Visualizzazioni totali

venerdì 23 gennaio 2015

Io fei giubbetto a me delle mie case (racconto completo)



Una bimba in bicicletta con le rotelle, e la milf, e il coglione del padre e un altro pargolo sul seggiolino, scampanellarono che si spostasse da in mezzo alla carreggiata:
«È una pista ciclabile!»
Marco fece apposta a fingere a di non sentire, con l'alibi dell'iPod e un berretto di lana. La famiglia, stile Findus, gli sciamò di qua e di là; con tutt'un trillo dei campanelli e le trombette dei piccoli:
«Bei modi, eh?»
Lui si prese il gusto di un astioso vaffanculo; sperò di aver ferito, e insozzato le orecchie, ai mocciosi che sui sellini si illudevano d'un bel futuro.
Babbo, milf e figli lo superarono di un centinaio di metri; continuarono a pedalare - chissenefrega, di quello stronzo - e gli scomparvero sorridendo dietro a un folto di canne.
Tirò una folata che lo fece rabbrividire, e il sudore della mezz'ora di jogging gli s'asciugò sulla fronte. Le nubi si ingrossarono nel cielo plumbeo, ventoso, e i tamburi di un temporale echeggiarono più vicini: anitre, cormorani e gabbiani sbatacchiati qua e là da una corrente cattiva; e i tronchi dei pioppi giovani si incurvarono sotto un fischio.
Gocciole appiccicose, calde e polverose macchiarono l'asfalto e lo accecarono di sabbia.
Lo aveva indovinato, che era un giorno di merda, per farsi una corsetta e sfogare l'arrabbiature: era uscito lo stesso. Si lasciava già alle spalle le propaggini cittadine; si inoltrava in una zona industriale che era invasa di gramigna, di ortiche e di tarassaco, fra i troppi stabilimenti che non avevano più un'insegna.
Lui li attraversava con quel timore e vergogna che ti prendono, per esempio, nei vialetti del camposanto.
Lo scroscio lo sorprese fra le fabbriche abbandonate, e Marco scavalcò la palizzata; scivolò nel greto d'erba, di fango, e corse a rifugiarsi a ridosso d'un capannone.
ma piove a vento, perlamadonna!; la tettoia di metallo, l'architrave in cemento, non bastarono a ripararlo.
Alzò gli occhi al cartello attenti al cane che era affisso, e scolorito, a uno stipite di basculante. Scalciò: non abbaiava nessun cazzo di lupo, di dobermann, di mastino, di rottweiler o come cazzo si chiamano.
«... manco per i cani, ce n'è più...»; si sforzò di sorridere. Ebbe il culo che il battente era aperto, e fradicio di pioggia barcollò nel capannone.
I lampi, il temporale, e all'improvviso la grandine, crivellarono le vetriate e i pannelli del soffitto. Lui riprese fiato, si sedette su un cartone, si scrollò la mota e i sassi dalle Converse scucite e lise. Batté i piedi, si strinse i gomiti, per asciugarsi e scaldarsi.
Macché.
Era solo, intirizzito e depresso; soprattutto incazzato - s'era ammalato, di incazzature... - nella penombra di uragano, di bancarotta e di debiti che permeava dalle finestre e che stagnava là dentro.
Palpabile e familiare.
Un garage, o un magazzino, di involucri lacerati; rubinetti arrugginiti e gocciolanti e mattonelle insudiciate di olii. Cavi elettrici, interruttori schiantati: gli indizi pietosi di una folla di poveracci.
Si specchiò in un vetro rotto, si riconobbe fra quei fantasmi: il ghigno oltretombale, feroce e disperato di coloro cui l'anno infame aveva tolto il lavoro.
«Diosanto!», scalciò, «Ma non smette di piovere?!»
Ché là dentro, peggio ancora, c'era un puzzo da attossicare; resine, vernice e dissolventi sa il cazzo cosa.
Marco lo sopportò, con la felpa fino al naso, finché la vista gli si annebbiò di puntolini cangianti, e un groppo di vomito gli salì fino alla gola. Riaprì il basculante: non si azzardava ad uscire, ma almeno cambiare l'aria...
Gli ricadde sulla faccia, spinto da un'alitata di foglie secche e di grandine.
Nelle tenebre di tempesta, al lato opposto del capannone, gli sembrò di indovinare un'altra porta socchiusa: sfregò gli occhi dai lucciconi e le lacrime, scatarrò quella nausea, corse fino a là ch'era davvero una porta; chiuse l'uscio dietro a sé e ispirò senza disgusto.
Solo il marcio della pioggia, lo stantio dell'abbandono... fino a che quell'altro olezzo non gli punse le narici.
Nello stabile echeggiò un altro tuono: e un lampo proiettò, su una parete color crema, l'ombra a pendolo del cadavere che ciondolava da un'asse.
I mocassini di un impiccato gli accarezzarono il volto.
«Ohcccristo!», lui strillò, si inchiodò ad una parete; si impietrì finché la vista, il batticuore ed i nervi sopportarono il morto che era legato alla propria cinta.
con la cintura dei pantaloni, s'è ucciso... con la cintura dei pantaloni...
E lui ne aveva visti, di polizieschi, di series, che a chi si impicca lo afferrano per le gambe e gli impediscono di crollare e d'ammazzarsi; che se sei magro ci metti troppo, a morire. Ma questo aveva gli occhi, miodddio!, che strabuzzavano rovesciati; e era un porco con una pancia che lévati e era livido, freddo e odorava già di guasto e di marcio.
E la lingua!...
Dovette smettere di guardarlo, per non vuotare lo stomaco. Non ci aveva, lui, le palle, per toglierlo da là: non era sua competenza. Si frugò nelle tasche, trovò il cellulare, e tremò col dito indice sull'1, 1 e...
Stolzò di un fruscio, di uno splat e del gemito di un'altra porta; lo spiffero di un altrove di legname e di metallo.
Una busta splendette candida sul linoleum impolverato, Marco si inchinò a raccoglierla dal pavimento: si fermò ginocchioni, sotto il corpo che pencolava, a stupire del patrimonio nel locale di là.


Olga smontò dopo quattr'ore di Intercity, la accolse una stazione battuta dalla pioggia. Viaggiatori intirizziti si addossavano alle colonne, si stringevano nelle giacchette leggere e inadatte a un inverno repentino. Non ancora disabituata al gelo delle sue parti, lei restò in camicia, gioielli, rossetto rosso alla sferza di acqua calda di quel nonnulla di temporale.
