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venerdì 29 agosto 2014

Corsi di Sceneggiatura presso ArteM

Sono aperte le iscrizioni al mio Corso di Sceneggiatura presso ArteM - Associazione Culturale della Provincia di Pesaro e Urbino. Ecco informazioni e programma:

Località:

PESARO

Via Mameli 38 - Centro Direzionale Benelli, Pesaro, Marche, Italy
Informazioni sul Corso:
Categoria:Corsi di Formazione Artistica ArteM
Inizio:Venerdì, 07 Novembre 2014 - 20:30
Fine:Venerdì, 30 Gennaio 2015 - 22:30

 DURATA DEL CORSO: 
20 ore (10 lezioni da 2 ore per un giorno alla settimana) orari 20:30 - 22:30 il venerdì.
Inizio corso al raggiungimento del numero minimo di 5 iscritti.

Il corso fornirà allo studente tecniche, metodi, strumenti narrativi propri della scrittura per il cinema e il video; con incursioni nello script per il web, il fumetto e nell'ambito storytelling. Il percorso prevede una parte teorica di carattere narratologico e grammatico/filmica: finalizzata all'apprendimento delle regole, le tecniche, le convenzioni tipografiche e editoriali di scrittura per il cinema e per il piccolo schermo. Inoltre la visione, la lettura e l'analisi di testi televisivi, filmici e letterari. La parte teorica sarà completata da frequenti esercitazioni e verifiche scritte.
PROGRAMMA DIDATTICO:
  • INTRODUZIONE AL CORSO Clustering - Soggetto – Scaletta – Trattamento – Sceneggiatura - Decoupage Tecnico / "Sceneggiatura di Ferro": definizione e convenzioni tipografiche. Esercitazione scritta sulla forma Soggetto
  • ELEMENTI DI GRAMMATICA FILMICA
  • STRUTTURE NARRATIVE Storia e Racconto – Nuclei e Indizi - Modello Attanziale – Struttura in Tre Atti – Struttura in Nove Atti – Viaggio dell'Eroe. Altri strumenti tecnico/strutturali: "Scene-Sequenza"; Montage; Establishing; Flashback; Flashforward. Analisi strutturale di testi filmici
  • STRUTTURARE IL PERSONAGGIO Enneagramma del Personaggio
  • IL DIALOGO Dialogo cinematografico e dialogo televisivo ("iterativo"). Esercitazione scritta sul dialogo
  • LA SCENA
    La scena come unità narrativa – il principio dello "show don't tell". Esercitazione scritta sulla scena.
  • I GENERI LETTERARI/CINEMATOGRAFICI forme, criteri e destinatari della narrazione "di genere" – la sceneggiatura "on spech"
  • DEFINIZIONE E COMUNICAZIONE DI UN UNIVERSO NARRATIVO
    Fonti e "Tradimento" delle Fonti – Filologia, Citazione e Suggestione
  • ALTRE FORME DI SCRITTURA FILMICA E VIDEO Serie; Microfiction/Webseries – dodecalogo della Microfiction; scrivere le forme "Docu"; Spot; Videoclip; Booktrailer; Blognovel; "Round-robin". Esercitazione progettuale per una webserie.
Il Corso prevede la visione e l'analisi di produzioni cinematografiche, televisive e web; nonché la lettura e l'analisi di testi letterari.
MODALITA' DI SELEZIONE:
il corso sarà effettuato al raggiungimento minimo di n. 5 iscritti. Se non si riuscirà a raggiungere il numero minimo previsto, si effettueranno i rimborsi delle quote già versate. A fine dell’intero corso verrà rilasciato per ogni partecipante richiedente un attestato che qualifica le competenze apprese durante il corso. * Il programma può essere soggetto a variazioni in base a specifiche richieste del partecipante.
DOCENTE
Alessandro Forlani è docente di Sceneggiatura, Drammaturgia e Videoteatro presso l'Istituto di Comunicazione Visiva Multimediale e Spettacolo dell'Accademia di Belle Arti di Macerata; è docente di Scrittura Creativa presso Scuola Comics Pescara ed è stato tutor e docente a contratto di Regia e Costumistica Teatrale e Cinematografica presso l'Università di Bologna (DAMS e Tecniche della Moda e del Costume). Premio Urania e Premio Kipple 2011 con il romanzo “I Senza-Tempo”; Premio Stella Doppia 2013 con il racconto “Materia Prima”; pubblica saggi, romanzi, antologie di narrativa fantastica in cartaceo ed e.book presso vari editori.
COSTO
Iscrizione annuale all'Associazione ArteM euro 20,00 + euro 150,00
L'iscrizione ai corsi dovrà essere effettuata tramite il nostro sistema informatico e si completerà con il pagamento dell'importo richiesto, tramite una delle seguenti procedure a scelta: carta di credito / paypall - bonifico bancario - in contanti - prendendo accordi con la nostra segreteria.

Contatti:

ARTEM ASSOCIAZIONE CULTURALE

Via Mameli, 38 (Centro Direzionale Benelli)

61121 Pesaro PU

Provincia di Pesaro e Urbino 
Marche - Italy
Tel. 346.13.83.883
Siamo reperibili telefonicamente dal lunedì al venerdì 
(escluso il giovedì) dalle 18:00 alle 20:00


giovedì 21 agosto 2014

Cartoline Steampunk e una foto di gruppo

Sto completando il secondo libro di Clara Hörbiger, e come il solito mi occorrono scarabocchi per "vedere" certe scene e scrivere di conseguenza. Nell'ordine: la nostra eroina rapita da un roboto (Capitolo 11):


... che si rivela non automa ma golem e affronta un Esoscheletro Krupp (Capitolo 12):


Uno studio di Bombardigibile Oculo-Occulto Savoia (l'equivalente degli odierni stealth: non chiedetemi come faccia a funzionare! Non ci ho ancora pensato!)


