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venerdì 1 maggio 2015

Se smettessi di scrivere e bloggare, ovvero del Primo Maggio


È un fatto, benché amaro, né ho vergogna a nasconderlo: all'età di 43 anni il 25 p.v. sto cercando un lavoro; di inventarmi un lavoro.

Gli spiccioli che avevo in conto in banca, fino a ieri un gruzzoletto di cui mi sentivo abbastanza sicuro, si riducono ogni giorno. E mi dispiace per il best-seller di Matteo, di Luca, ma... è esattamente del prosaico "solo pane" che si vive in questa nostra società.

«Ma come?!», mi chiedete, «Non sei un professore universitario?! Non hai una decina di titoli su Amazon e i webstore?! Non tieni conferenze, corsi privati, eccetera?!»

A chi nutre l'ingenua illusione del prestigio di una cattedra accademica, ecco i miei numeri di questi ultimi 13 anni.

Attualmente detengo quattro cattedre nel medesimo istituto. Per svolgere le lezioni mi reco a Macerata una volta alla settimana nel primo semestre, e altrettante nel secondo semestre. Causa maggior numero di ore consecutive, e orari di Trenitalia, da ottobre a febbraio pernotto in città. Questo significa che ogni trasferta mi costa: 30 euro di treno, 40 euro di albergo, 30 euro di varie & eventuali (pasti, imprevisti). Per un totale di 100 euro (circa). Contando le sessioni d'esame, nel primo semestre devo recarmi in accademia almeno una dozzina di volte: 12x100 = 1200 euro. Nel secondo semestre per fortuna non pernotto, me la cavo con 50 euro a trasferta: 12x50 = 600 euro. L'altra grossa spesa mensile è il mutuo del bilocale, per un totale (annuo) di 4800 euro. Solo tenuto conto di queste necessità (casa, lavoro), spendo, da gennaio a dicembre, 6600 euro. Aggiungete il restante costo di una vita normale: le uscite con gli amici, quel minimo di film e libri per non ridursi ad un bruto... e i pasti, gli imprevisti, le bollette... Credetemi, non sono un mondano: la quasi totalità delle mie sere le trascorro sul divano davanti alla tivù: non fumo, non possiedo né guido l'auto, né lo scooter, né ho l'abitudine di cene pantagrueliche né vacanze al top del top (né le gite fuori porta); non frequento ogni week end i locali "perché-sì"... il mio vizio più costoso (l'unico) è Warhammer: ma anche in quello non spendo più certe cifre che si investivano ai tempi d'oro ...

E il mio stipendio annuo di docente universitario, al netto delle tasse, è di circa 5300 euro: come ci si arrabatta, con i numeri negativi?

Il docente a contratto, inoltre, è un co.co.pro: a partire dall'anno prossimo, secondo il Job Act, questa formula sarà invalidata; e piuttosto che trasformarla in altro e/o equivalente ho l'impressione, diciamo la sensazione, che gli atenei licenzieranno i tanti spettri in esubero e accorperanno in poche cattedre titolari l'insieme di discipline di ogni corso di laurea. Ché tanto va da sé, nel presuntuoso sepolcro dell'accademia italiana, che chi ne sappia per esempio di Lettere sia anche accreditato a discettare di Cinema... 

In ultimo: con il fatto di essere sempre stato un docente "a contratto", o a cottimo direi, un expendable che nemmanco Sly Stallone, nonostante abbia servito all'Alma Mater di Bologna, al DAMS, oltreché Macerata, non ho mai maturato un numero di ore/modalità di assunzione e/o concorso tali da entrare nelle mitiche graduatorie... ma a guardare certi colleghi che se ne sono amareggiati la vita, e non hanno mai goduto granché, non so se abbia senso preoccuparsene...

Infamia sull'Italia (le Istituzioni, la società, fin i singoli colpevoli...) che ha permesso e che permette tutto questo. E chiudo con questo odioso anatema la polemica politica. 

Mi sono proposto per corsi di scrittura, sceneggiatura, storytelling ed editing presso vari istituti privati, editori e realtà d'altro tipo: avrete forse letto nel mio profilo che ho insegnato per tre anni a Scuola Comics Pescara. Quest'anno ho abbandonato: ché dato il compenso massimo previsto dall'Istituto (3000 euro per 9 mesi... né l'ombra di un contratto...), calcolate le spese di viaggio e le varie & eventuali sarei andato in forte perdita di altrettanti quattrini.

Inoltre: l'università, per quanto se ne possa dir male, garantisce ancor oggi (quasi) la presenza e continuità di corsisti. Anni di esperienza sul campo mi costringono a affermare, purtroppo, che gli entusiasti propositivi istituti privati, le associazioni culturali, cooperative, eccetera, pullulano di ridicoli, irrisolti dilettanti che accorrono a decine alla prima (gratuita) lezione di prova; cincischiano al momento dell'iscrizione (quando il gioco minaccia di farsi serio) e si riducono a cimentarsi davvero in non più di quattro gatti. Quel genere di persone, insomma, che si abbaiano scrittori; che pretendono di imparare, migliorare, diventare professionisti ma che alla fine "a questo corso non posso partecipare, perché il venerdì ho la partita di calcetto" (true story). Le quote di iscrizione a questo tipo di iniziative si aggirano in media attorno ai 200 "popolari" euro a persona; ai docenti ne tocca il 50%... fate i vostri conti su quanto io racimoli, con questi lavoretti: 1000 euro ogni anno, se è stagione di vacche grasse.

Quindi, si diceva, trovare un lavoro vero (per citare quell'ormai-classico e anonimo dell'umorismo): e scrivere, da ridotti uno straccio e sbadigliando con gli occhi gonfi, nei ritagli di tempo.

«Stringi i denti! Vedrai che prima o poi azzeccherai il romanzo giusto, e allora!... del resto, hai già molti e positivi riscontri da quel che leggo qua e là sul web!»

Non si tratta di un film di Hollywood; la favola di Cenerentola non è un allegoria per aspiranti scrittori. Ve lo dice un Premio Urania che si è spiaggiato nell'anno 2012, e i colleghi mi confermano che qui insabbiato sono in buona e numerosa compagnia. Quel poco che ho annusato della grande editoria mainstream (mi capitò di frequentare una editor Garzanti, che bazzicava gli ambienti del Premio Strega, Campiello, gli autori in odore di ospitata da Fabio Fazio... e che mi ha molto rivelato di quel che accade nei piani alti...) mi ha convinto che chi vende, lavora, guadagna con i libri lo fa su presupposti che non hanno a che fare con il merito o il contenuto di un testo. Il vergognoso episodio Loredana Lipperini-Lara Manni, anni fa, è un esempio fra i tanti per aiutarvi a capire... Ma sempre più lettori se ne accorgono ogni giorno.

Chi crede alla barzelletta dello scrittore che a notte fonda, dopo otto ore d'ufficio o di fabbrica, di famiglia, magari, lavora alacremente al nuovo capolavoro, è un ingenuo, uno sciocco. Certo, si può fare; ci si crede e definisce scrittori e si pubblica su Amazon: schifezze, mediocrità; nonostante i 300 amici di blog e Facebook ti scrivano e ti “piacciano” che il tuo romanzo è bbbellissssssimo (resta inteso che non l'acquistano). Per scrivere davvero e magari farlo bene - non nascondiamoci dietro scuse - migliorare come autore e ottenere risultati professionali, occorre dedicarsi principalmente, se non esclusivamente, allo scrivere, appunto: oppure attività strettamente collegate.

Oltre a leggere le opere, degli autori che ammirate, scorretene se è possibile certe oneste biografie: scoprirete, sui loro conti di lavandaia, molti aneddoti piuttosto tristi; dovrei dire meschini.

