Dati i vari corsi che ho tenuto (tengo tutt'ora) quest'anno, e l'ovvio moltiplicarsi di corsisti, pubblico questo "post di servizio" che rimanda ai link per l'acquisto su Amazon dei miei prontuari di scrittura (in ebook e cartaceo). Spero di fare cosa utile, comoda & gradita a eventuali interessati.


Un prontuario per aspiranti scrittori, soprattutto "di genere", che tratta delle tecniche narrative in modo esaustivo, semplice e divertito; uno scambio di idee su strutture del racconto, dialoghi e personaggi e raccolta dei documenti. Un ilare confronto fra autore e lettore che procede per esempi pratici, citazioni e consigli; e che guarda alla narrativa che si confronta con il cinema, la scrittura televisiva e quella per il fumetto.




Scrivere Protagonisti, Comprimari e Antagonisti per un romanzo, un racconto o un progetto seriale. Dopo "Com'è facile scrivere difficile", un altro divertito, piacevole prontuario sulle tecniche e teorie narrative che riguardano il Personaggio: con efficaci consigli pratici per dare vita ai vostri Eroi sulle pagine e confronti e riferimenti alla scrittura per il fumetto, per il cinema e la TV.





Dall'autore di "Com'è facile scrivere difficile" e "Com'è facile diventare un eroe", una nuova, scanzonata, agile ma esperta guida pratica per la scrittura degli altri-mondi di narrativa fantastica. Il prontuario vi insegnerà come rendere credibili, realistici, continenti immaginari o remote galassie; fin nei minimi dettagli della cabina d'un astronave, la stiva di un galeone e il rifugio di un super-villain. Con analisi ed esempi che spaziano dal romanzo, al fumetto, al cinema e le serie televisive; e "trucchi del mestiere" da esercitare nei vostri scritti.

Breve racconto steampunk commissionato per una silloge di genere. Qui si va a vapore o si muore!

Un aerostato sorvolò la gradinata che scendeva dal suo cortile fino ai moli addormentati: Cesare, Celestino, Raffaello, sei-sette coetanei che però non riconobbe, si appiattirono al cancello sotto i raggi di un faro azzurro. Il velivolo di polizia li superò di mezzo miglio, ignaro o indifferente ai loro intenti canaglieschi. Giuseppe imbracò lo zaino, scavalcò dal davanzale, si calò dal piano nobile con le lenzuola annodate. Uno schiocco di stoffa lacera all'improvviso, fra i ronzii delle teleteriche che sfolgoravano sopra i tetti, lo convinse che i romanzi eran tutti menzogneri!
Saltò: i tarassaco e la sabbia gli attutirono la caduta; sottovoce, tuttavia, imprecò contro una storta.
«Dài, ché il mercantile molla gli ormeggi fra un quarto d'ora!», fremettero i compagni: lui, stringendo i denti, zoppicò verso di loro, si affrettarono alle scale che conducevano fino al porto. La caviglia lo tradì:
«Che ti prende?», chiese Cesare.
«... non è solo una storta: me la sono... è fratturata!»; Giuseppe ingoiò il dolore, la vergogna lo soffocò. Si accasciò ad una parete.
«Vorrai mica marcire a Nizza?! Ci aspetta l'avventura!»
L'amico lo alzò da terra reggendolo sottobraccio, arrancarono sui gradini nella fitta oscurità. Attraversato il nero dedalo puzzolente di baracche, lupanare e magazzini, si acquattarono alle casse presso il molo dell'Achille.
La nave era schiarita dal pigro volo di elicolampade portate al guinzaglio elettrico da un funzionario di dogana, attossicato dai fumi neri delle falene di ottone e gas. Una squadra di brigadieri in esoscheletro sommozzatore, gocciolanti d'acqua torbida, di mota e di alghe morte, emersero da sottochiglia e mulinarono le pinze. Il collega in superficie, con il portello dello scafandro lasciato aperto, a godere di un sigaro, diede all'equipaggio il permesso di salpare.
Lui, gli altri ragazzi, guardarono disperati i due mozzi al mulinello: che faticarono a ritirare la passerella dall'assito marcito fino a bordo il mercantile.
«È bloccata, signor Davy», si lamentarono con il nostromo.
Celestino si innervosì, saltò fuori dal nascondiglio, gli altri sette gli si accodarono, Raffaele fu preso al bavero; strisciarono a appostarsi a una fila di barili.
«Dài, coraggio! Sono solo pochi passi!»
«Lasciami, ti ho detto. Sono un peso.»
«Vai al diavolo!»
Cesare si intestardì, se lo prese sul groppone, barcollò alla luce a gas delle lampade meccaniche. Il doganiere intimò sorpreso che si fermassero lì dov'erano, circondati in un istante dallo sciame degli automi:
«Ehi, giovanotti! È proibito stare qui! Che credete di fare?!»
Celestino, Raffaello e i compagni subito approfittarono per salire alla passerella: i due mozzi, il nostromo, li ricacciarono sul molo; aggrediti da un brigadiere che intimò mani in alto!
Quello grosso, degli altri sette, lo assalì con un ruggito, crollò a terra in una rissa: gli altri due militari, con lo scafandro appannato d'acqua, sferragliarono all'attacco coi tenaglioni protesi. Sulla Achille i marinai ritirarono la passerella, le sirene ulularono, i camini eruttarono. Giuseppe calciò l'amico:
«Hai ancora un'occasione!»
Cesare, spintonato, cozzò addosso a un brigadiere: cadde, fu calpestato e sparse sangue da una ferita alla testa. Giuseppe vide gli altri, stesi a terra coi grugni pesti, e si buttò nella mischia nonostante il dolore. Lo colpirono alla fronte, cadde in acqua, stordito: attanagliato dal buio gelido e strozzato dall'olezzo. Lo sconcerto del funzionario lo inseguì nei gorghi neri:
«... numi, è un ragazzino!...»


