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venerdì 24 maggio 2013

Una casa è una macchina per abitare. 
Le Corbusier, Verso un'architettura, 1923

mercoledì 22 maggio 2013

Appunti per scrivere Fantascienza

Ho battuto le vie dell'horror, del fantasy e del fantastico sin dai primi imbarazzanti tentativi di prosa e poesia: com'è normale, da adolescente preferivo lo sword & sorcery, il gotico; gli studi universitari mi incoraggiarono al surreale, alla literary fiction; ormai da cinque anni preferisco la fantascienza.
È vero: le mie due recenti pubblicazioni, I Senza-Tempo e All'Inferno, Savoia!, sono proposte di fantascienza e steampunk non proprio “canoniche”, così come Tristano è un atipico fantasy. Ma racconti quali I Treni di Ammit (Kataris); Centralino Celeste (Imperium) e Cambi d'Abito (La Mela Avvelenata), o quelli pubblicati su questo blog, e in e.book promossi da indipendenti (Deinosrestaurant; Tlaloc verrà; Mareah & Juliette; Spazio 1669) s'inseriscono nel genere e non odorano di eresia.
Un autore si interroga su come scrive: lo scopo è migliorare le proprie tecniche narrative, correggere, smussare, raddrizzare e sperimentare.
Ma, anche, ci si interroga su cosa scrivere.
Ho smesso di credere all'autore come Vate dall'apparire degli Struzzi Einaudi sugli scaffali dei supermarket; con ciò non credo più nell'ascesi delle Lettere né, figurarsi, la santità della prosa. Non viviamo circostanze da scritti e scrittori seri: provateci; di colpo vi ritrovereste sulla poltrona di Fabio Fazio.
Piuttosto che sedere a tavolino e imporsi i contenuti, i temi sui quali insistere - quasi che la scrittura fosse un compito o vocazione, una parabola, testimonianza, un dono fatto agli altri per chissà quale grazia, o la divina sovrastima di sé - preferisco dedurre da quanto ho già scritto la viva materia che forma il mio lavoro. Ed evincere da tutto questo un eventuale significato, posare i binari nuovi dei racconti che verranno. 
I Senza-Tempo ed i “racconti di Clara”, in un percorso che porta ad Eleanor ma il romanzo supererà, denunciano la società gerontocratica, necrocratica, del “tallone dei vecchi sulla gola dei giovani”, come scrisse Majakovskij: ne ho parlato abbastanza su questo blog, sulle pagine di “Urania”, sulle pagine di altri blogger e non voglio tornarci sopra. Un appetito conservatore e maligno che, temo, la nostra civiltà porterà fino alle stelle... se mai ci arriverà. 
L'altro tema che in effetti ricorre è la vertigine dell'Uomo per l'immenso Spazio-Tempo. Non uno sguardo di meraviglia e stupore, la spinta a guardare oltre e navigare più in là dei marinai del XV secolo: piuttosto la consapevolezza e paura di non essere sufficienti, di non essere adeguati alle altezze e profondità; insomma un'amplificazione extraplanetaria del "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo" (Montale). Entrambe sono però la proiezione nel macrocosmo di microcosmi individuali e sociali che ci atterriscono allo stesso modo, e il lenire questo dolore dell'animo con menzogne di umanità e illusioni super-umane (vedi i racconti Mentre che il vento come fa ci tace; Molto mi piace il tempo gaio di primavera e Salto in Orbita).
L'argomento della persona ridotta a materia prima, materiale da costruzione di un delirio non-umano, pedina colorata di un Risiko! globale, giocato da giocatori che non sono di razza umana, credo sia la cicatrice che mi ha lasciato H.P. Lovecraft, come del resto a molti miei coetanei.
Volumi e volumi di cosiddetta “archeologia misteriosa” (per esempio Peter Kolosimo) consumati fra i 12 e 20 anni in parallelo alla lettura di “Martin Mystere”, mi hanno inoltre inculcato la convinzione, o meglio dovrei dire una sorta di sospetto, oppure presentimento, che le nostre non siano le sole scienze “valide”. Credo persistano discipline alternative che contrastano con i nostri modelli, a tal punto che praticarle neghi per assioma la realtà che viviamo. Ho adottato la magia nera, l'alchimia e la cabala come branche principali di quest'ordine di scienze, e la Fisica Quantistica è l'incerto confine.
Se però tutto questo minaccia di accadere, se i negromanti camminano nel nostro mondo, le voragini del cosmo ci si spalancano sotto i piedi, e la follia del gioco sociale/di società distrugge la persona (mi riferisco ai racconti Cover; Le colpe dei padri; Materia Prima; Advanced Dungeons & Rome), avverto che la colpa non è degli alieni e dei demoni (sbarcati sulla Terra si comportano come noi e patiscono gli identici appetiti: vedi i racconti Venite Invademus; Frammenti di Natale tradotti dallo Yuggoth; Molto mi piace il tempo gaio di primavera): credo che il peccato, intendo un peccato laico, sia negli occhi dell'Umanità.
“Tutto ciò che l'uomo vede / ha che fare con l'uomo” scrive Shelley; Henry Sutton incalza: “Man doth usurp all space / Stares thee, in rock, bush, river, in the face / Never thine eyes behold a tree / 'Tis no sea thou seest in the sea / 'Tis but a disguised humanity / To avoid thy fellow, vain thy plan / All that interests a man, is man."
E se pensiamo ai limiti di giudizio, di prospettiva, di intelligenza dell'Uomo, non è detto che questo sia bene. Non a caso fra i personaggi dei miei racconti abbondano gli xenofobi, gli estremisti, i violenti: la piccolezza delle loro vedute, misurata su scala cosmica, scade dal drammatico delle storie di Spike Lee al comico e ridicolo dei birri-bulli di Charlie Chaplin.
A differenza di quegli autori di fantascienza che assumono la realtà come illusione, in un percorso dal misticismo orientale fino a Matrix e Inception passando per Ph. Dick, credo fermamente nel contesto reale. Nel mio lavoro la morte è materica, non c'è un aldilà, non è rivelazione, non eleva ad altri stati di coscienza: le si sfugge con empia chimica, o si torna dalla tomba come cadaveri rabberciati. L'artificio, l'inganno, come ho detto sono sociali; ma il mondo naturale è un ventre inesausto, vivo, di entità diversamente senzienti, ostili e maligne (vedi per esempio i racconti L'infezione; Terriccio; Lezione di Botanica) con cui non dico che, civilizzandoci, abbiamo da millenni perduto la comunione: anzi non c'è mai stata nessuna affinità!
In sintesi: costretti da noi medesimi ad un gioco perverso di consunzione della persona, cui peraltro il fine è il gioco stesso, abbiamo esaurito le risorse morali che occorrerebbero ad affrontare lo spazio (simbolo del futuro) e siamo ridotti in condizione di schizofrenici incapaci di rapportarci con in il mondo che ci circonda.
Purtroppo ce n'è, da scrivere!