L'editoria digitale ha introdotto l'illusione che ora anche in Italia si campi di scrittura: tutto è diventato più facile e immediato; abbiamo scavalcato gli elefantiaci, truffaldini mammasantissima della Grande Editoria Che È Il Male & La Tenebra. Morte ai vecchi evviva i gggiovani. Come no? Gli editori digitali più onesti vi corrispondono il 25% del prezzo di copertina al netto delle tasse, e dopo aver sottratto quanto dovuto a distributori, illustratori ecc. Non è per cattiveria o che ritengano lo scrittore uno schiavo: è quanto possono per fatturare e continuare essi stessi ad esistere. Fatevi spiegare da chi ne sa di gabelle perché molti de facto editori figurano al fisco come associazioni culturali, o factory, invece che come aziende... Inoltre, tali royalties vi saranno corrisposte solo in caso che l'importo che vi è dovuto raggiunga almeno i 25-50 euro. Io, che mi reputo fortunato ad avere dei lettori, ed ho azzeccato quel paio di titoli, guadagno, con gli e.book, 200 cucuzzine l'anno; se non avessi vincoli editoriali sarebbero 500... forse.

Potrei produrre robaccia che vende facile e soddisfa i pruriti: storie di segretarie che fanno sesso con T-Rex nazisti ibernati su Saturno; in città edificate dai Grandi Antichi dove echeggiano in perpetuo le canzoni di Bob Marley cantate da gladiatori-surf-motociclisti... Ma, ahimè, sono cresciuto con troppi film e troppi libri in cui ricorre il concetto di amor proprio; di onore; e ritengo le discipline umanistiche un vallo alla barbarie. Non voglio che chi pronuncia il mio nome (di autore) lo faccia con sulle labbra quel sorrisetto di sufficienza.

Chi si vanta di bilanci da autoprodotto, o da piccolo editore, di “decine di migliaia di euro ogni anno” (sic; né cito la folle fonte), maturati su ebook con prezzo di copertina di 1.99 o 0.99 è un cialtrone. O, nella ipotesi peggiore (e in tal caso lo compatisco di tutto cuore), ha qualche problema clinico di percezione della realtà e di sé stesso.

Pubblico con Delos, Imperium, e lavoriamo di buona lena e al meglio che possiamo: ma non siamo quotati in borsa, né abbiamo le redazioni in strade di Milano che portano il nostro nome. E il pane lo procuriamo, ciascuno per conto proprio, con altre attività. Finché ci spinge avanti l'assurdo di Sisifo e Camus.

Con un lavoro suddetto vero non si gioca allo scrittore e al blogger: dovrei chiudere Il Grande Avvilente e abbandonare i progetti in hard disk. Quindi: che fare? Che magari fosse il titolo di un romanzo di Černyševskij... È un dubbio angoscioso, perché una delle cose che so per certo - chiamatela sorridendo una postura d'artista - è che smettere di scrivere significherebbe morire, per me. Non è una metafora. Ognuno àncora la propria vita a qualcosa: i figli, la fede, un amore, un ideale... a me, purtroppo, è toccato da che ho memoria questo fondo limaccioso.  

Per ora, questo è il Primo Maggio dello pseudo-lavoratore Alessandro Forlani. Che vi augura di non trascorrerne altrettanti né avere velleità se non nutrirvi ed accoppiarvi.



martedì 28 aprile 2015

Clara Hörbiger - Capitolo XVIII



18.
La Luna era lì inerme con i tentacoli penzoloni, ma già a quella distanza si scorgevano gli alieni: affacciati alle decine di oblò, e i pannelli color acqua luminosi, assistevano indifferenti al loro assalto sconsiderato.
«Conte», tremò Caterina, «vi conviene virare.»
«Potreste procurarmi una pistola e una sciabola?»
«Conte, virate: ché con l'eliche danneggiate non siamo granché agili.»
«È una nave robusta.»
«Cristo, virate! Ci schianteremo!»
«Si usa dire speroneremo
Montecuccoli latrò ancora nell'interfono che voleva tutti gli uomini alle rampe e in navicella, coi coltelli fra i denti: lasciassero le mitraglie che non servivano un accidenti! Bestemmiò con un pilota che 'sta baracca non va abbastanza veloce; sputò insulti in sala macchine e accelerò di qualche nodo... e ancora qualche nodo... l'aeronave buttò fumo e fischiò.
La Luna era sì e no a trecento metri, colmò l'intero cielo; li accecò di luce verde e malefica e gli Struzzi, tuttavia, non reagivano in alcun modo. Si accalcarono starnazzanti sui finestroni dell'astronave, e graffiarono i vetri verdi coi runciglioni, coi becchi.
«Vi lascio il timone», insisté Montecuccoli, «prestatemi le armi.»
Caterina, basita, si slacciò il cinturone. Lui snudò la spada, la Gasser, si intascò qualche cartuccia:
«Muovetevi, dottore!», ordinò d'accompagnarlo. Un aviere lo scansò, sfoderò la sua pistola; gli si offrì tutt'entusiasta, esaltato, di combattere fianco a fianco nel carnaio che s'annunciava.
Tutti gli altri gli s'accodarono: si lanciarono per passatoie e per scale con ansimi assassini e uno strepito d'acciaio.
Lei, la vichinga e Michele, restarono lì increduli inermi e frastornati:
«... mi sa che ci hai ragione», Clara balbettò, «gli ho guastato il cervello...»
L'aeronave rollò pochi gradi a sinistra, Caterina saltò al timone a mantenere l'assetto: ma la prora corazzata, lo sperone a becco d'aquila, penetrò nel leviatano con un orrido fracasso. Grandinarono schegge e corpi contro il vetro della plancia. Struzzi morti si spappolarono e si disfecero nell'impatto, insozzarono gli oblò di quell'icore lattiginoso. Precipitarono in centinaia trascinati nell'abisso, si disfecero schiacciati sotto l'impeto del rostro. I quadri, le macchine, si incendiarono e esplosero; e una coltre multicolore, cangiante, le offuscò la visuale.
Clara, Beltramini, si appiattirono faccia al vetro.
«Riparatevi, imbecilli!», gridò loro la vichinga; madida e esausta dello sforzo con il timone. L'autoruncolo scriveva fitto fitto; lei pregò si diradassero quei vapori: nel fracasso di cocci e ferro, nei belati di Seleniti, echeggiarono un revolver e lo squillo di una tromba. Una colonna di baionette e di sciabole, e persino le tenaglie, le chiavi inglesi, le mazze, i muscoli, i cazzotti, le mani nude dei motoristi, irruppe nell'astronave e diede addosso agli alieni. Scrosciarono proiettili e salve di moschetto; Clara vide il Conte, alla testa dei soldati, mietere, sparare e affondare fin il ginocchio nei morti. L'onda d'uomini travolse, uccise e calpestò; macellarono gli Struzzi incapaci e istupiditi, gettarono granate nei corridoi di cristallo. Frantumarono con i magli gli intraducibili contatori, le intere pareti e rastrelliere di aggeggi.
La Luna si inclinò insanabilmente ferita. Montecuccoli infilzava, crivellava; finì le munizioni e prese a pugni e calciò i nemici: l'attorniava, scannando, quel suo branco d'animali. Gli Struzzi si nascondevano, nei meandri dell'astronave, con vagiti di terrore troppo simili agli umani; fantaccini adolescenti incalzarono mostruosità.
Finché una vampa di fuoco verde li investì e li incenerì.
L'aria gelida spazzò quel che restava di sei soldati: un alone di polvere sui pannelli traslucidi. Una squadra di Seleniti con quei loro lanciafiamme, e un cannone meteorologico che trainarono in quattro, si appostò in una baia: prepararono un'altra salva. Gli avieri li investirono con un grappolo di bombe: sbriciolarono, sconquassarono, sollevarono un po' di fumo, quel che bastò per confondere gli avversari e tardare il contrattacco.
«Ci si è intesi, pollastri!», Montecuccoli raccolse gli uomini: ché rientrassero alla svelta nei portelli del dirigibile; poi, subito!, si sbracciò a Caterina ché muovesse indietro tutta. Fu l'ultimo della fila, serrò il boccaporto: la fiamma verde gli scottò l'antica ruggine di armatura.
L'aeronave scricchiolò nella breccia della Luna: l'orbe, oramai, era tutto un'esplosione. Manovrarono all'indietro e si sganciarono dal relitto. Clara vide ancora l'artiglieria selenita puntare ai cirri e nembi che avvolgevano il pallone: le nubi si ingrossarono, si scurirono, brontolarono temporale; e un alito di uragano carezzò i due vascelli. Guardarono l'astronave capovolgersi spazzata via; sparì loro dalla vista in una coltre cobalto. Caterina, stremata, volò sopra alla tempesta: quando il sole luccicò sull'aerostato si accasciò sul timone.
Montecuccoli, gli Ufficiali, si presentarono ancora sozzi di liquidi, brandelli di caucciù e pulviscolo di vetro.
Gli uomini, in silenzio, ritornarono ai loro posti: le sembrarono tutti sbronzi.
Il Conte era arruffato, sorridente e accalorato:
«Non li abbiamo distrutti, siamo pari però. Se è possibile gradirei di farmi un bagno e del vino.»
Lo sguardo di Caterina fu un calderone bollente, dei peggiori sentimenti che si provino per qualcuno. Michele ne impallidì: prese l'uomo sottobraccio né riuscì a trattenere il disgusto, ché puzzava di Selenita da far venire i conati.
Quell'odore di cielo vuoto e di niente, Clara si schifò.
«Provvederemo nel vostro alloggio.»
«Non scordate un'uniforme scarlatta: 'sti stracci, vedete, sono logori di battaglia e di feretro.»
«Sì, Vostra Grazia.»
E a forza di acconsentire lo accompagno di buon grado.
La Tenente sbatté forte il portellone di ottone e legno, e abbassò la sicura e gridò agli Ufficiali. Il senso doveva essere non si azzardassero mai più a lasciarsi trascinare dagli entusiasmi di quel pazzoide; ché nonostante un evento eccezionale volavano in missione per conto dell'Arciduca, casomai lo avessero dimenticato; rispondevano di quel tizio, di fräulein – la additò – direttamente ad Herr Oberst Hörbiger, Radetzky e il Viceré.
«Arrivare sani e salvi a Milano in tutta discrezione senza incorrere in pericoli!»
Ma lei coprì gli orecchi per non udire gli insulti, gli epiteti, che rovesciò su quei soldati tutto ad un tratto tornati in sé: liberi da un incanto di carisma di Montecuccoli. Li inchiodò sui loro quadri con i chiodi di orribili bestemmie.
«La vedremo, se sono peggio di quel ciccione!»
«Siamo in grado di volare per ancora un intero giorno», pigolarono, mortificati, con gli occhi chini sui contatori, «ma dovremo fare scalo per rifornirci dell'elio perso... Oltreché le necessarie riparazioni.»
«Non potremmo effettuarle in volo?»
«Ma è la scorta di gas che...»
«Fatemi indovinare: il pallone non è stato lacerato dai tentacoli.»
«Ai tentacoli ha retto.»
«Ma incornare la Luna come tori da monta, immagino...»
«... l'impatto ha compromesso l'armatura e le cisterne.»
Franarono minacce e improperi sui poveretti. Caterina si calmò solo quando l'addetto-etere la assicurò che era sgombro per molte miglia all'intorno, né gli alieni né un'altra nave li tallonavano o minacciavano.
Clara guardò fuori: non c'erano solo nubi. I cucuzzoli innevati che infilzavano l'azzurro, e si estendevano da orizzonte a l'orizzonte, le suggerirono che trasvolavano sulle Alpi e le propaggini d'Austria; forse già in Italia. Dove i cirri diradarono poté scorgere solo rocce, ghiacci eterni indifferenti all'estate che mordevano le pareti di impossibili dirupi, fiumiciattoli a fondo valle che scomparivano negli abeti. Solitudini e il mugghio di venti freddi.
«Non mi pare granché civilizzato», la sua solita ritrosia del naturale e incontaminato, «dove fareste rifornimento, da queste parti?»
Il cartografo le indicò quell'orribile puntolino:
«C'è una nuova stazione nel Castello di Rattemberg: ci forniremo di propellente e cambieremo le pale d'elica. Questione di un giorno o due.»
«Sì, ma...», Caterina la accarezzò con uno sguardo preoccupato. Molto preoccupato; «che cos'hai, piccolina?»
Clara, all'improvviso, vide buio e perse i sensi.

