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mercoledì 10 dicembre 2014

In Un'Altra Direzione (Racconto di Natale 2014)


Gli scrittori regalano racconti: buon Natale, lettori!

 Eucàri si grattò l'esoscheletro, distese le sei zampe sulla consolle olografica; sbadigliò allo schermo azzurro virtuale che gli mostrava gli stessi dati, le stesse immagini, da duecentosettanta orbite. Il monotono gorgoglio del computer dell'astronave gli confermò che la rotta corrispondeva al programma: quel volo geostazionario, in assetto occultato, attorno ad un pianeta di orrendi trogloditi.
Neutìli scivolò fin in plancia, gli offrì del brodo caldo di plancton; rannicchiatosi nel proprio guscio di guida si infilzò i connettori nel subcervello ventrale. Guardò all'olomonitor:
«... e insomma: novità?»
«Non è una missione che riservi sai che sorprese: 'ste routine me le imponevano quand'ero calamaro, ma adesso...»
«Dài, lo sai: ci vuol pazienza con i selvaggi.»
«Santo Ctutuluu! Ma seguire una stella! Noi lo facevamo già all'Età del Corallo, che eravamo primitivi e migravamo con le correnti!»
«Questi sono molto, molto arretrati»; Neutìli, sconsolato, si strinse nel carapace, «vanno accompagnati tenendoli per le zampe.»
Eucàri ingrandì l'oloripresa dei telescopi: gli apparvero gli alieni che osservavano da un ciclo. Quegli esseri patetici, in arcione a tre mostri, che arrancavano nella notte in un gelido deserto.
«Quattro sole estremità, né proboscide, né antenne... »; li guardava, ogni volta, impietosito e schifato.
«Ahiloro, l'evoluzione li ha proprio fatto dispetto! Li lasciassimo a sé stessi, si estinguerebbero in uno sputo. Ciò nondimeno, ci sono utili: sono i soli abitanti intelligenti del sistema di Stella Nana; fra due, tremila anni, potenziali alleati.»
Lui zoomò sui poveracci là in basso, esseri ingobbiti dalla vecchiezza di quella specie; in abiti sgargianti, incoronati di tiare, con i forzieri legati in sella tutti intarsiati di simboli: avrvm, incensvm e myrrha.
«Tsè, intelligenti! Quei tre, in particolare...»
«Al Quartier Generale, sono convinti che si tratti di tre scienziati... per quel che vale fra i cavernicoli questo termine... e che viaggino da un anno per assistere a un certo evento, che è cruciale per il progresso di questa razza.»
«Si istradano», lui ronzò, «ma non sanno orientarsi!»
«Per questo siamo qui.»
Il computer li avvertì che era tempo si palesassero: sincronizzarono gli orologi di bordo sui cicli del pianeta. Operarono sui sistemi di occultamento e lo scafo si dissolse in una nube lucente, dalla poppa eruttò una coda bianca; scesero di quota sulle terre dei selvaggi. Le olocamere inquadrarono moltitudini sbigottite che si affacciavano dalle tane per assistere al loro volo; o sgozzavano quegli orridi, villosi quadrupedi, ne frugavano le interiora ne versavano gli icori. Sulle terrazze degli edifici e le predelle dei templi. Gli xeno stregoni, sciamani, guaritori, maghi, indovini - che accidenti mai fossero: ché ad Eucàri sembrò ridicolo, qualificarli studiosi - tirarono le briglie delle mostruose cavalcature, consultarono certe carte e esultarono e spronarono.
«Ci hanno visto, ci seguono», Neutìli confermò, «reattori frenanti e manteniamo la rotta: piano, al loro passo. Ricordati che non possiedono un'ottica: accelerassimo di anche poco, scompariremmo alla loro vista.»
Lui badò frustrato alla manovra dell'astronave, il quadro si illuminò di coordinate e di linee rosse; di una rotta arzigogolata, e incoerente nel cielo alieno, che un bolide celeste non avrebbe mai percorsa:
«... e invece, ci osservano da un anno e ci credono una cometa!...»
«Coordinate», Neutìli dettò, «Ventuno, venticinque, e trentacinque pharkad; trentanove, quarantanove, e trentacinque meràk.»
Il computer suonò l'allarme di intrusione nell'orbita, e la sagoma affilata di un vascello Pterottita scintillò sull'oloschermo dietro a loro di qualche miglio.
«Che ci fanno da queste parti quei gran figli d'ippocampo?!», Eucàri imprecò, «la Marina ci aveva detto ch'era un'area sicura!»
La nave si avvicinò in ostile silenzio radio, spiegò l'ali stracariche di missili e attivò la trivella che le ornava la adunca prora. Neutìli si affrettò agli interruttori di termoscudi, e ordinò contromisure al computer che oppose un asettico e drammatico inefficaci. Sui monitor brillarono in terribile intermittenza le schede tecniche dei siluri, le lance plasma, e il rostro che gli avversari già armavano loro contro.
Eucàri si bagnò di inchiostro nero di fifa:
«Non abbiamo protezione da quel genere di arsenale!»; e si spostò fino alla barra di curvatura per iniettare nei motori quantistici. Neutili impostò la traiettoria di fuga, ma gli strumenti li avvertirono che i sistemi di occultamento avevano già esaurita l'energia necessaria.
«... stato di efficienza reattori discontinuum: 24.4%», gemette il computer, «impossibile evadere in immaterium...»
«Disattiva il camuffamento!», Eucàri frinì, «Che ci frega dei trogloditi?!»
Nei tre grappoli d'occhi di Neutìli impietrito brillò un terrore cupo, gli si sbiancò la chitina:
«... troppo tardi: siamo morti...»
Il vascello Pterottita piovve raggi e torpedini, il plasma trapassò nelle difese dell'astronave; dissolse i termoscudi in un barbaglio rossastro. I missili scrosciarono contro lo scafo di ceramite, squarciarono la poppa e schiantarono la chiglia. Un'altra salva centrò la sala macchine, e i lampi bianchi, abbacinanti delle implosioni, si accesero e si estinsero nel silenzio del cosmo.
Eucàri e Neutìli, nell'inferno di fiamme e scariche, contemplarono agghiacciati quell'aculeo gigantesco, la trivella di titanio che accelerava nel vuoto. Si avvinghiarono per le zampe, si attorcigliarono le proboscidi, si annodarono l'un l'altro le antenne e ritirarono i grumi d'occhi nel guscio.
Lo sperone penetrò nel vetracciaio del cockpit: e il gelo, il nulla e l'oscurità ulularono nella cabina distrutta.


