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mercoledì 29 ottobre 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico presto sui webstore


Sto scrivendo l'ULTIMO capitolo di Anatoliy Volkov Commissario Politico (se tale sarà il titolo definitivo di questo breve romanzo). Sto inoltre rileggendolo e editando e aggiungendo qualche pagina qua e là. Poi, toccherà revisionarlo all'editore e... a dicembre, più o meno a metà, lo troverete su tutti i webstore per i tipi di Imperium.

Quindi, come il solito, cancello dal blog i capitoli fin qui pubblicati. Grazie per avermi seguito, sostenuto, spesso consigliato e... abbiate pazienza - e mettete da parte quei pochi euro di costo di e.book, tovarich! - per avere il volume nell'e.reader e sapere come va a finire!

"Un Tempo Altrove" domani sui webstore!

Fino ad oggi in prenotazione, ecco finalmente che è possibile acquistarlo! E da domani non sarà più lo stesso spazio-tempo...


Sinossi

Un tempo altrove di Alessandro Forlani – Edizioni Imperium – Collana Fantascienza

Per una serie di circostanze grottesche non c'è mai stata una Notte di Natale; il Portogallo del XVI secolo sopporta il tallone degli Aztechi invasori. Gli Este di Ferrara e Re Luigi XIV si contendono il primato dello sbarco sulla Luna; nella Russia zarista di Alessandro Romanov, dove tutti bevono Zar-Kola, il bolscevismo non ha attecchito. Domani mezzo mondo sarà invaso dall'oceano: il teppismo abissale, e le nuove etnie di Los Angeles, saranno un bel problema per un ex-poliziotta.

Cinque storie distopiche di Alessandro Forlani, Premo Urania/Mondadori 2011, Premio Stella Doppia Urania/Mondadori 2013.

venerdì 24 ottobre 2014

"M'rara": recensione de L'Indice di Lettura

Una recensione al racconto "M'rara" sul blog Indice di Lettura

Si può essere fedeli a Lovecraft in molti  modi: se ne può riprodurre il metodo "indiziario", al quale uno scrittore come Danilo Arona si richiama esplicitamente, oppure si può "traslitterare" il tema della possessione e dell’alterità insostenibile che incombe ai confini del reale, in una cornice fantascientifica e apocalittica come in Tracce nel buio  di Koontz. Un’ altra strada, più analitica, orientata ai temi e allo stile, è quella proposta da Alessandro Forlani nel divertimento proposto ai lettori del suo blog: M'rara (un racconto "alla H.P. Lovecraft"), in realtà una prova di bravura dal significato didattico: non siamo scrittori, ma anche come lettori abbiamo qui molto da imparare. Forlani trasporta temi e atmosfere lovecraftiane nella provincia marchigiana durante il fascismo, individuando i nuclei fondativi della paura del Solitario di Providence, e non solo del Lovecraft dei grandi testi. La scelta stilistica è orientata all’imitazione di una prosa novecentesca con forti venature arcaicizzanti (almeno così mi è parso), analogamente alla prosa di H.P.L.,  che scrive negli anni Venti e Trenta tentando di riprodurre l’inglese dell’età di re Giorgio. Il risultato è un racconto cristallino, dall’andamento inesorabile, con un finale aperto. Bello, insomma.

