Giorni fa stavo tornando da un incontro di lavoro, c'era un forte temporale e peggio ancora tirava vento, ero a piedi con l'ombrello (che puntualmente si è rotto) e ho dovuto attraversare il mio quartiere d'origine. Ho raccolto un po' di pensieri che avevo sparsi da lungo tempo.

Soria deriva il nome da un convento di clausura: il Monastero delle Serve di Maria Addolorata che è datato al XII secolo. Sono nato, cresciuto, andato a scuola e vissuto qui per quarant'anni della mia vita; ho traslocato da sono solo due-tre anni e lavoro, quasi sempre fuori sede, da circa una ventina: devo ammettere che questo posto ha influenzato la mia scrittura. Quando passo per Soria sotto le nubi di un temporale - e illuminato da certa luce che non è detto sia luminosa... - mi accorgo che infatti è un quartiere orrorifico.

Soria è alle pendici del colle San Bartolo: 555 metri di tufo che si tuffano nell'Adriatico. La schiena del San Bartolo (che è anche parco naturale) d'estate è tutta gialla e luminosa di ginestre, ma d'inverno è verde cupo. E di notte è un grumo nero contro un cielo altrettanto buio che mugghia spaventosamente per il vento fra le fronde. Fra le case del quartiere che si arrampicano al colle ("Soria Alta") e la macchia più fitta e (o)scura non ci sono recinti o fossi o campi arati rassicuranti: quella foresta che da bambino era infestata dai licantropi, dai Beast-Men di Warhammer, dai Cuccioli Oscuri della Shub-Niggurath di H.P. Lovecraft e da ogni cosa selvaggia e orrida che è in agguato fra i cespugli, è stata a un passo dai nostri giochi, i nostri letti ed i nostri incubi. Frequentavo un vecchio asilo lungo la strada che saliva al bosco, e i lucernai di cantine buie erano aperti ad un passatempo: io e i miei compagni (soprattutto le bambine!) ci immaginammo di famiglie morte che abitavano quei sotterranei, e sussurravano di unirci a loro per non tornare mai più fra i vivi... Ma è normale, per ragazzini di quell'età?!

Già da lontano si scorgono i tetti di grandi ville che si affacciano dal San Bartolo sul panorama dell'Adriatico (una, famosissima, appartenne a Pavarotti); è ben visibile un ristorante... Ma là in mezzo, invisibile, restaurato pochi anni fa, c'è un intero cimitero ebraico del XVIII secolo. Lo si raggiunge con un sentiero che può indicarti solo chi sa; chi c'è già stato, chi ha varcato quella soglia... Quando ero adolescente era un segreto sussurrato: si visitavano quelle lapidi, quelle tombe abbandonate, i cippi sparsi sbreccati e storti e imbrattati di pentacoli, per entrate in contatto con la Soria delle Tenebre. E ci si andava rigorosamente di notte, o al tramonto, e si doveva fare attenzione a sfuggire ai cani del suo custode.

Il Cimitero Ebraico
La chiesa parrocchiale, ingrandita anni or sono, nella mia infanzia e per tutta l'adolescenza è stata un granaio con una croce di legno in cima; una canonica di mattoni, e una colonica sede scout, anch'esse a ridosso del pauroso e cupo bosco. Quella chiesa sembrò arginare di esorcismi e di preghiere le diaboliche minacce che scorrazzavano nottetempo. E riguardo alle preghiere... la parrocchia era affidata a uno strano ordine di frati veneti: i Padri Sacramentini. Scrivo "strano" perché sarebbero sì frati, ma svolgono le funzioni e amministrano da preti. Si paludano di nero. C'è qualcosa di romanzesco in questa loro caratteristica: quasi un ordine di eretici di una storia di Dumas.

A Soria le buone vecchie fanno i dolci, vanno a messa la domenica, chiacchierano sui pianerottoli, lavorano all'uncinetto e si scambiano ricette. Ma sanno tutti che la tal dei tali legge i tarocchi "e ci ha sempre azzeccato"; la talaltra è sensitiva, fa sedute spiritiche, un'altra ancora non è estranea alla magia nera. Ricordo bene un anonimo appartamento e la madre timorata di un amico dei diciotto anni: in un fondo di guardaroba, mi mostrò sconcertato, c'erano volt di capelli e cera tutt'infilzati di spilli.