Il personale di TrenItalia, con il marsupio gualcito, camminava annoiato le pensiline fra i tre binari. Olga sentì addosso l'appetito di un controllore e il suo sguardo scivolarle in mezzo ai seni, sulle natiche rotonde e le cosce generose: ma si accorse della sua smorfia di diffidenza, di ostilità, quando indovinò che veniva da un'altra parte.
Le facce dei viaggiatori, gli uomini, le donne, ad occhi affondati nei marciapiedi bagnati, non le ispirarono granché fiducia. Corse dietro sui tacchi alti ad un agente PolFer, che usciva dal tabaccaio e si affrettava agli uffici.
«Scusa», si sforzò di sorridergli: che era l'unica parola non insozzata di z e k che le riuscisse di pronunciare in italiano corrente; «taksówka, tramwaj.»
Quello scrollò le spalle, le smorfiò con le pupille alle tette e, senza ammanco cavar di tasca le mani, le accennò con un gomito a un cancello poco oltre i binari. A una rete c'era affisso un cartello, con una freccia che indicava a sinistra e l'icona di un automobile, di biciclette e un autobus stilizzato.
Fino a là, Madonna di Częstochowa, c'era arrivata: ma adesso?
Cavò il foglio dalla borsa e rilesse l'indirizzo: e la pioggia le lavò dalle valigie, dagli abiti, da quell'appunto con una Bic su una pagina di quaderno, l'odore di charter, di treno, di pasti in aeroporto, e le cifre e le vocali del recapito del łajdak.
Lei si morse i labbri, sospirò un accidenti!; e cercò di convincersi che a giudicare dalla stazione non doveva trattarsi di una città troppo grande: lo avrebbe trovato... domandando qua e là.
C'erano i torpedoni di tre colori diversi, e un elenco di toponimi sui cartellini del parabrezza: non ci avrebbe raccapezzato; proviamo coi taxi.
Il tassista era un negro molto negro, Olga bussò sul finestrino di un'altra auto. E il conducente le fece no con la testa; le indicò di rivolgersi al collega, davanti!; che aveva la precedenza sulla piazzola d'attesa.
«Scusa, informacja!», lei gesticolò: chissà, nel frattempo, che l'africano non se ne fosse partito.
«... 'a bbbella, mi dispiace, ma io non ti capisco...»
Una mano leggera la accarezzò su una spalla, e un accento familiare, del dialetto del suo villaggio, la commosse di affetti e domandò se fosse in difficoltà:
«Dì, c'hai bisogno?»
Era una ragazza di all'incirca trent'anni, indurita all'apparenza da una vita a muso duro. Pallida, magra, slavata; di una bellezza indisponente e nervosa inasprita dai jeans e da un giubbotto da uomo.
«Sei di Swidnica?», Olga si stupì.
«L'ho capito dalla parlata», le accennò ad un abbraccio, «e se all'estero non ci si aiuta fra compaesani...»
Dava tanto l'idea di lesbica: ma ad Olga tornò in mente quel paragrafo di romanzo che voi che non siete mai usciti dal vostro paese, non potete sapere cosa sia il sentire, prigionieri in terra straniera, una parola affettuosa...
E lei così giunonica, femminile e materna non era mai piaciuta alle lesbiche e mascoline.
Dalla fila di gente che attendeva ai tassì si levarono spazientiti ma insomma?!; che cosa vogliamo fare?! L'autista del mezzo in coda suonò il clacson al negro, che uscito dall'abitacolo e le invitò a accomodarsi.
«Grazie, no», si scusò la biondina. E la aiutò a trascinare i due bagagli, la borsa, fino a un'Audi metallizzata parcheggiata dietro un angolo; un graffio rovinava tutt'un fianco dell'automobile; «se devi andare da qualche parte... ti ci accompagno, ti va'?»
«Io... mi chiamo Olga», si strinsero la mano; «e ho più o meno l'indirizzo di un uomo...»
«Wow. Sono Irena. Il mio l'ho appena messo su un treno che è partito: per oggi sono libera, ti aiuto a trovare il tuo.»
Sgasò fuori dal parcheggio e accelerò su un cavalcavia: non era una lesbica, lei si rasserenò; era solo parecchio tosta.


Mio dio. Tonnellate di materiale. Travi grezze che profumavano di pece fresca e bobine di fili elettrici, metallici e di gomma; bidoni di vernice e decalitri di ammoniaca; piastrelle lucidate nei cellophane intatti. Sacchi di cemento e partite di laterizi; 'sto tizio si occupava di tutto un po'. Roba che ad occhio e croce ne valeva, di quattrini.
Dà l'idea, come il solito, che s'è ammazzato per fallimento: non gli hanno pignorato 'sto ben d'Iddio? Perché non l'ha venduto; ci ha fatto un po' di soldi?
Marco guardò di nuovo all'appeso nell'altra stanza: le ragioni disperate che gli colavano dalla lingua, gli luccicavano sulle labbra violacee, forse le avrebbe intese da quella busta.
La aprì:
Non ho più niente, non lascio niente, le mie faccende le ho sistemate. Chiudo coi conti in regola, non avrei di che partire daccapo. Ma alla Caritas e sotto i ponti non mi ci vedono, a me. Pago, con un po' di dignità, anche per quelli che mi è toccato di licenziare. Quella matta di polacca non mi avrà preso sul serio. Se venisse qui in Italia, poverina, speriamo no.
La accartocciò senza leggere la firma, frugò dentro un archivio sotto l'ombra che pencolava. La fifa, l'adrenalina, e il groppo alla gola di commettere un'empietà, l'appiccicarono di sudor freddo sotto gli abiti bagnati; ma una orribile cupidigia gli offuscava i pensieri.
I lampi gli rischiararono quelle scartoffie recenti di ricevute, e bonifici effettuati, per l'acquisto di materiali quali i cumuli nell'altra stanza.
al più tardi una settimana da adesso!, gli brillarono gli occhi e si sporcò le mutande; 'fanculo alla miseria e alla cassa integrazione! Chi conosco, che mi presta un furgone?...


Quei modi di guidare che aveva visti solo al cinema poliziesco.
Non volle darle a intendere di essere spaventata: la avrebbe fatta ridere. Ma Irena zigzagava fra le auto sulla Statale ai centotrenta costanti, teneva stretto il cambio come il manico di un coltello; e il motore gridava basta, pietà!, dentro il cofano un po' ammaccato che fumava fra gli scrosci. Uno spiffero di inverno ululava dai finestrini.