giovedì 16 ottobre 2014

Edizioni Imperium - un'intervista su OmniMilanoLibri


Un'intervista a Diego Bortolozzo sul blog OmniMilanoLibri: le ragioni del passaggio dal collettivo di autori Collana Imperium a Edizioni Imperium, e la "dichiarazione di intenti" di una nuova realtà editoriale cui partecipo con i miei e.book.  
Il primo ebook della Collana Imperium è arrivato a luglio 2011 e dopo tre anni la Collana è diventata Casa Editrice. Ha iniziato quando il mercato digitale era agli inizi in Italia e, dopo un periodo di test su procedure, andamento delle vendite e aspetti fiscali, ha aumentato man mano la sua offerta per poi fare il grande passo. Dare vita, nel luglio 2014, al marchio Edizioni Imperium. Diego Bortolozzo, ideatore del marchio editoriale ed esploratore del nuovo mercato digitale, se non autore di numerosi titoli di fantascienza e non, ci racconta luci e ombre della metamorfosi di Imperium.
Come mai questa scelta? Cercavamo la soluzione ideale per la nostra realtà, aprire una ditta si è rivelata l’unica soluzione. Avevamo la necessità di gestire le royalties degli autori, burocraticamente e fiscalmente, e come eravamo strutturati non potevamo farlo; è stata una scelta obbligata. Con questo non vogliamo certo dire che ci è dispiaciuto dar vita alla nuova realtà editoriale, tutt’altro! Inoltre commercialisti e consulenti ci hanno sconsigliato di gestire la pubblicazione come associazione culturale, alcune mascherano l’attività commerciale di una casa editrice.
Quali le maggiori difficoltà di questo passaggio? Quelle riguardanti l’aspetto tecnico. Le opere auto-pubblicate non potevano essere “caricate” come editore dal nostro distributore, andavano rimaneggiate, registrate con un nuovo ISBN… insomma, le cose si sono rivelate abbastanza laboriose. La procedura è ancora in atto!
Ora che vantaggi avete? Abbiamo risolto la distribuzione delle royalties: da solo è il più grande vantaggio che abbiamo. Da non sottovalutare poi la possibilità di mettere in curriculum la collaborazione – come autore, grafico, curatore – con una vera casa editrice.
E gli svantaggi? La burocrazia aggiuntiva, oltre a quella comune a tutte le altre società commerciali.
Un esempio? Per pubblicare un libro, digitale o meno, devo inserire gli stessi dati in 2 portali diversi: quello della ISBN e quello della società che distribuisce l’opera. Prima non serviva rivolgersi all’ISBN.
Ci sarà continuità su temi e titoli o ci dobbiamo aspettare una svolta? Ci sarà continuità, perché il lavoro fatto fin qui non vada perduto e per premiare i lettori che ci seguono ormai da anni. Ma ci saranno anche delle novità.
Su quali generi punterete in futuro? Nel 2015 apriremo due nuove collane: la prima dedicata alle ricette, la seconda ai viaggi. Stiamo lavorando su un’altra collana, dedicata ai più piccini, alcune opere sono già pronte, se tutto prosegue al meglio, potrebbe vedere la luce con il nuovo anno scolastico… chissà!
Nuova veste: nuovi obiettivi? Come vera casa editrice il nostro nuovo obiettivo è quello di creare un profitto a beneficio di chi collabora con noi. Inizialmente studiavamo il mercato, puntando di volta in volta sui generi più appetibili, con un occhio di riguardo per la fiction, con cui siamo nati. Ora dobbiamo allargare l’offerta e farci conoscere dal maggior numero di lettori, così i collaboratori potranno incrementare i loro guadagni.
Farete anche concorsi o antologie di più autori anche esordienti? Ci stiamo lavorando e in entrambi i casi abbiamo esperienza pregressa grazie alla collaborazione con alcune associazioni nazionali. Nei prossimi mesi dovrebbe concludersi la trattativa che ci permetterà di prenderci carico di un premio nazionale dedicato alla fantascienza. L’esperienza come autore, inoltre, mi ha fatto capire che possiamo, e dobbiamo, offrire la possibilità a chi ama questo mestiere di imparare la tecnica. Non bastano la semplice passione e l’immaginazione. Nel 2015 offriremo corsi molto interessanti, non solo per gli esordienti, non solo per gli scrittori.
Parlami un po’ della tua trilogia “Cronaca Galattica”, “cartacea da un anno”, e ora finalmente in ebook. E’ nata in seguito alla partecipazione ad un concorso letterario: ho sforato i limiti di lunghezza ma la storia era appena abbozzata, avevo due scelte, tagliare tutto e scrivere un finale o mettermi al lavoro e lasciar spazio ai protagonisti. Ho deciso di scrivere il romanzo. Si tratta di fantascienza d’altri tempi, ricca di tributi, citazioni e riconoscimenti alle serie tv, ai cartoons anni ‘80 e agli scrittori che mi hanno fatto crescere con l’amore per la fantascienza.

mercoledì 15 ottobre 2014

"Il frigorifero" - graphic novel di Andrea Alemanno

Sono orgoglioso di sbandierare che è stato mio studente. Che ha disegnato molti miei personaggi. Perché è diventato un affermato illustratore. Ora, lo ritrovo fra i colleghi di Edizioni Imperium.
Il frigorifero - graphic novel di Andrea Alemanno



Cosa può succedere ai signori Cerchia quando arriva il nuovo frigorifero? Una storia sul tempo che passa visto da un punto di vista diverso: quello di un frigorifero.  Il frigorifero è una storia semplice, il racconto dell'affetto di una famiglia per l’oggetto preferito, metallo che sostituisce la carne e che diventa, nel tempo, il figlio che ha sempre desiderato.

L’autore ha pubblicato le sue opere illustrate con Le Paoline Edizioni, Franco Cosimo Panini, Arka edizioni e Alice Jeunesse; con questo primo lavoro entra a far parte della scuderia di Edizioni Imperium.

giovedì 9 ottobre 2014

"Il Grande Avvilente": una tesi di laurea

Ormai sei anni fa pubblicavo Tristano, il mio primo (unico) romanzo fantasy. Sei anni, nella vita di un autore, sono un'era geologica. In quell'era ho cambiato molto del mio modo di scrivere, e guardo a quel lavoro come a qualcosa di superato - di dismesso, per certi aspetti... - senza dubbi o rimpianti: tanto nello stile, le strutture, quanto nell'approccio al lavoro di scrittore.

Di Tristano resta solo il titolo di questo blog. "Il Grande Avvilente" è infatti la carica che l'arcigno protagonista riveste, come recita la sinossi:

"In un Regno senza tempo", dove, "dopo sessant'anni di governo dispotico, il popolo si ribella sorprendendo i suoi custodi, del tutto impreparati al contrattacco. Come in una fiaba nel romanzo vi sono eroi, lotte, mostri e aiutanti magici. I protagonisti (l'indifferente Tristano, il grottesco Otre, la disperata Agnes), con il loro carattere letterario, sembrano rappresentare i tre Stati dell'"Ancien Régime": la nobiltà, una sorta di clero (uso alla violenza piuttosto che alla preghiera) e il Terzo Stato, ognuno agente all'interno di una logica del "tutto cambia, niente cambia". E, in sottofondo, pare che una voce anarchica continui a denunciare l'ignominia dello Stato il quale, tramite i suoi politici "avvilenti", cancella la dignità.

Poi, però, all'improvviso, un noioso mercoledì pomeriggio, ti scrive una neo-dottoressa in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso l'Università degli Studi di Roma Tre,

"diplomata in scenografia lo scorso febbraio con una tesi che ibrida la scenografia teatrale a quella cinematografica. Si tratta di un'ipotesi di film girato in un teatro barocco, ispirato al Teatro Farnese di Parma, che però sfrutta come campo di inquadratura non solo il palco scenico, bensì tutta la struttura. Ogni scena si racconta attraverso la zona del teatro scelta, l'angolazione e la composizione dell'inquadratura. La storia che viene raccontata è la trama, semplificata, del suo romanzo Tristano".

Lei si chiama Alessandra Stefanelli: qui si seguito una tavola del suo lavoro...