Se ci spostiamo verso la zona che dà sul mare, dove finiscono le cabine di quattro piccoli stabilimenti, inizia una spiaggia libera che è un panorama med-fantasy. Non ho modo di descriverla se non con un foto:

Baia Flaminia
Vi assicuro che in certe estati, nell'incendio dei tramonti, negli abbagli e nei silenzi e negli echi di risacca, si poté credere alle Sirene e i molti demoni meridiani. Qui, per chi avesse avuto il fegato di avventurarcisi, si trovavano grotte e rifugi datati alle due Guerre; le rovine di case che sorgevano su una spiaggia dove, neppure duecent'anni fa, c'erano pascoli e campi e bestie e il mare era lontano. Vite e storie di contadini e pastori che giacciono sott'acqua.

Soria è in periferia, fu un quartiere di bar: piccoli, silenziosi e frequentati dagli anziani. Tutt'al più si litigava per i tresette e la briscola. Poi, all'improvviso in un'estate degli anni '80, in uno di questi bar morì un uomo accoltellato; nell'altro, fra eroina e pasticche e manganelli della Digos, si è perduta negli anni '90 un'intera generazione. Nei condomini vicino al mare pullularono prostitute. Un amico di mio padre, un omone allegro e buono, fu trovato impiccato al lampadario di casa. Che il Male sporco & umano mi abitasse così vicino, e non fosse sui giornali, nei TG, nelle metropoli, l'ho imparato da certe auto di polizia che ulularono e fermarono a pochi passi dal mio portone.

I miei nonni abitavano a pochi passi da un cortile con un lungo, e misterioso, corridoio di accesso: fui un bimbo lasciato libero di ficcare il naso ovunque: , però, mi fu sempre proibito andare. Né mi dicevano chi lo abitasse. Confesso che ancora oggi, quando mi capita di passarci, ho la forte tentazione ma non oso di esplorarlo: non ci sono cancelli o reti, ma percepisco un'interdizione...

Dietro recinti di rampicanti, in un impero di insetti e topi, c'erano due fabbriche ormai cadute in rovina di cui una - ricordo bene - fu di un certo Campanelli. Stabilimenti metalmeccanici dai cancelli incatenati; entrare era impossibile: non ne restavano che le vetriate che spaccavamo tirando sassi. Il più bravo era Mauro: gli bastava solo un lancio. Abbiamo smesso un giorno strano e stregato in cui il sasso è tornato indietro: e una voce cattiva ci ha intimato "adesso basta".  

A Soria c'era molto rock (it's sympathy for the Devil), tanti "artisti" che erano forse cazzoni e altrettanti cazzoni che forse erano "artisti". A differenza di certi film americani, dove i ragazzi di paeselli e ghetti diventano star autentiche, il tempo ci ha confermato quali artistici cazzoni... oppure viceversa: e io ne sono grato.

A Soria, nelle sere d'inverno, si giocò fino a tarda notte a Dungeons & Dragons e Call of Cthulhu.

Fra i curiosi personaggi che abitarono le mie strade ricordo bene un'anziana obesa con un braccio amputato al gomito; un pescatore con una casa piena di quadri di pescherecci, di pesci e di marine, cui scottavano le suole se troppo tempo restava a terra; un ciclista dannunziano, con una tuta celeste pallido, che si diceva avesse partecipato a un certo Giro d'Italia... Un barbone in canottiera, infradito e dai lunghissimi capelli bianchi che abitava le rovine di una vecchia distilleria. Una ragazza scarmigliata e magrissima che faceva da interprete alla madre sordomuta, altrettanto sinistra e con lo sguardo spiritato: abitavano una casa gialla con un cortile stipato di giocattoli.

Se per caso ne incontrerete nei miei racconti, saprete che quelle vite le ho rubate al mio quartiere.

  
E' uno degli editori che più ha creduto in me. E' l'editore che ha pubblicato le tesi e i successivi lavori dei miei studenti Luca Bontempi, Andrea Alemanno e Leonardo Sciancalepore, dimostrando il valore del loro percorso di studi. E' l'editore cui oggi auguro buon anniversario!

In occasione dell’anniversario di "Edizioni Imperium" oltre 100 ebook a 0,49 euro e cartacei scontati al 50%.

Nel luglio del 2011 nasceva la factory editoriale Collana Imperium, formata da professionisti del settore editoriale che decisero di testare il mercato degli e-book. Nel dicembre 2012 Amazon, lo ricorderete, iniziò a vendere i libri digitali anche in Italia: quella è considerata la data in cui il settore iniziò a decollare. Nel luglio del 2014 la factory si trasformava, cresceva; da quell'esperienza nasceva Edizioni Imperium.

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Per festeggiare l’anniversario la casa editrice ha deciso di mettere in promozione oltre 100 e-book, tutti al prezzo di 0,49 euro, e di "svuotare il magazzino" offrendo i cartacei con lo sconto del 50%Un’occasione davvero unica, che durerà dal 15 al 31 luglio.