I problemi di un capitolo lungo e complesso


Un capitolo lungo e complesso che si inserisce nella trama di Eleanor: soddisfare lo "spiegone" senza affliggere il lettore; aggiungere movimento, dettagli, accentuare il carattere dei personaggi... fare il punto della situazione con un confronto fra protagonisti, ma spezzarlo in due momenti (Eleanor e i nobili; Eleanor e Matsumoto e Deepika) per rendere il racconto più scorrevole e dinamico. Spero che il risultato corrisponda allo scopo. 

21.
Eleanor trovò Matsumoto e Deepika conserti ad attenderla fuori l'hangar delle navette: la salutarono torvi, la accompagnarono in rancoroso silenzio sull'ascensore per le cabine. Lei sospirò, spazientita, allusiva:
«Ebbene signori, cos'è che non va? Dove sono Farinelli e la signora Delfina Balti?»
L'ufficiale e il Direttore del Fondaco si guardarono, zitti; Matsumoto arrossì. Deepika rispose con marziale fermezza:
«La scout delle Galassie Occidentali», scandì con disprezzo, «in quanto agente nemica è stata messa agli arresti. Circa il valletto, ha voluto seguirla: ha dichiarato che voi gliela avevate affidata, e un robot non manca di adempiere al proprio compito.»
Eleanor avvampò, fulminò Matsumoto; quello si morse il labbro, colorato di rossetto nero, ancora segnato dal loro congedo lo scorso mese. Sbottò:
«Il mio ruolo di responsabile di questa base mi impone...»
«La vostra autorità, e la vostra, Chaudhary, finiscono dove iniziano i miei ordini: mi pareva che fosse chiaro. Se invito su questo Fondaco un soldato rivale, e Farinelli ne garantisce, l'ospite va trattato come tale. Eseguite!»
«Si sono date circostanze eccezionali, a bordo, durante la vostra assenza: voi non sapete», l'ufficiale ringhiò.
«Né potete immaginare voi, Deepika, gli orrori di Ammit che ho condiviso con quella donna: se sono viva lo devo a lei.»
Eleanor passò dall'ascensore per gli alloggi nell'abitacolo parallelo che scendeva alle celle, picchiò sui pulsanti, le porte si aprirono. Lei tirò dentro Matsumoto e Chaudhary. Il modulo corse nelle viscere del Fondaco fin il livello delle prigioni. Lei andò per prima nei corridoi corazzati, bianchi, gelidi di neon e guardati ad ogni accesso dai Fanti di Marina. I soldati la salutarono sull'attenti, disattivarono le barriere elettriche che isolavano i vari bracci.
Eleanor fece cenno a Deepika di precederla nel labirinto: l'ufficiale s'irrigidì, guardò Matsumoto; il Direttore rassegnato allargò le braccia, la condusse all'unica cella della prigione la cui targa segnalava occupato:
«Aprite», ordinò in un interfono, «numero ventiquattro.»
Una voce di soldato obbedì: signorsì; un gemito meccanico echeggiò nel corridoio.
La porta lentamente rientro nella parete, Eleanor entrò: un colpo le ruppe il naso. Cadde all'indietro travolta da improperi, e trovò Farinelli subito chino a soccorrerla.
Stordita dal dolore, impiastricciata di sangue, vide Chaudhary scavalcarla all'assalto e azzuffarsi con Delfina in un angolo della stanza.
L'esploratrice malediva e scazzottava:
«Ah! Siete voi!», la apostrofò con stupore; passò con un ruggito ad argomenti più schietti.
Eleanor si rialzò, si appoggiò a Farinelli:
«Separiamole», gli ordinò, «anche voi, Matsumoto», e s'interpose con il robot e il Direttore nella mischia a mani nude fra l'ufficiale e l'esploratrice, le bloccarono negli angoli agli opposti della stanza.
Delfina desistette dall'imprecare e scalciare, Deepika sciolse i pugni, sputò. Lei sedette sulle brandine di lattice, sopportò che Farinelli le addrizzasse il setto rotto:
«Mi dispiace ritrovarvi in queste circostanze, signora.»
Eleanor lo accarezzò, guardò torva all'esploratrice:
«Calmatevi, finalmente: c'è stato un equivoco. Sono qui per liberarvi, ma l'idea non va a genio né al Direttore né al comandante Chaudhary. Comprensibile, converrete. Non usate il vostro talento di peggiorare le situazioni.»
«Mi hanno imposto il collare di costrizione salita a bordo dallo shuttle di soccorso; ha avuto un bel lagnare, l'automa, che garantiva per me: chi volete che dia retta ad una zucca di latta?»
«Ho riferito le vostre disposizioni, signora», Farinelli gemette, «il personale della navetta, i responsabili della stazione, hanno risposto con argomenti che non oso ripetervi.»
«Ve li snocciolo io!», Delfina abbaiò, riprese a scalciare e coprirla di insulti.
«Vedete che il mio valletto però non vi abbandona», Eleanor rispose: pretese da Matsumoto il fazzoletto color pervinca e lui glielo porse riluttante e schifato; lei si pulì il sangue che le scendeva dalla narice, si grattò la ferita, «né mi pare v'abbiano torto un capello... al contrario di me. Smettete le fregole e queste stupide liti: abbiamo problemi molto più gravi da gestire su Ammit.»
S'azzittirono tutti:
«Non solo sul pianeta», Deepika s'abbuiò, «Il Direttore riferirà.»
Matsumoto impallidì, sudò, schiarì la voce, ma tacque; l'altra lo scansò con dispetto, come offesa da un olezzo di viltà.
Eleanor lasciò la cella:
«Attendetemi sul ponte di comando: il tempo di un cerotto, una doccia, la manicure e occorre ci si confronti per chiarire certe faccende.»