Ornìete scese giù dal trespolo di controllo, si affacciò, soddisfatto, all'oblò che guardava a poppa: i lacerti d'acciaio e vetro dell'astronave nemica galleggiavano nello spazio nella scia dei loro razzi. Si accorse dei cadaveri - i fottuti Mollusshiti - che  fluttuavano fra i rottami in una crosta di schiuma gialla: li mostrò al copilota.
«Ben fatto, signore!», Strutìete cinguettò.
Lui proiettò l'olo-cartina del mondo azzurro conquistato al nemico, decrittò i loro scambi, le informazioni captate, e i registri di volo e le immagini riprese. Puntò l'ottica della nave su quegli indigeni nel deserto; quei tre.
Li studiò guardare in alto, quasi dentro i telescopi, con quei musi spiacevoli senza becco, e spennati, gli occhi ravvicinati e quell'orribile collo corto: gli sembrarono smarriti; srotolarono certi loro incunaboli e misurarono con strumenti preistorici.
«... ma allora è tutto vero!», Strutìete starnazzò; gli si rizzarono le piume in testa e sconcertato rizzò la coda, «tutt'al più dodici giorni di cammino, e sarebbero arrivati in quel diamine di villaggio, e assistito a quell'evento che li avrebbe fatti evolvere!»
«... e quei pazzi Mollusshiti che li stavano aiutando! Si dev'essere dementi, a aver che fare con questa razza...»
«Andiamocene, capo: 'sto pianeta mi dà alle uova.»
Ornìete tornò sul trespolo, beccò alle consolle, sfregò con le remigranti gli interruttori e le leve:
«Non rischiamo un altro insieme di circostanze che favorisca queste bestie schifose: bisogna produrne una, che le accontenti e le confonda per sempre. Sistemi polimorfici a immagine di cometa», ordinò, «identica al simulacro dell'astronave distrutta. Nuove coordinate: trentuno, quarantadue, diciassette polare; trentacinque, dodici e tredici solare.»
«Gli indigeni ci hanno visto e ci seguono», Strutìete confermò, «sembrerebbe sorridano.»
«Portiamoli in quella fogna di mistici e esaltati, quel ghetto di allucinati... Com'è, che lo chiamano?»
L'altro toccò col becco quel puntolino sull'olo-mappa:
«Il computer segnala un picco di psico-assurdo dimensionale, là, stanotte; loro ci arriveranno il sesto giorno della nuova rotazione attorno alla Nana Rossa: è Betlemme, è corretto?»
«Sì: e vedremo», Ornìete ghignò, «se mai progrediranno...»



lunedì 8 dicembre 2014

"Fronte Alieno" disponibile su Amazon

Fronte Alieno da oggi disponibile su Amazon!


Alla vigilia della "Guerra d'Inverno" fra Finlandia e Unione Sovietica (1939) l'inflessibile, fanatico commissario politico Anatoliy Volkov è incaricato del recupero di un velivolo misterioso precipitato in territorio nemico. Nel profondo di foreste di betulle, in sinistri laboratori, nell'inverno tenebroso dell'Artico, i soldati dell'Armata Rossa dovranno battersi contro i cecchini nemici; scopriranno un orrore preistorico che minaccia l'intera umanità.
Un vivido, feroce, incalzante romanzo breve di fantascienza di Alessandro Forlani.