Il miglior modo per festeggiare con voi questo nostro, vostro, compleanno e quello di leggere, leggere e ancora leggere un libro (cartaceo o digitale).

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Gli e-book scontati sono disponibili in tutti gli store, la lista dei cartacei scontati (da acquistare direttamente presso la casa editrice) è disponibile a questo link:


Quando scrivo battaglie fantasy, fantascientifiche, fantastiche in generale mi accorgo che la mia prosa è del tutto inoffensiva rispetto a quella di larga parte della TV, del cinema, del web o la recente comunicazione pubblicitaria. E' una voce di Dürer, Bosch, di allucinati fiamminghi che affabula scontri armati fra i reggimenti di "grilli": non si sente il latrato, poco meno che criminale, dei sergenti arruolatori e i manifesti di regime. Vale lo stesso per i colleghi autori del fantastico che - in altre fobiche sedi - sono accusati spesso e volentieri di compiacersi di narrazioni di genocidi e carneficine: "disimpegnati" dall'evidenza che le vittime, i responsabili e i fatti non pertengono il reale; ma "colpevoli" di allegorie, metafore ed esempi che educherebbero alla violenza, al fascismo e a sentimenti xenofobi.

Io non credo che i racconti di un Dan Abnett, Matthew Farrer, Mike Lee, Graham McNeill, Anthony Reynolds, James Swallow o Gav Thorpe (per citare i soli autori del progetto Horus Heresy) siano l'espressione di fanatici guerrafondai; non mi sembra che G.R.R. Martin infiammi i giovani di Crociate. La grammatica della guerra, di questi tempi, è appannaggio dei media e certa industria del racconto.

Leggo, ascolto, mi impaurisco dopo i tragici recenti fatti che la nostra civiltà è in uno stato di guerra aperta:


Ma a differenza delle due guerre sotto casa o dietro l'angolo, le rovine e i bombardamenti, gli ospedali di mutilati, le evacuazioni e i rastrellamenti che sopportarono i nostri nonni, per accorgersi di questa nuova, inebetita e criptata guerra si deve fare uno sforzo di volontà, di intelletto e di coscienza: se invece si preferisce perseverare nei talent show, gli apericena, nei selfie ed ignorarla il nostro tenore e il nostro stile di vita ci anestetizzano quanto occorre...  per ora.

Ma il progressivo e ineluttabile peggioramento di circostanze, l'accanirsi nella violenza (verbale, fisica e mentale), il decadere nella barbarie e l'abbrutimento, e insomma l'escalation, è intrinseco alla guerra. Prima o poi perciò (fosse pure molto poi) questo comodo, ovattato stato di cose è destinato ad avere fine: il risveglio alla realtà bellica non è dei più piacevoli. Governare una nazione cui la guerra capiti all'improvviso è molto più difficile che gestire cittadini già abituati all'idea. E adottare una lingua bellica può servire a questo scopo.

Il fantastico è un geroglifico, un simbolo, è metafora e allegoria; può diventare un induttore subliminale per persuadere, o educare lo spettatore, a un concetto che altrimenti è terribile da accettare. E che Hollywood per esempio sia un'enorme dream-machine, al servizio di chi governa la civiltà occidentale, è evidente e spudorato già dai cartoon bellici di Paperino e Popeye; e ancora all'epoca di World Invasion di J. Liebesman (2011) che è un esplicito film-spot di arruolamento nei Marine. Carlo Azeglio Ciampi, da Presidente della Repubblica, non nascose di incoraggiare - per non dire commissionare - fiction Rai dedicate alle forze armate: allo scopo dichiarato di suscitare negli italiani un sentimento più benevolo nei confronti delle stesse.

Fate caso a quanti film che si vuole a tutti i costi sbanchino il botteghino propongono un conflict da risolvere combattendo (meglio ancora: mobilitandosi; letteralmente formando eserciti). Ai bei tempi la war sf era appena un sottogenere: la science fiction, casomai, si occupava di esplorazioni, speculazioni su altre forme di vita; questioni d'etica, di morale, sociologiche e paradossi... gli alieni, i viaggi nel tempo, le catastrofi e i robot non implicano la guerra: lo scontro armato è l'extrema ratio. Oggi invece vi accorgerete che queste trame sono forse la maggior parte: una rapida ricerca su MyMovie.it mi ha confermato che sui 40 film di fantascienza programmati e confermati per il solo 2016, 21 sono racconti e/o prospettive di guerra.