... ma, soprattutto, l'animazione del progetto di diploma.

video

Che dire? Quando l'ho saputo "come son rimasto! come l'aratro in mezzo alla maggese" di pascoliana memoria! 

E, in virtù dei poteri conferitemi, dichiaro Alessandra Grande Avvilente del Regno.


lunedì 6 ottobre 2014

M'rara (un racconto "alla H.P. Lovecraft") - racconto completo


Gli agenti lo invitarono ad entrare nell'auto.
«Due parole con il collega», supplicò De Marinis, «se ho ragione, non ci vedremo per molto tempo.»
Si accostò, mi sorrise e mi abbracciò con l'allegrezza che in quell'ultima settimana certe orribili circostanze soffocarono a entrambi: ma i capelli gli restavano, da ieri notte e per sempre, ingrigiti tutto a un tratto su una fronte di trentenne; gli tremavano le ginocchia, le mani, ed era livido e rauco.
Con la faccia scarificata.
Oggi non mi stupisco dell'euforia dell'amico di andarsene e scamparla: fosse pure in un cellulare, condannato in un carcere o al confino alle Tremiti.
Ma al sicuro dall'orrore che adocchiava da là sotto.
Ci allontanammo di qualche passo dai poliziotti e dall'ispettore: che ci aspettarono ad occhi bassi in silenzio dividendo una Milit, e scalciando di imbarazzo nella ghiaia e nel fango.
Quell'infame sovrintendente di Belle Arti, coi documenti che ci accusavano di inadempienza e di frode in evidenza sulle ginocchia, in un astuccio di marocchino ingrassato, si ostinava in uno sguardo di disprezzo dall'abitacolo della Isotta Fraschini.
«Pagherò io per tutti», inghiottì De Marinis, «quell'imbecille l'ha avuta vinta. Spianeranno quel tumulo d'inferno e andranno avanti con la bonifica: ed è bene così. Non sai che sollievo che quella cosa non guardi più, e soprattutto che nessun altro la veda.»
Non risposi: annuii; incapace di tradurre quel criptico delirio.
«Vedrai, se oltre al fallimento di quest'impresa non mi incolpano per Varnelli. C'è il plotone di esecuzione, per tutto quello di cui mi accusano: ma è meglio che mi ammazzino, che sopravvivere e ricordare e sapere...»
«Alberto, torna in te.»
«Tu non c'entri con 'sta faccenda; grazie al cielo non l'hai veduto. Vattene, Mario; non tornare da queste parti... e ributta quei reperti nel fango...»
Oh, se lo avessi ascoltato!