Eleanor preferì le molte scale e gallerie agli ascensori che salivano alla plancia: indossava la tuta spaziale da almeno sei settimane, e percorrere i corridoi con abiti più freschi, comodi, soprattutto graziosi; ascoltare l'eco dei tacchi sui gradini di marmo, affondare le punte nei pregiati kashmar, la distese, rallegrò, le schiarì viepiù la mente ad ogni livello della stazione orbitale che percorreva verso il ponte di comando.
«L'ingresso alla foresteria per i nobili e le autorità, dov'è la rampa che scende fin le aule degli affari, è adibito a museo permanente dell'arte antica per il commercio», la informò Farinelli.
«Vediamolo
Il robot la accompagnò nell'anticamera degli alloggi: le pareti scintillavano azzurrine di teche antiproiettile di cristallo elettrificato, i termometri sugli stipiti segnavano zero gradi. Ciascuna teca conservava all'interno i logori capi d'opera dei maestri del passato, il cui genio servì i logo che salvarono l'Umanità. Lei si commosse al Sacerdote e suora che si baciano di Luciano Benetton del XX secolo; guardò perplessa le muse anoressiche di Karl Lagerfeld e sorrise con tenerezza delle pin-up Coca Cola, nei rarissimi poster di Gil Elvgren. Schifò le modelle-bimbe di Vogue dei primi decenni del XXI secolo: fu contenta di leggere in didascalia della damnatio memoriae che subì la direttrice.
Farinelli disattivò le telecamere di sorveglianza, aggiornò i suoi data-base fotografando dal vero quegli autentici e preziosi capolavori. Uggiolò della ripresa diretta piuttosto dei jpg che conservava nella memoria:
«È vietato!», Eleanor sibilò.
«Siete o no un Ispettore di Compagnia? Concedetemi il permesso, vi prego.»
Lei piantonò l'unico accesso al museo per il tempo che occorse al robot a riprendere la raccolta. Arrossì di imbarazzo: si sentì disonesta, cretina, leggera... Come quando, da studentessa, nell'archivio universitario, rubava schegge di antiche sonde Discovery per usarle come specchietto da trucco. Rise forte. Saltellò, sottobraccio al valletto, sulle scale di travertino che salivano ad un altro ponte.
Il piano dei corridoi dedicati agli scambi, canyon tumultuosi di camicie sbottonate, di zazzere arruffate e di cravatte allentate, era affollato come il solito di sensali, broker, robot portaborse e disperati speculatori. Le volte essudavano condensa: nubi di sigaro, d'alito e narghilè si addensavano fra le navate su un olezzo di sudore, dopobarba, deodorante da quattro soldi; pastiglie alla menta chimica per ravvivare la voce esausta di gridare compro, vendo, stock option, i lemmi incomprensibili della Borsa e l'Economia:
«Nonostante l'inferno», Eleanor pensò. La luce gialla, polverosa di Ammit entrava dai finestroni e pervadeva le intere sale, «Una radianza soprannaturale e malefica attraversa la realtà che professano, guardali eppure: non si accorgono che li consuma.»
Farinelli le indicò lo smisurato quadrante che scandiva su un architrave le giornate degli affari: lancette placcate in oro di scultura rococò, un intreccio di foglie, di serpenti e di folgori, indicavano quasi l'ora dell'appuntamento con Matsumoto.
Eleanor salì la passatoia di vetro che scavalcava le cubicole riservate alla nobiltà: gusci di poltrone, comò, posacenere, olovisori, bidé, sputacchiere e computer; isolati dai paravento magnetici dal rumore e la volgarità delle aule circostanti. Ognuna di quelle noci di ceramica e oro aveva impresso sullo sportello l'insegna dell'occupante, una lampada rossa le segnalava abitate. Da un oblò sulla sommità della noce gli aristocratici conversavano con i vicini di cubicola, accennavano un saluto ai passanti sul ponte: garantiti dalla struttura nella loro intimità, potevano, nel frattempo, concedersi del tabacco, droga, i bisogni del corpo; ma seguire da vicino la Borsa ed il transito ininterrotto dei loro galoppini.
Eleanor passò sulle teste di Shell & Total, Mc Donald's e Philip Morris; trovò spente le luci rosse nelle cubicole di Nestlé e di Farben. Sbirciò. I Cavalieri si affacciarono dall'oblò, sbuffarono anidride carbonica dai tubi anneriti nelle orecchie e nel naso. Si sporse anche Mc Donald's, paonazzo, avvolto in un accappatoio color biscotto trapuntato di preziosi come semi di cereali. Odorava di senape e svaporava di sauna.
Lei li salutò con un volteggio di tricorno, i nobili s'aggrottarono, le stornarono gli occhi. Eleanor si stupì di quell'eccesso di spocchia: ma averli sorpresi seminudi, in mutande, intenti probabilmente in chissà che transazioni, doveva avere urtata la loro olimpica quiete:
«Ecco l'occasione per riferire al Marchese», pensò, «che non abbiamo tollerato che uno stregone vivesse.»
Indugiò sulla passerella: attese di vedere Farben o il suo domestico-robot, o i valletti della Casa farmaceutica con il logo ad ampolla sulla casacca di tenebra. Il Visconte di Philip Morris si affacciò dalla noce:
«Il Marchese se n'è andato, signora.»
«Doveva attendere il mio rientro da Ammit», Eleanor balbettò, «Eravamo d'accordo.»
«D'accordo riguardo cosa?», insistette il Visconte: ed estrasse una pistola dal cruscotto del guscio, l'armò.
Mc Donald's e Shell & Total, serrato l'oblò, le scoccarono attraverso il plexiglas sguardi d'odio e paura; lei rabbrividì:
«Che diavolo succede?»; d'istinto pensò a Delfina: temette che l'esploratrice, nel breve tempo trascorso al Fondaco, fosse riuscita a inimicarsi a suo nome non solo il Direttore e Deepika, ma anche gli aristocratici, tutti; che avesse fatto scappare Farben. Ma come? Farinelli, che l'aveva accudita, era un ottimo protocollare: non le avrebbe mai permesso l'oltraggio ad un nobile... scoccò un'occhiata al robot, pensò ad alta voce:
«... o no?»
L'automa scosse il capo interdetto.
«Sapete che sono scesa su Ammit per indagare le cause della morte del Presidente», Eleanor si difese, «il Marchese mi chiese di riferirgli in privato circa una mia teoria relativa agli indigeni. Voi tutti, il Granduca di Nestlé, riferitegli il mio messaggio, allorché lo vedrete, ascolterete il mio rapporto ufficiale quando...»
«Il Granduca è morto», la azzittì Philip Morris, «un efferato delitto. Farben è scappato con uno shuttle la notte stessa dell'omicidio. Abbiamo udito folgori di caduceo, sibili di termosciabola, cannonate: ma Matsumoto e il Comandante Chaudhary insistono sul segreto istruttorio. Noi non siamo allocchi, signora Cole: il Marchese, nelle ultime settimane, si comportava in modo molto bizzarro. Viveva rinchiuso; o fissava per ore, in silenzio, dalle grandi vetriate, quello schifo di palla gialla là sotto. Voi siete stata laggiù, e appena tornata domandate di lui.»
«Cerco Farben nella cubicola, accenno a Nestlé: non è evidente che fossi all'oscuro di tutto ciò che è successo? Tu lo sapevi?», accennò a Farinelli; il robot negò.
Philip Morris disarmò la pistola:
«Siete diretta a conferire con il Direttore? Pretendete spiegazioni, Ispettore di Compagnia: ce ne dovete, mi pare», si rinchiuse nel guscio.