Per quanto riguarda la comunicazione pubblicitaria, penso a certi prodotti per l'igiene della casa. Anni or sono si vendeva la suggestione, l'immagine, l'idea di una casa sempre pulita, in ordine e confortevole. Oggi gli spot (come quello della "supermamma" armata e combattente; della coppia che chiude l'uscio in faccia ai parassiti) puntano sul concept di combattere, distruggere i batteri e di uno "sporco" che è "nemico", antropomorfo, senziente e di malevola intelligenza.




Riguardo ai videogiochi, lo scriverne è superfluo: gli "sparatutto" (magari in soggettiva), i "total war", i party on line armati vanno senz'altro per la maggiore; educano a una conoscenza iperrealistica delle armi e la estrema e personalistica conduzione della guerra. Potrei dire che sono corsi di addestramento - virtuali - per civili di età adeguata al reclutamento che una "guerra all'improvviso" non troverà impreparati. Personalmente ricordo ancora decenni in cui spopolavano concept differenti, basati su combinazioni di riflessi (o di intuito) e proiezioni matematiche: Pac Man, Bubble Bubble, Tetris, Super Mario... non era bellica, allo stesso modo, la stagione degli Adventure: che premiavano il talento investigativo, l'intuito, l'umorismo e una certa abilità nel risolvere sciarade.

Nello sport, dove prima le partite si proponevano come eventi, ora si comunicano i campionati fra i grandi club con lo slogan "la battaglia è iniziata"; conflitti fra nazioni di carattere hegeliano (cito dallo spot Mediaset per la Champions 2016): rafforzati da soundtrack, inquadrature, fotografia da racconto epico quali imposti alla semiotica, l'immaginario e le narrazioni di guerra eroica da film quali Braveheart; Il Gladiatore; 300 e altri racconti di fatti d'armi.



Tempo fa lessi un volume di G. Oliva dedicato alla guerra in Africa: il capitolo dedicato all' "Impero nella propaganda" proponeva una galleria di cartoline, quaderni, album da disegno, pagine del "Corriere dei Piccoli", tabelloni di Gioco dell'Oca e scatole di cerini che sconfinavano nel grottesco, tanto inculcavano alla popolazione civile (giovani e bambini, soprattutto: lo stesso target degli Avengers...) l'abitudine, l'idea e il linguaggio della guerra.



Ho insomma l'impressione che si persegua lo stesso scopo, oggi, nel confronti del pubblico; nei modi e con gli strumenti che restano immutati.



Un horror-steampunk di 6000 battute per la seconda edizione dell'antologia "Penny Steampunk". Ringrazio Roberto Cera, curatore del progetto, per avermi invitato a partecipare a questa (terrificante) nuova silloge a vapore.


«Sono splendidi!», Giulia si strabiliò. Le settantotto nuove figure dipinte a mano, lucide di tinte ad olio e odorose di trementina, si asciugavano sotto l'alito di un termogetto sul tavolo di Alberto. Lui spostò la lampada, la lente e la lancetta a illustrare e illuminarle tutti i dettagli di quegli Arcani; le geometriche, gli intrecci e le cornici delle Coppe, dei Bastoni, delle Spade e dei Denari.
«Sono solo una commissione», si strinse nelle spalle, «da cavarne qualche spicciolo per l'affitto e una minestra.»
«Ti odierò, se vorrai venderli per quattro soldi.»
Giulia non sopportava il pensiero che quel mazzo, come sempre, come tutti i suoi tarocchi meravigliosi, finisse nelle vetrine di un tabaccaio di piazza Veneto; acquistati a una miseria dai volgari biscazzieri, i turisti, le anziane dame d'haute société con il pallino dell'occultismo. In quei volti, le immagini, le invenzioni di Alberto bruciava viva quell'inquietudine saturnina che l'aveva innamorata di quel giovane scapigliato, del suo pallido incarnato, dei suoi abiti orgogliosi e lisi e della fiamma che gli avvampava negli occhi neri febbricitanti.
«Sarai mai soddisfatto?»
«Sto creando un nuovo mazzo: carte magiche per davvero
«Vuoi mostrarmele?»
Non le rispose, stornò lo sguardo. Fissò nervoso la porta d'ebano sverniciata e il cartello LABORATORIO – GLI ESTRANEI NON SONO AMMESSI. L'orologio suonò le nove. Si accorsero che il buio raspava alle finestre.
«Dovresti andare, s'è fatta notte.»
Giulia mostrò la pagina della "Gazzetta" di quel giorno aperta su uno sgabello con gli avanzi di una cena, il torsolo di una mela e una crosta di formaggio. Briciole, un bicchiere, il dagherrotipo di una ragazza, lo scorcio di una strada e quel titolo agghiacciante: un'altra giovane scomparsa - salgono a venti le vittime dell'orco.
«Accompagnami», inghiottì.
Uscirono alla luce dei lampioni a gas metano, nel rado transito dei vapormobili e le fughe isteriche dei monocicli. Un dirigibile si abbassò fino a sfiorare i comignoli: le grandi eliche li assordarono, lo spurgo nero appuzzò la strada; papà e bambini si arrampicarono alle scale tortili di un gazometro a guardarlo più da vicino mentre approdava a Caselle.
«Finché c'è gente sono tranquilla.»
«C'è confusione, cambiamo strada», Alberto si immusonì. Divenne madido e tremò nervoso per la sua solita misantropia. Tirò l'uscio alle sue spalle: ma lasciò accesa l'insegna a gas TAROCCHI & GIUOCHI né abbassò la serranda; «ché torno subito, ho un po' da fare.»
Si infilarono in un vicolo, camminarono in silenzio. Giulia, ad appena tre settimane dal loro primo notturno bacio, non aveva ancora il cuore di indagare le sue ombre.
«Sei davvero innamorata del mio lavoro?», la aggredì.
«La tua anima; l'arte.»
«Ho in progetto una grande opera.»
«Non capisci: amo te
«Potrei esserne consumato.»
«Bruceremo, se mai sarà.»
Alberto le premette un fazzoletto sulle labbra, il cloroformio le offuscò i sensi, si sentì precipitare. Chiuse gli occhi a un'angosciosa e irresistibile oscurità.


