso inverso.»
«... non tolgono braccia e gambe..», Tiamati rabbrividì.
«Alla base c'è un'iscrizione.»
«Che cosa dicono, quei chiodini?»
«Non è un'amputazione: ci stavano assemblando. Non siamo così evoluti, in genetica: la procedura per fabbricarvi l'abbiamo copiata da quegli alieni; si insediarono da queste parti: perciò avete nomi ispirati alla loro storia. Ci hanno fatto millenni fa a brutta copia di loro, e il processo è continuato per secoli.»
«... siete finti, voi umani...»
«Non è manco il nostro mondo, siamo solo una bugia: raccontata da molto prima e più sfacciata di quella vostra.»
«Per che cosa vi fabbricarono?»
«Si allude a scopi infimi», Vignola scrollò le spalle, «a agnelli da olocausto.»
Puntò il raggio all'architrave e la rampa e accennò ché si scendeva e non c'era altro da dire: il silenzio, l'oscurità, ringhiottirono quel mosaico. Si fermarono su un gradino alla base dello ziqqurat.
Tremarono nella notte.
«Capitano, c'ha una sigaretta, ché le terrestri sono migliori di quelle nostre?»
«Tenetevi il pacchetto», l'ufficiale ne accese un paio, gli infilò la stagnola in tasca con uno zippo decorato a donne nude; cavalcavano Harley Davidson con un elmetto nazista, sieg hail.
Che cos'è un'Harley Davidson?
«Casomai me le riprendo dal tuo cadavere, domani.»
«Domani è un grande giorno.»
Si godettero le loro Marlboro; le tolsero al moccioso ché dopo un tiro tossì di brutto.
«Ci si ammazza, domani!», si sbracciarono entusiasti.
Lagash guardò l'umano allontanarsi in quel buio; Tiamati, accanto, continuava a sputare fumo. L'airone, la piramide, le tende bianche e quel verso stridulo. E un sonno tutto nero che lo offuscò all'improvviso.