venerdì 24 aprile 2015

"Com'è facile vivere in Atlantide" - un nuovo prontuario di scrittura creativa

... ed ecco, in preordine su Amazon e i vari webstore, e disponibile da lunedì 27 aprile p.v., il mio nuovo prontuario di scrittura creativa: Com'è facile vivere in Atlantide (Edizioni Imperium – collana Manuali).

Una nuova, scanzonata, agile guida pratica per la scrittura degli altri-mondi di narrativa fantastica. Il prontuario vi insegnerà come rendere credibili, realistici, continenti immaginari o remote galassie; fin nei minimi dettagli della cabina di un'astronave, la stiva di un galeone e il rifugio di un super-villain! Con analisi ed esempi che spaziano dal romanzo, al fumetto, al cinema e le serie televisive; e "trucchi del mestiere" da esercitare nei vostri scritti.



Vi ricordo che nella stessa collana potete trovare Com'è facile scrivere difficile Com'è facile diventare un eroe: il primo è un prontuario di scrittura in generale; il secondo è una guida alla scrittura del Personaggio.





giovedì 23 aprile 2015

M'rara (Robotica.it)

"La spettrofobia, che non ha nulla a che vedere coi fantasmi, è la paura degli specchi. Molti ne soffrono, magari in forma lieve, un leggero disagio. E se nello specchio apparisse qualcosa, sembra suggerire il nostro subconscio? E se il mio riflesso fosse diverso da me stesso? A volte la spettrofobia è il risultato di un trauma, o magari di un'esperienza paurosa legata agli specchi, come un film. O un racconto come M'rara di Alessandro Forlani, che ambienta un incubo in puro stile lovecraftiano in un cantiere in epoca fascista, dove durante gli scavi viene ritrovato qualcosa… che era meglio restasse sepolto" (Silvio Sosio)




Un nuovo racconto per la collana Robotica.it (Delos Digital) da oggi disponibile su Amazon e vari webstore.


(... e ricordo che nella stessa collana potete leggere anche Sonno Verde, la prima avventura di Eleanor Cole!...)