*

C'era odore di composti chimici, d'inchiostro e di solvente; d'ozono, di metalli e un disgustoso dolciastro organico. E il puzzo macabro degli ospedali e l'olezzo atroce di mattatoio. Sentì il morso di cinghie e fibbie attorno ai polsi e le caviglie, la pezza umida che aveva in bocca le sforzava quasi il vomito. Molle, ingranaggi, ferro freddo e cosparso d'olio le pungevano la schiena e indolenzivano le vertebre. Era stesa su una lastra e imprigionata a una cornice.
«Ti farà male», le disse Alberto, «ma tu mi ami, sei tu la pazza.»
Indossava il suo frusto camice, gli oculari da lavoro: ma da una tasca di quel grembiule di cuoio sudicio, logoro, luccicavano a una lampada quei terribili strumenti.
Sono bisturi, siringhe, sono cannule o bulini.
«... che... che cosa vuoi farmi?...», Giulia singhiozzò, «io... non voglio, non voglio più!...»
Lui abbassò una leva sullo stipite nero d'ebano: le galvaniche illuminarono il soffitto della stanza. Un mostruoso mosaico di venti lastre di ottone e cera, di assito dipinto e cadaveri di donne riproduceva altrettanti Arcani di terribili tarocchi. I carcami incastonati, imbullonati su quei pannelli ticchettavano di rotelle e di elastici e di corde; automi in putrefazione dell'Eremita e gli Innamorati; la Papessa, l'Imperatore, l'Imperatrice e la Temperanza; e una ragazza bollita e scarnificata a figurare le ossa lucide e perfette della Morte. Tranci d'abito cuciti insieme per mantelli ed armature: le due bestie della Ruota, i grandi volti di Sole e Luna; i due demoni del Diavolo, gli animali innanzi il Carro, erano fatti dei moncherini di neonati e cani e ratti.
Giulia impietrì d'orrore.
«È una macchina, un mazzo vivo. Dentro le viscere della città. Col più bel sangue, la bella carne, le belle vite della città. Ma vedi bene che manca il Matto: me l'hai promesso, me l'hai giurato...»
Lui pestò un pedale sotto il tavolo, sì sforzò ad un manubrio: Giulia sentì un ago penetrarle nelle reni, l'orrido tavolo su cui era stesa si sollevò, capovolse; gli ingranaggi lavorarono a scavarle nelle carni, le cartilagini e spezzarle l'ossa; tubi, pompe e cannule le drenarono gli umori. La pallottola di garza soffocò le grida e i rantoli, si impregnò di saliva, di sangue e di silenzio.
Lui diede al cadavere l'espressione, la forma e la posa di un mendico infelice morsicato da un cane idrofobo. Le impresse ad acido sulla fronte la cifra 0, la shin ebraica.
«... la grande opera, il suo demiurgo...»
Versò assenzio da una bottiglia, ne ingollò fino a sudare. Scoprì da un telo il pannello accanto e si distese sui meccanismi. Si legò le gambe e un braccio, si assicurò non potesse muoversi. Tenne in bocca e morse stretta l'impugnatura di uno scalpello. Strinse il manubrio ed avviò il processo, le lame e i pungoli lo torturarono: fu ustionato dal marchio a fuoco di un aleph che scavò sotto lo scalpo fino all'osso parietale.
Pistoni idraulici sollevarono il suo cadavere, la lastra, a completare del Battiloro il grande mazzo di tarocchi.