È il 30 di novembre del 1935, anno XIV del calendario fascista. Ora sono alieno tutta un'era geologica dal mondo che credete di conoscere: eppure son trascorsi sette giorni, soltanto!, da che viaggiavo sulla linea adriatica con l'espresso che da Bologna mi portò fino a Fermo. Sul treno rilessi quella lettera entusiasta, e insieme arrabbiata, che Alberto mi spedì dal cantiere di bonifica: le paludi fra San Marco ed il Lido che l'amico dagli anni del liceo - ora, per i più, "sua eccellenza l'Ingegner De Marinis" - trasformava in terreni coltivabili per incarico del Regime. Per il resto del viaggio, le puntuali quattr'ore, tornai a certi tomi che avevo messo in valigia sui popoli proto-etruschi che abitavano il centro Italia: informazioni che mi sarebbero state utili, se era vero ciò che Alberto scriveva.
Epperò dubitavo.
Un uomo tarchiato dall'espressione iraconda, ispido, e nero, con la faccia abbronzata, che indossava a disagio un completo gessato beige, mi attendeva al marciapiede con un cartello con il mio nome; professor Mario Luna. Mi salutò, con una ruvida deferenza, e mi aprì le portiere d'una Balilla infangata.
Partimmo.
«Sono Achille Varnelli: il capomastro dell'ingegnere», spiegò, «sono contento che siate qui: sua eccellenza s'è imputata coi funzionari di Belle Arti che ascoltino anche il vostro parere, che sennò non va avanti. E insomma il cantiere è tutto fermo da giorni: il Federale ed il Podestà ci hanno già protestato; gli uomini, sono molto di malumore.»
«... più che altro, sono venuto per una mia curiosità», mi dispiacqui, «ché Alberto è un amico, ma non mi prendo la bega...»
«Fatevi rispettare», l'energumeno mi azzittì.
Corremmo tutt'attorno alla collina di Fermo. E scendemmo alla frazione di Lido che declinava, verso le spiagge dell'Adriatico, in un'ampia plaga fetida di pozzanghere e di canne, annuvolata di moscerini e zanzare e assordata di rane. La palude si estendeva per chilometri nell'entroterra, l'acqua luccicava fra le radici dei salici e al di sotto delle coltri di gramigna e tarassaco; un rudere medievale ci affondava inclinato.
Su una lingua artificiale di terra, tutt'attorno circondata di palizzate e di reti, si stringevano i dormitori d'assito dei molti manovali che scavavano nel fango: ma adesso sdraiati, sigaretta alle labbra, nell'ombra di un arbusto o sulla soglia d'una baracca. I tetti di lamiera delle rimesse degli autocarri, gli escavatori, le pompe e i compressori giacevano ad arrugginire negli hangar allucchettati.
Un insalubre mezzogiorno si specchiava nei pozzi.
De Marinis mi accolse sull'ingresso al cantiere: con indosso i cavallerizzi e la sahariana sdrucita, che vestì nei grandi scavi della Libia di Balbo, ogni volta mi appariva meno rigido e ridicolo che negli abiti inamidati dei galà dell'accademia.
Nella lettera non mi aveva avvertito che quella gora di mota e mosche fosse tanto asfissiante, e smontato dall'auto ci affondai fin il malleolo:
«Mettiti innanzi tutto più comodo», scherzò, «ché qui ci si sporca.»
La mia faccia stralunata dal tragitto da Bologna, dalle rogne che il capomastro mi annunciò già all'arrivo, dai miasmi, non bastarono a convincerlo di concedermi qualche istante; un cordiale, dell'acqua calda, del deodorante ed una stanza da bagno:
«Devo subito mostrarti che cosa abbiamo disseppellito: ed è incredibile si trovi là, se ne capisco di antichità e geologia.»
«Perciò m'hai chiamato.»
«Devi darmi man forte.»
M'invitò in un capanno: un'inserviente con un zinale ed una cuffia da lavandaia mi servì d'una tuta e di stivali di gomma, mi allacciò la zanzariera attorno al capo e fornì d'una bacchetta per sondare il terreno molle.
«Dài, andiamo.»
Mi sentii un palombaro. E Alberto si incamminò senza gli attrezzi né protezione fra i cespugli marciti e lo struscio dei rettili: faticai a stargli dietro. Si premeva un fazzoletto sui labbri, e si asciugava la fronte madida e il collo ma attraversava quella schifezza come fosse una promenade. I suoi toni concitati mi giungevano ovattati, sotto il casco per difendersi dagli insetti:
«... è italica, credo, ed è intatta. Come t'ho scritto, l'ho segnalata al funzionario del Ministero: che lo sapevo che è un leccaculo; ma quello?! Per non spiacere quegli ignoranti in orbace mi ha suggerito di lasciar perdere, di abbatterla e proseguire con i lavori.»
«... e che cosa ci posso fare, se il Partito ti ordina...»
«Sono certo converrai che è straordinaria: soprattutto perché è là praticamente da sempre. Capisci? La palude c'era già, quando l'hanno edificata, e era molto più profonda di ora. Un migliaio di anni fa non avevano i mezzi...»
«Sono scettico, infatti.»
«Ma se poi ti persuadi, ti chiederò di sostenermi, presso chi di dovere, nell'istanza per sospendere la bonifica e salvare quel sito: prometti!»
«Sono un archeologo», risposi indispettito.
Arrancammo mezz'ora. E in quel folto di pioppi gonfi che affondavano nel marcio, rasciugato da un'idrovora che borbottava inesausta, mi apparì all'improvviso quella lastra immacolata, accecante sotto il sole di un ottobre infuocato.
Quell'antico sepolcro, ch'era intuitivo che fosse tale, da là dov'ero non accusava alcun usura del tempo: gli angoli, i bordi, la superficie, apparivano acuminati, taglienti e abbacinanti. Ma affiorava da una fanga così profonda, stratificata e rappresa quale avevo rimossa dai reperti preistorici: e le mucchia dei detriti, tutt'attorno alla pompa, mi confermarono quell'ipotesi.
De Marinis, soddisfatto, ridacchiò del mio stupore:
«... ma non l'hai vista bene...», scostò le transenne, e i cartelli divieto, e scese con cautela fin il ciglio del tumulo; «aiutati con la canna: c'è il rischio di affondare.»
Lo seguii molto goffo. Finalmente mi appoggiai sulla lastra, e i dettagli mi lasciarono sbigottito: il piano era scolpito di minutissimi volti contratti in una angoscia come quella di Munch.
«... è impossibile sia antico: sono troppo minuscoli!... non avevano gli strumenti per questo genere di dettagli!...»
Alberto mi indicò le strisce brune sovrapposte che datavano a secoli il fondale paludoso:
«Non è possibile sia recente, e credimi: non ce li abbiamo neppure adesso, certi utensili per scolpire il granito, sbiancarlo, lucidarlo com'è lucido questo. Ma il peggio...»
«Che cosa?», lo incalzai.
D'improvviso riluttante e sudato, coi pensieri incastrati fra i denti, l'amico inghiottì; si tolse dalle tasche un'assicella graduata:
«Quant'è grande, secondo te?»
«Un metro e mezzo sul lato corto, due metri e mezzo sul lato lungo.»
«Misurala», mi prestò l'assicella: sbagliai qualche centimetro in eccesso sui lati; «E fissala, adesso: per alcuni secondi.»
«Embeh, che succede?»
Ritornò, con lo strumento, sul perimetro della lastra: ad occhio era identico, ma mancavano centimetri in altezza e lunghezza.
Vacillai di vertigine: gli alberi, gli sterpi, la fossa e le pozzanghere mi apparirono, in quell'istante, fuori posto e ribaltati, e il terreno mi mancò sotto i piedi. Mi sostenni al granito, inspirai profondamente; resistetti al calore, e i vapori malarici, cui attribuii quell'improvviso malessere.
«Deve essere un'illusione: come quelle di certi quadri ed edifici barocchi.»
«L'occhio umano può essere ingannato: ma un metro da falegname... riprovaci cento volte: io, ci ho perduto tutt'un'intera giornata.»
«Che cos'è questo sepolcro?», tremai.
«Sei tu che devi dirmelo.»