Aprì gli occhi su un freddo tavolo di marmo bianco: e i polsi, le caviglie, la fronte e i pettorali gli bruciarono di cinghie con rinforzi di metallo. Una spiacevole lanterna verde lo irradiava e riscaldava, si accorse ch'era nudo. Torse il capo più che poté a guardarsi attorno e vide i suoi stracci umidi ammucchiati in un lavabo, lo zaino era già asciutto; ordinati su uno sgabello le sue carte e i documenti.
Quello, per il resto, era un antro di deliri. Le pareti ticchettavano di ingranaggi e bilancieri, sieri insalubri ribollivano in alambicchi dai becchi tortili. Un armadio di ottone e radica, alimentato da un boiler, borbottava ininterrotto e tracimava di ghiaccio trito: l'anta era accostata, Giuseppe inorridì: corpi dissezionati e barattoli di formaldeide.
«Dormo, sono morto: è l'inferno o solo un incubo!», un calendario datato 1821 gli accese la speranza d'essere ancora di questo mondo: proclami esagitati, prospetti di città, le mappe di un'Italia ripartita fra Re stranieri.
Affiorarono dall'oscurità due sinistri individui. L'uno indossava il camice e le lenti del chirurgo, gli sorrise compiaciuto e scoccò un'occhiata sadica. L'altro, solenne e allampanato, lo guardò con occhi accesi di scintille da profeta. Dietro a loro, taciturni, una dozzina di incappucciati.
«Siete vivo, giovanotto», disse il primo: e sfregò morsetti e cannule, che scintillarono di lampi azzurri, allacciati a fil di rame a una macchina intraducibile; sfogliò il suo passaporto scolorito dall'acqua salsa, «posso chiamarvi Garibaldi Joseph-Marie o sia Giuseppe com'è scritto sui documenti?»
«Non altri», si imbaldanzì, «e ho l'onore di conoscere?...»
«Occulti Cavalieri dei Cancelli di Morfeo», rispose l'allampanato, «tutto il resto non vi riguarda.»
«Ohimè! Siete Massoni!»
«Connettiamolo alla babbagis logicae.», dispose lo scienziato.
Le cinghie gli impedirono di lottare e divincolarsi. Gli imposero, sulla fronte, un diadema di elettrodi; lo infilzarono di siringhe che brillarono fosforescenti. Giuseppe si sentì friggere il cervello, le membra, di improvvise, straordinarie e disparate conoscenze; si sentì rinvigorire. Apprese in un istante l'oratoria e la balistica, la tattica, strategia; le tecniche d'imboscata, la scherma, la geografia dell'Europa, le rotte del Sud America e il francese e lo spagnolo:
«Conosco il kung-fu!...», balbettò sbigottito. E fu certo di un destino per l'Italia e gli Italiani.
Gli incappucciati lo liberarono da quei lacci di cuoio e ferro, e bagnarono un fazzoletto con un liquido trasparente. Gli premettero sui labbri, la vertigine lo addormentò. La voce dei Massoni gli giunse da un abisso:
«Sedatelo: è pronto. Riportatelo ai moli a Nizza. Da sveglio naturalmente non potrà ricordare... Noi procureremo le giuste circostanze: nei prossimi dieci anni, quando avrà sviluppate appieno le facoltà programmate, servirà i nostri scopi.»
«Abbiamo il nostro Eroe!», esultò l'allampanato. 