© Alessandro Forlani 2016

Tornammo a casa sul Treno Rosso su cui viaggiammo un quinquennio prima: dall'Accademia a Teresa Vergine stesse fermate, più lentamente; né i Decurioni che ci abbaiavano «salitescendere!» né si azzardavano ad insultarci. Quell'epiteto - coglione! - che ci aveva tormentato milleottocentoventisei giorni, non si addiceva ai Protagonistes: ci si bullavano coi novellini.
Ce ne andammo a testa bassa e restammo immusoniti, seduti insieme nello stesso scompartimento ma a guardar fuori dai finestrini. Kaoutar ed Aureen si sforzarono di non piangere, fingevamo di dormire e ci ostinammo a non parlare. Le neurolance e le termospade nel bagagliaio, sotto il tettuccio sopra i sedili, mi sembrarono i souvenir di un parco giochi di adolescenti, brutti e noiosi dopo un istante da scalmanati.
«Ci siamo diplomati, non?», Francoise ruppe il silenzio, «Terrò un ricevimento à la maison de ma famille, vi invito tutti.»
«... e ha detto tutti», Guy mi sgomitò.
«Sei nella squadra, non puoi mancare. Scenderemo a Twiggy-Coco.»
«Perderemo le coincidenze per Ekaterina e Tueret; per Akna», sbuffò Bajaga, «non passano granché Intermondo, a una cert'ora postimbrunire.»
«Sarete ospiti nella mia casa.»
«È un altro scherzo.»
«Non ti si regge.»
«Stai più tranquillo!»
«La fate facile.»
«Pensi ancora ai pantaloni! Per quel ch'è stato, la cerimonia... Mi hanno delusa», Kaoutar inghiottì: scoccò uno sguardo ad accusare l'Accademia che svanì, rimpicciolita, sotto la mole dei Fondamenti, dietro le curve delle rotaie e il verde cupo del parco pubblico.
«Ci hanno preso per i fondelli, ci hanno tutti deprivato», disse Tirso, «ma hai l'impressione che tocchi a te, ti credi in torto, ti senti solo.»
Mi morsi i labbri per non rispondere: che ne sai, che ne sapete dell'esser soli e di avere colpe?!
«Raccogliete i bagagli, non pensateci: è fatta. Anzi: lasciate qui a bordo quei quattro stracci che avete; vi procuro un cambio d'abito, un garde-robe très très joli.»
«Ehi, biondina», Kaoutar si risentì, «il mio sarto vestiva re.»
Raggiungemmo la stazione dei quartieri dei Fantasmi, i Decurioni non obiettarono che scendessimo:
«... ma le valigie?», ci domandarono dai finestrini. Prendemmo solo le neurolance, le spade; e il treno era già in moto. Non rispondemmo: ci incamminammo sui marciapiede senza voltarci alle loro voci.
Mi sentii rabbrividire di potere e libertà.
L'atrio immenso di Twiggy-Coco mi lasciò trasecolato.
Stimai ad occhio che sotto gli archi di argento e vetro ci entrassero due-tre alveari quali quello in cui crebbi, tutto il mondo del mio passato cui neppure appartenevo, adesso. Non mentire, sei sempre feccia; quella vocina m avvelenava... Selve vitree di colonne corinzie e fontane navigabili che scorrevano fra i trochili; battinavette a vapori rosa, verde e gialloazzurro che scivolavano sull'acqua limpida disinfettata fra i guizzi di mutanarvali alati e iridescenti. Navigavano all'aperto a prospettive inimmaginabili. Le arcate erano corse da un planetario di lampade soffiate nello swarovski in globi eteri di lune verdi; gli stormi dei fenicotteri percorrevano tre navate. Le pareti ad oloschermo, di decametri di altezza, moltiplicavano all'infinito le dimensioni dell'edificio con proiezioni di cieli e oceani e terre fertili sconfinate. L'aria era satura di ologrammi pubblicitari. Migliaia di viaggiatori si affrettavano ai binari: ogni donna, ogni uomo era un dio doloroso. Non si accodavano a sportelli e macchine per acquistare i biglietti: ne avevano diritto; nei negozi e nei caffè non vidi alcuno premere il pollice con il bancochip sulle cellule fotobiologiche che registravano i pagamenti.
«Fanno tutti una bella vita, qui», Mohamad masticò: anche lui, nonostante mi fosse ormai superiore, era timido e smarrito in quegli abissi di fasto. E in generale si indispettirono un po' tutti - stronzi: che cos'altro vi aspettavate? - che nessuno facesse caso a noi gagliardi Protagonistes. Ci scansarono, urtarono, ci camminarono fianco a fianco; ci pestarono gli stivali né domandarono ammanco scusa: le nostre belle uniformi rosse, i bottoni d'oro e i grugni impavidi e i muscoli sprofondarono in una folla fredda e ignara e indifferente.
«Dalle mie parti, se c'è un eroe, suona la banda e l'accoglie il sindaco», Guy s'arrossì umiliato, «ci affacciamo alle finestre ed esultiamo evviva evviva.»
«Dovrai farci l'abitudine.»
«Ti sei proprio incattivito.»
Tutto a un tratto ci accorgemmo di avere perso Bajaga e Tirso. Aureen - «sono là» - li vide fermi ad un oloschermo. Assistevano a un notiziario, mi sembrarono desolati.
«È la cronaca extramondo: non ha detto che siamo in guerra.»
«È un segreto militare, que vous bêtes: sarebbe il panico.»
Io e Mohamad, e loro due, non ne fummo così persuasi. Ci passò sopra il flusso frivolo e indifferente di un mondo intero che chiacchierava, faceva shopping, beveva il tè, cinguettava nei neurophone e si specchiava nelle boutique.
«... ma quando avranno i terrestri in casa», Aureen sospirò, «vorrò vederli. Sarà diverso.»
Dietro a lei c'era la teca di un negozio di giocattoli che esponeva animatroni dei Grandi Aridi e i loro minions. Il Terribile Was'S'Gton metà squalo e metà uccello; il terroso e ferale Mokba; l'antroporettile malato e giallo Beijing e il Nero Issh'Lam, la Lama d'Ombra. E i bimbi ricchi che appannavano le vetrine e s'infoiavano «voglio quello!». Mi intristii di noialtri e i nostri propri balocchi: l'arma al fianco, e che portavo a tracolla, mi sembrarono d'impaccio, e ridicole; più ridicole di me in mutande di fronte al Princeps e Direttore. Voi bastardi traditori. E tanta gente così corporea, così affannata a godere e vivere, mi insinuò il dubbio sulle leggende che circolavano fra gli inferiori:
«Vi chiamate Fantasmi: è solo un modo di dire.»
«Gli Spettri veri prendono il treno, secondo te?», rise Kaoutar, «viaggiamo in jet privato.»
«Questa gente?»
«È una stazione: non sono mica tutti quanti di queste parti.»
«Non tutti hanno il coraggio, la forza d'animo, l'haut rang
«Tu ce l'hai, per esempio.»
«Non ho l'età, voglio combattere. Conoscerete mon mère et mère
Francoise ci accompagnò a un imbarcadero di navette: che - dalle fontane della stazione - uscivano per vie d'acqua, sotto i portici di vetro, fino agli abitati dei quartieri dei Fantasmi. I canali si attorcigliavano in anelli di cateratte che circondavano torri azzurre e vaporose di cirri e nubi; mi accorsi - più da vicino - che rispecchiavano il loro cielo; luccicavano dei tramonti che ingentilivano Afrodite. Un sistema di rifrazione sofisticato, perfetto, escludeva ogni riflesso del terreno e gli edifici: le rendeva solo d'aria. L'architettura dei tutto sesto, delle cornici e predelle, era volata da un fitto stormo di amorini biomeccanici, indaffarati nelle incombenze di una perenne manutenzione. O si alternavano con voci limpide di castrati a intonare i molti libri dei madrigali di Monteverdi. Ogni torre si innalzava per un chilometro fra le nuvole, fino a sbocciare in un uovo candido e luccicante fiorito di parabole, trasmettitori e ricevitori. La nostra barca approdò ai portali di una torre color confetto: sugli architrave leggemmo V.
«Abiti al cinque?», tradusse Guy.
«È la mia stirpe: sta per Vartan.»
«Ogni torre è un alveare», mi azzardai.
«Il est un palais: c'est ma maison.»
Due voci femminili, connotate di vecchiezza, risuonarono filodiffuse nell'atrio con il welcome ye son of art da una cantata di Henry Purcell:
«Bienvenu, notre chère fille! Bentornata, la nostra amata Francoise!»
Un nugolo di robot ci accolse e ci accudì.
«Sono i miei camerati, voglio dare una festa: preparate il salone grande, e invitate tous nos amis.»
«Ma con chi parla?!»
«Sua madre e madre», Kaoutar sbadigliò.
«Non c'è nessuno.»
«È un interfono; però... non c'è nessuno comunque
Gli androidi-maggiordomo ci accompagnarono ai nostri alloggi: nei tre piani di foresteria, duecento porte di corridoio, ci assegnarono appartamenti per gli ospiti inattesi.
«Potremmo dire indesiderati», mi indispettii.
«Non avrete teli da bagno con le iniziali stampate in oro, né», si scusarono i robot, «l'hambientcomputer tarato alle vostre retine né i cocktail personalizzati di droghe e stimolanti. Né il menu televisivo e virtualudico on demand. Gli inoculanti - che troverete nella toilette - dispongono di un serbatoio di cinquantotto sostanze lecite. Non è possibile empatizzare le mattonelle né il parquet o l'arredamento. Ci mortifica non soddisfare ogni vostro capriccio: mademoiselle improvvisa sempre.»
«È una merda, in effetti», Aureen ammiccò, «com'è possibile abitare qui?»
Incapaci di umorismo i maggiordomi pigolarono, tacquero, se ne andarono a testa bassa e ci lasciarono all'intimità.
Kaoutar posò le armi in un vaso splendido di porcellana, si sbottonò; disse un ciao per significare «e non rompetemi i coglioni» e ci chiuse la porta in faccia. Sentii i gloglotti del materasso di memogel e lo scroscio di una doccia.
«Ora, perdonatemi, sono un po' indaffarata», Francoise si congedò.
«Siamo guerrieri in un letto per signorine. Bah!»; grugni Bajaga. Guy, Mohamad, Aureen, Tirso ed io esitammo istupiditi di approfittare di quelle regge:
«... 'sticazzi, che ci mortifica non soddisfarvi!...»
Non fu solo il confronto coi dormitori dell'Accademia: mi resi conto che la mia casa, negli alveari di Sofia Loren, era nient'altro che il buco fetido di un insetto che rodeva. Piena di cose a coprire macchie dello squallore dov'ero immerso; l'oloporno, la connessione, i giochi social e un guardaroba di cenci; un frigorifero e spillatori di sintalcolici che tracimavano la gran merda. Mi ci ingozzavo, di quella merda, me la godevo. Capii che fui in un trogolo: non avevo abitato.
«Siamo molto fortunati, rispetto a quelli dei cerchi bassi: ché abbiamo una cubicola e tutti i giorni da mangiare...»: vivevo appena un gradino sopra. Tiravo avanti, mendicavo e mi disperavo poco meno dei miserabili, dei reietti: non ci avevo mai pensato. Se me ne fossi mai reso conto, cosa avrei potuto fare?
Mi ritirai nell'appartamento. Mi aggirai circospetto. Tastai i cuscini, sfiorai gli oggetti, come se fossero arroventati., Cingevo ancora la termolama, ero nervoso, stringevo l'elsa. Esplorai dentro gli armadi, sotto il letto e le poltrone; fuggii i riflessi di cristallo e d'argento che tremolavano alle pareti. Sussurrai all'hambientcomputer che mi oscurasse quei muri vitrei. Cercai a lungo: dov'è l'inghippo?! Quegli stronzi, quella troia, vorranno farmi qualch'altro scherzo!
All'improvviso sentii la voce di Kaoutar trapassarmi il cervello: non fu proprio la voce, mi sentii invadere, ne provai nausea; stavo pensando a un pensiero estraneo che non pensavo: pensava un altro; e avevo la sensazione fosse passato attraverso i muri.
Stai più calmo. Fatti un bagno.
Le obbedii. Mi persi nella vasca. Coglione.