mercoledì 22 aprile 2015

Clara Hörbiger - Capitolo XVII


17.
L'aeronave con le insegne lombardo-venete fluttuava ancorata nella piazza dell'Am Hof, calarono una barella e vi imbracarono Montecuccoli. Il Conte lasciò, docile, inebetito, che lo stendessero e l'allacciassero e l'avvolgessero di coperte; e Clara trovò buffe quelle cautele da moribondo per un uomo già defunto ma tornato dall'aldilà.
Michele, poveraccio, per non spiacere né disattendere Caterina, dava ordini agli avieri e i Landwehr con il tono imbarazzato di chi supplichi un favore; comandava, a casaccio, di legare e di issare, e attenzione con quelle corde e fate piano, mi raccomando! E i soldati, i piloti e i poliziotti però non l'ascoltarono: piuttosto ridacchiarono; e si occuparono delle routine dell'imbarco niente affatto impressionati dell'accogliere un morto resuscitato.
Al chiarore di riflettori sugli edifici e l'aerostato, le galvaniche rosse e verdi, Montecuccoli strabiliò: forse che s'è svegliato? Ma subito si irrigidiva in quel cruccio intontito, che era quello del ritratto nel suo sepolcro spezzato.
«Duecent'anni di sonno ottuso e arrabbiato: bel tipo!», Clara si incupì. La vichinga le venne accanto sulla scaletta alla gondola, le lesse i dubbi in faccia e le disse, all'orecchio:
«... per quello che riguarda i rapporti con l'equipaggio, fräulein, è un importante personaggio ammalato, ferito; che mantiene l'anonimato. Lo abbiamo soccorso, era in cura dai Gesuiti: non si deve sapere che era... Dio, non so capacitarmene!...»
«Sì, ho capito.»
«... e fino a Milano è relegato in cabina.»
«Sembra uscito da un ballo in maschera: che ne dicono gli uomini?»
«Che è un eccentrico, frocio: tutto quello che pare a loro, purché non sappiano ch'è uno spettro
«Non capite che è vivo e vegeto.»
«Cristo, no!»
«Radetzky e l'Arciduca l'han voluto perché è lui; alla testa dei loro eserciti. Dovrete pur spiegare alle truppe, prima o poi, che il loro condottiero è tornato dalla tomba.»
«Discutine coi lor signori; tuo padre, semmai.»
«La pubblica opinione.»
«La gente è ignorante.»
«Si sa che Montecuccoli è un uomo del 'Seicento.»
«Sentimi, signorina!», le ringhiò la Tenente, «t'ho salvata, ti porto a casa e recupero quel... mostro. Ci sarei anche crepata, se dovevo: è andata liscia; parlane al cretino, là, se ti prudono certi orrori.»
Le alzò il mento a Beltramini che veniva dalle stive, e con la scusa ch'era imminente il decollo, la chiamavano in plancia, e il ruggito delle eliche le impediva di conversare, girò i tacchi e la lasciò alle cabine.
«Ha sopportato di dare retta a un messaggio recapitato da un carcame di uccello», lui le sorrise, «il racconto di un alchimista immortale e un vascello invisibile; gli automi nella cripta... non chiederle di più. E, lo stesso, era pronta a attraversare l'inferno, per te: ti assicuro che sulla soglia dell'Am Hof aveva il cuore in gola, si angosciava che fossi morta.»
«È audace, è bigotta.»
«Si batterebbe contro chiunque e qualunque cosa, purché di questo mondo.»
«Parrebbe: e però teme me più degli Struzzi.»
«Camminano, respirano...»
«Io sono viva, sono un essere umano.»
«Sarebbe meglio che ti vestissi, sì?», l'autoruncolo si arrossì. La accompagnò con gli occhi bassi in alloggio dove, le assicurò, non le sarebbe mancato nulla: Clara trovò gli abiti, gli accessori, qualche articolo di toilette, che il papà, come il solito, le inviava da Milano; quelle piccole, essenziali e proprie cose poterono rasserenarla. Si appartò ad un separé di velluto damascato:
«... e però», pregò Michele, «non occorre che te ne vada: c'è una seggiola, stai lì; vorrei fare quattro chiacchiere.»
«Fräulein, sei nuda.»
«Che ne pensi di Raimondo Montecuccoli?»
«Oltre che militare, ha grandi doti di letterato: Ugo Foscolo lo considera...»
«Hai capito che cosa intendo: sii sincero.»
«Mi sembra un imbecille», lui si intristì.
«Gli affideremo le nostre sorti.»
«Forse, lo stregone gli ha guastato il cervello; ha commesso un errore nel rituale per riportarlo alla vita.»
«Consolati che anch'io partecipai di quel rito.»
Clara si morse i labbri: non era un segreto, ché la avevano colta praticamente sul fatto; né Michele era un ingenuo, ma... quella nota compiaciuta di aver commesso il misfatto, e un orgoglio tenebroso, nuovo, del difetto che la assillava da ch'era viva, le squillò così sfrontato da restarne lei medesima stupefatta.
Oh, mio Dio! Che cosa mi succede?!
«... e diresti che è riuscito...», Michele si irrigidì. Batté il piede sul tappeto, si addrizzò sullo schienale della seggiola, scrocchiò le dita, schiarì la voce e tossì.
«Quell'orribile individuo, Francesco, non ha detto il contrario.»
«... Francesco!...»
«... e ti assicuro che manifesta molto apertamente gioie e malumori: fallire il mesmerismo l'avrebbe fatto arrabbiare.»
«L'hai conosciuto piuttosto bene.»
«Ehi, cos'è questo tono velenoso?»
«Caterina ti accuserebbe di connivenza con il nemico. Uno che ti ha rapita, trascinata in quell'orribile posto e ti ha costretta a fare certe cose.»
Clara, vestita, si affacciò dal separé; guardò l'autoruncolo dritto dritto negli occhi e, dovette ammettere, le parve un po' ridicolo. In quei pince-nez, le pupille, si specchiò più donna adulta:
«È stata un'esperienza che mi ha resa consapevole.»
«Sei esausta, turbata, è notte fonda; ci attende un lungo viaggio.»
Lui si congedò, con un sospiro sconsolato, senza ammanco guardarla in faccia.
«Che ti prende, permaloso?»; ma la domanda le morì in bocca, ché Beltramini la lasciò sola: se ne andò nel corridoio con il passo strascicato, quell'incedere intristito che suonava di sconfitta.
È geloso!, lei si illuminò, e si sente prevaricato! Ma è possibile? Sono piccola, è dieci anni più vecchio!
Si scrollò di quel pensiero, sono solo presuntuosa; dovette ammettere ch'era vero ch'era ridotta uno straccio. Si sdraiò nella cuccetta con gli occhi gonfi arrossati, intontita di fatica e sopraffatta di nausea.
Le tremarono le ginocchia.
La offuscò quel mal di testa che precedeva le crisi elettriche: si rassegnò che avrebbe esplose le lampade e trascorsa la notte al buio nel bugigattolo dell'alloggio, attossicato di odor di ozono e lampadine bruciate.
E invece non voglio!, batté i pugni sul letto, sentì i flussi di forza pizzicarle le vertebre: e però li trattenne. Ma le bruciava nei polpastrelli un tal fuoco che, se ne avessi il capriccio!...
Era calma, assopita, quasi avesse ancora indosso quel vestito inibitore: che era perso, stracciato... e adesso non c'era nulla le trattenesse il difetto.
Ho imparato a controllarlo, santo Cielo! É possibile?!
Le catene rotolarono nelle cubie del vascello: si staccarono da terra; le sirene dell'areogibile salutarono l'Am Hof.