«Scusa se tengo aperto», si arrossì la ragazza, «ci ho fumato, qui dentro.»
Perché le strizzò l'occhio?
Olga spiegazzò quella sua pagina di quaderno, la stirò sulle ginocchia sotto i riflessi del parabrezza:
«Viale Sar... tino... », si sforzò di tradurre.
L'altra guardò le macchie di pennarello, di pioggia, dove annegava la dubbia r ed emergeva una t:
«San Martino o San Marino: non esiste Sartino. Sono l'una all'opposto dell'altra: quartieri residenziali e la zona industriale; ma va bene, ci andiamo subito.»
«Da quant'è che vivi qui, ché conosci la città così bene?»
«Sei anni, ma sta tranquilla, ché la si impara in un mese.»
«Ci si sta bene?»
«C'è il mare.»
«Hai trovato lavoro?»
«Sono in affari col mio compagno.»
«Che affari?»
«Di compravendite.»
«Hai detto compagno: non volete sposarvi?»
«Dipende dai nostri impegni: è un lavoro... difficile», esitò; «Tu, piuttosto: perché cerchi quell'uomo?»
«È un bugiardo e traditore italiano.»
«Devi ucciderlo», disse Irena. Quel tono la stupì: non era una domanda, né le sembrò che le stesse affatto scherzando.
«Mi ha lasciato una mattina in albergo che venne a Gliwice per un viaggio di lavoro. Ci incontrammo in un locale, ché facevo la...»
«... puttana...»
«No, la cameriera!», Olga si risentì.
«Non ho nessun problema: tutte quante, abbiamo fatto di tutto.»
«Se lo avessi seguito in Italia, mi disse, mi avrebbe sposata subito. Era scapolo, senza figli e non doveva render conto a nessuno. Io risposi sì, ma lui non mi credette, si offese: era convito che lo prendessi per i fondelli. Ma ho comprato il biglietto dell'aereo e adesso vado a bussargli alla porta. Mi sposo per davvero.»
«Vai a ucciderlo, sì.»
Olga rise forte. E urtò con un ginocchio nel cassetto del cruscotto, lo sportello si aprì: una scatola di anonimo cartone, con un cal. e un'illeggibile numerino, sul coperchio strappato, le cadde in grembo con un tinnio di metallo.
«Ahi, è pesante!»
Irena, imbarazzata, la intascò nel giubbotto:
«... chiavi, monetine... è un casino in questa macchina, eh?...»
Infilarono un'Interquartieri e un labirinto di rotatorie, e il verde di un parco pubblico sopravvenne i cantieri; le schiere dei condomini, i garage e i supermarket; le insegne deficienti dei pizzaioli da asporto. La strada si arrampicò su una collina alberata: fra i pini marittimi, le ginestre ed i pioppi le apparvero i terrazzi di villette bianche ed ocra.
«Là», Irena le indicò, «c'è viale San Martino.»
Olga gongolò di quel benessere spudorato che affiorava da dietro gli alberi, le siepi, le reti, via via che salivano:
«È bello, qui.»
«Sì, l'hai scelto bene il tuo bastardo italiano. Che numero?»
Rallentarono a passo d'uomo fra il civico 400 e il 418; Olga si affacciò di volta in volta dal finestrino a leggere i cognomi sulle targhette dei campanelli. Le ringhiere di ottone, imperlate di temporale, luccicarono di un sole vespertino che sgombrò le nubi plumbee da un cielo rasserenato.
Chiese a Irena di fermarsi al 414. La biondina spense l'auto ammirata:
«... è proprio niente male...»
Un vialetto di ghiaia bianca si attorcigliava in un prato verde, e antistante la villa zampillavano tre sculture. A sinistra, a destra dell'edificio, si indovinavano la terra rossa di un campetto da tennis, e il cerulo lastricato d'una piscina essiccata; lo scorcio di un gazebo appiccicato di foglie marce: quasi che un architetto li avesse disposti là, in vista e non in vista, a ammiccare non sembrerebbe, ma il signore c'ha i soldi. Le finestre erano chiuse la maggior parte, e tende color crema, pallide e salmone, adocchiavano come larve dai vetri impolverati.
Olga si acconciò nello specchietto retrovisore, si imbronciò per una resa dei conti e suonò al campanello:
«È inutile», le risposero dal terrazzo di un'altra casa, «manca da due giorni.»
«Scusa?!», lei trasecolò.
L'anziana in pantofole, vestaglia e bigodini, appollaiata su una ringhiera della villetta adiacente, alzò l'indice e il medio con un astio contabile:
«... da almeno due giorni: non vedo l'automobile, e è tutto silenzioso, da... non so, quanto tempo. L'abbiamo anche cercato al telefono cellulare, e in fabbrica, per le quote che gli toccano del giardiniere e la sorveglianza: non ha mai risposto. Potrebbe pur essere che si è fermato alla ditta... Lei cos'è, una fidanzata?»
«Co powiedzieć? Nie rozumiem dużo włosku?»
«Ti ha dato della troia», Irena le riassunse, «e quell'uomo è sparito. Fino all'altro indirizzo c'è mezz'ora di traffico: dài, sali.»
Le aprì la portiera con un sospiro scocciato. Lei guardò la villa, la fontana cubista, la piscina, il gazebo, e il campetto di terra rossa, intristire di un tramonto di minuscola provincia, che si allungava sui tetti di una città-fregatura; si sentì caduta a terra, col perizoma che in effetti indossava, sul ghiaino bagnato, aguzzo e raggelato di quel sentiero dall'inferriata fino al portone che non si apriva. Tutta la tratta Polonia-Italia le pesò sull'umore. Il neon senza nome di un hotel a tre stelle, che si accese laggiù nel cupo, che ammantò la collina, la arrese alla stanchezza e la profonda afflizione.
«Grazie, mi fermo là», le si ruppe la voce, «c'ho bisogno di... insomma, sai com'è: di un po' di intimità.»
La ragazza guidò, senza aggiungere un sillabo, fino al marciapiede di quella pena d'albergo. La aiutò con le valigie. Prese un lapis da un portapenne al bancone e annotò su un dépliant il suo numero di telefono:
«Domani, casomai.»


Marco stese i piedi, si stravaccò sulla seggiola, si accese la sigaretta senza chiedere se poteva. Squarciapico si mise in bocca la caramella al mentolo, succhiò forte l'aroma azzurro dai labbri e pulì i baffi grigi col fazzoletto di stoffa a quadri.