Varnelli, gli otto uomini che aveva scelto, faticarono sulle corde e scavarono tutt'attorno alla lastra: qualche palmo sotto il fango rappreso liberarono gli interstizi dai sedimenti terrosi, imbracarono gli angoli; ci insinuarono i levachiodi e esitarono zitti.
«Non c'è un altro modo», li arringò De Marinis, «il professore sa il fatto proprio. La volete risolvere? O qui sotto non c'è niente di valore; buona allora, ha ragione il Ministero: spianiamo con le ruspe e si va avanti con la bonifica; oppure s'ha da fermare il cantiere, vi liquido tutto il mese e voialtri potrete andarvene e lavorare da un'altra parte, sta bene? Ma è lui che decide.»
Arrossii di imbarazzo. Gli uomini mi interrogarono di paurose occhiatacce, e baciarono i cristi, le madonne e le croci che allacciavano al collo sulle canotte sdrucite e sozze. Ruggirono un oh, issa!: la lastra si scrollò dalla fanghiglia; e si aprì l'accesso nero quadrangolare di una camera sotterranea maleodorante di secoli.
«... non c'è un altro modo...», feci il verso ad Alberto: ero sceso in catacombe, cripte e sotterranei di tutta Italia; m'ero immerso nei liquami più fetidi e avevo resistito all'olezzo degli ossari, la ripugnanza di infestazioni di insetti, di rettili, dei topi e degli sciami dei pipistrelli. La fitta oscurità di quella soglia, però, che si ostinava innanzi il raggio del giorno, m'addiacciò le budella.
E il varcare quell'architrave di proporzioni sbagliate...
Avvampai, tutto ad un tratto, d'un odioso rancore, di un'invidia malevola: e fui certo, benché impossibile, ch'era il sentire di qualcun altro; che mi invadeva, mi confondeva e si scambiava con me.
E credetti di avvertire lo scalpiccio d'una fuga.
Dio, d'altra parte, se la scoperta mi entusiasmava!
C'era poi che l'amico, stropicciandosi il fazzoletto, con le nocche sbiancate e le labbra inaridite, mi obbligava con quello sguardo dei tavolini da poker. Quegli uomini cui voltava le spalle, ostentando un'improbabile sicumera; e la carriera di Eccelenza Ingegnere e gli screzi col Ministero, con il Governo, il Partito Fascista... dipendevano dal mio parere professionale molto più di quanto desse ad intendere.
Gli ero complice, insomma.
«... ohcccristo! Là sotto! S'è affacciato qualcosa!...», gridò un operaio; lasciarono gli utensili e si ritrassero inorriditi.
«Cos'è, siete bambocci?!», li insultò De Marinis.
«... se fosse, è un animale...», mentii a rassicurarli. Epperò mi impietrii sul ciglio buio del pozzo, sondai con una lampada: un volto illividito dal terrore e l'angoscia affiorò dall'oscurità nell'alone di idrogeno.
Ohsssanto!... È la mia faccia!...
La fiamma rimbalzò su un altro disco di ottone avvitato a quello stipite della camera funeraria: il mio volto sgomento, inebetito, imbecille, mi guardò da un'architrave di antichi specchi incrostati.
Scoppiai in un vaffanculo di sollievo, schiarii con il lume: le facce divertite e stupefatte di tutti gli altri, di Alberto, si riflessero negli ovali di metallo e di vetro.
«... professore!...», mi spernacchiarono.
Paonazzo di vergogna mi addrizzai la cravatta, mi calai nell'avello: quel sentire di un'estranea, e inestinguibile rabbia, non cessava di tormentarmi nonostante l'ilarità.
Affondai fino al ginocchio in una coltre di cocci. Centinaia di altri specchi ricoprivano le pareti: quattro mura d'un quadrilatero sghembo di granito tutto inciso di volti.
Riconobbi, di primo acchito, manufatti pre-etruschi; poi l'artigianato dei Senoni, i Romani, certe forme di gusto ellenico e il cesello dei Bizantini, dei Goti; frammisto ai reperti dell'Età della Pietra: tutti, in ogni caso, fabbricate a riflettere. E non c'erano un sarcofago o delle ossa: la stanza era una sorta di inquietante ripostiglio sigillato, indovinai, nei primi secoli medievali; quando già giaceva in fondo alla palude. In epoca cristiana. Gli uomini dell'epoca lo avevano negletto: prima, era evidente che i Greci, gli Italici, i barbari, i trogloditi che abitarono queste colli, si immersero più volte in quella gora ammalata, a lasciare in questa sala gli specchietti come ex voto.
Perché?
Quella lastra che chiudeva l'entrata, per giunta, le colonne, le pietre ed i pannelli del pavimento appartenevano a un'era e civiltà che non aveva proprio nulla a che fare con gli oggetti accumulati là dentro: sembravano precedenti financo i preistorici; ma... precedenti il Neolitico?!
«Che ne pensi, è ciarpame?», De Marinis mi apostrofò, «Non avrò fatto incazzare le Belle Arti per niente?»
«... è qualcosa... è eccezionale!...», balbettai emozionato; affondai le mani avide nelle mucchia dei reperti, e pretesi dai manovali delle cassette, dei secchi, per raccoglierne e trasportarne quanti fosse possibile. E mi accorsi di dare gli ordini con voce stridula, esagitata; una isterica scolaretta alla sua prima scoperta. Forse, la più importante della mia vita.
E gli uomini, indispettiti, con i grugni incupiti, raccolsero quei tesori come sgombrassero calcinacci:
«Non si spoglia una tomba», mugugnarono lavorando.
«Ha detto il professore che questa non è una tomba: e un poco di attenzione, ché e roba di valore!»