... e Incursori Racchettieri Savoia che si calano su una chiesa di Vienna (Capitolo 14); in vista dell'episodio della Cripta Meccanica.


E chiudo con una "foto di gruppo" (tentativo malriuscito a colori) di quasi tutti i protagonisti dei miei romanzi e racconti. Da sinistra, di spalle, c'è Tristano, il Grande Avvilente; Clara sulle ginocchia del Senza-Tempo Monostatos (c'è una certa affinità elettiva, mi pare...); Eleanor Cole al centro con Farinelli; il Commissario Politico Anatoliy Volkov e, sullo sfondo, Nauzikaa e "Rommel" ancora dai Senza-Tempo. A terra c'è un Selenita stecchito (ben gli sta, fottuto alieno!); in cielo, la Macchina Insurrezionale di Monsieur Banlieunoir incrocia un'helionave del XXVII secolo.


sabato 16 agosto 2014

Clara Hörbiger - 12


12.
Il roboto sfondò nel corridoio, le scale, schiantando chicchessia gli si parasse di fronte: domestici e soldati, rovesciati negli angoli, tossirono di sangue e catarro e denti rotti, con i labbri spaccati dai cazzotti di ottone. Sciabole si infransero sul petto di metallo, e le salve delle Gasser scintillarono inefficaci. Clara era aggrappata, stordita e nauseata, gambe all'aria coi ricci sciolti su una spalla dell'automa.
«... e mi si vedono le mutande!...»
Stai zitta, mocciosa.
Quel puzzo di cose organiche e morte, e cattive, la attossicava; epperò si rese conto d'un tratto, e stupì, che benché fosse appoggiata alla caldaia del roboto, e con il tubo di scappamento che le premeva alla faccia, che il boiler non buttava né vapore né cenere: l'automa era freddo. E insozzava i pavimenti di una sorta…
«... sembra argilla...»
La portò giù per le scale fin nell'atrio, nel salone di ingresso. Gli impiegati, i domestici, si acquattarono ai mobili; le signore e le servette si accasciarono svenute. Gli ufficiali si intestardirono di resistergli: le pallottole e stoccate, le bestemmie, e le prese di lotta, le scrosciarono tutt'attorno né scalfirono il roboto, che se la tenne più stretta al collo e cozzò su un'altra porta. La abbatté con un pugno: corse sopra a quell'uscio scardinato, e scheggiato, e uscì nel cortile fin il portale di ingresso.
Fra i comò fatti in pezzi, fra i sofà ribaltati, scavalcati gli atterriti che guaiolavano sdraiati in terra, Caterina li inseguì con un'audacia assassina.
I Feldjäger di sentinella, in esoscheletro Krupp, sferragliarono all'attacco sulle porte della reggia.
«Oddio, la bambina!», l'Oberleutnant gridò.
Clara si appiattì sul carapace di ottone, i proiettili di gatling le fischiarono incontro. L'automa scansò con impossibile destrezza, sopportò tutt'una scarica alle braccia e addosso il petto.
«... e adesso perde l'olio, la brace e gli ingranaggi! Lo abbattono, mi salvano da questo mostro impazzito!...»
Rassegnati, a' regazzina: c'hai da venire commé.
«... questa voce che è come dentro l'automa... quest'accento romanesco!...»
Ma dai fori di pallottole e gli squarci nell'armatura non gocciolarono il cherosene né tintinnarono le rotelle. Quell'olezzo le sforzò un altro conato: vomitò testa all'ingiù, quasi priva dei sensi, sulle placche di metallo crivellate e lacerate. E i pezzetti dell'addome, le ginocchia e gli spallacci fracassarono sui marmi che fumarono di bossoli.
E non c'erano, dentro, gli ingranaggi e l'idraulica; la caldaia, le cordicelle e quegli aggeggi dei roboti: c'era argilla impastata con ossicini e capelli, gocciolante un umore che odorava di orina. Un impasto schifoso, che era viscido, e vivo, e espelleva i proiettili e si aggrumava di nuovo intatto.
«... ed è simile ai miei carrion», Clara rabbrividì; e gridò a Caterina che non era un automa, «è inutile sparargli!...»
«Cos'hai detto?!», si imbestialì la vichinga, già assordata dal revolver che le tuonava nel pugno.
Una scarica di otto colpi dritti in fronte a quella cosa: la sua testa di barattolo s'incrinò e si spaccò.
Caterina sbiancò con l'arma scarica: teufel, mein gott!; Clara sentì i Krupp, sulla soglia della reggia, che esitavano all'assalto con i mitra ammutoliti.
Non riusciva a vederli, ciondoloni com'era.
«Cosa aspettano, 'sti cretini?!»
Nei cristalli dell'abitacolo dei Feldjäger dinanzi a sé vide il volto orripilante nell'involucro spezzato: una faccia abbozzata, limacciosa e feroce, con un occhio, qualche dente, un orecchio e cartilagini: pezzi guasti d'un cadavere in un panetto di fango. Sulla fronte erano incisi tre caratteri in ebraico.
Lei ne aveva lette, di quelle storie dell'Est Europa:
«Santo Cielo!», sbigottì, «Non esistono, i golem
Il mostro si scrollò dal carapace fasullo e restò, invulnerabile, un organico orrore: visceri essudavano in un impasto di argilla, irrobustito d'ossa umane spaiate e gomene e listelli tutti incisi di lettere.
Gli Jäger, nei cockpit, si segnarono inorriditi.
Michele, paonazzo, precipitatosi per le scale, li raggiunse nel cortile e si strinse a Caterina; strabuzzò con un occhio pesto, tutt'eccitato dal golem.
«... guardalo, com'è contento il cretino! Salvatemi!...»
«... è roba del tuo genere», inghiottì la vichinga, «sforzati, bambina; puoi fargli... un incantesimo?!...»