«... ma è sicuro», ripeté, «che non vuoi niente da bere?»
Lui sorrise, scosse il capo, gli fece cenno che no, fra le volute di Malboro che gli appuzzavano la giacca blu; la cravatta, la camicia Fred Perry, ritirate al negozio da sì e no un'ora prima:
«Fai pure.»
Squarciapico sospirò sollevato, si riempì tutt'un bicchiere di Jaegermeister: lo levò alla salute dell'ospite e vuotò fino a metà:
«Stai bene», masticò, «ti vedo bene.»
«Lo so sempre che è un periodo di merda, e blabla, che se potessi mi assumeresti ma sai com'è: non sono venuto a domandartelo un'altra volta.»
«Hai bisogno di soldi?»
«Ne ho fatti. Ne farò. C'ho una lista di tutte ditte del circondario, e incomincio da te: ché siccome siamo amici voglio darti l'esclusiva.»
«Uhm, non so», Squarciapico tirò giù un altro sorso, «parli come quelli che vendono abbonamenti.»
«Dài, coglione: voglio farti un'offerta. Anzi: voglio farti un favore.»
«Non tirarla alle lunghe.»
«Quanto paghi le forniture di materiale per ogni, pressappoco, due-tre mesi di produzione?»
«Dipende: se c'è lavoro è una bella botta, ma mi rifaccio... Se non hai commissioni...»
«Fuori ho visto quei bidoni di vernice, le lastre di alluminio e le bombole di gas.»
«Quelle, per esempio, ci basteranno fino alla fine dell'anno.»
«Posso dartene altrettante e farti spendere la metà.»
«Seee! Eh la Madonna!», ghignò Squarciapico.
«Te l'ho detto: c'ho avuto culo. Ho rilevato da un'asta.»
«E io perché non ho saputo di quest'asta?»
«Te non c'hai la tua ragazza che è stagista nel Tribunale.»
«Con che soldi hai rilevato?»
«Ovvio, ho preso un prestito.»
«A te, le banche non ti guardano manco in faccia.»
«Lo sai, per queste cose, che non ci sono solo le banche. Non fare il santarellino.»
«Ti sei messo con gli usurai.»
«Ma va la'. Ti interessa, o devo andare da qualcun altro?»
Squarciapico si scolò l'intero tumbler di Jaegermeister, e esitò per qualche istante con la bottiglia al bicchiere.
La ripose nell'armadietto.
«Fosse un altro, a propormi 'sta cosa, avrei chiamati i Carabinieri: sa da truffa ma che manco Totò e Peppino, ti rendi conto?»
Marco schiacciò la sigaretta nel posacenere: gli soffiò sulla faccia, con le labbra arricciate, e gli fece l'occhiolino con un languido mugolio. Conosceva Squarciapico da... abbastanza, per sapere che se usava l'ipotetico lo avevi già convinto.
«Ti porto anche a vederla, la roba: me la valuti quanto credi che valga, pensa se non mi fido!; stabilisci una cifra e ci mettiamo d'accordo.»
«Subito, per esempio.»
«Subito», Marco inghiottì.
Il suicida là appeso che faceva già i vermi, che non aveva, né avrebbe avuto mai, lo stomaco di sciogliere, gli pencolò su idee confuse e bestemmie del come togliersi da quell'impiccio.
Squarciapico premette il pollice sul tasto verde dell'interfono:
«È un casino, stamattina, e non posso lasciar la sede, ma... Antoni!», gridò all'apparecchio.
Le scale, e il pianerottolo degli uffici, rimbombarono e tremarono di un'energica falcata.
Uno slavo gigantesco si affacciò sulla soglia:
«Tak to jest, titolare.»
«Antoni», Squarciapico li presentò, «questo è un amico, che ha un affare da proporci. Questo, Marco, è un uomo di fiducia e il nostro capo magazziniere.»
Lui si sforzò di non sembrare impressionato, e la mano gli scricchiolò dentro le grinfie di quel colosso.
«Potete prendere l'automobile dell'azienda. Se Antoni torna a dirmi che è roba di qualità, io te la compro.»
«E io non la fatturo, se ti è comodo: si potrebbe...»
Squarciapico li congedò con una pacca alle spalle, e Marco sprofondò, incapace di un'obiezione, sul sedile del passeggero di una Saab antracite. Lo slavo mise in moto:
«... e allacciati la cintura.»
«Sai dov'è viale San Marino?»
Seguirono la segnaletica che indirizzava alle vecchie fabbriche, si lasciarono alle spalle i capannoni di Squarciapico: le lamiere per allodole di un "nuovo corso" per fessi.
me la compri anche se è merda, altroché; sghignazzò. E tippettava con le Santoni in camoscio sui tappetini dell'auto.
Quell'uomo lo atterriva: non era solo enorme. Le rasoiate del sole basso dai finestrini, fra gli alberi, le barriere antirumore e i cartelloni scrostati, gli affittasi, svuotati d'ogni senso e scagacciati dai passeri, segnavano una faccia già scolpita di incidenti; e non ho voglia di chiedergli che cosa gli è successo. Tirava dritto con gli occhi fissi a laggiù, alla fine della strada: e teneva il volante, e pestava sui pedali, che l'automobile la stuprava. E a Marco, infatti, sembrò lo avesse duro.
«... e insomma», si azzardò, «da dove vieni?»
«Poznań; Polonia.»
«Bella, la Polonia: non ci sono mai stato. E da quanto, sei in Italia?»
«Sei anni.»
«Hai messo su famiglia?»
«No, c'ho una ragazza del mio paese.»
«... e che lavori per Squarciapico?...»
«Quattr'anni, tutto in regola», Antoni si ingrugnì, «Cos'è, sei poliziotto?»
Marco non trattenne una scoreggia di fifa:
«Tsè, poliziotto!...»
Oggi, casomai, dovrei dire il contrario.
Nell'iride celeste, e paurosa di quel mostro, specchiò l'enormità di quanto aveva commesso; quanto ancora stava per commettere e i centodieci di corsa in auto verso il fondo di quell'abisso. Furto, occultamento di cadavere e quel genere di delitti che si ascoltano in tivù: non lo aveva compreso con chiarezza, prima di ritrovarsi in quello sguardo assassino. Ma ormai, in quella stanza, c'era un morto disfatto; e quest'Antoni non gli sembrava di quei tipi che a un alt, c'ho ripensato, frenasse l'auto svoltasse ad U. E poi: chi se ne frega? Mancavano quegli un po' di chilometri; si sarebbe arrangiato, una volta al magazzino.