De Marinis mi sistemò in un alloggio del campo. Una brezza di imbrunire traversò la zanzariera, e un olezzo di sudore, combustibile e marcio impregnò le mie cose che stendevo in brandina. La lampada a gas e una seggiola pieghevole, un tavolino tutt'annerito di sigarette, di incisioni col temperino che inneggiavano al duce, alla figa; un baule d'un metro e mezzo scolorito dal sole, sajājïd sul pavimento di assito, tradivano l'appartenenza ai beni dell'amico, quel solito retaggio coloniale e soldato.
L'ore piccole mi sorpresero a confrontare e tradurre, incredulo, esterrefatto, epperò con un brivido, le scritte e le incisioni sul retro degli specchi; le figure che ne ornavano le cornici e il senso comune di quei testi eterogenei.
Un nome impronunciabile, m'rara, ricorreva sui manufatti di cultura in cultura, con le solite variazioni vocaliche del greco e latino. Gli Etruschi scrivevano meruru; Goti e Visigoti pronunciavano myrr. Intuii che era un dio. Gli specchi erano fitti di formule di scongiuro, esorcismi, di suppliche a quel nume di non svuotare me stesso da me stesso. Non già un divoratore dell'anima, ma ghiotto di alcunché di più terreno e sottile: non riuscii a interpretare quel concetto. Nei reperti delle età precedenti la scrittura, quel concetto era espresso da figurine abbozzate nell'atto inequivocabile di distogliere lo sguardo: su di loro incombeva qualcosa di antropomorfo, con una macchia di inchiostro nero o di pece là dov'era la testa. Le immagini di M'rara alessandrine, repubblicane, le effigi degli italici e dei germani, differivano secondo il gusto dell'epoca: tuttavia si assomigliavano tutte. Trovai più spaventoso un rilievo del I secolo; un cadavere allampanato con la faccia scavata.
Trascrivevo o ricalcavo a matita quei caratteri sui quaderni, col recto degli oggetti sul piano del tavolino.
Stanco ed assonnato - saranno state già le cinque del giorno - urtai con il gomito uno specchio fra i primitivi, databile pressappoco al 3000 a. C.
Si ruppe.
Mi inchinai per raccogliere i frammenti: e un alito improvviso, fetente e raggelato fischiò sotto l'uscio.
Toccai le pietre rotte e avvertii ch'erano fredde; soprattutto, non riflettevano più la fiamma di idrogeno.
Nere.
Sfregai gli occhi che mi bruciavano di stanchezza e le tenni più vicine alla lampada: la luce s'infiochiva sulla loro superficie, e fissando quei pezzetti per qualche istante mi sembrò che mi inghiottisse una tenebra famelica.
Mi convinsi che ero troppo provato: mi arresi alla brandina e dormii appena steso.

Mi svegliai per un alterco nella baracca affiancata: l'orologio mi confermò quel mal di testa e la spossatezza del non avere dormito troppo: le 09.45. De Marinis litigava, di là, con almeno altre tre persone le cui voci non conoscevo; la parete e il vocio di operai mi impedivano di discernere. Mentre ancora mi infilavo le scarpe, bussarono alla porta: Varnelli mi salutò con un esausto buongiorno; come fosse già alla sera di un ingrato lunedì:
«È arrivato il momento che gli diate manforte», e ammiccò a quell'ufficio dove stavano gridando, «tre rogne, stamane...»
Dieci metri discosto, sull'ingresso al cantiere, mi accorsi di un'8B con l'autista a fumare.
Seguii il capo-operaio nell'alloggio di Alberto.
Un Gerarca in orbace, e due tizi in gessato scuro, si azzittirono sospettosi quando entrai nella stanza. Avevano ancora i labbri inumiditi di accuse, e le guance, e le fronti, imporporate di arrabbiature. L'uomo magro, con i baffoni ingrigiti, era fragile e gobbo di quello studio ch'ero solito riscontrare nei colleghi accademici; l'altro tratteneva, in un panciotto di lana, le piacevoli conseguenze dell'abitudine ai vincisgrassi.
L'uomo in uniforme, con i gradi da Federale, m'abbaiò nella faccia:
«Che volete? Chi siete?»
De Marinis inghiottì di dispetto, chetò gli animi presentandoci l'un l'altro. Salutai romanamente quell'Amintore Barbagli; quindi il Podestà Marangoni e lo storico dell'arte Carlo Giulio Calegari, sovrintendente alle Belle Arti. La mia mìse gualcita dalla notte sui libri, dalla polvere degli scavi, li lasciò molto perplessi del mio titolo all'Alma Mater.
«Fra noialtri non ci si intende: ma ascoltate l'amico.»
Scelsi gli argomenti per convincere quei signori del valore dei manufatti e soprattutto del sotterraneo; la tomba: fu inutile spiegare che si trattava di una raccolta, ricchissima e intatta, di manufatti di età inimmaginabili collegate nei secoli; un'autentica cronologia della storia del territorio. Calegari sbadigliò indifferente. Dissi del prestigio per il Comune di Fermo: Marangoni masticò quel concetto insapore. Giocai l'ultima carta delle italiche vestigia, l'altisonante romanità dei sussidiari di scuola; e il dono d'uno specchio, che fu di una matrona, alla signora Rachele Mussolini e alla Contessa di Cortellazzo. Barbagli mi ringhiò ch'ero soltanto un ruffiano.
«L'essenziale è la terra da coltivare!»
«Sono certo che a Roma non la pensino così», insinuò De Marinis, «esporrò a chi di dovere.»
«Interessano i risultati, il consenso del popolo: che è un popolo d'operai, di contadini, di figli. Ci ponete un'alternativa assolutamente ridicola: granoturco o cultura? E noi, abbiamo scelto che cosa?! Voi ridurrete questo bivacco di moscerini a un agro gaio e verde: è inteso, Ingegnere?! E farete il più presto! Voi, professore, non vi immischiate di queste cose.»
Sgomitai all'amico, e gli intesi non insistesse: Federale, accademico e Podestà ci voltarono le spalle e lasciarono l'ufficio; l'autista gettò la sigaretta, li accolse nella Isotta Fraschini e s'avviò sui pendii.
Alberto imprecò per tutto un quarto d'ora; ma almeno si lavora, Varnelli mormorò. Mi riuscii di mantenere la calma e non affliggermi per quell'esito sfavorevole:
«Faremo all'italiana: come già in altri siti archeologici.»
«Ovvero?»
«L'hai visto, quando trovano un pavimento a mosaico oppure le fondamenta di una villa romana: si va avanti ed è tutto fermo; si tutela e si lascia perdere. C'è un cantiere di palazzina a due passi da un tempio; c'è un antico lastricato lungo i bordi di un raccordo. Scava e bonifica tutt'attorno alla tomba, per ora: non appena ti ci avvicini», gli feci l'occhiolino, «succederà che ti si ammalano gli operai o si guasta un'idrovora... Nel frattempo studieremo i reperti, cercheremo di trasferirli in un istituto e sfiniremo le Belle Arti di istanze di tutela.»
«È una truffa bell'e buona.»
«M'hai chiamato per scongiurare un delitto: cos'è meglio, fare fesso un impiegato statale o distruggere un tesoro del passato?»
«... per me, io sono a cottimo...», Varnelli si scrollò.