L'olezzo, la nausea, i sussurri maligni, le offuscavano le idee le ottundevano i sensi. L'abbraccio di quel coso, la terra e le budella, le inzaccheravano mente e corpo e le assopivano la coscienza; la fanga e le frattaglie le traboccavano dalla testa!
«... è più forte, e non ce la faccio...»
Desisti, bambina.
Il golem calciò Caterina in un angolo, e stese Beltramini con un alito di oltretomba. Gli Jäger eruttarono tutt'un nastro di munizioni: gli si smorzarono nel corpo molle; e schioccarono le enormi chele meccaniche e sbuffarono all'assalto.
L'essere corse incontro i due Krupp, e affondò con un pugno nell'abitacolo di un pilota: la cabina si insozzò di una schifida poltiglia, e il golem calpestò l'esoscheletro che si incendiò sul pavimento annerito. Li avvolse una nube di vapore e di cenere.
Li assaltò l'altro Jäger, mulinò le tenaglie: le affondò nel ventre molle del mostro e spruzzò tutto il cortile di interiora e di fanghiglia, si accanì con la mitraglia dentro il petto dell'orrore. Ma le viscere e l'argilla, le assicelle e le ossa, si mescolarono, si ricomposero, negli squarci e le ferite: e il golem strappò l'arto con la chela dell'avversario, gli stritolò la mitragliatrice fra gli artigli terrosi; lo abbatté disarmato, in un angolo dell'atrio, e spaccò l'abitacolo e schiacciò il Cacciatore.
Saltò sopra il rottame e cozzò contro il portone, e eruppe in Piazza Duomo terrorizzata e trasecolata. Le centinaia di volti lividi esterrefatti, le vapormobili, i triciclisti, le signore svenute, le girarono tutt'attorno in una giostra di grida, la accecò il caleidoscopio dei lampioni e dei fanali, delle lampade e le finestre e di insegne di caffè; la assordarono i clacson: Clara svuotò quel poco che le restava negli intestini sulle natiche del golem già abbastanza schifose.
Guardò un'altra volta all'ingresso del Palazzo: e sperò che Caterina, che l'Arciduca o Radetzky le riapparissero inferociti con l'armi in pugno all'assalto; non s'arrendessero all'abominio! Morse, e graffiò, nella sostanza del golem:
«Lasciami!», strillava, «se ci fosse il papà!...»
Epperò, da quell'androne violato, che ancora era incendiato dallo scontro con i Krupp, non uscirono il Maresciallo o Ranieri all'inseguimento; né i soldati della reggia già abbattuti dall'essere; né Beltramini né la vichinga né...
Era sola! Rapita!
Il golem si infilò in un incrocio di vicoli, fracassò staccionate, lamiere e paratie di un oscuro labirinto fra gli edifici del centro. Percorsero mezz'ora di sporcizia e di abbandono, e si ingobbirono al basculante d'un desolato garage.
Un'anonima vapormobile, coi finestrini oscurati, spalancò una portiera in un invito a raggiungerla.
Il golem si accostò alla vettura: Clara si accorse che da demonio di distruzione s'era fatto, tutt'un tratto, tremebondo ed ossequioso; quel timore degli agnelli che si accodano al macello. Si inchinò alla portiera, riluttante, e devoto, e alla buon'ora la liberò dalla stretta; la costrinse ad accomodarsi in una soffice oscurità.
Nigra le ammiccò in un cordiale benvenuto: gli occhi, il sorriso, il fascino del giovane le smorzarono la rabbia e l'imporporarono di imbarazzo.
Ohilà. Ché non era un rapimento mica male... Non la aveva dimenticata, dall'avventura in Romagna!
«... buonasera avvocato...», balbettò tutt'elettrica. Si rese conto d'essere sozza e arruffata con gli abiti gualciti da un guardaroba di un inferiore, ohgggesù; aveva addosso quegli straccetti da cameriera umidi inzaccherati dagli umori del golem. E chissà che non un foro di proiettile.
Ma insomma: componiti!
Si trattava, in fin dei conti, di un infido piemontese: inghiottì di vergogna, ricordandosi di papà! Gli strillò contro tutti gli insulti che conosceva, gli arrossò quel volto bello da artista d'un ceffone dovuto; lo accusò gli ruppe i timpani di villania e di codardia.
Dalle tenebre di cuoio dei sedili dei passeggeri le affiorò la faccia pallida e grassoccia di un altro uomo:
«È questa, la ragazzina che ci interessa?»
Quella voce cattiva nella mente e del golem!
L'avvocato annuì. L'altro si affacciò dallo sportello del vapormobile, schioccò le dita candide, macchiate di argento, e il mostro si inchinò e gli offrì la fronte. Lui grattò l'aleph dalla scritta in ebraico: l'abominio si sgretolò sul selciato, e appuzzò tutto il vicolo d'un fetore cimiteriale. I liquidi, il fango, le insopportabili parti molli, gocciolarono fumanti in un tombino discosto.
Serrarono gli sportelli e bussarono a cassetta: partirono. Le tendine di panno le occultarono per dove.
Clara non smetteva di dare in escandescenze: Nigra la supplicava di stare buona, di non gridare; ché non le avrebbero fatto male e che le avrebbero spiegato tutto.
Quell'uomo le premette un fazzoletto sui labbri: un odore clorato le bruciò le narici. Gli occhi le s'offuscarono di girelle colorate, le si sciolse il cervello; sprofondò, tutt'un tratto, in un abisso di sonno.

venerdì 15 agosto 2014

Verrà l'Autunno

Al giro di boa di ferragosto, quando i giorni volgono all'autunno, qualche anticipo sulle prossime uscite.