EPILOGO
Il mattino avvampò di rosso sulle tegole di Palos, scese dall'Aracena, scivolò sull'acque placide del Tinta e crebbe ad incendiare le campane e i crocefissi; brillò sui segnavento e gli affusti dei cannoni. Le vedette e i campanili salutarono il sesto giorno di agosto; anno domini Jesu Christi 1492.
Cristoforo e i notabili, i due fratelli Pinzon, il pilota Juan de la Cosa e un monaco domenicano attraversarono le case bianche che bruciarono d'aurora. I marinai ritardatari, che svicolarono a brache sciolte dai lupanare, si accodarono ai comandanti e gli ufficiali dell'impresa, gli armigeri di De Arana li inquadrarono nei rispettivi equipaggi.
Lui ripeté al copista e segretario che enumerava gli onori e gli oneri di Ammiraglio del Mare Oceano; le incombenze di Viceré di un improbabile Nuovo Mondo. Si addrizzò il collare d'oro su un pastrano scolorito, si specchiò in una finestra: la voce di quell'ebreo si incrinò di ironia.
Ha ragione: è ridicolo.
Srotolò una pergamena fino a leggere su un margine sigillato: la ceralacca di croci e lettere dei Reali, dei cancellieri di corte, dei dotti di Salamanca e del vescovo di Toledo. Gli prestò una penna d'oca e un calamaio di inchiostro nero. Cristoforo firmò con un solenne monogramma: ché a differenza di scarabocchi sui pagherò, per confondere usurai e creditori, si trattava di autografare la sua pagina di storia:

S.S.A.S.XMY Xρο FERENS

La caracca e le caravelle che gli avevano concesso dondolarono ammainate a una vogata di là dai moli, in una selva di un centinaio di altre navi che levavano già le ancore ingravidate da un vento freddo.
Le tartane dei pescatori e le galere degli arabi, le anseatiche olandesi e i vascelli siciliani veleggiarono a disputarsela con il mare e l'orizzonte.
«… ma mai quanto noialtri!...», scherzarono i marinai.
La Niña, la Pinta e la Gallega sbrogliarono le vele con le immense croci rosse, e issarono il gonfalone di Castiglia e d'Aragona. Nonostante un trombettiere, e quell'araldica offerta agli Alisei, le tre navi gli apparirono inaffidabili bagnarole... Ma aveva a disposizione un centinaio di uomini valorosi.
«Non mi lascio scoraggiare», lui si inorgoglì, «ho navigato con molto meno e con molto peggio di 'sti catorci. Farò il percorso dell'altra volta, a La Gomera mi attrezzerò.»
Alle fiamme e il calore vivo di un falò di fogli eretici - molte pagine di un Corano; c'era un rotolo di Torah, e un manoscritto a disegni orrendi intitolato Il Libro dei Nomi Morti - assistettero alla santa messa e ricevettero l'eucarestia.
«Lo hanno fatto di proposito», Martìn Alonso gli pispigliò, «per ammonirti che il tuo progetto non è granché cristiano.»
Gli altri monaci alimentarono quella pira di eresie. E nelle vampe che accartocciarono il frontespizio di quel grimorio gli sembrò di poter leggere un autore che conosceva:
El Ahmak Abdul Alhazred
Si convinse che fosse un'ombra che sibilava dal suo passato. Con gli spettri di un balestriere e di un ragazzo di quindici anni, di un turco, un bizantino; una zingara scomparsa un giorno in un alito di incenso e suo fratello, Bartolomeo, che non vedeva da troppo tempo: curava i loro affari da una filiale di Porto Santo. Avevano pianificato e sopportato per nove anni, e questa volta al di là del mare non ci sarebbero stati demoni: solo il loro segreto; che li avrebbe resi ricchi, celebri e onorati dai posteri.
Filipa, da che avevano scampato a quell'orrida avventura... beh, era abituata a essere moglie di un marinaio. Ad appena una settimana dall'essersi riabbracciati la terra prese a prudergli sotto i piedi, e lei lo rimproverò di guardare ad occidente troppo di frequente e troppo in lontananza. La carte nautiche e i portolani lo interessarono daccapo più di lei, e quando un giorno le rispose che «in fin dei conti t'è andata bene, non hai corso pericolo», e il loro letto si raffreddò, si sentì nelle narici quell'odore di salsedine.
Presso i moli lo attendevano tre scialuppe per le navi, ma una schiera di soldati gli intimò che si fermassero:
«Come osate?», si indispettì, «Sono il vostro ammiraglio.»
Le due file di alabarde si irrigidirono sull'attenti, dietro a quelle si aprì lo stuolo di cortigiani: Isabella di Castiglia Trastamara, Ferdinando di Aragona, lo inginocchiarono ai loro anelli e le pantofole di ermellino. Lui, Martìn, Vicente e l'equipaggio si prostrarono a cappello in mano a Los Reyes Católicos.
«... non avremmo mai sperato!...»
Ferdinando sembrò intagliato in un faggio de gli Irati, e ammutolito dalla ferocia dei lunghi anni di reconquista. Lo guardò, inespressivo, come il carnefice che guarda ai morti. Cristoforo capì che i marinai, che lui stesso, le caravelle che gli avevano affidato, e che garrivano boriose alle sue spalle, per quell'uomo erano solo un altro assalto in battaglie eterne, carne e legno di una guerra che lo aveva logorato. Non aveva più da perdere e più nulla da conquistare. Ma la regina lo illuminò di luce limpida, calda, appassionata: la sua voce era di liuto, tamburello saraceno, nacchere zigane di una nuova e futura Spagna; di una perla dell'oceano sulla fronte dell'Europa. Lo invitò ad alzarsi in piedi e lo strinse quasi a sé, gli parlò in un orecchio:
«L'oceano ci atterrisce, Cristoforo. Mugghia che all'orizzonte la nostra fede vacilla, la memoria e la maestà si sprofondano nelle tenebre. È un timore infantile. Gli orologi suonano un'ora ch'è ingrata e fredda, toglie gli uomini dal letto e li incurva alle fatiche, si incamminano intirizziti a meritare le loro vite. Noi potremmo avere il privilegio del tempo e il sonno, avremmo l'agio dei focolare, i palazzi, e saremmo al sicuro da quest'orrido ruggito. È un'aurora che non si può, non si deve disertare. Meritateci un altro mondo, ammiraglio: dimostrateci che la storia non si interrompe al calare della notte.»
Lo guardò con occhi vitrei di quel secolo volto al termine, si arrossì dell'euforia di un'intera civiltà.
I sovrani li congedarono, il corteo salì al villaggio. Martìn Alonso prese la barca che remò fino alla Pinta, Vicente Yànez salì alla lancia che vogò verso la Niña. Lui, dalla scialuppa che lo portava alla Gallega, applaudì soddisfatto a una squadra di carpentieri che piallavano quel vecchio nome dalla prua dell'ammiraglia, e inchiodavano alla fiancata la nuova targa Santa Maria.
«Lo sai: porta sfortuna; andrai a picco e dovrò soccorrerti», Vicente brontolò.
«Non lo sai che cos'è sfortuna. La Stella Maris ci assisterà.»
«Di te dicono tutti che sei matto, esaltato. E noialtri che ti seguiamo nelle... tenebre dell'oceano», Alonso si impallidì, «dobbiamo essere i più cretini.»
Lui si ricordò di quel bastardo saraceno, ch'era a marcire alle rive putride di una Florida che non c'è su una terra che non può esistere perché è troppo pervertita; se la abitassimo ne impazziremmo. Le rovine di ignavi popoli ossessionati dai propri demoni. Anche Alhazred lo aveva ammesso: il vostro mondo è diverso.
«Credetemi, ripeto: so benissimo dove andiamo. Navighiamo verso occidente per raggiungere l'oriente.»