Illustrazione di copertina: Franco Brambilla
  

domenica 7 dicembre 2014

venerdì 5 dicembre 2014

Cartacce sotto l'Albero di Natale




 


 













Un libro è di quei doni come le scatole dei dolcetti, le bottiglie di spumante e i bei mazzi di gerbere: sta bene dappertutto! Se a Natale perciò siete indecisi su che cosa appioppare a conoscenti e parenti (ché spero che per gli amici si scelga con sentimento...) approfittate di questa offerta di Lulu:

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Leggete e Buone Feste!


martedì 2 dicembre 2014

Studi Fantasy, 2

Nuovi studi per il romanzo fantasy: il nostro Rikard alle prese con le Vrillinnen e un simpatico Succiasangue (in omaggio spudorato ai Mi-Go di H.P.Lovecraft); un bestione molto grosso e volante e in grado di attraversare le grandi Crepe del Mondo.



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venerdì 21 novembre 2014

... e insomma: "fentasi"!...

1.
Rikard cercò tentoni il contatempo sul comodino, agguantatolo lo scagliò contro il muro, e il trillo dei campanelli di ottone si spense in un gemito di molle e di ingranaggi.
Si alzò dal pagliericcio, si scrollò dalle coperte sudate; levò gli occhi appiccicosi di cispe, e di sonno, ai rettangoli irregolari delle finestre del dormitorio. Una torrida, tenebrosa folata gli scottò la fronte madida e i capelli bagnati; gli portò l'odore d'arso del mondo e gli echi di schioppettate, di rantoli e sghignazzi:
«... che accidenti combina quell'imbecille in terrazza?!...»
In cielo, l'Astro Freddo Maggiore rotolò nel grembo blu dell'orizzonte, si spense in una coltre di nubi cenerognole; l'Astro Freddo Minore rimpicciolì nell'empireo, le campane scandirono la terza ora di notte.
Rintoccarono ingrate il suo turno di guardia.
Lui si trascinò, nella pallida penombra, ai bacili d'acqua tiepida polverosa all'altro capo dell'aula: tuffò la faccia gonfia accalorata, la barba, pulì il naso sciacquò la bocca l'orecchie, sputò, si svuotò la vescica; gettò quella brodaglia da un davanzale del mastio.
Lo schiaffo dell'acqua sporca sui ciottoli da basso, gli accidenti di qualcuno, nel silenzio e l'oscurità, che adesso era bagnato del suo catarro, di piscio, gli stirarono gli sbadigli in un sorriso malevolo.
Frugò in una dispensa. Ingollò tutt'una fiasca di vino. Sbranò qualche salsiccia, dev'essere di ratto, si pulì delle frattaglie e le gocce su una manica di camicia. Cercò un'esca, dell'olio e accese una lanterna; posò il lume su uno sgabello perché schiarisse la sua panoplia.
Si infilò la cotta d'arme e la tunica fuggifoco, e il corpetto di metallo e gli stivali al ginocchio; il cinturone con le pallottole, le pistole e cartucce, lo scudo, a tracolla, e l'elmo respiratore. Un coltello alla cintola e imbracciò la piccozza.
Un insulto di Skoyen ruzzolò dalle scale:
«Ohi, laggiù! Sei in comodo, Rikard? È tramontata la prima luna da un pezzo, dammi il cambio, voglio andare a dormire!»
Rikard salì fino al posto di vedetta. Trovò l'altro soldato che accendeva, con il sigaro, la miccia di un cannoncino nell'incavo fra due merli, che appuntivano la torre di un aguzza e solenne V. Al rutto e il fumo bianco dell'arma rispondevano, in lontananza, le grida di ammazzati e i rantoli di feriti.
«Ah, la buon'ora!»
Tirò un'altra bordata. Si strinsero l'avambraccio e si batterono sulle spalle.
«Ma a chi diamine stai sparando?»
«Magmiti: 'sti coglioni coi loro riti»; Skoyen gli indicò quel cannocchiale sul cavalletto, Rikard guardò: poco fuori l'ampia cerchia delle mura dell'acropoli, vide un'orgia di seminudi incappucciati di rosso. Danzavano osannati tutt'attorno una lancia, con l'acciaio del puntale conficcato nel suolo lavico. Un triangolo di rami secchi incendiato era affisso con corda e pece all'altro estremo dell'asta: la luce di quel falò li illuminava di inferno. Gridavano, danzavano, nonostante le cannonate; al ritmo di un tamburo che esplodeva di oscenità.
«Parecchio spudorati, a celebrare i loro porci festini così allo scoperto poco fuori i cancelli. Guardali: strafatti. Dei morti se ne fregano.»
«Se ne vedono sempre più di frequente. 'Sta gente non ha più nessun ritegno.»
Skoyen raccolse la sua borraccia di birra, la stuoia, le armi; guardò con gli occhi lucidi, cupidi e arrossati alla chiocciola di gradini che scendeva ai dormitori:
«Sono convinto di averne stesi parecchi, però: li sistemano i Succiasangue, vedrai che spettacolo. Buon turno, compare.»
Lo lasciò solo nella torrida oscurità, ai raggi dell'Astro Piccolo che arrampicava la notte.
La luna scintillò, lontano ad occidente, sull'argine della Crepa al confine dell'Äitistad: la fossa invalicabile, immensa e smisurata, luccicava dei minerali eruttati dal fondo; stalagmiti di sale, di metalli e di quarzo, infilzavano le nubi innalzandosi chilometri. Le propaggini di un bosco, l'acque cupe di un lago, radicavano rimbombavano per miglia nell'abisso. Là in fondo franavano promontori e colline, cadevano sgretolati i mosaici di città; ruderi di popoli e schiume degli oceani. Le torri illuminate di un'ostile nazione brillavano di fuochi sul ciglio del burrone.
I cembali, i tam-tam, i crotali dei cultisti; l'orchestra degenerata dei cachinni, degli urli, ammalarono la foresta, le case, e scrosciarono empietà sugli abbaini di ardesia. Le preghiere degli imbecilli echeggiarono nelle strade, e strisciarono sull'antracite e l'assito degli edifici che si arroccavano al mastio. Insozzarono i marmi delle loro sconcezze.
«Dea madre, che schifo!», Rikard sputò.
Incendiò un'altra miccia, schiantò un'altra palla di acciaio nell'osceno baccanale dei pervertiti in cappuccio. Caddero, si rialzarono, continuarono a celebrare. Ma l'odore di massacro e di sangue, adesso, si sentiva fin là. Lui si accorse di quel frusciare nel folto, del sibilo di sciame nelle folate di vento caldo.
Non ne avrebbero avuto ancora a lungo, froci, fanatici, rottinculo dementi.
Il cigolo di un'anta, di cardini arrugginiti, lo strepito di armati, un olà spaventato, lo fecero spostare all'altro lato del mastio.
Il Principe si affacciò, trafelato, in vestaglia, a un balcone del Palazzo prospiciente il torrione; scortato da un istrice di schioppettieri e lancieri.
«Cos'erano quei colpi?! Cosa sono 'sti canti?!»
«Magmiti, signore.»
«Cannonate nella notte! Sei matto, mercenario?! Non mi interessano le beghe religiose fra le vostre sacerdotesse e...»
«I loro riti a ridosso delle tue mura, signore», lui lo azzittì, «non servo le sole Vrillinnen.»
L'altro impallidì di terrore e superstizione; gli uomini di scorta, che guerrieri del cazzo!, si succhiarono devoti il pollice e si segnarono pregando il Vril.
«Forse è un incantesimo per sfondare i cancelli! Potrebbero...»
«Servo un ordine di maghe: la magia non esiste.»
Il Principe smorfiò niente affatto convinto, schioccò; torno dentro coi soldati di scorta. Un uomo con lo schioppo si appostò sul balcone, chiuse l'anta della trifora incorniciata di stemmi. Il barrito ovattato, prolungato dei corni, echeggiò dentro le mura nei cortili del Palazzo. Suole sulle scale, rastrelliere svuotate, clic-clac di catenacci e serrature e grilletti.
«Raddoppiano la guardia, 'sti esagitati», lui rise.
Qualche lampada si accese negli edifici più bassi tutt'attorno alla fortezza del Signore; le luci dei funzionari, dei cortigiani, la servitù, che si svegliavano allarmati da quei rumori alla reggia. E fiaccole, e candelabri sparuti, qua e là nel labirinto della città addormentata. Durò uno scampanare, un abbaiare dei cani; uno scherzare rasserenati poiché non era accaduto niente. Ogni cosa tornò nel sonno.
«Oh, la buon'ora.»
Rikard rabbrividì di un intenso ronzio, tornò alla colubrina e scrutò all'orizzonte.
«... e adesso, son cazzi vostri ragazzi...»
Le centinaia di Succiasangue dal bosco si alzarono romorosi, gremirono il cielo nero, calarono famelici sull'orgia dei Magmiti. Affondarono nei vivi con gli artigli palmati, li frugarono le budella con le proboscidi irsute; sondarono i cadaveri con le antenne irrequiete, li pestarono con quell'orride grottesche due zampette. Succhiarono gli umori nell'addome che si ingrossava, si arrossarono le teste cieche degli icori dei divorati. Addosso ai fuggitivi in un battito chitinoso, dischiusero le elitre e volarono sulle prede.
Li ammazzarono tutti. Li mangiarono tutti. Bevvero la poltiglia che lasciarono sul terreno.
«Non è mai un bel vedere», Rikard inghiottì, «meglio loro però che me...»
Lo sciame dei Succiasangue si attardò sulla strage: un gruppo di dieci, di venti individui, sciamò sulla calca e volò fino alle mura, troppo prossimi alla cinta e le propaggini cittadine.