Sabato 30 Agosto p.v. alle ore 17.00, nell'ambito della manifestazione Pesaro Comics & Games, terrò un incontro dedicato alla "sceneggiatura tra cinema, televisione e comic", per una panoramica sugli strumenti narrativi propri della scrittura per il cinema e il video, con incursioni nello script per il fumetto e nell'ambito dello storytelling. L'incontro è propedeutico a corsi di sceneggiatura che terrò da ottobre per conto di ArteM - Associazione Culturale della Provincia di Pesaro e Urbino.


Settembre: è già pronta per i tipi di Imperium una nuova antologia di SF distopica: cinque storie alla luce del what if dall'anno 0 alla fine del millennio. Ho già la sinossi e addirittura la copertina (magnifica, credetemi! E firmata da un vero artista!), ma siccome sono un blogger cattivo non saprete nient'altro che fra due-tre settimane.

Inverno 2014 - Primavera 2015: non so ancora per che editore, ma è tempo ormai che atterri sui webstore il romanzo di Eleanor Cole delle Galassie Orientali. Seguirà il romanzo breve di Anatoliy Volkov (Imperium).

Clara Horbiger sarà un esperimento: uscirà nell'arco di due anni in quattro volumi di circa 80 pagine ognuno. Clara Horbiger e l'Invasione dei Seleniti; Clara Horbiger e la Battaglia di Padova; Clara Horbiger e la Cripta Meccanica; Clara Horbiger e il Destino di un Regno. Qui sul blog troverete le solite anteprime.

State allerta!

mercoledì 13 agosto 2014

Il modellismo come supporto alla narrativa: Giorgio Gregori

Articolo di Giorgio Gregori

Appassionato di robot, macchine da guerra e modellismo fin dall'infanzia, quando ho visto i disegni di Alessandro Forlani non ho saputo resistere: gli ho chiesto se potevo avere degli schizzi per poter lavorare alla realizzazione di un modellino. Dopo un'attenta selezione, ho scelto l'Esoscheletro Feldjaeger Krupp dal romanzo Clara Horbiger: forse perché sono veneto, o forse perché ha quel fascino a metà tra il cyborg anni '90 e il faccione simpatico e il corpo tozzo del V.I.N.C.E.N.T. della Disney (The Black Hole) con quella spruzzata di steampunk che non guasta mai.
Ho iniziato a selezionare i pezzi, utilizzando giocattoli, modellini, pezzi di computer: insomma un po' di scarti presi qua e là. L'esoscheletro è composto da:
2 trottole di plastica (piedi e testa); 2 barili da diorama di plastica (gambe); 2 gambe di un Robocop di plastica (cosce); 1 torcia di un elicottero giocattolo di plastica (bacino); 1 braccio di un Bionicle di gomma (gancio); 1 cannone mitragliatore di un carro armato giocattolo di plastica (cannone); 1 busto di un Cyber-Beetle in plastica e metallo (torace e braccia); 1 frecce direzionali di un controller per Xbox (testa); 1 cassa audio (mi pare di ricordare che fosse di un GameBoy) (oblò); 1 sfiato di un Tiger di plastica (terminale). Il resto sono dettagli presi principalmente da blister da modellismo.
Così ha inizio la prima fase. Assemblando il tutto con viti per le articolazioni, e colla ciano-acrilica, ho realizzato la base, che a me piace chiamare: "la Fase Frankenstein", proprio perché sono ben visibili i pezzi che vengono usati.

 
E siamo arrivati alla seconda fase. Una volta asciugata la colla, utilizzo un primer da modellismo color grigio o, in mancanza di questo, una vernice bucciata spray.


Questo procedimento è molto importante, perché prepara le superfici per il colore finale e in più, maschera le imperfezioni. Si intravede il risultato finale, ma questa è solo la terza fase.
Qui comincia il vero divertimento: con degli acrilici all'acqua e smalti da modellismo ho dato il colore di base; viste le reference, non potevo sbagliare. Poi ho dipinto i vari dettagli e poi ho sporcato il tutto con dei layer sulle varie parti, ruggine per il metalli, corrosione per le parti in verde e ossido di bronzo indovinate per cosa… Ora è completo! Ha esattamente la forma e il colore che volevo dargli! Ora posso alzare gli occhi al cielo e gridare: "SI….PUÒ….FAREEE!"