FINE





Recensione di Zeno Saracino sul blog "Cronache Bizantine"



Impero degli Asburgo, anno delle magnifiche sorti e progressive 1847.
Al golfo di Venezia, la folla in attesa del plenilunio assiste alla comparsa di una seconda Luna, un mostruoso oggetto non identificato rivelatosi un'astronave aliena. Sono i Seleniti, alieni lunari dalle sembianze di struzzi – una razza avanzatissima, ma sprofondata nella demenza senile – i cui piani di battaglia e d'invasione fanno sembrare i marziani di Wells un capolavoro di razionalità.
Fugge al massacro Clara Horbinger, figlioletta di un colonnello dell'esercito asburgico. Nell'occasione, l'adolescente svela poteri occulti, di magia nera e rianimazione dei cadaveri.
Intanto il centro del mondo per gli Asburgo, cioè Vienna e Milano, Austria e Lombardo-Veneto, passano sotto attacco...

(Clara Horbiger e l'Invasione dei Seleniti,  1)

L'attacco degli struzzi colpisce senza ne logica, ne pietà: le guarnigioni militari vengono ignorate, i civili massacrati, le linee nevralgiche dei ponti e fortilizi ignorati a favore della distruzione indiscriminata di villaggi e treni.
A Milano una riunione d'emergenza di Radetzky, l'arciduca Ranieri e gli ufficiali in campo decidono per un attacco preventivo a Padova per bloccare l'insulsa invasione. Gli struzzi vanno fermati; ma è chiaro che si sottovaluta il bizzarro nemico.
Vedendo un collegamento tra gli struzzi e gli alieni delle riviste di fantascienza, Thomas Horbiger, il padre di Clara, contatta uno scribacchino, Michele Beltramini, per meglio comprendere la nuova minaccia. Affianca loro un'algida tenente, Caterina, e li spedisce a indagare nel torbido mondo dei feuilleton e della fantascienza... dove incontrano un trio di piemontesi guidati dall'avvocato Nigra con un'uguale missione. Di ritorno da Pesaro, dopo l'incontro con un certo "Forlani" e il suo Venite Invademus, il treno è attaccato dai Seleniti. Piemontesi e austriaci combattono fianco a fianco per sopravvivere. Solo un reggimento di non morti resuscitato da Clara permette la vittoria...

(Clara Horbiger e l'Armata Cadavere, 2)

L'orgoglio della Casa d'Asburgo, l'esercito austriaco del Lombardo-Veneto, si scontra con le orde barbare degli Struzzi a Padova. I soldati che hanno liberato l'Europa dalla tirannia del nanerottolo corso e che vigilano contro la rivoluzione liberale in agguato, si battono contro un nuovo nemico. I piani di battaglia sono validi, il morale alto: ma gli alieni non ragionano seguendo le regole e l'onore dei vecchi condottieri. La battaglia è una rotta disastrosa.

(Clara Horbiger e la Battaglia di Padova, 3)

A Milano, Beltramini cerca di convincere Radetzky e Ranieri della necessità di un nuovo leader guerresco, uno che sappia guidare e infiammare le truppe contro gli struzzi. Mentre si nomina un possibile candidato nell'ahimè defunto Raimondo de Montecuccoli, avviene un rapimento. Un automa da servizio tramutato in golem rapisce Clara, che finisce nelle mani di un nemico molto più terribile degli alieni: i piemontesi! L'automa era infatti la creazione di un negromante, Borri, al servizio dei Savoia. In accordo con Nigra, vorrebbero resuscitare Raimondo de Montecuccoli e unire le due forze, austriache e piemontesi, contro gli struzzi.
Per resuscitarlo tuttavia, serve il potere di Clara... A bordo di un dirigibile stealth, Borri, Clara e un manipolo di racchettieri piemontesi si dirigono verso la cripta di Montecuccoli, e cioè verso Vienna.

(Clara Horbiger e la Cripta Meccanica, 4)

Il rinato Conte de Montecuccoli, dovunque vada, assume comando: è un morto vivente con più autorità e vitalità di tanti “viventi”. Dopo una parentesi onirica presso il villaggio natale di Clara, dove la ragazza si rende conto di esser cresciuta e aver fatto i conti col passato, i nostri protagonisti arrivano a Milano. La città è barricata, alle strette per i Seleniti in avvicinamento. Le truppe di stanza, i rifornimenti in arrivo a passo di marcia, le aeronavi, la cavalleria e l'artiglieria: c'è quanto basta a formare un esercito, attende solo un leader in grado di condurli all'attacco...