Lei lasciò la sala mortificata, stordita, si ricordò del delirio maligno dell'orrore nel pozzo: ho intuito un'opportunità, ho un potente alleato. Salì cupa quattro rampe di scale indifferente agli oloaffreschi sulle volte, che celebravano il primo volo trans-solare nel 2313:
«Pulviscolo e laser», notificò Farinelli, «scuola Joseph Svoboda.»
I tasselli della sfida di Sarastro, la tensione che permeava la stazione orbitale, la fuga di Farben, l'omicidio di Nestlé, si raccoglievano in un orrendo mosaico cui, per il commiato con il Marchese lo scorso mese, la spietata risoluzione di lui, il disprezzo dell'irrazionale, del magico, le era difficile prestare fede:
«Ascoltate il rapporto del signor Matsumo», suggerì Farinelli, «prima di tessere questa trama.»
«Non si tratta di cosa credere e a chi»; una serie di pensieri, che sconfinavano nel terrore, la lasciò ammutolita. Non la turbavano le circostanze, le relazioni fra i fatti in sé: bensì l'irruzione improvvisa, enorme, reale, di un Male vivido, stregonesco e selvatico nell'Universo che conosceva. Da antropologa ammetteva l'esistenza di quei fenomeni, anzi: auspicava ne sopravvivessero; da cittadina della Galassia, nel secolo XXVII, riconoscerli implicava non poterli contrastare, negavano la realtà.
«Se Sarastro ha sconfinato da Ammit», tremò, «se è entrato nel Fondaco, se ha stretto un patto con un gerarca della Via Lattea... Sarastro ha già vinto.»
Farinelli riprodusse in un clic l'audio-reperto di un'intervista con un autore del XXI secolo, la voce ruvida di uno scrittore di guerre:
«Ho sempre pensato: se i mostri dell'oltremondo interagiscono con il nostro, possono essere fatti a pezzi con le armi che possediamo: welcome to the killing zone, you bastard.»
«L'hai imparata dalla signora Delfina, questa?», Eleanor scherzò.