mercoledì 6 agosto 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 7



7.
«... forse Vasilyev se l'è andata a cercare», brontolò il caporale immusonito dal lutto, «Zhenia, però...»
S'azzittì a guardare fisso nell'incognito alberato, la sigaretta gli s'annerì fra le dita. Spense il mozzicone con uno sputo arrabbiato, lo lanciò fra gli stivali di Plotnikov: l'altro lo guardò come una foglia d'autunno.
«C'ha avuto le palle», tagliò corto Anatoliy, «augurati tu, di morire a quel modo.»
Lebedev si pulì dal grasso nero degli ingranaggi, e ripose gli utensili nel bagagliaio del gatto:
«Non andremo veloce, ma terrà, commissario.»
«Dài, come il solito», lui schioccò le dita: il sergente gli si offrì di guidare, Roman si arrampicò sul tettuccio; gli altri, sul retro, col cilindro del mostro. Partirono. Per mezz'ora di discesa fin i laghi e l'obbiettivo.
Trovarono l'oggetto in un'ansa congelata, semisommerso nell'acqua azzurra e la mota per un terzo d'altezza. Inclinato a sinistra su una riva innevata, e segnato da una crepa che era prossima a spezzarlo, quel troncone d'otto metri, che li abbagliava di luce artica, spandeva un olezzo di putredine d'alghe, teredini avvizziti di salsedine e di pesce. La vela era ammalata di una sozzura sottomarina d'ostriche e di lumache e di nautili succhiati, dei resti degli uccelli e dei cuccioli d'otarie. D'una specie di guano. E era tutta forata di cunicoli e di tane.
Ma schiacciarono il freno, a due-trecento metri, a una linea reticolata di garitte e cartelli.
«È un posto di blocco», Plotnikov tradusse.
Anatoliy gli indicò quelle gabbiotte da fuciliere, quei nidi di Lahti; soprattutto le bocche dei 37 millimetri:
«E allora com'è, che non ci sparano un colpo?»
«... è un loro trasporto; è civile, e può darsi...»
«Dài, sono mikko, ma non sono coglioni: non hanno un binocolo? 'Sto coso è un colabrodo di colpi; tre russi in cabina, e io non ho sentito manco un alt chi va là
Il giovane arrossì con una faccia da imbecille; Roman, là in alto, ruminava dai nervi:
«... l'avevo detto, che ci avrebbero preceduti...»
Un alito tagliente spazzò il reticolato, fischiò nelle garitte e bussò su una lamiera: la scrollò dalla neve. Il groppo si rovesciò su un'ombra immobile di sentinella che lo stesso non si spostò.
Stette zitta, impassibile.
Manco un perkele!1 di fastidio.
La folata strisciò fin i nidi di mitraglie, portò loro un cigolare di ferraglie abbandonate.
«Una raffica, caporale.»
La scarica di Degtyaryov sventrò le postazioni, quell'ombra di soldato crollò nel fil di ferrò.
Epperò non gridò.
Dalle linee del nemico manco un'eco di fucile; gli anticarro, le Lahti, non tirarono un colpo.
«Che cos'è, non c'è nessuno?!», il caporale si sbigottì.
«... mica è detto, ch'è un bene... Coprici, Roman; tutti fuori, compagni. Tranne Lebedev che resta con il...»
«... coso, tovarich kommissar.»
E lui gli indovinò, dal raccapriccio negli occhi, che gli sarebbe spiaciuto meno farsi sparare dai finlandesi.
Avanzarono sparpagliati, e correndo, e tuffandosi, contro il posto di blocco; si buttarono sdraiati contro gli argini d'assito. S'acquattarono ai sacchi.
Nessuno.
«D'accordo: proviamoci», Anatoliy ringhiò.
Saltò in una buca.
Due cadaveri di mitraglieri nemici marcivano sul fondo con il cranio trapassato: avevano ancora in bocca i loro propri revolver. Un altro era sdraiato contro un ciocco di betulla: con le dita assiderate al coltello nel trancio scarlatto della gola segata. Un qualcuno in elmetto, cenere e scarponi, s'era stretto ed esploso una molotov sul petto.
Plotnikov lo raggiunse e sbiancò; Medvedev e Roman, rotolati in trincea, vomitarono i pasti nella fanga rappresa.
«Pulitevi la bocca, o vi prendo a calci in culo»; fece cenno al sergente che lo seguisse fra i morti.