(Clara Horbiger e il Condottiero, 5)

Si direbbe che ogni pedone, ogni pezzo è pronto, se non fosse che gli struzzi rovescerebbero la scacchiera in un impeto di violenza irrazionale. Alla barbarie dell'alieno, corrisponde la barbarie dell'umano: le truppe galvanizzate da Montecuccoli si scontrano con gli Struzzi nel tritacarne definitivo.

(Clara Horbiger e le Legioni dei Vivi, le Legioni dei Morti, 6)

Capire come recensire la saga steampunk di Clara Horbiger mi ha dato qualche difficoltà; l'ho dapprima letta nella versione in bozza sul blog del Grande Avvilente e perciò la consideravo un tutt'uno, un solo romanzo. La scelta di suddividerlo in capitoli – non a caso come nelle dime novels di fine ottocento, o come nei giornalipulp, ha permesso sei diverse avventure in sequenza.
Al momento di riassumere la trama, come per ogni recensione di Cronache Bizantine, ho deciso infine di citare i diversi libri in ordine, mostrando la storia in svolgimento. Sulle librerie online (Amazon, Ibs, Delos ecc ecc) non si trovano a volte i numeri della cronologia, cosa che può causare una bella confusione al “curioso” che vorrebbe iniziare la saga.

Clara Horbinger è in primo luogo steampunk. L'ambientazione ottocentesca, pre 1848, sceglie un periodo storico quale la Restaurazione difficilmente abbracciato dagli scrittori del genere, che preferiscono di solito il 1870 in poi, o addirittura il 1890. La scelta, se all'inizio comprensibile per il range e le possibilità tecnologiche che offre, sta diventando piuttosto stantia, a mio avviso: non se ne può davvero più di Londre vittoriane, di compagnie di gentlemen straordinari, di ufficiali al servizio di Sua Maestà...
I decenni post napoleonici offrono un quadro geopolitico completamente diverso: l'Austria prosegue con il cancelliere Metternich una politica di potenza di tutto rispetto, svolgendo il ruolo di mastino da guardia contro ogni possibile ritorno delle democrazie e delle monarchie liberali. Non è l'Austria-Ungheria del 1867, che preferirà una politica di espansione nell'area balcanica, ma è un'Austria ancora coi piedi per terra in Italia, il cui Lombardo-Veneto è tra le regioni meglio amministrate di tutta la penisola. Sia l'Italia (come “espressione geografica” cit), che i Balcani, che in effetti tutta l'Europa orientale permetterebbero una tale gamma di ambientazioni, storie “alternative”, avventure picaresche che si stenta a crederlo: eppure si persiste nella Londra vittoriana, o nell'Old West, con i triti e ritriti cliché di Sherlock, e Dracula, e Jack the Ripper. Diamine, mi accontenterei persino di una storia steampunk ambientata a Parigi, pur di mollare l'atmosfera anglosassone...
La saga di Clara conserva i reali confini geografici e storici, senza operare stravolgimenti, con gli stessi protagonisti e le “grandi figure” che potremmo trovare dentro un romanzo storico. La componente -steamnon ha pertanto stravolto gli equilibri in campo, è semplicemente un surplus, un'aggiunta tecnologica che possiedono tutti gli Stati in campo, lasciata sullo sfondo.
Vi sono ad esempio aeronavi, dirigibili e macchine da guerra volanti: in nessun caso tuttavia, sono estranei alle vicende in corso, componenti che sembrano estranee alla storia. Vi è un punto debole nell'assenza di descrizioni, di una tecnologia quasi “fiabesca” nel suo funzionamento, macchine “meravigliose” che i personaggi della serie non sembrano mai soffermarsi a guardare. Motori che funzionano sì, ma per esigenze puramente narrative: d'altronde il progresso tecnologico non era ancora tale da permettere il (finto) realismo dello steampunk di fine '800. Per controbilanciare quest'aspetto, la ricerca linguistica relativa alle diverse invenzioni è particolarmente raffinata: i neologismi, dall'eliocottero al roboto, sono afferenti all'epoca, non sono “prestiti linguistici” dal ventesimo secolo. Il meglio in tal senso, è il dirigibile dei piemontesi: il Dirinvisibile!