I domestici-robot ci accontentarono di vestiti, scarpe, accessori: potemmo scegliere da una coltura di parassiti gli organismi beautysimbionti più vivaci ed eleganti.
«I serpenti fra i capelli», Francoise ci consigliò, «non passano di moda; né il terzo occhio né il volto siamese nell'ombelico. Per vous hommes c'è il piede fesso, l'elefantiasi dei genitali; queste spore sotto le ascelle per un'usta di selvatico: il est sexy. Le parrucche, i tacchi porpora e fiocchi e nastri sono âġe in tutto il sistema già dal 'seicentosessantacinque. C'è a chi piacciono, però.»
«Siamo in squadra», disse Tirso, «festeggiamo il nostro titolo: dovremmo indossare queste nostre uniformi.»
«... ma la vostra ha le mostrine, gli alamari...»
«Sei pur sempre Protagonistes.»
Ci accordammo per presenziare con le divise del Corpo. Kaoutar, obbligata dal proprio ceto a ostentare magnificenza, si iniettò ipermelanina e un composto localizzato di oro liquido e petrolio; scambiò il casco di pellicano con una tiara cilindrica. Tempo un'ora di applicazione delle sostanze fu la copia viva e arcaica di una regina dei suoi ricordi:
«Si chiamava Nefertiti.»


(… continua ...)  
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sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.