Circondammo il sepolcro di transenne e di spinato, d'ogni genere di cartelli di pericolo e accendemmo ogni notte dei lumini a petrolio. E Alberto calcolò quell'ottimale perimetro da garantire che il sito non restasse danneggiato; ma un'area abbastanza vasta, tutt'attorno alla tomba, da consentire di manovrare le escavatrici, e le pompe, e zappare e picconare agli operai, ché sembrasse - com'era - che ci si desse quel gran da fare.
Ottenni di rimuovere un frammento dai muri: una lastra di un mezzo metro di lato, epperò la misurai solo una volta... , che sistemai su un cavalletto in baracca e per ore esaminai con la lente.
Mi imperlai di sudore freddo e tremai da ammalato, e i pensieri mi si annebbiarono di un'ottusa oscurità. Provai la sensazione mi si sciogliesse la faccia; gocciolai quella lastra di un insalubre umore.
Non era credibile che quei volti minuti fossero stati scolpiti a mano: non solo perché ognuno era meno di un centimetro; quanto, soprattutto, perché erano identici. Ma a tutt'oggi non esisteva alcuna macchina a stampa - insisté De Marinis - che era in grado di ottenere quel dettaglio e che fosse altrettanto precisa.
Mi fornii da Bologna di microscopi sofisticati, di sostanze e strumenti; e l'amico rispolverò la sua chimica: al carbonio 14, il pannello datò al Pleistocene.
«... quando l'uomo era ancora una scimmia?...», Alberto impallidì.
Cercai di persuadermi che avevamo sbagliato: un istinto mi trattenne dal ripetere l'analisi.
«Questa cosa resterà fra te e me, sta bene? Ché o facciamo la figura degli imbecilli o... Non siamo preparati, per annunciare questa scoperta.»
De Marinis mi fissò e non rispose.
Entrò un operaio col cappello stretto al petto.
«Che c'è?»
Bofonchiò con gli occhi bassi, morsicò qualche parola, stropicciò la tesa larga di paglia e sfregò con gli scarponi sull'assito impolverato. Lo aspettavano tre compari che origliavano all'uscio; si stringevano i genitali.
«... noialtri, Eccellenza, non ci va di lavorare là attorno: c'è quell'ombra che si affaccia e che sbircia...»
Varnelli li avvicinò, burrascoso, manesco, e irruppe nell'ufficio e calciò l'operaio:
«... ma andatevene in culo!»
«Cos'è questa storia?»
«C'è un diavolo, un morto.»
«Siete tutti 'mbriachi!»
«Spiegatemi, basta!», si impose De Marinis.
«... non so dirvi, Ingegnere: lo si vede con la coda dell'occhio. Lo sai, che è lì che ti guarda: che è magro, che è vergognoso e non ha la testa. Ti sta addosso e ti impedisce di pensare; ma ti volti e sparisce...»
«Non hanno voglia di lavorare!»
«Com'è fatto?», inghiottii.
Ma Alberto e il capomastro mi grugnirono contrariati:
«Dai retta a 'sti cialtroni?»
«È un morto di pelle e d'ossa, color cenere e spilungone. Striscia fuori da quel pozzo nel fango e si appoggia alla lastra. C'ha un buco, ti guarda...»
Pispigliai all'amico di allontanare quegli uomini; mi arrogai di concedere quel paio d'ore di sosta:
«È una tomba, fa paura: non c'è niente da vergognarsi, ché è cristiano temere i morti. Tutto il giorno a picconare là attorno, sarete anche parecchio stanchi, vedete cose che non ci sono: riposatevi un po'.»
Se ne andarono niente affatto convinti. Li sentii mugugnare, nonostante le chiacchiere, che col cazzo, che io torno a lavorare al sepolcro.
De Marinis, Varnelli, con le braccia incrociate, mi trafissero di uno sguardo che pretendeva che li schiarissi.
Frugai nelle cassette, le buste e la bambagia dei manufatti che avevo già catalogati, ritrovai l'orripilante specchietto con il cadavere con il viso incavato. Ne scelsi qualcun altro: di fattura, di età differente, col medesimo, orribile e evidente soggetto.
Gli oggetti mi sembrarono opacizzati, scuriti; né il bronzo né il rame scintillarono al sole.
«L'ho visto io solo: e finora non l'ho descritto né a te», persuasi l'amico, «né ad altri nel cantiere.»
«Cos'è questo mostro?!», Varnelli si schifò.
«Lo chiamavano M'rara: non svuotare me stesso da me stesso; distogliete lo sguardo.»
«... o magari c'è una figura su un altro cippo, là attorno: l'hanno vista per sbaglio...»
«Non esiste un'altra pietra tombale; non ti inventi una cosa del genere.»
«Voialtri professoroni rimuginate un po' troppo. Con rispetto, Eccellenza: son dei gran farabutti. Si è capito che menate il can per l'aia e han deciso di approfittarne: è una scusa anche la loro, questa storia dello spettro.»
De Marinis si azzittì coi reperti fra le mani: guardò fuori le ruspe ferme, gli operai stravaccati, la recinzione di quella tomba tutta aliena dal tempo. E tornò ad impallidire e sudare sul pannello che era issato al cavalletto; gli impossibili risultati dell'esame scribacchiati a matita su un quaderno sul tavolo. Quel righello da falegname, che ormai non osavamo adoperare, e l'effige spaventosa di quel dio dell'abisso.
Solo noi sapevamo delle misure ineguali e che la camera sotterranea era antica, all'incirca, di un milione di anni; e credette lui pure, glielo lessi negli occhi, che dei rozzi manovali non si sognassero un M'rara. Mi sentii che era intento, nell'intimo, come me, a una folle e sinistra associazione di idee: ciò che esiste da un'Era...
E smorfiò che non era il caso, di discuterne col capomastro.
E ripose i manufatti faccia in giù nelle scatole: seppellì nella paglia, nel cotone e la cartastraccia le figure-cadavere con i volti scavati.
Scelse le parole con lentezza e fatica:
«... qualcuno avrà avuto un abbaglio... e c'è senz'altro che sono dei furbastri, ma... per oggi potremmo... si fa a tutti un bel discorso, eh Varnelli?»
Le sirene ulularono mezzogiorno, e un gemito penoso echeggiò nella palude.
Ci affacciammo dalla baracca: vedemmo i manovali far cadere gli attrezzi, spegnere le pompe e frenare gli autocarri. Tutti si affrettarono nei pressi del sepolcro, s'impietrirono al recinto e gridarono al soccorso. Singhiozzarono i Santi, la Madonna e Gesù.
Sollevarono un inerme con il viso nella mota, gli si affollarono tutti attorno: lo portarono a braccia.
Strepitarono, marciarono e batterono alla porta.
Mi accorsi, laggiù, d'un che di nero e furtivo: l'impressione di un odioso, insopportabile scarabocchio, sul granito abbacinante, il cielo limpido e l'universo reale.
«... l'ombra! Era là!», delirarono gli operai, «l'ha guardato e essiccato! Fa così: ti risucchia!...»
Rovesciarono sulla soglia un disgraziato di diciott'anni che sbavava con gli occhi spenti. Gli avevano già asciugata la faccia livida, grigia, dalla fanga e l'acqua marcia: lo spasmo però gli irrigidiva la pelle, e i muscoli, e i nervi, in un grido di angoscia senza i tratti somatici.