«Quei cristalli, lassù», le mollò uno scappellotto, «rifrangono la luce; l'aerostato, se noti, è ricoperto di specchi: in volo, l'aeronave è invisibile all'occhio umano. Passeremo sotto il naso dei cannoni contraerei e sui tetti dell'Hofburg.»
«E il rumore delle eliche, e gli spurghi dei motori?»
«L'eco sorda di un temporale remoto e nubi sfilacciate in un cielo che è già nuvolo.»

Un appunto a unire l'osservazione linguistica a quella storica: il termine Austria-Ungheria è usato per l'Impero Austriaco dal 1867 in poi, in seguito al concordato dell' Ausgleich. Precedentemente si dovrebbe discutere di “impero austriaco”, “Austria” o “possedimenti degli Asburgo”. In effetti il mosaico di stati della monarchia rende arduo trovare un nome soddisfacente, in quanto se si parla di “Austria”, si pensa alla minuscola Austria post 1918, mentre “Austria-Ungheria” evoca subito nel lettore il riferimento all'Impero. Quindi il riferimento all'Austria-Ungheria è storicamente scorretto, sebbene funzioni a livello di marketing.
La protagonista, Clara Horbiger, trasmette bene l'età di mezzo dei suoi quattordici anni: la storia la vede passare dai capricci di bambina, ai turbamenti di adolescente, alla necessità di comportarsi da adulta responsabile. Eppure, anche negli ultimi capitoli fanno capolino ogni tanto i guizzi da bambina... non c'è uno stacco netto, ma una realistica confusione di sentimenti, aspetto che ho apprezzato molto. Vi è qualche accenno di sviluppo dei personaggi – Montecuccoli verso la fine, Beltramini sopratutto, il padre stesso Thomas Horbiger – tuttavia la protagonista psicologicamente delineata resta fraulein Clara.
Lo stile di scrittura non presenta nella saga di Clara significativi cambiamenti rispetto alle opere precedenti. Affiancati all'uso intelligente di neologismi, troviamo tocchi di classe come l'uso dei dialetti, i pamphlet in francese, l'influsso di opere e melodrammi (non altrettanto influenti come ne La Macchina Insurrezionale, cui è collegato, ma comunque sottotraccia). Compaiono i verbi desueti tanto odiati, anche se in numero minore rispetto ad altri romanzi: tra uno sbasoffiò e un grugarono il lettore può sentirsi intimorito. Ho però notato rispetto a Eleanor Cole delle Galassie Orientali una storia e uno stile molto più coesi, dove le diverse scene sono meglio concatenate, lo svolgimento meno artefatto.
Di grande effetto, tra le tante scene d'azione, sia la disfatta a Padova come battaglia di larga scala, che la schermaglia/discesa nel dungeon che è la cripta meccanica. Il luogo dell'ultimo riposo di Montecuccoli permette di fondere steampunk e ambientazione gotica, permettendo alcune scene davvero grottesche, che non so ancora bene come giudicare.

«C'è un cancello, Monsù», gli descrisse il soldato.
«Com'è fatta la serratura?»
«Assomiglia a quei pistoni che lo richiudono una volta entr...»
«No, deficiente!»,gli abbaiò il Caporale.
Allo scatto del cancello, su quell'altare barocco, corrispose la vampa di un'improbabile gatling: la croce si inclinò come un affusto girevole per le sei canne di candelabro che eruttarono proiettili; la pisside, incastonata alla base, inanellava le munizioni da un lato ed espelleva dal coperchietto grossi bossoli infuocati. Contarono sei colpi al micidiale secondo: l'incursore, spacciato, si accasciò nel sotterraneo.

E ovviamente, Clara Horbiger non sarebbe Clara senza l'invasione dei Seleniti.
Gli struzzi sono alieni scimmieschi, mostruosi, che attaccano senza ragione, uccidono senza ragione e muoiono senza ragione. Sono un bambino demente cui abbiano fornito la valigetta per il lancio delle atomiche: irrimediabilmente stupidi, irrimediabilmente potenti. Balena per il lettore che ci sia una tattica per i Seleniti, che ci sia “un'incomprensione”: tutte illusioni, non vi è una differenza culturale che non sia la stupidità più banale.
La tecnologia “struzza” non richiede sforzi, o conoscenze particolari: quello che si pensa, si desidera, si pretende, lo si ottiene senza sforzo. E' una civiltà collassata, dove la violenza si fonde alla gratificazione immediata. Nemmeno l'istinto di uccidere è predominante nei Seleniti, perchè richiederebbe uno sforzo unitario, un'attenzione di lunga durata: l'unico fil comune di questi repellenti alieni è il capriccio. Qualche secondo di chat, un altro mi piace, una telefonata... Ah, scusate, mi confondevo: intendevo qualche secondo di uccisione col lanciafiamme chimico, un minuto di volo, un attacco da terra.
Mentre i marziani di Wells, per quanto imperscrutabili, agivano con lo scopo comune di annientare gli umani e trasformare la Terra in un pianeta per loro abitabile, i Seleniti si limitano a invadere e massacrare a loro diletto, in modo del tutto erratico.
Mi sembra una degna controparte: i marziani per gli inglesi (che come ricorda Castle Falkenstein, uccidono senza distinzione di classe, orrore!) e gli struzzi/seleniti per gli italiani.

