Oggi è un buon giorno per la narrativa fantastica. Escono per Delos Digital gli ebook di due amici: New Camelot, di Lorenzo Davia, e Il tramonto dei Gufi di Fabio Andruccioli. Di solito sull'Avvilente non segnalo novità editoriali (tantomeno recensisco), ma questa volta si tratta di due titoli cui tengo per motivi personali, ed entrambi mi procurano una grande soddisfazione.

New Camelot è il romanzo (il romanzo, nientemeno!) di Fata Mysella: uno dei personaggi meglio scritti di uno degli autori che ritengo più interessanti nell'attuale panorama "di genere" italiano. Considero Lorenzo Davia un amico di penna, un compagno di banco e di bevute d'immaginario, il mio "lettore alpha" e un prezioso interlocutore. Lo conosco ormai da anni, abbiamo frequentissime occasioni di scambio, di reciproca lettura bozze e ho ormai l'impressione - che spero sia corrisposta! - di essere cresciuti insieme come autori del fantastico.

In New Camelot Mysella affronta la sfida della vita, in un turbinio di avventure, pericoli e colpi di scena. Fata Mysella ritorna nella città di New Camelot per rispondere alla richiesta di aiuto di un suo antico amore. Frank Dosasi l'investigatore-vampiro, deve risolvere il mistero dell'omicidio di un membro della Tavola Rotonda. I due dovranno unire le loro forze per scoprire gli oscuri intrighi della Compagnia per lo Sfruttamento dei Reami Magici.

Fabio Andruccioli è un mio studente di Scrittura Creativa. Il racconto Il tramonto dei Gufi è stato sviluppato dall'incipit alla chiusa in occasione di alcuni incontri di tecniche avanzate che ho tenuto a Pesaro lo scorso inverno, con il concreto obiettivo di ottenere agli studenti la pubblicazione in una delle nuove collane di fantascienza che gli editori specializzati propongono vieppiù spesso. Un'occasione per gli esordienti di buttarsi nella mischia! Abbiamo puntato su Futuro Presente (a cura di Giulia Abbate e Elena Di Fazio) ed eccoci al traguardo.

I cieli di Rimini e Riccione si sono fatti pericolosi: droni pirata che trasportano droga stanno lasciando il posto a macchine telecomandate per fare più danni possibile, e la criminalità "ordinaria" cede il passo ad azioni terroristiche. La popolazione ha paura, la Polizia risponde: la divisione dei Gufi pattuglia le notti romagnole con l'aiuto di rapaci notturni in grado di individuare e abbattere i droni. Ma anche i Gufi hanno i loro problemi: qualcuno mette in dubbio la loro efficacia, qualcun altro, forse, vorrebbe sabotarli. E quando un attentato alza la tensione e getta l'ombra del dubbio sul Quartiere Islamico di Riccione, l'agente dei gufi Roberto non ha dubbi sulla parte da prendere: con i Gufi, alla ricerca della verità. Andruccioli ci propone un poliziottesco cupo e senza esclusione di colpi, che come i suoi rapaci vola nel buio di un futuro vicino… troppo vicino.

Exitus acta probat!

Scopro solo ora con colpevolissimo ritardo Ainulindale - La Musica degli Ainur (Rimini, 2015): uno splendido poema sinfonico dedicato al Silmarillion di J.R.R. Tolkien, composto da Niccolò Faciotto, Federico Mecozzi e Ivan Tiraferri con la partecipazione di Angelo Branduardi come voce narrante.

Ecco il link per l'acquisto del cd su Amazon e un estratto pubblicato su YouTube:



Oggi, sul "Corriere Adriatico" di Pesaro, il ricordo dell'Esame di Maturità di alcuni "vip" e personaggi della mia piccola città. L'articolo, firmato da Elisabetta Marsigli, è stato sforbiciato per ragioni di spazio: pubblico qui il mio contributo integrale.

Il mio esame di maturità concluse con un 40/60 i cinque anni scolastici più brutti della mia vita: un Liceo Classico "T. Mamiani" che - almeno all'epoca - era prono, attento e interessato quasi solo a educare al proprio ruolo i futuri "vip" pesaresi. Quel 40 fu per mesi un marchio di vergogna, poiché tutti mi ripetevano che anche per accedere al più umile concorso pubblico era richiesto il 42. Ma la mia era sempre stata una pagella schizofrenica: 10 in Italiano e Storia dell'Arte, per esempio, ma 5 in Filosofia e Storia a causa di dissapori con il docente. Ho dovuto attendere di laurearmi in Lettere con 110 e lode, affermarmi come scrittore e ottenere le mie attuali quattro cattedre universitarie per capire che forse qualcosa in quell'istituto (o nel sistema scolastico italiano in generale?) non andava didatticamente e umanamente per il verso giusto. La prova d'Italiano verteva su Leopardi. Consegnai l'elaborato e uscii per primo dalla scuola. Quella di Greco (o Latino?) non la ricordo assolutamente. Studiai per settimane con una mia compagna, Lucia: non riuscivamo a cavarci di dosso l'angoscioso presentimento che stessimo sbagliando tutto. Dell'orale rammento solo un antipatico confronto con una commissaria esterna ancor più acida e indisponente, che non faceva che ripetere con maligna, stupita ironia che "lei ha le sue idee, eh Forlani?" Insomma esattamente la modalità d'esame per cui ancor oggi molti studenti si domandano, a ragione, perché lo chiamino "di maturità". L'ultimo ricordo che conservo di quei giorni è quello del mio compagno Marcello che, con le gambe e con la voce che ancora gli tremavano, mi prende da parte in un angolo di corridoio e mi sussurra "è finita". Restammo in silenzio per qualche istante a sorridere e guardarci negli occhi con una strana sensazione di irrealtà. Poi ci salutammo. E non ci siamo mai più incontrati.