«No, bestiacce», lui si impensierì. Si chinò sulla cassetta dei proietti di artiglieria, ma, accidenti!, ne trovò soltanto uno. Quel coglione di Skoyen se l'era troppo spassata.
si tratta di disperderli. Beh, basterà...
I Succiasangue gli sembrarono più vicini, di sicuro già al di qua delle mura; sfarfallarono, zampettarono, sibilarono sui coppi, si acquattarono ai camini e ci infilarono quei musi lunghi.
Tornarono al branco. Qualcuno, però, si azzardò ancora avanti.
Grazie a Dea la brava gente a quell'ora stava a letto. Non li aveva mai veduti comportarsi a quel modo:
«Sciò, sparite! Che vi prende, scarafaggi?! L'avete avuta, la vostra cena!»
Prese il barilotto e versò nella culatta: preoccupato dai mostri, a sì e no seicento metri, sparse la polvere sull'assito inumidito; bestemmiò innervosito, inciampò nella riserva di munizioni e quell'unico proietto rotolò va' a capir dove.
Nell'ombra, affanculo!
Si volse un'altra volta al volo dei Succiasangue: non li vide sui campanili né i cornicioni di prima; né...
Un artiglio palmato gli stridé sulla corazza, la proboscide dentata gli si accanì sulla cotta. Un abominio lo atterrò con un calcio, gli infilò le antenne molli negli interstizi dell'armatura, nell'elmo. Tre Succiasangue si appollaiarono sul falconetto, sui merli, si alternarono all'assalto con la creatura che gli era sopra.
Rikard scalciò il mostro da addosso, si alzò, sfoderò le due pistole e esplose una pallottola nella testa dell'avversario. Quello barcollò fin il ciglio della torre, crollò nell'abisso. Scaricò l'altra cartuccia nella zampa del più vicino, lo accasciò in una pozza giallognola; l'essere schioccò con la proboscide e l'avvolse a una caviglia: Rikard scivolò.
Ma a portata di mano dello scudo e la picozza.
Quei denti gli scavarono uno stivale, le fasce, gli bruciarono gli affondarono nella pelle di un polpaccio. Mutilò la proboscide con il puntale dell'arma, schiacciò l'addome molle con un fendente del ferro. Imbracciato lo scudo, l'impeto di un altro mostro gli si smorzò sull'umbone; lui lo intontì con una botta di rimando, lo stese, ne insozzò il pavimento dell'esoscheletro sfracellato. Inferse un tramazzone all'ultimo Succiasangue: che piegato con un croc nell'incavo dei merli stramazzò spruzzando bava dalla proboscide attorcigliata.
Vide il nugolo allontanarsi e scomparire nel bosco. Sputò sui carcami, s'asciugò dal sudore, si sedette a respirare e riarmare le due pistole; sai mai che quelle bestie non ci avessero riprovato. La ferita alla gamba gli bruciava, di brutto:
«... c'ho bisogno di una lavata e di un impacco a 'sto taglio...»
Scese al dormitorio e trovò Birger già bell'e sveglio, che restava sulla branda a grattarsi e fumare. Senza ammanco salutare l'apostrofò con un di', gli scoccò un'occhiataccia e gli offrì il mozzicone:
«... non è mica il mio turno...»
«Dammi il cambio: mi medico.»
«'Cazzo fate lassù in cima, che c'è un chiasso che non si dorme?»
«Di tutto, stanotte: succiasangue e magmiti.»
«Come, succiasangue?!»
«Ci crederesti? M'han dato addosso. Ma ne ho dovuti ammazzare quattro, ché si levassero dai coglioni»; gli mostrò la sbucciatura sotto gli abiti lacerati.
«Beh, è normale: mangiano le carogne.»
Si lanciarono l'un contro l'altro in una presa di lotta, si lasciarono abbracciati con una pacca alla schiena. Si sorrisero deficiente e gran figlio di puttana. E Birger, impensierito, guardò meglio all'ematoma.
«Dài, t'è andata bene: non sembra granché.»
«Pizzica, però: cosa abbiamo in scaffale?»
L'altro annusò mazzetti d'erbe e bottiglie e polveri e pomate in disordine su una mensola, e imbevve un panno sporco con un liquido puzzolente. Guardò poco convinto alla puntura che si ingrossava:
«Non so se serve a niente.»
«Ma muoviti, ché mi brucia.»
«Ti avevano mai morso?»
«Chi mordono?!», lui si innervosì, «Sono stato uno sfigato coglione e è capitata 'sta cosa strana.»
«Molto, strana.»
«È quei giorni che va tutto alla rovescia. Con Skoyen, ho anche preso a cannonate i Magmiti: manco un tiro di schioppo fra le porte e la foresta. Anche quelli, che si espongono così tanto, non mi sembra normale.»
Birger sbadigliò di indifferenza e di noia ai discorsi su quei fanatici dell'Ultimo Cataclisma; piegò i labbri sottili come il lembo d'una pagina, paragrafi tediosi che saltasse a pie' pari. Rintuzzò preoccupato quel bubbone violaceo:
«Non so, non raccapezzo: magari è velenoso. Hai voglia, che ti spalmo di distillato: ti entra questa cosa nel sangue e sei morto in un quarto d'ora; o domattina ti trovo freddo.»
«Senti: vaffanculo», si strinse i genitali e il manico del martello, «è il morso di un insetto; dacci dentro con quell'intruglio.»
Birger si scostò con un brivido di ribrezzo, e si sfregò con insistenza le mani con il panno imbevuto. Lui, però, non si azzardò di toccarlo.
«Fatti dare un'occhiata dalle Vrillinnen, sì?»; gli aprì l'uscio dal dormitorio alle scale e non ammise contraddizioni, lo tirò sul pianerottolo e gli chiuse alle spalle.
Rikard batté i pugni sull'anta di metallo: odiò doverlo ammettere, lo aveva impensierito; si grattò un'altra volta il gonfiore e si accorse che era nero, putrido e indurito. Lo spiacevole pizzicore l'assalì fin il ginocchio.
Ohi, cazzo.
Zoppicò per i gradini di pietra, sopportando passo a passo il bruciore, scese nella torre e si inoltrò per il chiostro. Camminò sotto l'arcate tutt'attorno il Menhir.
La bianca e raggelata luminescenza del monolite, la salubre vibrazione che rimandavano i muri, lo lavò dalle fatiche e lo schifo della lotta, gli lenì l'intorpidimento la scalfittura e l'angoscia; le triscele scolpite gli accarezzarono le pupille.
È solo un'impressione: c'è ancora, la ferita.
La pietra si innalzava in quel cortile segreto per tre metri di altezza e luccicore stregato; affondava nell'erba rorida per chissà quant'altri piedi. I boccioli, gli steli, che le crescevano tutt'attorno, si annerivano in linee rette d'una fiamma invisibile; la vampa dei ley che annodavano tutto il mondo.
Bell'effetto, però.
E lui spergiurava, per un orgoglio di campanile, che le acropoli degli altri Stad non avessero così belle.
Il gomitolo di una terra fatta a pezzi dai vulcani: se sconfiggi 'sti mattoni, e si sciolgono i nodi, tutto quanto va a puttane un'altra volta. Come, boh?, centinaia di anni fa. Strizza il culo, parecchio, a raccontarla a quel modo: lo dicono le Vrillinnen. Tu chi sei, nell'alone incantato, per affermare che non è vero e spernacchiare le storie? Un energumeno illetterato che ci sa fare con il martello, ma abbastanza intelligente da non farsi abbindolare.
Sta di fatto che passeggiando là attorno si sentiva rigenerato, curato, e la piaga aveva smesso di prudere.
Non si è rimarginata, c'è il pus: non farti suggestionare; ti ci vuole un unguento.
Un fesso, altroché: incapace a caricare un cannone e si fa fottere da un insetto.
Stolzò di un ansimare, e trascinare di sandali, del toc di un bastone dall'altro lato del chiostro: l'alone del Monolite gli impedì di distinguere. Qualcuno attraversò la galleria di colonne, scese la predella e frusciò sull'erba fredda.
La Vrillin gli apparì, pallida e silenziosa, nell'algida bianca luce che emanava dal menhir.
I capelli le scendevano sulla fronte e sul dorso, le velavano il volto ossuto, rasciugato di penitenze, e sciolti alle caviglie sfioravano il terreno; le punte si arricciavano, come al tocco del fuoco, sulla traccia annerita dei ley sul terreno.
«Madre», le corse incontro, «c'ho bisogno che mi rattoppi.»
Levò la mano, schioccò le dita, ché si azzittisse e fermasse là: Rikard si irrigidì sull'attenti, paonazzo di vergogna e con la gamba che gli doleva.
La Vrillin camminò con gli occhi chiusi, e la pertica di nocciolo sottile, sul reticolo delle linee che irradiavano dalla pietra; auscultò le triscele con la faccia al granito. Pianse, tremò e crollò sulle ginocchia. Le lacrime della maga bagnarono il Monolite.
Svenne. Rovesciata sul verde rorido con l'incarnato da morta.
Rikard si buttò per darle fiato e soccorrerla; «sta' a vedere», bestemmiò, «che è malata lei pure.»
Ma un sibilo sprezzante lo inchiodò là dov'era:
«Lasciala, maschio.»
Vennero altre Vrillinnen nell'ombra del cortile. Il chiostro tintinnò delle bacchette rosate sulle lastre del pavimento fra le volte e sui trochili. Quegli spettri in cappe grigie coi capelli fino ai piedi. Claudicarono come cieche sulle strisce d'erba rada e bruciata; si raccolsero attorno alla sorella, che era esanime e fredda, la portarono per le braccia nei meandri del torrione.
Lui tirò lo strascico al mantello dell'ultima: la donna incespicò, scostò la lunga frangia, lo trafisse seccata con quegli occhi glaciali.
«Curami, Madre», uggiolò: le mise sotto al naso quel polpaccio ingrossato.