All'ingresso del corridoio di plancia trovò l'esploratrice stravaccata su un sofà: sfogliava su un e.reader un magazine d'alta moda; due fanti di marina, con i fucili a tracolla, le montavano la guardia ai due lati del divanetto.
«Eccovi», l'accolse Delfina: non alzò neppure gli occhi dallo schermo dell'e.reader, ostentò risentimento; accennò alla porta chiusa della sala di comando, «vi attendono da mezz'ora, là dentro.»
Eleanor s'imporporò, bussò sull'uscio bianco, la invitò ad alzarsi in piedi:
«Seguitemi, dunque: sapete cos'ho scoperto? Il Marchese di Farben, il Visconte di Nestlé...»
I soldati, sull'attenti, imbracciarono i moschetti; Delfina si stiracchiò fra i cuscini:
«A questo briefing non posso partecipare.»
«Disposizioni del Comandante», balbettarono i fanti.
La porta si aprì. Lei tirò Delfina per la giacca, scansò i due soldati:
«Non chiudere i battenti», ordinò a Farinelli, «amplifica, anzi.»
I fanti la inseguirono con i fucili puntati, intimarono l'alt; Il robot si fermò sulla soglia, si interfacciò con i trasmittenti di bordo, trasmise viva voce lo scambio nella stanza:
«Ammettere in plancia un'agente nemica!», trasecolarono Matsumoto e Chaudhary; l'ufficiale si affrettò alle consolle dei computer, oscurò gli oloschermi: Eleanor fece in tempo ad accorgersi che mostravano, tutti, orrende fotografie, e una pianta della stazione orbitale sovrascritta da un pentacolo rovesciato.
Snocciolò tutto d'un fiato, in faccia al Direttore e Deepika, gli articoli dello statuto delle Galassie che l'investivano, in veste di Ispettore, «di diritto di vita o di morte su tutti i membri di questa base. E se questo finalmente vi mette in riga», ruggì, «su Ammit, e libero nello spazio, ora c'è qualcosa di molto peggio.»
«Un aiuto vi servirebbe», l'esploratrice sfotté.
Matsumoto schioccò le dita, i soldati s'allontanarono: a porte ancora aperte, sul canale amplificato da Farinelli, dettò:
«Presenti alla riunione: il sottoscritto Ibrahim Sebastiano Matsumoto, Direttore del Fondaco; il Comandante militare, Guardiamarina Deepika Chaudhary; Eleanor Cole, Ispettrice-antropologo; la signora Delfina Balti: Galassie Occidentali.»
Eleanor annuì; fece cenno al valletto di disconnettersi dall'interfono, chiudere i battenti e raggiungerli seduti:
«Mostrate i file», continuò Matsumoto.
  Deepika riaccese gli oloschermi: Eleanor sbiancò. La sala si riempì di immagini tridimensionali di cadaveri mutilati e terribili liturgie; la ripresa di un duello fra Farben e l'ufficiale in cui, però, l'immagine del Marchese era tremula, sfocata. Lei rabbrividì dell'impossibile impressione che fosse almeno un minuto avanti rispetto i tempi del video. Delfina le sussurrò nell'orecchio:
«Merda! Guardate quanto assomiglia alla faccia nell'abisso!»
Eleanor raggelò: era vero. Chiese un fermo-immagine per confermare quell'impressione; Chaudhary e Matsumoto si guardarono imbarazzati:
«Ebbene?»
«Dev'esserci... non sappiamo», esitò il Direttore, «un difetto nella ripresa, o il file è corrotto... Già dalla prima volta che l'abbiamo esaminato: non è possibile effettuare un fermo-immagine.»
«Raccontatemi tutto», Eleanor inghiottì.
Deepika allargò all'intera plancia la mappa con il pentacolo rovesciato, si spostò con il cursore sulla punta in alto a destra.
Matsumoto si asciugò la fronte madida col fazzoletto profumato pervinca, frugò fra gli strumenti, trovò il suo Jerez; si versò mezzo bicchiere con le mani che gli tremavano. Riferì. Le olofotografie che galleggiavano nella stanza, quel filmato sbagliato, ogni volta diverso, componevano il puzzle.
«Sta a voi, signora Cole», intervenne Chaudhary, «diteci del pianeta: cosa avete scoperto che riguardi quest'incubo?»
«La cosa non vi interessa, ma ha che fare con questi crimini. Converrete perciò che ho fatto bene», Eleanor confessò, «a chiedere alla Marina Militare la distruzione di Ammit e l'eccidio degli Ammiti.»
Tutti la guardarono esterrefatti, la plancia precipitò nel silenzio. Gli ologrammi di sangue, viscere, mutilazioni, il tracciato verde elettrico del pentacolo, illuminarono i loro lividi volti:
«In ogni caso ho già dato l'ordine, non tollero opposizioni. Il prossimo sarà Farben», lei sibilò, «un traditore dell'Umanità.»