E' disponibile su Delos Store e tutti i webstore Il Mondo nel Tramonto: il mio sesto contributo alla collana Robotica.it a cura di Silvio Sosio. Data di uscita: martedì 20 giugno p.v.




Tutti sapevano che prima o poi la guerra sarebbe arrivata. Tutti sapevano che i nemici, mostruosi, terribili, crudeli, avrebbero presto o tardi cercato di distruggere il modo di vivere di Afrodite, la sua cultura, la sua civiltà, i suoi cittadini. L'ultima difesa erano loro: i Protagonistes, indomabili, inarrestabili guerrieri addestrati alla tecnologia e alla violenza, all'obbedienza assoluta e all'abnegazione. Splendidi, letali, invincibili. Solo i migliori erano ammessi all'addestramento per entrare nei loro ranghi, e solo i migliori tra i migliori arrivavano vivi alla fine dei corsi. Dal vincitore del Premio Urania Alessandro Forlani una storia ai confini dell'umanità.

Omega Outpost recensisce "Propulsioni d'Improbabilità"
A chiunque stia leggendo, subito dico: sbaragliate eventuali pregiudizi e non esitate ad acquistarla subito, ma subito eh, perché è un vero gioiello. E del tutto inatteso, se devo essere sincera. Non c’è nessun intento di far cassa mettendo insieme pezzi di voci più o meno altisonanti che per l’occasione tirano fuori dal cassetto (o dal cassonetto) qualcosa di mediocre (come purtroppo capita in non poche sillogi di fantastico, soprattutto americane).
Le storie sono davvero ottime, tutte, sia dal punto di vista qualitativo che stilistico, e denotano una maturità narrativa notevole.
Nella prefazione (già il fatto che ci sia una prefazione, oltretutto eccellente, dovrebbe far intuire il valore dell’opera) si spiega come la raccolta abbia alla base un progetto preciso, benché non sia stata fatta alcuna forzatura agli autori. Il risultato è comunque che “i racconti che leggerete hanno legami invisibili tra loro, che non sono stati mai voluti né decisi”.
Uno degli aspetti che mi hanno colpito è proprio il fatto che tali legami, talora esili, altre volte un poco più evidenti, sono assolutamente presenti, forse oltre le aspettative dei curatori stessi.
Racconto dopo racconto, si rafforza una sensazione quasi straniante, che tutta l’antologia sia un’unica lunga storia ove cambiano i volti, le situazioni, le voci narranti, lo stile, ma in qualche modo i protagonisti via via si reincarnino e trasformino in un’altra loro possibile identità, su un altro probabile piano spazio-temporale, ma di base rappresentino sempre le diverse sfaccettature di un io unitario, o, meglio, ciascuno sia latore di un messaggio corale ma indivisibile.
Diciotto scrittori e scrittrici avrebbero quindi elaborato − individualmente ma per lo stesso fine, in modi differenti, con proprie peculiarità e a seconda della sensibilità individuale − un concetto antico ma sempre dibattuto e attuale, ossia un’interpretazione della condizione umana vista tramite gli occhiali di un verosimile presente o un immediato futuro, resa di storia in storia attraverso una sorta di mempsicosi fantascientifica.
Credo questo punto sia davvero significativo, in primis perché evidenzia che ci sono voci del fantastico italiano che sanno interpretare la realtà e trasmetterne le tensioni con una maturità che fino ad alcuni anni fa era sporadica o si era persa in annacquate rivisitazioni passatiste.
In secondo luogo, questi racconti sanno rappresentare nell’accezione di più ampio respiro, ma anche nel modo più pregnante e ricco, cosa sia la fantascienza: uno strumento conoscitivo dell’uomo e delle sue possibilità, un mezzo per interrogarsi sull’universo e sulla condizione umana attraverso il quadro della storia, facendola rivivere come un oggi alternativo o un domani ipotizzabile, porre l’uomo di fronte a una consapevolezza, a una scelta, e alle sue conseguenze.
Inoltre, non vi è più quella netta demarcazione uomo versus tecnologia, dal momento che gli autori sanno che il passaggio all’uomo cibernetico è già iniziato, anzi, lo vivono come tutti noi quotidianamente. In queste storie l’uomo agisce in uno scenario imprescindibile dalla tecnologia, ma non sa ancora fino in fondo come gestire questo innesto che silenziosamente è diventato parte ineluttabile di sé, vuoi per motivi vitali che futili – se ne è lasciato travolgere, lo ha dato per scontato, lo soppesa ancora con sospetto, lo studia voracemente.