Lei crollò seduta, con un gelo alle viscere:
«… ma a che serve, tutto questo, contro un'orda di imbecilli superdotati?...»

L'imprevedibilità dei Seleniti mette presto in crisi un impero, quale quello asburgico, che è proprio dallatradizione e dalle procedure normalizzate e burocratiche che trae i suoi punti di forza. Da qui l'insistere commovente dei generali e di Radetzky sulle procedure corrette, come l'ultimatum da inviare agli alieni (in latino, lo comprenderanno!) o sull'ingenuità di chi si aspetta onore e osservanza delle regole da chi il concetto di “regola” o “divieto” nemmeno lo comprende.
Si avverte l'inutilità di molti dei discorsi e delle pratiche dell'esercito, specie agli occhi di Clara, che da ragazza adolescente vede l'agire di politici e ufficiali da fuori. Un modo di pensare, di ragionare polveroso e inadeguato di fronte alla modernità degli struzzi.
La soluzione vincente è ovviamente, trovare un'arma nella forma di un condottiero – Raimondo de Montecuccoli, il flagello dei Turchi. Il redivivo generale permette di riorganizzare e galvanizzare le truppe, anche se al costo di svilirle. Montecuccoli ha la capacità rara di far sentire i soldati vivi, ebbri di gioia di uccidere. Se li si confronta con i soldati da ritagliare di Napoleone e della Restaurazione, la fanteria di Montecuccoli è un animale novecentesco, una macchina per uccidere. Un passaggio di dialogo rende bene questa trasformazione sinistra, dannunziana:

Nelle gondole si accalcarono i reggimenti di Granatieri, con le sacche quasi sfonde di bombe a mano e i coltelli nelle guaine. E ci furono gli spavaldi che si issarono alle gomene, si aggrapparono all'aerostato con propositi di assassinio. Si scalzarono lo stahlhem e si annodarono un fazzoletto.
«Ehm, e i moschetti?»
«Montecuccoli non li ha voluti, sono roba da femminucce: tigna, acciaio e bombe a mano, ci ha detto; è il soldato del futuro.»

Sconfiggere i Seleniti è possibile, ma solo al prezzo d'inselvatichire gli uomini, di ricondurli a uno stato quasi animale: il fante illuminista, agli ordini di un generale con righello e compasso scompare a favore dell'afflato della carica, dell'attacco viscerale.
E' solo una mia personale interpretazione, ma trovo che si sia perso molto, al termine delle sei puntate, pur di bloccare l'invasore. E se l'atmosfera ritorna fiabesca, trapela che qualcosa è cambiato, forse un anticipo del secolo a venire...



Una città di provincia, gente indolente, sfuggente, asociale. E soprattutto quella nebbia, che sembrava scendere dal nulla.
Per lei era l'inizio di una nuova vita: fresca di nomina cominciava a insegnare all'università, anche se era un'università di una piccola città di provincia. Nuova casa, nuove conoscenze, un po' di nostalgia.
Eppure nonostante l'entusiasmo le cose non ingranavano. C'era qualcosa di strano in quella città, nella gente della città. In quella nebbia che non andava mai via, anzi, sembrava sempre più fitta. E quei rumori come di spari, in lontananza.
Le cose stavano precipitando in un baratro senza fondo, giorno per giorno.
Dopo Sonno Verde; M'rara e Sigarette Terrestri ecco il mio quarto contributo alla collana "Robotica.it" (pubblicata per Delos Digital a cura di Silvio Sosio): disponibile da martedì 5 aprile p.v. su AmazonDelos e principali webstore.

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sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.