L'altra gli alzò la gamba, tenendogli la caviglia, gliela torse, guardò schifata, e pizzicò la ferita.
Deasanta, che male!
«È una brutta puntura. Da quando è così?»
«M'ha morso un Succiasangue, poco meno di un'ora fa. Non è troppo tardi», Rikard inghiottì. E intese di proposito non fosse una domanda;«c'avrei messo un impacco: ma il compare che raccapezza agli intrugli, di sopra, m'ha insistito che era meglio se venivo da voialtre.»
«L'icore velenoso t'ha già infette le vene.»
«Come, velenoso?!»
Gli grattò con l'unghia aguzza dell'indice quei rivoletti di sangue nero che gli pulsavano sottopelle; e a Rikard strinse il cuore sotto il cuoio e la cotta d'arme dell'idea di amputare ed incarnirsi una protesi. E però sbiancò e non disse niente.
«Ti ci vuole di meglio, di quei pastrocchi che vi spalmate.»
La Vrillin gli accennò di seguirla: lui le strisciò dietro, per una rampa di scale, fin un sala nei sotterrai del mastio tutta ingombra di calderoni, di bollitori, di meccanismi che ticchettavano; barre nere che affondavano nella roccia avvoltolate di fil di rame che si intrecciavano sul soffitto. Tavole e bacheche disordinate di pergamene, di incunaboli di alfabeti incomprensibili ma sinistri; barattoli e bicchieri, boccette polverose, cannule e siringhe e mortai con il pestello.
«Di', signora: che cos'è questo posto?»
«Siediti.»
La maga gli indicò quel seggiolone di frassino con i lacci nei braccioli, le caviglie, la vita, all'altezza del collo e quell'elmetto di ferro. Quelle tracce di bruciato i graffi d'unghia sul legno.
Non gli piacque, quell'oggetto: odorava di intelligenza maligna e di gente che era crepata davvero male; grufolò di diffidenza e scostò la brutta cosa.
«Vuoi guarire?» insisté la sacerdotessa, «Fidati, ignorante; e sta' attento, ché è roba antica.»
Dopotutto, era pagato per obbedirle. 'Ste stronze. E un arto gli stava andando in malora.
La Vrillin scelse un ago da un tavolino di attrezzi: era lungo, forato e a punta larga che lo avresti potuto usare per verrettone o per plumbata. Nella cruna ci infilò quei fil di rame arricciati che pendevano dal soffitto e crepitavano fra le macchine. Si scostò un'altra volta la lunga frangia corvina; con quel giù che gli soffiò lo ridusse un inerme cane.
Rikard si appoggiò, riluttante, sul sedile incurvato e annerito dagli anni; dai secoli, forse. Sperò molto che quelle macchie e la forma fossero gli effetti dell'usura e del tempo.
«Madre», si azzardò, «da quando i Succiasangue si sono fatti così aggressivi?»
Non hai un argomento intelligente?! Quei discorsi di circostanza per fare finta che non hai fifa: ché tanto, queste streghe, se ne accorgono lo stesso.
«Forse è che le cose stan tornando come un tempo: quelli, nel Mondo Che E' Bruciato, tormentavano le persone.»
«... ma insegnate che quella volta non eran grandi nemmanco un'unghia! Mi arrivano fino qui», si segnò sul torace, «valgono come un uomo, ad averceli in corpo a corpo.»
«Ti pungevano, non vedevi, e ti uccidevano di infezioni.»
«Questa seggiola appartiene a quell'epoca?»
Il velo dei capelli che le ricadde sul volto, e il fatto che tacque, gli smorzarono le domande e quel sorriso ruffiano. Che la Vrillin non gli legasse le braccia, le gambe e la vita, non gli infilasse quell'orribile cervelliera, bastarono a consolarono della tortura che l'aspettava.
Non vuole farmi fuori su quest'orrido catafalco.
Lei tenne l'ago fra le dita sottili rosee e scorse con l'altra mano quell'intreccio di fili:
«Tiepido», si incupì, «ma dovrebbe già accendersi. Forse è vero, che c'è qualcosa di storto.»
«C'è eccome, signora!»
«Noi, questa notte, soffochiamo tutte quante di angoscia. Dorthe, che è più sensibile, se ne è ammalata: l'hai visto.»
«Sì, e vi capisco: ma a parte gli insetti, che hanno preso solo me, c'era un'orgia di magmiti e noialtri che sparavamo. Cannonate per sloggiarli, s'è allarmato anche il Principe; ma non è successo niente né...»
«Non abbiamo sentito canti, né cannonate né i succiasangue», la Vrillin, infastidita, scrollò la testa da quelle chiacchiere. L'ago si illuminò di luce gelida e bianca: la stessa del Monolite. Lei gli sputò sulla puntura annerita; «stringi i denti, mercenario: farà male.»
Gli affondò nella gamba.
Rikard impazzì della scarica lancinante nelle vene avvelenate e nella carne annerita; la luce gli brillò traverso i muscoli, l'osso, e la pelle gli si fece trasparente e sottile. L'odore dei peli, della cute bruciata, di folgore e metallo, gli pizzicarono le narici: fu affondare con il polpaccio in una botte di sale e ghiaccio.