«... e figurati, che io e Squarciapico siamo amici fin da ragazzi: se mi ha detto che si fida, gli do' retta ad occhi chiusi.»
Il colosso non disse niente.
«Le fai sempre tu, per la ditta, questo genere di commissioni?»
«Su e giù per tutta Italia», la bestia annuì, «torno ieri in treno da Milano e c'è che già domani ho da partire per Catanzaro.»
«Fai la cresta, scommetto», lui gli strizzò l'occhio.
«Mi stai sui coglioni.»
Ma Antoni non scherzava.
Non scambiarono parola fino a viale San Marino; parcheggiarono in uno spiazzo sterrato tagliato a metà da una rete ed un cancello. Subito, lo slavo gli additò quel cazzo di lucchetto; gli anelli di metallo sbriciolati con le tronchesi:
Cristo, se n'è accorto!; Marco imprecò fra sé.
Antoni tornò nell'auto, aprì il bagagliaio, prese il cric e lo impugnò come mazza. Si spogliò del suo giubbotto di renna e lo avvolse all'avambraccio sinistro.
Ohgggesù, 'cazzo fa, questo, adesso?!
«Ti sono entrati i ladri: se fossero ancora dentro...»
È un cazzo di Chuck Norris, gli fumano i coglioni!
«Ho dovuto tagliare», gli ostentò indifferenza, «avevo perso le chiavi del cancello, e così...»
L'altro si aggrottò, niente affatto persuaso: le nocchie gli si sbiancarono nella stretta all'attrezzo, diede un altro giro alla giubba attorno al braccio.
«Ma lo vedi, che in giro non c'è nessuno?!»
«Dove entriamo?»
Marco fece il giro tutto attorno allo stabile, per evitare quel percorso di porte e corridoi che incrociavano la stanza di... Scacciò l'ombra dell'impiccato dalle pareti di cartongesso, dal linoleum con le impronte dei topi e lo scotch alle finestre.
E però, perlamadonna, non sarebbe dovuta andare a 'sto modo! Non sono ancora pronto, è inutile che cincischio!
Aprì ad Antoni il magazzino con le cataste di ben d'Iddio: l'altro, però, non le degnò di uno sguardo. Ma alzò il mento ai gradini per con una smorfia raccapricciata:
«Che cos'è quest'odore?»
«Ci sono dei... gatti morti, credo», lui impallidì.
«Credi?! È terribile!»
Marco lo trattenne che era già sulla scaletta:
«Ci sono dei gatti morti: farò disinfestare. Valuta la merce, e torniamo da Squarciapico. Ché il resto non ti riguarda.»
Benché attossicata di anidride carbonica, d'amianto, probabilmente; dei litri di olio fritto che ristagnavano nel Burger King, l'aria dai finestrini li spazzolò dall'olezzo. Si rituffarono negli incroci, nei gorghi del mezzogiorno, e guidarono, su un anello di cemento, fino alle fabbriche nuove e propositive.
«... e insomma, hai capito», ripeté la terza volta, «vi servisse anche dell'altro, probabilmente, ce l'ho.»
«È un gran mucchio di materiale.»
«È roba buona, per quello che me ne intendo.»
«Graaande qualità!», gli riconobbe il colosso; con il sorriso deliziato, paonazzo e conciliante del dopo-calice di vino rosso o una porzione di torta.
«Poi, è naturale, ci si mette anche d'accordo: può scapparci la percentuale, per te.»
Lasciarono la Saab nel garage di Squarciapico, attraversarono i macchinari silenziosi in pausa pranzo. Trovarono l'amico al telefono nel suo studio. Abbassò la cornetta e fece cenno che entrassero. Antoni restò in piedi, conserto, nella cornice dell'uscio; Marco si accomodò.
Squarciapico lo infilzò con uno sguardo interessato, che trapassò il loro essere in confidenza, la giacca, la cravatta, e la camicia Fred Perry; e il rovere della seggiola e si rivolse allo slavo:
«E allora: com'è?»
«I nie ma, titolare: non ci interessa.»
«Brutto stronzo!», lui trasecolò.


Già da due fermate era l'unica passeggera, e si ostinava a stare in piedi col dito indice su un campanello. L'autobus scariolava fra i capannoni svuotati, i cimiteri di biciclette e un argine di bambù; un fiumiciattolo d'acqua torbida limacciosa schiumava su un dislivello sotto un ponte ferroviario.
E un ciclista solitario su una pista serpentina.
«Scusa», Olga insistette col conducente, «viale San Mirino, sì eh?»
«Sì, è San Marino: stai tranquilla, ché non ti perdi»; si arrestò al cartello giallo arrugginito su una predella tutta ortiche e veroniche.
«Scusa», stropicciò il suo foglietto cancellato e gualcito, «które tutaj numer?»
Lo specchietto retrovisore le riflesse un mavaffanculo, l'autobus ripartì che aveva ancora le porte aperte; sparse i sassolini, la polvere e le foglie che invadevano d'ambo il lati quella strada in abbandono.
Olga su un intonaco lesse 10, nel suo foglio c'era scritto 88; oh Madonna di Częstochowa! Ma il cielo le rimandò solo starnazzi di uccelli, lo scroscio di acque putride e fruscii fra i canneti:
«... coi topi», si consolò, «non c'è da vergognarsi...»; e si scalzò delle sue belle Manolo Blahnik per la triste passeggiata fra le fabbriche neglette.
A un quarto d'ora di calze sporche e smagliate uno scooter era fermo sui cancelli di suo marito, e i lucchetti e la catena pencolavano tranciati.
Il serbatoio, il parabrezza del motorino era appezzato di figurine; le mascotte, gli scudetti, il rosso-nero del Milan si alternavano a pin-up e i logo gotici dell'heavy metal.
Le sembrarono collezionati e appiccicati con rabbia: l'uomo che conosceva non somigliava a quel booster.
Si infilò le tacco dodici e chiamò di qua alla rete:
«Scusa, tam właścicielem? Chcę porozmawiać z właścicielem!»
Saracinesche, finestre aperte e lo stormire dei salici; gracidii di ranocchie e il gorgoglio del torrente.
La azzittì la strana cosa che era là, dietro quell'angolo; e il cancello la assecondò. Lei, passo passo, si accostò alla larga fossa, ai sacchetti di calce viva; e i lombrichi in quel mucchio di terra fresca e la vanga, il piccone e una pala gettata al suolo.