Un'alta, luminosa, limpida mattinata si insinuava dall'oblò, le scaldava le coperte; la accecava di un sole vivo spietato che brillava sull'aerostato che s'asciugava di brina. Clara posò la sveglia con il quadrante sul comodino, vergognosa di veder correre le lancette troppo prossime all'una. Il languore la afferrò non appena aprì gli occhi: corse addosso alle brioche, le marmellate e il caffè che profumavano su un vassoio su quella seggiola a pie' del letto. C'era un vaso di rose e ciclamini di stoffa, fra gli steli di fil di ferro un cartoncino annotato a mano: vieni subito, s'è svegliato. La piccola, ordinata calligrafia di Michele e però senza ciniglie né svolazzi.
Clara si infilò in un completino da giorno, che non era un granché elegante, ma finché restava a bordo... Allo specchio si imporporò, bene o male che vada, che stava per incontrare un gentiluomo d'un altro secolo; e accidenti che secolo! Le prese l'ansia di abbinare le calze, le scarpe, il cappello, le fibbie delle scarpe e i nastrini nei capelli. Poi si ricordò - se non gli avevano messo addosso un camice d'ospedale - che il Conte era incassato nella corazza che arrugginiva; infiocchettato d'una casacca, una zuava, una sciarpa, tutte erose dai vermi.
Si convinse che era assurdo mettersi in ghingheri per un morto: fosse pure Raimondo Montecuccoli.
Fuori, in corridoio, si incrociò con Caterina:
«Ti ha avvertita che è lucido
«É una buona notizia.»
«Ci ha svuotato la cambusa: sembra quasi che non mangi da...»
«E in effetti è così.»
«Dio, perché mi fai pensare a questa cosa?!»
«Lo accudiremo Michele ed io.»
«Buono, quello!»
Lei proseguì fino all'alloggio dell'ammalato; le fece ridere il cartellino sull'uscio: se è tornato dall'oltretomba sta molto meglio di tutti; siamo noi che in ogni istante ruzzoliamo al sepolcro. Si riflesse in un pannello, si trovò un po' atteggiata: si propose che forse era il caso di smettere di leggere Keats, Gray e quel genere di poeti.
Beltramini la accolse con uno sguardo smarrito, e aveva scritto in volto di cavarlo dagli impicci. Chiuse subito la porta: oltre a loro, nella stanza col grande uomo, c'era un goffo e esterrefatto inserviente che ammucchiava ossicini, torsoli, stagnole, scorze di parmigiano in una sacca dell'immondizia; ramazzava i resti sozzi dell'abbuffata di Montecuccoli. La cuccetta era scomposta come dal gesto di un impaziente, che avesse scaraventate le lenzuola e il cuscino. E il Conte era seduto a uno scrittoio sgomberato che adesso tracimava di portate e di bottiglie, si compiaceva del sole in faccia e il panorama di cielo e nubi.
«Piatto!», gridava all'inserviente: e altroché quella vocina di quand'era inebetito; era il tono di un obice! Il poveretto lo accontentava di un altro arrosto, uova sode e patate, da un carrello di vivande che non erano granché rimaste.
«Vi presento fräulein Hörbiger», si azzardò l'autoruncolo.
Clara gli si inchinò. E benché le schifassero quelle labbra bisunte, e i baffi impiastricciati di briciole masticate, gli offrì il dorso della mano in un invito elegante. L'omaccione la stritolò fra quei guantacci di cuoio:
«Dio bon! Sei quella che m'ha svegliato!»
«Siete stato cosciente, per la durata del mesmerismo?»
«C'era un altro con te, e non è questo bel tipo.»
«Ho spiegato a Vostra Grazia ch'è una faccenda complessa... sì, incresciosa», precisò Beltramini.
«'Sto vostro secolo da quel che vedo è già affollato di cose strane: sto volando su una nave, Cristo Iddio benedetto! Che mi abbiate resuscitato, al confronto, è una bazzecola.»
«Ne avremo, da mostrarvi; v'abituerete: ché vi tocca un gran compito.»
«Il dottore me ne ha accennato.»
«Voi siete quello che vinse i Turchi nel Brennero, vero?»
«Puoi giurarci, ragazzina!», saltò su Montecuccoli: dritto in piedi la impressionò. La valanga di onori nobiliari, militari, che le gridò sulla faccia, durò dieci minuti: Clara si sforzò di non farsene intimorire, né di farsi infinocchiare da quei nomi altisonanti.
«Siete ancora lo stesso uomo?»
«Chi ne dubita?!»
«Va' a capire.»
Il Conte si imporporò e bollì di indignazione, levò il braccio a rovesciarla con uno schiaffo; si trattenne a un ululato che scoppiò nell'interfono:
«Teufel, l'adunata!»; l'inserviente gettò la scopa e la sacca, si slegò il zinale sporco e fuggì nel corridoio.
Gli alloggi, le passatoie del dirigibile, tuonarono di stivali e di allerta alle armi.
«Che cosa è successo?!», si impaurì l'autoruncolo. Caterina li avvertì dal trasmittente di ottone:
«Fräulein, dottore: siete in stanza con il malato?»
«Io sto bene!», protestò Montecuccoli: che orecchiava sconcertato in ogni angolo dell'alloggio, né riusciva a indovinare l'emittente di quella voce.
«Chiudetevi lì dentro, e abbassate le paratie corazzate!»
Fuori, durava lo strepito di soldati e piloti: Michele insistette a domandare, lo scansarono risoluti; mitraglieri in pettorale, stahlhelm, con i nastri di proiettili, si arrampicarono a prora e poppa sulle torrette Spandau. Clara andò al manubrio di quegli scuri in acciaio, restò pietrificata dal barbaglio all'orizzonte: una Luna selenita, con i tentacoli pencolanti, rotolava inesorabile sulla rotta dell'areonave.
Montecuccoli le venne accanto, incollò la faccia al vetro:
«Che cos'è? Un leviatano?»
«Sono i nostri nemici.»
«Quella specie di polli cui m'ha detto il dottore.»
«Sono struzzi, v'accorgerete: e il nostro viaggio finisce qui.»
«At gneser un cancher, streghetta: mi promisero che avrei visto Milano e sarei stato alla corte dell'Arciduca; ho un nome, non mi si buggera su certe cose.»
Lei, Beltramini, si guardarono disperati. L'astronave si ingigantì, più vicina e terribile: la spettrale luce verde penetrò nella cabina. I tentacoli di acciaio si protesero dall'orbe: e i pensieri le si svuotarono, in silenzioso terrore, per la pinza gigantesca che bussò sul lucernario. Un'altra botta di quell'ordigno e sarebbero tutti morti.
L'aeronave virò per sfuggire a quell'orrore, reclinata sul fianco destro contro il fianco del nemico. Le torrette mitragliatrici incrinarono i vetri verdi, concentrarono le raffiche e tranciarono un tentacolo. Le appendici si ritrassero con uno schiocco di elastici, il zooing di una molla echeggiò nel cielo limpido. Gli pseudopodi si rannodarono nelle baie dello sfero, scricchiolarono di caucciù, meccanismi, si fletterono in un affondo contro i flap della coda: li mancarono per un soffio. Loro si inclinarono, in verticale di prua, per volare al polo opposto della Luna selenita. Si abbassarono altrettanto bruschi e sganciarono un siluro, che annerì l'emisfero senza infliggergli alcun danno. Dentro scoppiettò qualche luce intermittente, le Spandau si accanirono sulle sezioni contorte e bucarono e tranciarono e incendiarono ed esplosero; Struzzi morti precipitarono da quello squarcio dell'astronave; centinaia d'altri mostri si radunarono, starnazzarono, si stiparono nella breccia con gli estintori e le canne ossidriche. Clara indovinò che riparassero a casaccio, una frotta di minorati che si arrangiava con il Meccano.