Nelle gabbiotte dei fucilieri di guardia: suicidi; nelle tane dei cannoni interrati: suicidi. All'ombra di quell'orrido, ripugnante coltello, ch'era distante un cinquanta metri dal perimetro di fil di ferro, ovunque era cosparso di cadaveri ghiacciati; o grovigli di gente che s'era uccisa a vicenda, la baionetta d'un disgraziato nell'intestino dell'altro. Un presidio silenzioso d'un centinaio di morti, l'immacolata spianata gelida tutt'attorno all'oggetto.
Anatoliy guardò la vela, quegli accessi alle tane; poi lo scintillio della cisterna dell'abominio da un'anta accostata del cassone del Weasel.
Lebedev si ostinava a dar le spalle alla cosa.
Gli dolse la testa e inghiottì dalla nausea.
«Ormai lo sappiamo cos'è successo, sergente.»
«Fare fuori con l'ipnosi tutt'un plotone di guardia, equipaggiato con anticarro e mitraglie, non è sbarazzarsi in un bunker d'una dozzina di teste d'uovo sprovvedute e disarmate. Vuoi ancora portarli in Russia, tovarich kommissar?»
Lui lo guardò storto l'equivalente d'un colpo:
«Non hai troppo buonsenso, per essere un bolscevico? Abbiamo i nostri ordini, riguardo quei... trichechi.»
Il giovanotto calò lo sguardo, tremò; mormorò un obbedisco. Anatoliy fischiò che i due soldati si riprendessero dallo choc; e muovete le chiappe! Risalirono dall'altro lato dei fossi e arrancarono alla vela.
Il ghiaccio scricchiolò sotto i piedi di Medvedev: tutt'un tratto, a pochi passi, quello schiocco di metallo.
«... ohsssanto...», il soldato impietrì.
Era il clic dell'innesco delle mine anti-uomo.
«Coglioni! Coglioni!», Anatoliy sbraitò, «Dovevamo pensarci!»
Plotnikov e Roman si irrigidirono lì dov'erano, trattennero il respiro e grondarono di fifa; barcollarono all'indietro, sulle loro stesse impronte, fin il ciglio invisibile di quel campo minato. Medvedev piangeva a qualche metro da loro, e Anatoliy ce l'aveva ad uno sputo da sé: se si fosse sforzato di tendersi in avanti, se si fosse azzardato, solo un passo, solo un salto, l'avrebbe preso per una manica e trascinato da là.
Ma gli sarebbe rimasto in mano quel moncherino fumante.
«... non muoverti, tovarich....
E invece tremava di convulsioni e di pianto, con il fucile già a ciondoloni sull'inguine, sporco, e le reni, e le ginocchia, che si scioglievano di terrore. Era livido. Gocciolò di saliva, d'orina e di lacrime; un singhiozzo alla mamma si smorzò nella neve.
«Stai fermo, stai calmo: vuoi perdere una gamba?!», Anatoliy mentì. Fosse stato fortunato, l'esplosione istantanea, del poveretto sarebbe rimasto qualche ossicino dell'altro piede, lo stivale sinistro da spedire ai parenti.
Nient'altro.
E lui lo sapeva, non lo stava ascoltando: buttava fuori l'anima con la cacca e i gggesùmmmaria.
Da dietro l'assordava la raffica di ohcccristo di Roman pisciato sotto e abbrutito dal panico; stupidaggini di Plotnikov che giocava all'ufficiale.
«Ci proviamo, tovarich: stringi i denti. Resisti.»
Anatoliy arretrò su una sfilza di cazzate: le schegge, l'esplosione, non l'avrebbero travolto. Medvedev sbottò in un cachinno disperato: lo scoppio li insozzò di fanghiglia, di sangue; li accecò e li soffocò di icori caldi e terriccio.
La poltiglia di carne che era stata il soldato gli bollì sull'uniforme e le scarpe inzaccherate.
Anatoliy trattenne il vomito.
«È questo che volete, gran figli di puttana?!», agguantò per la collottola il sergente e caporale, troppo ottusi di spavento per reagire e raccapezzarci. Gridò loro all'orecchio: «raccogliete i cadaveri!»
Si ingroppò di un artigliere cui mancava quasi il cranio; tornò, faticando, fin il campo minato. Gettò il corpo là nel ghiaccio: detonò su un ordigno.
Plotnikov esitò su un cadavere di strozzato che supplicava coi labbri viola la pietà della morte. Si sforzò di obbedire e fremette di ripugnanza.
Uh, poverino.
«Muoviti, ragazzo: sotto un altro!»
Anatoliy avanzò, nella ghiaia e nel fumo, al sicuro da un'altra mina su quel sentiero di viscere.