Sentì il marcio rasciugarsi e bollire e evaporare dal sangue, però. Tolto il chiodo ficcato dentro... stava bene, era sano. Rosso, indolenzito e rassodato come dopo un esercizio alle armi.
Guarito.
La maga gli sfilò quell'ago orrendo da dentro e gli premette la mano fredda sul foro aperto che sanguinava. Lui rabbrividì di quel tocco che manco un morto: raggelò dalla ferita fin su la schiena e le tempie, la pelle gli scroccolò, si ricompose cicatrizzata, e del ferro e la puntura restò solo un apostrofe.
La Vrillin sciolse l'ago dal fil di rame, schifata, lo immerse in un calderone che anneriva in forno. Lavò le braccia nude fin i gomiti, e il collo, nell'acqua che ribolliva su quel fuoco inesausto: nemmanco si arrossò. La pentola, al contrario, svaporò con un fischio.
«Vattene, è fatta», gli ingiunse e sbadigliò. Gli indicò la porta aperta del sotterraneo, e le scale, senza ammanco guardarlo in faccia; tutta intenta a rassettare le macchine e il rame che pencolava.
I primi passi giù dalla sedia gli comportarono un po' di fatica, e un istante di vertigini e di nausea; sopportò l'indolenzimento e massì, ce la fece.
«Che cos'era, quella luce che mi ha guarito?»
«Ti ho bruciato con il Vril: non c'era un altro modo.»
Lui si congedò con una smorfia di sufficienza, la Vrillin lo inchiodò indispettita:
«Tiene insieme il pianeta, può curare anche te.»
«È inodore, incolore e l'avvertite voi sole.»
«Brilla, però. Hai sentito che è gelato, incandescente e salubre.»
«Dài, sacerdotessa, non prendermi per il culo.»
«E allora, secondo te, con cosa t'ho medicato?»
Rikard si aggrottò di diffidenza, e timore, agli intrugli, i meccanismi e gli incunaboli nella sala:
«'Sta roba. E conoscenze che possedete e non dite per tenere alla cuccia le genti e i loro prìncipi. Io penso, però, che il Vril sia un'invenzione; 'sto mondo collasserà.»
«È il credo dei magmiti; è eretico, mercenario.»
«Non faccio gli incantesimi ché eruttino i vulcani», lui spernacchiò, «quelli, se è possibile, son più fanatici di voialtre.»
«Ti rendi conto che sei soldato del nostro ordine?!»
«Finché arriva lo stipendio ogni mese, ti riverisco, ti chiamo madre e proteggo. Buonanotte, sacerdotessa»; sbatté la porta e salì le scale.
Tornò di sopra fischiettando ringalluzzito saltando tre a tre i gradini bui e ripidi. Il chiostro gli sembrò, com'erano i piani alti, appiccicoso di umidità e di quell'afa notturna; la luce del Monolite riverberava più fioca. La Vrillinnen frusciarono nel buio dei propilei: gli paura, per come emersero dalle tenebre: sembravano smarrite, stordite e singhiozzavano. Gli sciamarono tutte attorno pungolandolo coi noccioli, lo urtarono, scansarono, come fosse un ostacolo.
Rikard guardò in alto al rettangolo di cielo: la seconda delle due lune, la piccolina, non c'era; lontano, un campanile rintoccò che si era prossimi all'alba.
«Ah, fa giorno»; si spiegò quel trambusto, e l'ariaccia che aveva invaso il cortile e la pietra che s'era spenta, assopita: nelle ore più luminose e più calde, quando assordavano le cicale, non faceva lo stesso effetto. Le sorelle, probabilmente, si affrettavano ai loro letti, esauste di isterie e penitenze dell'ore piccole.
Salì un'altra rampa: lo trattenne sul gradino quello strillo agghiacciante.
Subito, sentì in alto il chiasso d'armi dei camerati e una tromba che starnazzò l'adunata; scendere al cortile e bestemmiare cos'è successo?!; la campanella nei sotterrai del mastio che avvertiva delle Vrillinnen minacciate, Dea Madre! Che in sei mesi di servizio non aveva mai udita.
Il chiostro soffocò, all'improvviso, in una torrida e fumosa oscurità; e una nube di cenere eruttò nel cortile. Nella coltre echeggiò quell'orribile frattura, come il cioc di ossa rotte e spezzate, ma a milioni, che lo fece nauseare e accapponare la pelle.
Una Vrillin affiorò dalla caligine, si accasciò con un gemito, si strappava i capelli. E un coro terrorizzato risuonò nel torrione:
«S'è spento! Il nodo s'è spento!»

giovedì 20 novembre 2014

Altri appunti per un romanzo "fentasi"

I viaggi in treno sono molto utili a raccogliere le idee, specie se lavori ad un fantasy. Oggi vi propongo qualche pagina di appunti per il romanzo cui presto mi accingerò.