E il Conte di Montecuccoli, strabiliato di tutto, lo stesso scrutava soprattutto i Seleniti, si accarezzava i mustacchi folti con uno sguardo affilato:
«Dio bon, sono brutti: ma i Turchi sono peggio. E non sembrano molto svegli.»
La Luna li inseguì con i tentacoli protesi, quell'incendio da un nonnulla già soffocato, già spento.
«... è che vortica su sé stessa», rabbrividì l'autoruncolo, «e può darsi non veda bene, ma... giurerei che i pannelli si ricompongano... intatti!...»
«Santo Cielo, è così!»
Le caldaie sibilarono a regime disperato, li assordò il mugghio dell'eliche e s'aggrapparono ai mobili: l'aeronave si spinse, mille metri più bassa, a nascondersi fra le nubi che s'addensavano a una catena montuosa. La Luna andò a cozzare sull'aerostato corazzato, sconquassò il dirigibile, gli acciaccò due rotori e ribaltò sottosopra. Clara, il Conte e Beltramini ruzzolarono avvinghiati e sbatterono dappertutto. Lei si rialzò con un taglio sulla fronte, Michele gliel'asciugò con un lembo di lenzuolo... incurante dell'occhio nero dietro i pince-nez spaccati.
«Oh, caro!»
«Non è niente.»
Montecuccoli, illeso, li scansò in malo modo; infoiato per la battaglia che infuriava alla finestra.
Le torrette sputacchiarono poche raffiche arrabbiate, esaurirono i proiettili; scrosciarono quasi innocue sull'equatore dell'astronave. Gli alieni volarono fino a sopra il vascello, calarono i tentacoli e li avvolsero da prora a poppa. Grida all'interfono e un orrido scricchiolio: le pareti, il pavimento, l'assito e l'ottone si incurvarono e creparono e esalarono vapore, fiotti e rivoli d'acqua calda bollente dai condotti nel battiscopa e incastonati al soffitto.
Siamo morti, seppe Clara, con assoluta certezza.
Beltramini la abbracciò e non disse niente, e il Conte si impietrì, in un ridicolo monumento, con le braccia conserte al petto e indifferente al terrore.
Facile, per lui, che ci ha già fatto esperienza!
Ecco, all'improvviso, un contraccolpo e silenzio: l'areonave tornò libera e in moto, videro i tentacoli srotolarsi dal lucernario. Ripresero l'assetto e scansarono il nemico. La Luna si allontanò di un centinaio di metri: fluttuò, nelle nubi, in un alone più mite. Virò alla loro destra; restò immobile in quell'oceano di cirri a guardarli allontanarsi con l'ossa rotte e sconfitti.
«... come fossero annoiati... siamo salvi, però!»
Lei, Michele, non osarono lasciarsi per almeno un quarto d'ora. Tremarono. Le bruciarono l'ipofisi e le vertebre di scariche; lui aveva in petto un concerto di bombarde. E era madido di paura.
«At gneser un cancher, embeh?!», si indignò Montecuccoli, «Dovevano distruggerci! Non è mica corretto!»
«Sono illogici, amorali.»
«... e posseggono quelle macchine!»
«Questo è il dramma.»
«Screanzati! Ma i Turchi sono peggio. Chi comanda su questa nave? Se mi avete resuscitato per questa storia di pappagalli...»
«... Struzzi...»
«... ho da mettere le cose in chiaro.»
Prima ancora che acconsentissero era già nel corridoio: e guardava di qua e di là, nel labirinto di scale e porte, e domandava per là e per dove circa il ponte di comando.
Beltramini, per non offenderlo, pispigliò nell'interfono:
«... Caterina...»
«State bene?!»
«Una garza, un impacco e saremo come nuovi. C'è però che l'ammalato vuol raggiungervi in plancia.»
«Come se non avessi già abbastanza problemi! Fräulein?»
«Sono a posto, Tenente. Com'è stato che...»
«Che accidenti ne so?! Va' a capirli, quegli uccelli!»
Montecuccoli salì i ponti incuriosito di tutto, ma le diede l'impressione che gli bastasse la prima occhiata per comprendere l'uso, lo scopo, d'ogni macchina che incontrava; si facesse già un'idea di impiegarla al suo meglio.
«Ho bisogno, innanzi tutto, di un'uniforme per questo secolo: la voglio rosso vivo.»
«Sarete accontentato.»
Pensa al guardaroba, lei si indispettì, l'aeronave è un disastro!
Perdite di vapore ed olio ed acqua calda: l'equipaggio si affannava a riparare le falle, e i tecnici si imbracavano di moschettoni, di corde, e scivolavano all'esterno sul pallone corazzato; si occupavano dei rotori e dell'eliche danneggiate.
«Formidabile che voli ancora!», Montecuccoli si impressionò. E pretendeva di intrattenersi con ogni aviere, e meccanico, e con gli uomini feriti e che tossivano attossicati; di rinfrancarli con una pacca alle spalle e uno spirito canagliesco.
«Tutto il tempo che è stato morto», Clara ne arrossì, «lo ha trascorso all'Inferno: deve averle imparate là, certe bestemmie e sconcezze.»
«Sì, è colorito: ma li ha subito conquistati. Per di qua, Vostra Grazia», Beltramini lo trascinò. Ed ebbe il suo daffare a far sgombrare i soldati che si stringevano, ringalluzziti, a gridare hip hip urrah!; che non avevano manco idea di chi fosse ma, quasi d'istinto, lo osannavano come capo.
Gli basta una parola, gli basta essere qui: Clara percepì quell'aurea di potere; si strinse all'autoruncolo e gli soffiò in un orecchio.
«Guardali.»
«Li vedo.»
«Cosa abbiamo resuscitato, secondo te?»
Salirono altre scale fin il ponte di comando: lei non fece in tempo a indicargli il portellone che il Conte era già entrato senza chiedere il permesso, e scoccò, inferocito, agli ufficiali alla barra.
«A chi devo render conto?»
«Me, signore», lo affrontò Caterina.
«Una donna al comando, sant'Iddio! Che secolo!»
«Parlate.»
«Esigo si torni indietro ad affrontare il nemico.»
«Siete matto. Non vedete che ci ha ridotti un rottame?»
«Ci hanno oltraggiati di non distruggerci pur potendo. Noi non saremo altrettanto villani.»
«Siamo loro inferiori in tutto.»
«È una nave da guerra.»
«Con ciò?»
«L'unica opzione, comandante, è di battersi.»
«Non ne abbiamo le forze.»
«Non avete iniziativa.»
«Avete visto le loro armi e le nostre.»
«Siete vile e bottegaia, li combattete col bilancino.»
«Ho i miei ordini, signore!», Caterina avvampò, «non riguardano voi solo c'è la bimba.»
«... ch'è una strega.»
«Io, per me, vi conduco a Milano: là potrete fare quel che vi pare; su questo dirigibile...»
Montecuccoli la azzittì con uno sbuffo taurino:
«... ché con le donne, con i codardi e gli stupidi», brontolò, «è inutile discutere.»
Guardò assorto il timone dell'aeronave finché parve persuadersi ch'era identico, in tutto, alla ruota dei galeoni che navigarono quand'era vivo; e impose al pilota che lo lasciasse provare. Quello, docile, gli lasciò immediatamente il comando. E il Conte alitò nella cornetta dell'interfono:
«È quest'affare che comunica all'equipaggio, ho ragione?»
«... sì, ma... come vi permettete?!»
«Animo soldati, si va addosso al leviatano! Sfoderate, all'abbordaggio! Inastate le baionette!»
Il ruggito degli uomini echeggiò nel trasmittente, Montecuccoli drizzò il timone, la prora, contro l'orbe selenita. Gli ufficiali scattarono alle leve e manovelle, e issarono a pennone il vessillo di battaglia: i pifferi, i tamburi, gli ottoni militari, tuonarono alle nubi la rabbia degli Asburgo.
Clara, Beltramini, si guardarono a bocca aperta. Lui aprì il taccuino, temperò la matita, e inseguì di parole la corsa dell'aeronave.