1 Lett. “Satana!”; comune imprecazione finlandese.

(... continua ...)

mercoledì 30 luglio 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 6


6.
Disattivarono gli apparecchi che alimentavano le cisterne, e la cosa fremette e gli sorrise. Scollegarono il basamento dai bocchettoni, dai cavi, e trasportarono l'abominio nel magazzino dei viveri.
Posarono il cilindro paonazzi di fatica.
«Cristo, se è pesante!», Medvedev sbuffò, «Non potremmo svuotarlo di quella broda schifosa?»
Anatoliy gli impedì di trafficare coi rubinetti:
«Ne morirebbe, o magari... diventerebbe pericoloso. Lo porteremo tutt'intero qual è. Sul gatto delle nevi.»
«Rientriamo, commissario?»
«Tutt'altro, sergente: si va sempre a Joensuu. Ritroveremo quell'oggetto precipitato, ma tovarich aborto», ammiccò alla cisterna, «dovrà assolutamente accompagnarci fin là.»
Medvedev, perplesso, s'asciugò dal sudore:
«... chiamo un paio di ragazzi, ché ci aiutino col coso...»
«Ritorna col caporale e con Lebedev, e avverti che si parte», Anatoliy annuì.
Restò solo con Plotnikov.
Il sergente girava attorno, schifato, alla vasca appoggiata al suolo che gocciolava di siero giallo. Sdraiato e tremebondo a pancia sotto, sul fondo, l'essere li fissava senza sbattere le palpebre, e torcendo la testa abnorme a trecentosessanta gradi. L'adipe pulsava, e s'iniettava di porpora, all'espirare degli orifizi incastonati fra gli occhi.
«Si direbbe che è calmo.»
«Non guardarlo come su un banco di pescivendolo: forse è per quello che i medici finlandesi...»
Anatoliy tornò vicino i dieci corpi deposti e scrutò negli occhi freddi e sbarrati: gli sembrò di vederci i medesimi secoli.
«Tovarich», Plotnikov schiarì la voce, «ho avuto l'impressione di sbattere la testa, s'è fatto tutto buio all'improvviso e...», gli mostrò l'orologio, «... qualche istante svenuto, non ricordo nient'altro. Tu gridavi, deliravi, m'hai sporcato di vomito; t'ho ingozzato di mezzo litro di vodka, sei restato incosciente per almeno un quarto d'ora. A Medvedev diremo che sei come Dostoevskij; che soffri d'epilessia, se a te starà bene. Però: cos'hai visto? Cosa sono, 'sti cosi?»
Sì, lui pensò, ci sa fare, il ragazzo.
Rotolò due barilotti di aringhe, gli offrì di sedersi. Si chinarono sulla vasca del mostro e Anatoliy tamburellò sul cristallo.
L'essere li guardò con un'orribile indifferenza.
«... se ti dicessi che mi ha parlato...»
«Nell'altra stanza c'è una cisterna con alieno di Sirio B, un aborigeno-aracnoide da chissà dove e uno struzzo selenita: è abbastanza, per crederti.»
«Non vengono dallo spazio; da... c'è un buco, al Polo Nord: c'è un altro pianeta dentro questo pianeta.»
«Ne ho letto: su un opuscolo nazista.»
«E adesso so che è vero. Sono come noialtri: somigliavano ad eschimesi, precipitati nell'altro mondo; evoluti in un milione di anni per adattarsi ad un ambiente da focidi.»
«Ci assomigliano, sì», il sergente inghiottì, «Quella vela?»
«L'ha chiamata il coltello: ci galleggiano e volano. Le sollevano col pensiero; fanno tutto, coi poteri della mente.»
«Telepati. Ecco, come ha fatto a stordirci.»
«Ce n'è un'altra dozzina, affondata nei laghi. Disorientati ed è possibile feriti.»
«Che ci marciscano, 'sti schifosi.»
«Li salveremo.»
«Ha tentato di ucciderci! È un mostro, un'infezione! È un qualcosa che non dovrebbe...»
Anatoliy lo afferrò per il colletto:
«Senza leggere Marx, né Engels, né avere avuto il compagno Lenin né Stalin, hanno realizzato il comunismo più puro!», ringhiò, «Migliaia di individui, milioni: non so, quanti siano nel loro mondo là sotto; ma hanno tutti la medesima volontà, è una mente collettiva, capisci?!»
«Sei entrato in comunione con loro?»
«Sì. Per quei pochi minuti, ma... per tutto l'arco d'un milione di anni: so tutto
«Perché è toccato a te, tovarich, ma né me né Medvedev...»
Lui accarezzò l'impugnatura della Tokarev:
«Forse», sibilò, «compagno sergente, né il soldato Medvedev, né tu, avete abbastanza fede nell'idea socialista.»
Restarono lunghi istanti in ostile silenzio. L'essere, nella vasca, sembrò addormentato. Il bombito ininterrotto degli apparecchi, dei tubi, non riuscì ad attutirne i gloglotti disgustosi, né lo struscio dell'addome e del pelo contro il vetro appannato.
Sì, si persuase Anatoliy, è più prudente tenerlo dentro mezz'annegato nel siero.
«... e insomma?», chiese Plotnikov.
«L'oggetto, la vela, è solo un iceberg ricoperto di muschi: che si spostava rapidamente per il potere telecinetico. Cos'è, più veloce del pensiero? Se lo godano, i mikko: sai che fregatura. Porteremo quegli esseri in Unione Sovietica e, dovessimo sezionarli da vivi, ne apprenderemo...»
Gli arse il cervello, si sentì soffocare: l'abominio lo trafisse di odio. Un istante e si sentì meglio, ma grondò di sudore. Il sergente si impallidì, e gemette di sollievo per quei passi nel corridoio: Medvedev tornò col caporale e Lebedev, che imbracciarono d'istinto i fucili e sputarono ohcccristo.
«... v'ho avvertito che è brutto...»
L'innervosirono.
La cosa si agitò dentro il cilindro.
«Sono belli, i trichechi?!», Plotnikov mentì, «e guardatevi voialtri, bruttimusi del cazzo!»
Anatoliy gli fece cenno che si sbrigassero. Sollevarono la cisterna tutti insieme e la portarono fuori il bunker. Vasilyev e Zhenia, che lasciavano la base, camminarono qualche passo distante con la facce istupidite dal ribrezzo.
Il sergente li insultò che poche storie: s'ingobbissero anche loro sotto il peso raccapricciante.
A un chilometro dal recinto dell'edificio, sulle gobbe abbacinati dell'orizzonte, lui si accorse di uno spruzzo di neve e di tutt'un tripudio di riflessi metallici.
L'eco di un motore che accelerava sul ghiaccio.
«L'ho detto: sciatori», Roman indovinò, «e con un paio di motoslitte d'appoggio. Parecchie, mi sa.»
Caricarono il cilindro dentro il gatto delle nevi, spalancarono l'hangar:
«Stessa cosa che sul GAZ», Anatoliy ordinò, «ma badate, ché abbiamo un ospite.»