Lo stormire delle fronde le portò un orrendo odore, e un pispiglio di imbarazzo, di panico e paura dallo spiraglio di un basculante.
«Scusa», gridò più forte, «kto tu jest?!»
Alzò il basculante e si chinò per entrare: l'olezzo, e l'aria fredda, si combatterono sulla soglia. La penombra desolata e mefitica di un garage la stordì di vertigini di mal di testa e di nausea. Si sentì le gambe molli, si appoggiò a una colonna portante.
Da una porta socchiusa al lato opposto esalò un altro alito di inferno.
Qualcuno spalancò del tutto l'uscio.
Un cadavere era appeso a una trave del soffitto, gocciolava schifosi icori e larve bianche su un tavolo. Olga strillò, si accasciò alla colonna; quello le saltò addosso all'improvviso dall'altra stanza. Strabuzzava gli occhi rossi impazziti dietro il fazzoletto che era legato fin sopra il naso.
Dita viscide, di lattice, la afferrarono alla gola.


Irena si sdraiò già avvoltolata nel plaid, e appoggiò la tisana sul tavolino dell'Xbox.
«Sei comoda?», Antoni la accarezzò.
Lei gli si strusciò con un miagolo lamentoso, e affondò, rannicchiata, fra i cuscini di velluto.
«... e allora», lui rise, sollevandola con il sofà, «dov'è il telecomando, ché in tivù c'è Bruce Willis?»
Le fece il solletico, la scrollò, la annodò nella coperta; la arruzzolò di capriole la tenne in braccio le fece il dondolo. La coprì con i cuscini, la ingabbiò sotto il mobile rovesciato; e ingobbì, da orango istupidito, nel concerto ovattato delle molle e l'imbottitura:
«Non lo trovo!», sbuffò, «E dove ho messo la mia ragazza?!»
Irena affiorò, sotto il plaid, il divano, con il remoto nella sinistra e la destra a revolver; la puntò al telecomando:
«Se vuoi vedere Focus, il rugby e True Detective, riordina il salotto e massaggiami la schiena.»
Antoni si arrese con un ohcccazzo in falsetto, non è gente che scherza!; si intascò il telecomando nel pigiama e si inchinò ché gli salisse sulle spalle.
Il salotto tornò com'era, si accoccolarono sul velluto, sintonizzarono su Rai4 ché andava in onda Slevin.
Le sue dita le corsero sulle vertebre.
Irena si abbandonò sulle ginocchia di Antoni: lui, però, si scansò con un aspetta. S'alzò in un istante; la lasciò stesa e filò fin in camera.
«Cosa c'è?»
«Che oggi è martedì.»
Gli gridò ch'era un maniaco e pretendeva le coccole; e si era perso la scena dell'aeroporto e la mossa Kansas City.
«È essenziale pulirle», tornò con due Beretta; e un kit di boccette, di strumenti, di kleenex, si sedette e smontò le due pistole.
«Ma un altro giorno? Ma un'altra ora? Ma un'altra volta che adesso e subito?!»
«... è che non essere precisi e regolari», scovolò le due canne, «si perde l'abitudine: se poi si inceppassero?...»
Picchiarono Josh Hartnett, lo portarono da Morgan Freeman; entrò in scena Lucy Liu nel corridoio del condominio.
«... ma è tanto, ormai, che non ci servono...»
«Siamo molto migliorati», Antoni annuì; spazzolò gli otturatori e soffiò forte i residui, «solo i coglioncelli risolvono con le armi.»
«Dài, cazzo! La polvere da sparo nel mio bicchiere di infuso!»
«Non è vero.»
«Sì che è vero!»
«Ne faccio un altro, finito qui.»
«... ma è successo qualcosa che non sai se vuoi dirmi...», Irena si incupì.
Antoni le porse la sua Beretta, pulita: tenendola per la canna, in una pelle di daino, come a intenderle che le spettava e apparteneva a lei sola.
Viceversa, però.
Ben Kingsley con lo shotgun sotto il rotolo di Torah, il figlio omosessuale e gli agenti del Mossad.
«C'è un carico di roba che così non ne ho mai vista.»
«E a chi la vuoi rubare, ché metti in conto di farlo fuori?»
«Anzi: è incredibile, ma non c'è un proprietario. È un carico di merce abbandonato in un capannone, coi topi. Da farci almenoalmeno quel milione di euro. Solo, che un imbecille s'è messo in mezzo.»
«Che genere, di imbecille?»
«'na mezzasega che è pure stupido, stronzo e disonesto: sono i più pericolosi.»
Il Boss, e il Rabbino, con il sacchetto di plastica appiccicato alla faccia; Lindsey che si rialza dopo i colpi al torace e Mr Goodkat che li ritrova all'imbarco.
«... ché alle volte», Irena sospirò, «devi ucciderli per forza...»


Si annodò il fazzoletto, indossò i guanti sterili e si sforzò di guardar fisso per due minuti l'orrore in disfacimento che era legato alla trave.
Due minuti di cronometro per abituarsi per non sboccare; centoquindici secondi; novantotto... Quanto è lungo un secondo?!
Si asciugò la fronte madida dal sudore dello scavo, gli restarono fra i capelli, sugli occhi, quelle briciole di ghiaia e terra nera e bagnata; l'accecarono, diomadonna! Si sfregò e lacrimò la sporcizia.
Nei polmoni aveva ancora un focolare di fatica; gli dolevano tutti i muscoli, per quel lavoro in cortile: e il peggio, inghiottì, deve ancora venire.
Sgombrò il tavolo, salì in piedi, faccia a faccia al cadavere: frugò in tasca quel ridicolo taglierino e lo gettò con un dioporco nel sozzo del pavimento; ché si era inciso il pollice fin il sangue e la cinta, al contrario, s'era appena sfilacciata.
La scrollò d'un grumo vivo di larve e si accorse che era pure borchiata, 'sto stronzo di cowboy!; e la lama del temperino s'era spezzata alla fibbia.
Ci volevano le tronchesi che gli servirono al catenaccio.
Saltò giù dallo scrittoio di formica e i vetri, e il pavimento, gli tremarono tutt'attorno; e un barrito di motore gli echeggiò dall'altra stanza.
È un autobus che accelera qui davanti alla fabbrica, si impose di calmarsi: guardò la fiancata arancio, le ruote, lo scappamento sul tetto, allontanarsi per viale San Marino diretto a un altro nulla di edifici in abbandono.
Solo un corpo che si disfà e gronda roba: non ne hai visti nei film?; solo un trancio andato a male come di pesce e di carne.