venerdì 17 aprile 2015

Clara Hörbiger - Capitolo XVI


16.
Clara restò nuda nel fetore sepolcrale: la presenza dei cadaveri nella cripta, le decine di resti insigni, i centinaia di morti ignoti e scomposti, la investirono all'improvviso di un'onda nera, potente; la offuscarono le vertigini e l'accecarono i luccichii. Si accasciò nel monumento: la rintronarono le grida dei Racchettieri e i colpi di fucile e un insistito ronzio; il rollio di carrellini che acceleravano fino là.
E lo schiocco disgustoso di un affondare nel morbido, il gorgogliare di un disperato; strilla acute di raccapriccio, di rabbia, e la cilecca di un percussore.
Le si incendiò di un altro lampo l'ipofisi:
«... è un altro, è morto un altro... e si avvicinano quelle cose...»
Francesco Borri tirò la giacca, il suo vestito sull'inferriata, a pencolare dal ferro e l'oro come fossero un sipario; la agguantò per i polsi, la alzò dalle macerie e la arrossò con uno schiaffo. Le additò il carcame illustre che era steso nella bara:
«Non ti interessa che cosa fanno i soldati.»
Clara, furibonda, sentì il fuoco nei polpastrelli; bruciò d'odio per l'alchimista e...
Oh sì: stavolta gli ho fatto male.
I capelli gli sfrigolarono tutti dritti, lo lasciò sul pavimento; lo guardò che si torceva e sopportava le convulsioni: si accorse, inorridita di sé, che aveva usato quel suo difetto contro un'altra persona.
Mio Dio! La prima volta!
La attraversarono pensieri perfidi, velenosi, che io non lo so, se è lo stesso per questo mostro; e le pungeva il risentimento che meritava anche peggio, ma...
Contro un'altra persona. Posso uccidere, fare male!
Si arrossì di vergogna, gli si accucciò premurosa; lo abbracciò, lo accarezzò, finché smise di tremare; l'aiutò ad alzarsi in piedi e spergiurava che non voleva:
«... state bene, Francesco! Non sono un'assassina; non mi controllo, ho paura! Sono esausta, m'esasperate!...»
Gli fumavano i baffi, i sopraccigli, la barba; la cravatta e il volgarissimo doppiopetto:
«T'è piaciuto», le ammiccò.
«Sono mortificata!»
«Ma è così che ti voglio.»
«No, mi faccio orrore, vi rassomiglio, ho ferito.»
«Te l'ho detto che senza l'abito inibitore saresti stata assai più pericolosa.»
«Non capite che vi ho colpito con odio? Dio, sono un mostro!»
«... ché altrimenti m'annoieresti.»
Li interruppe un tonfo sordo e il cigolio della grata: il cadavere lacerato di un altro Racchettiere, con l'uniforme a brandelli sanguinolenti, rotolò nel corridoio e si inchiodò all'inferriata.
«Sono solo, Monsù! Sono troppi!», li implorò il Caporale. La sua voce fu spezzata dal raglio forte di macchine che, la buon'ora, riconobbe che cos'erano. Puzzo d'alcool, formaldeide e snuvolare di incenso; il tinnio delle rotelle che scendevano i gradini. Lei rabbrividì: si allungarono ombre magre che brandivano...
«Motoseghe!»
Borri le annuì, ferocemente incupito.
«Che cosa devo fare?»
«Gli stessi giochi che con le rane: quando il Conte tornerà dall'oltretomba, c'è bisogno che il suo spirito attecchisca a un corpo vivo.»
«Lo vedete com'è ridotto.»
«È sufficiente la tua scintilla: ciò che accade dopo è piuttosto repellente... è il contrario ed è lo stesso del decomporsi...»
«Dovrò guardare?»
«Io non te l'ho chiesto, piccola impertinente.»
Clara accese il corpo con un fulmine, Montecuccoli si stirò nell'abbraccio dell'alchimista con la bocca, gli occhi vuoti, spalancati con uno scrocchio. Lei lo legò con i suoi lacci galvanici, ne abbozzolò le cartilagini consumate fino alle falangi inguantate e stivalate; gli rizzò l'antica zazzera grigio-perla che gli scendeva fin sulle spalle e in boccoloni sull'armatura. È lo scheletro di un titano, un'ossatura robusta; le costò un'inaspettata e disagevole fatica; percepì, non è possibile, che il cadavere si opponeva: non è senziente! L'alzò seduto nella sua cassa di legno nero; e le sembrò che da costretto a guardare il mondo gli occhi cavi gli folgorassero di disprezzo. Clara lo ridistese come un docile burattino; Borri, se ne accorse, la guardava ammirato:
«Sembra quasi che suoni un'arpa»; le carezzò le dita piccole e flessuose e subito le ritrasse, «ahia, m'hai scottato!»
«Potete fargli ciò che dovete.»
«Raimondo Montecuccoli, udite», l'alchimista gli pispigliò. Madido, affannato; le dita gli tremarono sui parietali del teschio.
Clara si morse i labbri, ascoltò pietrificata; una voce ultraterrena, liquida, la addiacciò:
«... sì, ho dormito, ed ora... sono morto...»
«Siete vivo. Vi ricongiungo col vostro corpo.»
Il fetore che esalarono quelle gocciole di icore, che essudarono dallo scheletro in un flusso ininterrotto, le sforzarono un conato. Gli abiti, il pettorale, gli stivali e la parrucca del Conte si gonfiarono di liquami che raggrumarono in carne, un'eruzione di succhi gastrici siero verde e di pus; grumi gialli poi rosso vivo poi grassi suppurarono sugli zigomi i denti neri e marciti. Gli esserini color latte che strisciavano tutt'attorno s'attorcigliarono, risucchiati da un fiato fetido, nelle vesciche e l'emorragie che rasciugarono in tutto il corpo. L'orbite, il palato, le costole e l'addome tracimarono di schiume che si impastarono con la cenere, nelle sacche dei polmoni e nel gomitolo di intestini. Scintillarono pupille nuovo e schioccò la lingua in una gola essiccata; il feretro bollì di quello schifo restituito: e Montecuccoli resuscitato, florido, paonazzo, saltò su con un grido orrendo e ricadde addormentato.
Sì, ronfava.
«... tenetemi, Francesco...», Clara gli cadde addosso, gemette: un ceffone dell'alchimista le impedì di svenire. Si rimise la marsina e le porse il suo vestito.
«Copriti, sta' in piedi: sei stata molto brava, ma... il difficile è adesso.»
Nel tunnel echeggiò un altro grido spezzato, e i ronzii di motoseghe e il rollio d'una lattina. Il telefono a barattoli dei soldati, avvoltolato nel fil di rame, rimbalzò su uno scalino e volò fino al di qua dell'inferriata; la testa mozza del Caporale toccò il cancello l'istante dopo. Lei si raccucciò in un angolo della cripta, e uno strillo di raccapriccio, e paura, le si spense sulle labbra all'apparire di quei carnefici.
«Coraggio, 'a regazzì», Borri strinse i denti, «non abbiamo appena visto di peggio?»
Mummie di sacerdoti su seggiolini da invalido. Le ruote erano mosse da un meccanismo a vapore, complicato da un sistema di elettrodi, termometri, turiboli di incenso, decorati di crocefissi e certi simboli stregoneschi. Il motore governava anche le membra dei cadaveri, che imbracciavano grandi seghe circolari dalla foggia dell'ostia a raggi che è l'emblema dei Gesuiti. I talari, le lame, il telaio di metallo, grondavano d'omicidio e svaporavano essenze sacre: ma alla luce dei gas, molto più terrificante, fu il barlume di coscienza negli occhi morti dei roboti. Rantolarono il Pater Noster senza muovere le labbra, le loro voci crepitarono da una cornetta di ottone infilzata alla trachea ricucita col fil di ferro.
«... sono i preti; che razza d'automi sono?! Sono morti, sono vivi!...»
«Necrotecnica, magia nera; sono stanco... fatti in là!»
Dieci di quegli esseri invasero il mausoleo, dietro loro, sui gradini, ne scendevano altrettanti. Borri infuriò sul primo con la sua telecinesi: lo accartocciò in rotelle ed ossa in un angolo della cripta. Tolse il boiler di un secondo avversario che si spense sul carrellino, la cartapecora della pelle che si afflosciava sul nichel. La motosega di un Gesuita gli affondò in una spalla, gli scavò nelle carni: lui calciò l'automa a guastarsi sul pavimento, si strinse la ferita bestemmiando di dolore; la pelle gli si sfaldò come erosa da un acido, ma... tornò sano in un batter d'occhi. Clara si illuminò di una speranza di prevalere, gli sorrise così stupida e esterrefatta che lui, di rimando:
«... sì, ma non sono eterno, cretina!...»
Montecuccoli se la dormiva beato.
Oh, al diavolo tutto quanto!; si stracciò il vestito nero di dosso e si buttò nella mischia.