L'orologio segnò le tre di notte, Delfina calciò via la coperta, si alzò sul materasso, seduta, conserta, e accese l'abat-jour: rilesse infastidita quel plico sul comodino. In calce ritrovò la sua firma con quelle di Eleanor e Ibrahim Matsumoto:

parola d'onore che la signora Delfina Balti, agente esploratore delle Galassie Occidentali, sarà trattata per il soggiorno su questo Fondaco come ospite gradita, non come nemica. Parola d'onore della signora Delfina che ella non tenterà sabotaggio, spionaggio, né contatterà la sua Gilda o membri della stessa.

«Vaffanculo!», grugnì, «sono o no un'esploratrice? Ho degli ordini, mi si presenta un'opportunità; è da fessi non coglierla.»
Esitò sulla soglia:
«... ho firmato un accordo», pensò. Il rancore per l'accoglienza del Direttore e Chaudhary, la loro diffidenza, l'adempimento dei suoi doveri, la lealtà all'Occidente, l'atteggiamento di Eleanor, la convinsero senza scrupoli ad uscire dalla cabina; «quella pazza vuole commettere uno sterminio: che problemi mi faccio? Al diavolo l'onore!»
Scalza, con il pugnale ed un data-traveller, scivolò nella penombra tinta d'ocra dei corridoi di foresteria che si affacciavano sul pianeta.
Ad un monitor di informazioni studiò la mappa del Fondaco: prese nota dei condotti di servizio che collegavano quel livello con il ponte di comando, con il centro elaborazione dati e con i server della stazione. La legenda li indicava come aree proibite, ma segnalava l'attività di robot con mansioni di pulizia:
«Se ci passano loro con alcool e scopettoni...», Delfina ghignò, «sarà facile, se c'è aria.»
I monitor confermarono: ossigeno e gravità. Lei selezionò, sulla mappa, le due aree della base corrispondenti alle banche dati, attivò l'olo-camere: le riprese mostrarono l'esterno, guardato da due soldati che sonnecchiavano su una panca. Di là dall'uscio chiuso l'interno era deserto; un intrico di chip, di metallo e di vetro.
Lo scrigno del Fondaco dalla data di messa in orbita: il registro degli scambi, le schede del personale, i curricula dei dirigenti, i diari degli ospiti, i tracciati di comunicazioni intercorse ed i piani economici, i segreti militari... un tesoro di informazioni. Molto più prezioso dei segreti di Ammit.
Delfina ritornò sui propri passi: all'opposto del corridoio, presso gli accessi delle toilette, trovò le porte a combinazione numerica di due condotti di pulizia:
«Il genere di serratura da trattare con il coltello: ma armiamoci di pazienza, sono solo tre cifre», tentò sulla consolle le ventisette varianti, la porta si aprì. Di là dall'uscio un automa-spazzino spento era appoggiato all'aspirapolvere ed alle bombole di detersivi: lei lo spostò fra lo stipite e il battente, a bloccare la porta e garantirsi la via di fuga. A pochi passi dall'alone giallo che penetrava dalla fessura, il condotto di manutenzione proseguiva nell'oscurità: un termometro digitale, incastonato nella parete, brillava a intermittenza sei gradi sotto zero; i pannelli e il pavimento luccicavano di brina. L'aria sentiva di metallo, di chiuso; un barrito di macchine echeggiava nel buio.
Delfina strappò dagli utensili del robot mezzo metro di mocio, se l'avvolse attorno ai piedi, legò ed imbottì finché restarono asciutti. Incendiò la baionetta: la luce dell'arma termica le servì come torcia. S'avviò.
Percorsi venti metri di corridoio, non appena voltato un angolo, udì dietro di sé nelle tenebre uno stridere di acciaio ed gemito di cardini:
«La porta!», raffreddò la baionetta, bestemmiò sottovoce; s'appiattì alla parete gelida pronta all'affondo con il coltello.
Immobile. Per minuti.
Il grido dei macchinari dai recessi della stazione l'offuscava e stordiva, le faceva fischiare i timpani: le sembrò che un ronzio diverso, e un ritmo regolare, s'insinuassero in sottofondo nel mugghio delle macchine.
Passi, forse.
Nel buio.
Attese ancora a lungo.
Nessuno.
Riprese la marcia. Due ore di oscurità.
Un chiarore di bianco neon da un'apertura sul pavimento, uno scambio di voci, un odore di sigari, le confermarono che era arrivata a scavalcare  i soldati che piantonavano l'accesso alle sale dei server: avanti di pochi passi, da una grata di raffreddamento, il riflesso azzurro elettrico dei computer organici manteneva la promessa del bottino del Fondaco.
Delfina passò non veduta sulle teste dei fanti che si alternavano alla guardia: gli uomini di turno, già stanchi sull'attenti, crollarono addormentati sullo sgabello sull'uscio non appena i compagni consegnarono il testimone. Lei strisciò fino la botola dall'altra parte che dal condotto scendeva alle banche-dati, risolse un altro rebus di tre cifre ed entrò.
Le vasche galvaniche di proteine e silicio, nelle quali ribollivano i segreti della Base, occupavano per intero una sala quasi impraticabile per i cavi sul pavimento; le scariche cerulee dei computer organici brillavano e crepitavano sui coperchi di cristallo. Ogni vasca era segnata da un codice alfanumerico: Delfina ritrovò le stesse lettere e numeri su un monitor-leggio rialzato su una predella. Scorse lo schedario.
Un patrimonio di informazioni. Che fortuna. Che pacchia.
Inserì il data-traveller nelle porte delle tinozze. Udì il clac del portellone del corridoio e l'eco dei tacchi di qualcuno che scendeva.
S'acquattò fra i calderoni dei computer. Sbirciò.
Farinelli la apostrofò con un pispiglio:
«Mostratevi, signora: vi ho seguita per l'intero condotto.»