Marco tornò all'opera, riattaccò con la cintura: un croc disgustoso di cartilagine, e d'ossa, lo persuase di lasciar perdere e cercare le tronchesi.
Appoggiate là in un angolo poco discosto alla buca.
Ridiscese dagli uffici nel garage attossicato, si ingobbì sotto il battente di ferro e tornò all'aria fresca. Il salubre stantio di piante marce e di fango.
Si accorse di quella figa, tutta in tiro, ma scalza, che di brutto si avvicinava alla fabbrica: sì, viene qui!
Si appiattì contro un muro, continuò ad osservarla: gli sembrò le interessasse al suo booster, 'sta troia; specie che adesso si rinfilava le scarpe... e se sale e se la tela?!
Il tinnio delle chiavi, nelle tasche dei pantaloni, gli servì a restare calmo fermo zitto non svalvolare.
Ma la bionda, stracazzo vuole, si schifò del motorino; si aggrappò alla recinzione e gridò scusa sailcazzocosa.
Non è italiana.
Dev'essere una puttana che si è persa da queste parti: che sbraiti, sta zitto! Se si convince che qui dentro non c'è nessuno, e si stanca di gridare...
Marco sgattaiolò sotto l'ombra del basculante, tenne d'occhio l'intrusa che aveva smesso di urlare.
Ma adesso era entrata, si avvicinava alla fossa, e guardava sconcertata agli attrezzi fra i lombrichi.
E sbiancò del puzzo orrendo che esalava da...
Riattaccò un'altra volta con la lagna in puttanese.
«Lo ha scoperto! Vuole entrare! Cosa faccio, diomadonna?!»; si accorse, però, questa volta, che pensava ad alta voce e era fottuto per certo.
La tizia sollevò di un altro poco la porta, e stordita dal puzzo chimico crollò sulle ginocchia. Lui vide l'ombra dell'impiccato nell'altra stanza strisciarle nera addosso dallo spiraglio dell'uscio.
Urlò come una matta.
«Io t'ammazzo!», le corse addosso; si rotolarono nello sporco.


Antoni spalancò il basculante, e l'alito dell'inverno spazzò quel tanfo chimico. Saltò dentro con la pistola puntata e ruggì che stesse fermo, coglione!; si sorprese di quei due che si azzuffavano nell'immondizia.
«Ohi, voialtri!»
Neppure lo ascoltarono: l'imbecille stringeva il collo alla bionda, la teneva schiena a terra nel sozzo e si accaniva di cavalcarla; ma quella gli insanguinava tutta la faccia d'unghiate, lo fiaccava di pedate e ginocchiate alle palle:
«Pomóż!»
Si infilò la Beretta nella cintura dei jeans, si mise in mezzo, li separò, li alzò per la collottola e li sbatté in due cantoni antistanti. Quello stronzo e truffatore era sicuro non gli piacesse, e dell'altra si fidò, se era polacca!
«Aiuto!»
«Stai serena, compaesana, ché arrivano i nostri.»
Il bel volto della biondina si incendiò di un gran sorriso, lo schifoso ci si provo, a strisciare su quella rampa: lui gli corse dietro, lo afferrò alle caviglie, gli ruppe il grugno sui gradini di ferro e gli affondò con lo stivale nel ventre.
«Ti voleva violentare?», domandò alla ragazza.
«M'avrebbe uccisa, mi sa.»
Antoni sputò in faccia a quello stronzo imbecille. Gli fece un occhio viola e gli fece grondare il naso. Uno schizzo del suo sangue gli sporcò le labbra e il mento, e il sapore dolciastro gli lenì il puzzo orrendo.
Già: i gatti morti...
«Io ti conosco, gran figlio di puttana!», l'idiota lo minacciò schiumando rosso e saliva, «Sei quello che lavora per Squarciapico!»
Antoni gli pestò l'altro occhio, ché ancora ci vedeva troppo bene; né lo aveva abbastanza ripassato che comprendesse l'antifona.
Ci provava, a far la lotta.
«Vuoi fregarmi la roba, eh?! Ma io ti rovino, immigrato di merda! Ti mando in galera! Ché te non ce le hai, le palle di ammazzarmi! E io mi metto in piedi e ti ritrovo!»
Gliene diede un altro in faccia perché smerdava la madrepatria, e gli spaccò con un cazzotto due costole per fargli capire che il coraggio ce l'aveva.
Tirò il cane alla Beretta, gli affondò la canna in gola e gli soffiò in un orecchio:
«Vai alla questura a raccontare di questo posto, di me; del titolare che c'hai provato a fregarlo e che la merce che c'è di là ti appartiene davvero. Dài, vacci: accompagnali fino a qui per le indagini, a annusare questo puzzo di...»
Oh, diosanto.
Lasciò andare lo sporco stronzo e arretrò inorridito.
Irena si affacciò rinfoderando la sua pistola, senza smettere di tener d'occhio l'esterno tamburellava allo stipite:
«Niente, amore: non c'è nessuno. Ma è una buca che è scavata di fresco; le impronte...»
Lei, la biondina, si guardarono ammutolite, esitarono, si strinsero abbracciate. Un urgente e disperato ti prego; che cosa ti è successo?!; e che fai, qui?!; si intrecciarono nelle voci incrinate che smorzarono l'una contro il petto dell'altra.
«La conosci!», lui si sbigottì.
«È la ragazza che si sposa in Italia: t'ho raccontato della stazione e la vecchietta al terrazzo.»
«Dài, uscite: torna al camion.»
«Quello lì, è l'imbecille? E la merce?»
«Nel deposito all'altro lato. Va' via, posso fare da solo.»
«Ohmmmadonna... che cos'è quest'odore?!»
«Muoviti, ti ho detto. Tieni il motore acceso.»
«'Cazzo c'hai?! Mi fai male!»
Antoni spinse Irena fuori dal garage, abbrancò anche quell'Olga; e cercò di interporsi fra lei e...
Troppo tardi: l'ha visto!
… che corse a vomitare contro un palo nello spiazzo.
«Ohcccristo!», pianse isterica.
Lui la accarezzò, le pulì le labbra sporche, e la strinse per le spalle e ripeté di ascoltarlo: guardami!; come se non ci fossero che le pupille di entrambi.
«Credo di aver capito, com'è andata questa storia. Ma noi ce ne fottiamo, e quello stronzo è nella merda davvero. Carichiamo quel che possiamo e filiamo in un istante: anche un paio di imballaggi, sono un sacco di soldi. Chiudetevi nel camion, con la tua amica: ché me la sbrigo.»