Scaricò la sua paura, la rabbia, contro un prete meccanico, lo ridusse a una torcia; fece esplodere il meccanismo di un altro e inceppò motoseghe. Guardò torcersi le mummie nei carrellini da infermo, spezzò loro le vertebre, le costrinse a mutilarsi coi loro propri strumenti. Borri le allontanò con uno schiaffo invisibile quei mostri, alle spalle!, che la sfiorarono di fendenti; li schiacciò alla parete in ingranaggi e poltiglia.
L'aria era satura dei loro neri poteri; Clara, calpestati i resti orrendi dei nemici, si inebriò di perversione. Si sentiva più colpevole e potente che a Ravenna, la penombra del sotterraneo si schiarì dei suoi lampi: e gli stessi corpi morti e distrutti, lì, sottoterra, negli avelli e nei feretri, si scossero perché sì per contentarle i capricci. Se aveva ancora un'anima, le si incendiò di saette: cadde esausta e frastornata fra le braccia dell'alchimista.
«... Dio, non vedo più!... non... è tutto buio!...»
«'A anfame! Ce n'è antri! Non t'azzardare a lasciarmi adesso?!»
Il ronzio di motoseghe, molte altre motoseghe, che scendevano i gradini e irrompevano nel sepolcro. Montecuccoli che masticava nel sonno, pallido, sudato, puzzolente di orina e feci; tutti i liquidi del suo corpo ricomposti nel mesmerismo. Er romanaccio di Borri stanco col fiato corto arrochito. Il tinnio delle rotelle, i suffumigi, il dolciastro; quiesincielisantificietur...
E un ordine perentorio e un improvviso silenzio: gli automi si arrestarono.
Clara, annebbiata, a malapena cosciente, vide l'alchimista arretrare a mani in alto; un austero sacerdote farsi largo fra le mummie. Indossava la talare e il tocco nero dei Gesuiti, ma ostentava attorno al collo un crocefisso d'argento: e nonostante la barba grigia lo nascondesse splendeva, alle fiammelle dei gas, di brillanti incastonati nelle ferite del Redentore. Lo attorniarono soldati in uniforme di Landwehr, che gli strinsero timorosi in quella stanza di orrori; dietro loro riconobbe...
Caterina! E Michele!
Lui le strizzò l'occhio, le mostrò il suo biglietto, la zampetta di gazza cui lo aveva affidato. La vichinga le corse incontro, la coprì col suo pastrano; colpì Borri, lo atterrò, e insistette a calciarlo nello stomaco e l'inguine.
«Siete quello che l'ha rapita, eh?! Che cosa le avete fatto, ché è nuda in una tomba?!»
«... quello!... quello!...», trasecolò Beltramini: le indicò il resuscitato che sbadigliava e sfregava gli occhi, che scendeva dal feretro come un letto qualunque; «... è Raimondo Montecuccoli!...»
«Siete lo stregone cui ci ha scritto fräulein Hörbiger.»
«Che significa, vi ha scritto?», l'altro si indispettì. Caterina impugnò la Gasser, tirò il cane, gliela puntò su una tempia:
«Lo avete risvegliato.»
«... diabolico!...», balbettò il vecchio prete.
«Siete un mostro, fate orrore.»
«Sentili, 'sti ipocriti», le sghignazzò l'alchimista, «glielo avreste fatto fare alla bambina, voialtri.»
Clara, ormai, riprendeva conoscenza: tornò lucida, vide bene, si sentì debolissima. Supplicò in un fil di voce:
«No, lasciatelo; siamo stati noi due.»
«... che è quello che volevamo», Michele si vergognò. Si inginocchiò per carezzarle la fronte e le tenne il capo in grembo; le cercò, benché incredulo, il perdono negli occhi. Ché è stata una mia idea, voleva dirle: ma tacque. Clara gli percepì quel rimorso trattenuto, quasi lo avesse urlato a echeggiare nella cripta. E al contempo guardava stupido, cùpido, i terrori del mausoleo e il Conte insonnambulito; materiale per un racconto che surclassava le sue trovate.
«Neanch'io», gli sorrise, «ci avrei mai creduto.»
Montecuccoli era in piedi come un ebete, si rasciugava coi guanti logori quel fil di bava e ripeteva cos'è successo; chi sono e dove sono; barcollava qua e là. Clara si impietosì di quel vagito infantile che eruppe tutto a un tratto dalla gola del grande uomo.
«Prendetelo», Caterina ordinò. Strinse il braccio a Beltramini e gli scoccò con aggressiva superstizione, «imbarcatelo sulla nave. E già che avete avuta questa bella pensata, vi incarico di occuparvene.»
Michele la salutò stringendosi nelle spalle, e raccolse i militari che, riluttanti, scortarono il Conte su per le scale e fuori dal sepolcro. Lo tenevano a distanza quasi fosse un appestato, e l'anziano Gesuita malcelò una certa rabbia.
«... e a me», chiese Borri, «che fine mi fate fare?»
«Non potete farla franca, stregone: è casa nostra. Sua Eccellenza il borgomastro di Vienna, il qui presente Superiore dell'Ordine, hanno subito acconsentito all'istanza dell'Arciduca. Né in chiesa né in città vi sareste mai salvato: v'ho inseguito da Milano, ho la piena giurisdizione.»
«Ci è mancato che scomodaste l'Imperatore, insomma. Chi vi ha dato la soffiata? La mia nave vi è passata sotto il naso.»
«Siete stato molto presuntuoso a volare fin qui»; Caterina gli presentò le manette.
«Ohi, Tenente!», si stizzì l'alchimista, «Non sono un gentiluomo?!»
«Siete anche un negromante», lo accusò il sacerdote, «non vi voglio a mani libere, ché potreste gesticolare un incantesimo.»
«Cosa vuole 'sto corvo?»
«Montecuccoli sarà utile nella battaglia agli Struzzi, sapete...», la vichinga abbassò lo sguardo; lei si accorse che sopportava, a fatica, il disonore e l'umiliazione d'un bieco compromesso, «... ma i Padri hanno imposto che il sacrilego sia comunque punito. Voi restate qui, nell'Am Hof... a loro disposizione...»
Il Gesuita giocherellò con la sua croce d'argento, un sorriso spaventoso su quella faccia aggrinzita. Clara inorridì, e anche il volto di Borri si scolorì di paura:
... fuggi, sciocco!...
L'alchimista scattò al barattolo del telefono, lo raccolse con un calcio e gridò dentro quindici minuti!: e il soldato in terrazza, all'altro capo del filo:
«Agli ordini, Monsù!»
Caterina gli puntò la pistola: lui le diede addosso con un'onda di potere, gliela tolse dalle mani dalle mani; e la spinse addosso al prete e li scagliò fino alla volta del mausoleo, li lasciò ricadere sui calcinacci e le mummie. Si involò sulle scale. Il Gesuita restava steso con il costato fratturato, piagnucolava lo soccorressero; la vichinga scosse il capo stordita, e però tornò in piedi, ruggì: raccolse la rivoltella e saltò all'inseguimento:
«Arrenditi, gran figlio di!...»
Clara, stremata, le ruzzolò fra le gambe; l'altra incespicò:
«Cristo, sei scema?!»
«Aiutatemi, basta! Voglio andarmene e nient'altro!»
La Tenente esitò. Guardò Borri scomparire nel corridoio, solo un'ombra fra i lumini azzurrognoli; le scoccò molto arrabbiata, devota, però: e la alzò, la prese in braccio e ringhiò determinata:
«... comunque, a quel bastardo gli si da dietro e s'acchiappa!»
Risalirono lungo il tunnel, nelle stanze coi pannelli di ebano scoperchiati come feretri e svuotati d'automi-morti; calpestarono i piemontesi fatti a pezzi nello scontro.
Le colonne, gli stucchi e il pavimento erano scivolosi e lordi di battaglia. L'alchimista, molti metri davanti a loro, saltò il cancello che innescava l'altare e corse nel presbiterio; Caterina gli sparò contro, lo centrò con almeno due colpi, ma...
«Diosanto! Avrei giurato d'averlo preso!»
I proiettili si spensero nell'alone di candele. E Clara si consolò non sospettasse che a lui, le schioppettate, non facessero nessun effetto...
Lo videro salire nella torre campanaria, lo tallonarono sulla chiocciola: l'incursore di guardia ai razzi lo aspettava già affacciato a una trifora, aveva addosso l'aggeggio acceso, fumante, e attivò un altro zaino. All'apparire di Caterina alla botola scaricò la carabina; la vichinga la protesse col proprio corpo e si appiattirono all'assito. Rispose al Racchettiere, ma il colpo lo mancò; un'altra scarica di fucile le fischiò su un orecchio.
Mi sta bene d'aiutarlo, Clara si imbronciò, ma... voglio mica ammazzarmici!
«Non posso competere!», bestemmiò Caterina, sempre sotto tiro al soldato piemontese. Borri si imbracò, salì sul davanzale, ma... nemmanco si guardò dietro per ringraziarla né salutarla!
Bbburino!
E i due decollarono in un puzzo d'ammoniaca, folgorati per un istante dai riflettori di contraeree e subito scomparsi nell'aeronave invisibile.
«Wo sint?!», vociarono i cannonieri, incapaci di distinguere nel tremolio delle nubi.