«Gran figlio di puttana!», Delfina gli saltò contro, «Eri dietro di me! Hai rischiato di beccarti... t'avrei fuso i circuiti!»
«Improbabile, a lama spenta. E nel buio eravate cieca.»
Lei comparò l'acciaio freddo del suo coltello alle leghe e lo spessore della corazza del robot, guardò nelle sue lenti che lampeggiavano di infrarossi nell'azzurra penombra delle vasche dei server:
«Sarei stata alla tua mercé», riconobbe con rabbia, «Ma adesso...»
Accese la baionetta: prima ancora che la lama si arroventasse, Farinelli la afferrò, gliela tolse dal pugno; la fermò sotto il tallone fra i cavetti che fondevano. Lei lo colpì con un pugno sul volto, l'automa non accusò.
Delfina gli si arrese con un grugnito, e le nocche doloranti sanguinanti e scorticate:
«D'accordo, testa di ferro: sei più forte di me. E non sei affatto stupido, perciò... Lo sai cos'ho intenzione di fare, qui. Perché non mi fermi?»
L'automa la scansò, salì sulla predella, digitò sulla consolle dello schedario la procedura di trasferimento dei dati dai computer organici alla sua periferica:
«Ho promesso alla signora Eleanor di assistervi, di proteggervi. Riuscire ad accontentarvi, la vostra incolumità, è molto più preziosa dei segreti di un server. Insieme ne abbiamo viste di peggio. Ho dato la mia parola, ho giurato obbedienza.»
Delfina lo guardò allibita depredare le banche dati delle Galassie Orientali, consegnargliele con un clic; commettere quel tradimento e sorriderle, lieto della promessa fatta ad Eleanor, con un accordo musicale da quelle labbra da adolescente:
«Traslazione compiuta», squittì Farinelli, «potete rimuovere il data-traveller dalla vasca.»
Delfina eseguì, mise in tasca la periferica. Pensò con vergogna a quel foglio sul comodino che attestava la parola data di non tradire un'amica, un compagno di lotte: la sua scelta di anteporle l'uniforme, i contrasti fra Compagnie, le bruciò nello stomaco miserabile e piccola.
Un robot era stato leale. Uno stupido automa che risponde alla logica, all'ovvio, era stato più integro e sensato di lei.
Delfina ritornò nel condotto, Farinelli la precedette:
«Permette vi porti in braccio, signora: le bende sono logore, vi gelereste le estremità.»
Lei si accorse dei brandelli di stoffa che pencolavano bruciati, le lasciavano i piedi nudi: non avrebbe resistito per l'intero corridoio; lasciò che il robot la prendesse fra le braccia.
Farinelli la portò senza parlare, lei gli si strinse alla corazza d'ottone calda dei circuiti che ticchettavano all'interno; all'uscita lo pregò di fermarsi:
«Aspetta», arrossì, «ho bisogno di andare al cesso.»
Entrò nelle toilette. Gettò il data-traveller e tirò lo sciacquone.

lunedì 13 maggio 2013

"I Senza-Tempo" ancora in classifica

I Senza Tempo è ancora al nono posto nella classifica degli e.book Urania più venduti aggiornata al 4 maggio u.s. con due punti percentuale in più rispetto a gennaio. Dopo sei mesi, non ci avrei mai scommesso!...