Plotnikov l'affiancò nella cabina di guida, Roman si appostò col giradischi sul tetto; gli altri, al riparo dei portelloni di ferro, puntarono i fucili in un istrice di fuoco. Abbatterono il recinto con il rostro acuminato, masticarono la tundra sotto i cingoli potenti. Il caporale gli si affacciò dal finestrino del conducente col sorriso assassino del maniaco omicida:
«... pieno zeppo di dinamite, tovarich kommisar...»
«Diciamogli dobroye.»
Roman sventagliò sul gabinetto, sul bunker: insistette finché il proiettile giusto incendiò i candelotti e innescò l'esplosione. L'inferno erutto alle loro spalle; la nube di detriti, di fiamme e di terriccio spinse il gatto delle nevi venti metri in avanti, cavalcarono il fuoco. L'avanguardia del nemico fu travolta e seppellita: tre sciatori soffocarono sotto un cumulo fumante, una scarica di DP sforacchiò una motoslitta.
Anatoliy accelerò a tavoletta:
«All'attacco, compagni!»
Gli sciatori finlandesi gli sciamarono tutt'attorno, zigzagarono sulla scia del cingolato e scrosciarono proiettili sul cassone blindato; scheggiarono i vetri, bugnarono il cofano. Cinque motoslitte s'affiancarono da destra: le Lahti 1 dei sidecar grandinarono piombo. Le pallottole tintinnarono sulle ruote, sui cingoli, la neve fumò d'un centinaio di bossoli.
Plotnikov si sporse, e tirò ai mitraglieri: le slitte guizzarono qualche metro discosto; le fucilate degli sciatori gli sibilarono contro, gli tolsero il cappello e gli tranciarono le mostrine. Il sergente s'appiattì sul sedile:
«...perdio, per un pelo!...»
Roman scaricò contro un sidecar, la raffica tranciò la testa al pilota: la motoslitta si rovesciò contro un'altra, di lato, e entrambe rovinarono contro un tronco d'abete; si incendiarono il carburante e tutti i nastri di munizioni. Anatoliy stese il braccio dal finestrino, mirò, e sparse le cervella dei tre nemici bruciati.
L'ennesima fucilata gli spaccò lo specchietto, e un colpo di rimbalzo fischiò nel nel vano-truppe. Uno schizzo gli intiepidì la collottola, sporcò tutto il cruscotto di rosso: Zhenia, con la gola forata, gorgogliò spargendo sangue sulla lamiera del cingolato.
«Buttatelo fuori!»
Gli altri, trasecolati, lo insultarono di occhiatacce.
Il soldato moribondo si premette alla ferita, gli annuì risoluto: si sganciò dalla cintura una granata, l'armò, inghiottì un conato rosso e si alzò sulle ginocchia.
Arrancò alla portiera.
Una scarica di Lahti gli fece esplodere gli intestini, Zhenia crollò sul mitragliere motociclista:
«... do svidaniya, tovarich...»
La slitta scoppiò; le schegge spacciarono un altro paio di spettri.
Medvedev, Lebedev, Vasilyev, crivellarono il mikko che scansò l'esplosione.
Un botto li assordò da sinistra.
«Granate per granate!», bestemmiò il caporale; e spazzò col giradischi da quel lato della strada.
Un'altra squadra di incursori nemici scrosciò di bombe a mano contro i cingoli del gatto: gli ordigni scassarono qualche ruota dentata. Roman si accanì sugli sciatori più coraggiosi, che aspettavano a lanciare a mezzo metro dal gatto: uccisi i più vicini s'asciugava dal sudore, malediva a Gesù Cristo e rinnovava le munizioni.
Gli scoppi li investirono di ghiaia, di neve; scavalcarono un morto con la bomba inesplosa: un cingolo anteriore si sfasciò fra le fiamme.
Anatoliy batté la testa sul vetro, lo ruppe e sanguinò dalla fronte; Plotnikov, stordito, pencolò dalla portiera. Roman ruzzolò dalla cabina al cassone; gli altri attutirono, sdraiati dallo schianto, il cozzo della cisterna contro il ferro dello scafo.
«... è intatto: che culo! Quell'essere... dorme!...»
L'ago del tachimetro oscillò sui dieci all'ora, lo strattone gli mescolò le budella. S'inclinarono da un lato. Fermarono. Le slitte superstiti, sei altri sciatori, tornarono all'assalto snocciolando pallottole.
Anatoliy si sfregò l'appiccicoso dagli occhi e svegliò con uno schiaffò il sergente, abbaiò che il caporale s'acquattasse sotto il gatto. Che spalancassero il più possibile l'anta:
«Muovetevi, tutti!»
Quella limpida giornata scintillò sulla cisterna.
Svelò l'abominio.
Si sdraiarono sotto il fondo coi fucili puntati.
Finché videro i nemici strabuzzare raccapricciati:
«... mikä se on?!...»
Esitarono. Troppo, smidollati coglioni:
«Fuoco!»
Una raffica sostenuta fece esplodere le due slitte, gli spettri scomparvero nel rifugio degli alberi. Vasilyev corse fuori dal riparo dei cingoli, inastò la baionetta e vuotò il caricatore. Saltò sulle carcasse dei sidecar bruciati:
«Correte, conigli, gran figli di puttana!»
«Fermati, imbecille!», Anatoliy ruggì.
Gli mirò ad un polpaccio. Anzi, ad una coscia. Era meglio una pallottola nel culo: ché bastava ad atterrarlo, non l'avrebbe ammazzato. Se la cavava con un cerotto.
Un'eco di fucile gli azzittì la rivoltella: Vasilyev cadde prono con il cuore trapassato, fra le betulle che si intrecciavano sulle tracce di sci.
Manco un'ombra e manco il fumo dello sparo.
Nessuno.
Ma restarono sdraiati, con il fiato sospeso, un eterno ticchettare di lancette dei minuti.
Lui si immaginò d'uno scoiattolo, d'un lemming, con l'elmetto calzato su un musetto incazzato, fucile e munizioni a strafottere.
E cazzo, se il culo non gli strinse.
«... Lebedev, quel cingolo: si può riparare?...», Plotnikov pispigliò.
Al soldato bastò un'occhiata:
«Zoppicheremo», annuì.
«Hai un'ora di tempo.»
Anatoliy ispirò, chiuse gli occhi, s'alzò allo scoperto e contò fino a tre.
Nessuno. Non un'eco:
«... perdio, se è andata bene!...»; si sforzò di non tremare, tirò gli altri per il capotto ché si togliessero da là sotto.
Guardò all'orizzonte.
A destra, lontana, c'era tutta Joensuu: una striscia d'ardesia sotto il cielo gelato. Ma a mezz'ora a malapena davanti, in discesa, scintillavano i laghi d'increspato cobalto.
«Sergente: il binocolo.»
Quello spigolo luccicante semisommerso nell'acqua: pensò ch'era vero, somigliasse a un coltello.


1 Lahti-Saloranta M-26: mitragliatrice leggera in dotazione all'esercito finlandese.   

(... continua ...)