Le lasciò lì dov'erano, inebetite, sbiancate; e filò nel magazzino a accaparrarsi la roba.


Irena si rizzò, guardò fisso a quell'orrore, strinse i denti e smise di tremare. Dài, cazzo. Si accucciò vicino ad Olga, le asciugò le gote rosse, e le strinse il fazzoletto fra le dita scorticate. Le ricompose i capelli sulle orecchie e la baciò sulla fronte.
«Stai calma, ché è tutto a posto.»
«Voglio andarmene!»
«Ti porto via»; e la avvolse nel suo giubbotto di pelle e si intascò il portachiavi con il ciondolo FIAT, «fra un attimo, sì?»
Sfoderò, si coprì il naso e rientrò nel garage.
L'ombra sporca del garage echeggiò del colpo in canna.
Soffocò la tentazione di crivellare quel porco: buttato là da Antoni, nella polvere, l'immondizia, indistinguibile dagli stracci e dal lerciume del pavimento, si trascinava piangendo ahia e non riusciva ad alzarsi. Ricadeva a pancia in su e la bocca aperta col fiato corto, ansimando per un'aria avvelenata che era meglio non respirasse; è coglione. Sotto il viola dei cazzotti, e lo scarlatto dei tagli, era pallido, e sudato di nausea, del puzzo putrido dell'impiccato nell'altra stanza. E gli sciami di esserini che scrollavano dal morto, quasi obbedissero una sentenza non detta, gli strisciavano incontro gozzovigliando nei suoi umori; una resa dei conti in un groviglio di cose bianche. Dio, che schifo!
Ci sarebbe stato bene, un proiettile, in quella testa.
Ma Irena salì i gradini di quella tomba a scaffali, schedari e scrivanie e restò sotto il pendolo del cadavere alla trave.
La luce inopportuna di un limpido pomeriggio, che batteva alle finestre appannate dall'abbandono, scintillò sul giallo lucido di una busta accartocciata: le sembrò quasi nuova, rispetto alle scartoffie rapprese e scolorite; e la stupì che fosse intonsa dai vermi.
Raccattò, spiegò con cura la pallottola di carta e ne lesse il corsivo. Mano a mano che comprendeva lo scritto, le parole le uscirono come sillabi di preghiera: il cartello toponomastico là in strada, Viale San Marino, le ammiccò da un lucernaio; le tornarono le somme e le prese il groppo in gola.
Quella matta di polacca non mi avrà preso sul serio. Se venisse qui in Italia, poverina, speriamo no.
Ritornò dal maiale, di là. Gli avvicinò la rivoltella all'orecchio e gli fece ascoltare il clic.
«Sentilo, il rumore», fece apposta a sussurragli in polacco: ché in certe circostanze, sono molto più paurose le parole che non capisci; «mi fai schifo, ché aggredisci le donne. Mi fai schifo, ché ti approfitti dei morti. Mi fai schifò, ché non hai manco mai ucciso nessuno, scommetto.»
L'odore dell'orina le insozzò le narici, e un rivolo giallognolo colò sul pavimento. Gli affondò con gli stivali nelle palle, semmai le avesse avute; torno a accucciarsi vicino ad Olga e le porse la lettera.
Lei la scorse istupidita e indifferente, la guardò con gli occhi lucidi smarriti e fece no con la testa.
«Scusami», Irena si ricordò che non leggeva l'italiano: le tradusse rigo a rigo con più tatto che poté finché gli occhi dell'amica la supplicarono di non aggiungere altro.
Antoni riapparve con due bobine di fil di rame.
«Lasciale dove sono.»
«Sei matta, tesoro?»
Usò quella voce di certi loro bisticci, che lui aveva torto; doveva arrendersi con la coda fra le gambe e accontentarle i capricci:
«Con tutto il resto, t'ho detto. Ogni cosa che è la dentro, questo posto e la casa, le appartengono di diritto. Se vuoi sbarazzartene», si addolcì rivolta ad Olga, «mi telefoni e ci si mette d'accordo. Ti tratto bene: te l'ho spiegato, che con Antoni compro e vendo...»
L'altro abbandonò le due bobine nel cortile, le fece cenno che gli passasse le chiavi e salì, tutto immusonito, nell'abitacolo del furgone. Le sembrò fumasse nero dagli orecchi più del tubo di scappamento, e seppe che a casa sarebbe stata una bella lotta: fece mente locale di quel cassetto del guardaroba dove aveva la guêpière che serviva a persuaderlo.
Chiese ad Olga di seguirla nel garage. Lì chiuse la porta che guardava all'impiccato e si sedettero su una tanica faccia a faccia al miserabile.
«È orribile qui: ti manderò degli amici che fanno le pulizie... se è chiaro che cosa intendo.»
Olga annuì. Irena le mise in mano il revolver:
«Raccolgono di tutto e non fanno domande; e qui ce n'è, di roba da buttare. Ciao, bella: ti vedo presto, sì?»
La lasciò là e socchiuse il basculante.
Lo stridio di metallo e il piagnisteo di quel bastardo.
Corse al camion e partirono sgasando.
Poté essere uno sparo o il ruggito del motore. Anche Antoni incazzato che le gridava perché?!


Gli premette la bocca fredda dell'arma sulla fronte madida accalorata, gli sembrò che pregasse; chiamò la mamma, implorò pietà ma quella stronza non lo ascoltava. No, diosanto! Non lo capiva! Si segnava con gli occhi al cielo e la pistola puntata; e che cazzo bisbiglia?!
Si provò di ruzzolarle lontano o di alzarsi per picchiarla; fosse pure per darle un calcio e farle perdere l'equilibrio. Ma un dolore dappertutto lo inchiodava al pavimento, ché quella bestia lo aveva ridotto male; molto male.
E lei gli stava sopra, con un piede sul torace, e avrebbe potuto fargli tutto ciò che voleva.
Diomadonna! Perché?! Che le ho fatto di male, a 'sta puttana?!
E di sicuro se la sarebbe goduta. 'Sti sadici ucraini, 'sti albanesi, 'sti serbi, 'sti rumeni e 'sti zingari dimmmerda.
E la stronzata che quando muori c'è il telefilm della vita.
Poi, d'improvviso, lo guardò fra lo stordito e il crudele; e quasi gli scavò con la pistola in mezzo agli occhi.
«... se io non ti ammazza», balbettò a mezza voce, «tu mi sposa, sì?...»