In un presente in cui la tecnologia dà grandi possibilità e accesso immediato a milioni di dati e informazioni, vengono però a mancare le risposte basilari. In un tempo in cui la scienza tanto riesce a spiegare, dubbi atavici gettano lunghe ombre su possibilità che la rigida razionalità deride e rinnega.
Ne emerge un’umanità intrappolata in un universo – caratterizzato da un moltiplicarsi stordente di piani reali o potenziali, attuabili o impossibili, quale il più folle quadro di Escher – indifferente alle sue sofferenze, alla sua volontà. Tale “universo” non è necessariamente un altro mondo, bensì è il contesto socio-culturale in cui i personaggi si muovono, che per qualche motivo si è ingigantito divenendo una cacotopia alienante, in cui l’individuo si trova gettato e smarrito. L’ultimo ostacolo alla liberazione sembra paradossalmente l’essere vivi o proprio l’essere umani, quasi che nella morte o nella trasformazione in qualcosa di inumano si possa accedere a uno stato di pace, di accettazione.
È davvero così? Queste storie mi sembrano suggerire di no: essere umani, rimanerlo almeno nell’essenza, diviene una forma di resistenza. Per quanto dolorosa.
Questo è un’altra peculiarità che mi ha colpito, quante volte in tutta la raccolta compare il termine “dolore” o vocaboli semanticamente affini: almeno una in ogni racconto. È dunque il dolore la conditio sine qua non dell’uomo?
Sì, dolore e timore: di queste emozioni primordiali pulsa ancor oggi il cuore dell’umanità, ma esse non sono un fine o una risposta, bensì un passaggio di trasformazione per comprendere (il più possibile, dal momento che il tutto ci è negato), per essere consapevoli.
Mentre la realtà vacilla e muta, nell’istante di vulnerabile titubanza in cui ci si pongono domande quali “cos’è l’uomo? cosa ci fa qui? e questo “qui”, cos’è?”, si incunea lo sconcerto per lo sconosciuto, l’inafferrabile, che fa sussultare la ghiandola pineale allo stesso modo del primo essere vivente. L’ignoto oggi è la sensazione che tutto ciò che sembra così chiaramente palese e dimostrato, in realtà non lo sia, che qualcosa svicoli, che l’hic et nunc sia solo una delle eventualità compiute e che il domani possa diramarsi in svolte inquietanti, estreme, paradossali.
Che si osservi la (pseudo?) “realtà” con ironia, sarcasmo, compartecipazione, passione, afflizione, il cuore della nostra umanità si trova (ancora) smarrito.
In tutto questo c’è anche una grande solitudine del singolo, che annaspa cercando un contatto autentico con un suo simile, mediato spesso, ancora una volta, da mezzi tecnologici, ma per lo più si trova solo in mezzo alla folla, all’incomprensione degli altri o al ricordo intangibile di qualcuno che ha perduto. Sguardi vacui, che attorniano, ma che non comprendono, o non vogliono intendere, né compartecipare.
Non tutti i personaggi riescono a non soccombere, dolore e paura sono in evidenza, ma quanto traspare dalle diciotto declinazioni differenti dei racconti non è disperazione assoluta, anzi: è l’eroismo della narrativa stessa, espressione così fragile e purtroppo flebile dell’essenza umana, che diviene il vero messaggio della raccolta, poiché essa ha la responsabilità di indagare queste due emozioni, farsene portavoce e divenire opportunità di non affogare nell’angoscia esistenziale, nell’incoscienza del mero sopravvivere, di svegliarci e di aprire gli occhi dinanzi a quanto sta accadendo prima di varcare l’ultima soglia, quella del totale smarrimento di sé e dell’abulia dell’esistere, raccontando affabilmente il sottile confine tra probabile e accadimento e il potere che noi abbiamo per farlo essere o una o l’altra cosa.
L’improbabilità del titolo è il tiro di dadi che non abolirà mai il caso (come diceva Mallarmé): la combinazione che può uscirne è l’ignoto che incute timore, la realtà che non ti aspettavi. E allora è necessario essere vigili e consapevoli, grazie anche alla propulsione di questi racconti, che gettano il seme del dubbio a energia inerte ma costante perché venga raccolto e fatto germogliare.
Si rivela quindi l’altro aspetto dell’essenza dell’umanità che deve resistere: quello del narrare, appunto, sotto qualsivoglia forma artistica o matematica.
Ed è perciò evidente il valore di una sinfonia di voci come quella di questa raccolta: nella fragilità e confusione della vita dell’uomo odierno, si erge come una ginestra sul liminare dell’abisso, perché domani vi sia un ponte, o un volo, non una caduta.
My rating: 4.5-5/5
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