lunedì 6 maggio 2013

Esplorare in una notte baraccopoli aliene


Bottega di scrittura: altro esempio di "scena-sequenza" aggiunta alle avventure di Eleanor Cole; questa volta un intero capitolo! Il "tema" che provo ad estendere è quello dell'inconsapevole rapporto degli Ammit con Sarastro: orribile simbiosi (e allegoria politica... almeno nelle mie intenzioni) che viene rivelata dallo stesso negromante nel Capitolo 20 del romanzo; confermata dai suoi "sudditi" nel Capitolo 21.
Per aggiungere suspence ho pensato a un episodio notturno (diventerà il Capitolo 13) in cui Eleanor e Delfina sorprendono gli Ammit in una "processione da sonnambuli", che senza ancora svelare nulla presenta al lettore alcuni inquietanti indizi su quanto sopra.
A differenza dell'episodio della "Caduta di Farben", questa sarà una "scena-sequenza" di azione; ma potrebbe fornire del materiale per un lirico, maestoso movimento di massa fra le rovine post-industriali dell'immensa baraccopoli. Solo per uscire dalla stanza ad Eleanor e Delfina sono occorse due cartelle ma, vedete, abbastanza movimentate; occasione come sempre per approfondire e confermare il carattere dei personaggi.
Posto oggi la prima parte del Capitolo:

13.
Eleanor aprì gli occhi, si girò sul materasso, si avvolse più stretta nelle coperte di lana grezza; rabbrividì per uno spiffero notturno che fischiava dall'apertura ritagliata nella lamiera. La stanza era azzurra di un gelido plenilunio: l'aria fredda e quel chiarore l'avevano svegliata. Delfina era desta: affacciata al vetro d'auto dismesso che isolato con il mastice serviva da finestra.
Lei si alzò seduta sul cuscino, cercò tentoni sul piano di formica del comò l'interruttore della lampadina scoperta, che inchiodata alla spalliera serviva da abat-jour. Gli orologi digitali sulle maniche delle tute, appese agli attaccapanni imbullonati al metallo, contavano a luce rossa la mezzanotte e quarantacinque.
Eleanor sbadigliò intirizzita:
«Tacete e lasciate buio», l'esploratrice l'apostrofò.
«Perché non dormite?»
«C'è una cosa che dovreste vedere», la invitò vicino a lei dietro le tende di tela grigia.
Eleanor saltò là sui piedi nudi, si sporse dal davanzale tagliente; Delfina la tirò per la camicia, le fece cenno di non parlare e di non farsi vedere. Di là dai contrafforti di calcestruzzo sbreccato, nei quali era scavato il loro alloggio, spiarono la passerelle di acciaio che scavalcavano le miniere e attraversavano raffinerie.
Una lunga processione di Ammit saliva a capo chino le scale arrugginite.
Barcollavano silenziosi, convergevano in centinaia, s'inoltravano in esili file ordinate in quel dedalo di vasche, condutture e canali; si spostavano senza luce negli anfratti più bui. Delfina contava tesa i capannelli, i singoli, i gruppi, che uscivano alla spicciolata dalle baracche e dalle botole dei rifugi sotterranei, che si accodavano sulle rampe di cemento e vomitati dalle portiere dei discensori:
«Dev'esserci tutta l'intera comunità.»
«Non s'intralciano, non inciampano, zitti», Eleanor si stupì, «come fanno a raccapezzarci? Improbabile.»
«È casa loro, c'è luna piena: immagino che sappiano come muoversi», l'esploratrice si spostò dalla finestra, sfoderò la baionetta dalla fondina all'attaccapanni, si appiattì alla parete, schiuse l'uscio e sbirciò, «ma non ci vogliono prigioniere né ci sorvegliano, pare.»
Richiuse; trascinò contro la porta l'unico mobile nella stanza, un imballaggio marcescente che serviva da cassettone. Spostò Farinelli spento, ce lo mise seduto sopra; appoggiò alla finestra il moschetto e le munizioni:
«Cosa fate?», chiese Eleanor.
«Dormo sonni tranquilli.»
«Non vi interessa scoprire cosa combinano, fuori?»
«Vivi e lascia vivere. Bizzarrie degli indigeni.»
«Che sarebbero il mio lavoro», lei si stizzì; allacciò le due pistole, «uscirò con Farinelli.»
Sfiorò l'interruttore sulla nuca del robot; quello si animò con una nota musicale, sfavillò di luce bianca dagli occhi e si alzò dal cassettone ticchettando e ronzando.
Subito Delfina lo coprì con uno straccio:
«Come no? L'esploratore ideale!»
L'automa, interdetto, pigolò da sotto il telo:
«Perdonatemi, signora: non...»
«I soliti modi della signora Delfina. Spegniti, scusami», Eleanor lo consolò.
«Sii cortese», ghignò l'esploratrice, «sgombera la porta, prima, vuoi?»
Farinelli calciò l'imballaggio, significò con un inchino la via libera e si spense in un angolo della stanza. Delfina uscì con il moschetto puntato, lei le sorrise:
«Insomma mi accompagnate?»
L'altra era già acquatta nel buio del contrafforte, a pochi passi dagli Ammit che sciamavano sulle rampe.

(...continua...)