Il medico tornò per i tre giorni consecutivi: il ragazzo restava steso in brandina, mangiava da imboccato e sporcava le lenzuola.
«Non è un'insolazione o un attacco epilettico», insistette il dottore sfilandogli il termometro; gli premette con i pollici sulle tempie e le palpebre, «per il resto, sta bene: né febbri, né trauma cranico né lesioni; guardandolo... non so cosa dire. Portatelo in ospedale.»
De Marinis gli pagò la parcella, ci aggiunse qualche foglio da dieci lire, per il vostro disturbo; e gli chiuse la baracca alle spalle con ipocrita e inappellabile gentilezza. Fuori, una ressa di operai spaventati tirò il medico per la giacca e gli trattenne il calesse; implorarono che spiegasse.
«L'ho detto all'Ingegnere», quell'altro li scostò; tirò le redini del cavallino aggiogato e trottò fuori il cancello del cantiere.
«... ma figurati se lo ascolti, ho ragione?»
Alberto guardò sbieco al poveraccio sul letto, gli schioccò le dita in faccia - era assente e svuotato - e sbuffò:
«Lo sai, che non giochiamo pulito: sei tu, che mi hai dato l'idea. Se portassimo 'sto disgraziato in città, se indagassero com'è successo che è ridotto in questo stato; e trovassero che la tomba non è ancora spianata... Federale, Sovrintendente e Comune ci darebbero tutti addosso. C'è il carcere, o peggio, per questo genere di reati.»
Picchiarono sull'uscio. Aprii alla folla ostile e incupita che incrociava le braccia e disertava i lavori: dal fondo guaiolarono che eravamo dei boia; che quel povero ragazzo, pensate ai genitori!... che era il caso richiudessimo l'avello ci ributtassimo la fanga sopra.
«'Sto posto è maledetto!»
«Voialtri, che farete?!», li affrontò De Marinis, «È un'opera del Governo, non si può licenziarsi sui due piedi! C'è una grossa penale.»
«Sempre meglio che lavorare coi morti!»
«Non è morto nessuno: si è soltanto sentito male.»
«Quello là nella tomba che si affaccia e ti guarda!»
Ingrossarono le voci s'ammassarono alla porta, le lamiere del soffitto rimbombarono di ciottoli; le finestre si insozzarono d'erba marcia e di melma, e le teste arrugginite dei picconi e delle vanghe, e i rebbi di forche, si innalzarono sul tumulto quali labari di scontento.
Una scarica di fucile echeggiò nella palude, e un'onda di operai arretrò dalla soglia: Varnelli si fece largo fra gli uomini esterrefatti ricaricando la carabina coi pallettoni da caccia, spintonò i facinorosi con la canna ancora calda. Li scacciò ai loro posti:
«Femmine! Mascalzoni! M'avete rotto i coglioni! Ve lo servo su un vassoio 'sto fantasma, Eccellenza! Basta avere le palle!»
Tirò in aria un altro colpo: si accucciarono tutti; giustò la mira alle transenne del sito e abbatté due paletti. Agguantò per il colletto un manovale e senza ammanco guardarlo in faccia gli buttò il fucile in grembo, scivolò verso il sepolcro rotolandosi le maniche. Si grattò fra le gambe:
«Poi, dopo, non voglio sentire un'altra volta 'sta storia!»
Stese il braccio in un 'fanculo; li insultò, gran rottinculo, calpestò il filo spinato e affondò nella tomba.
«È un matto, quell'uomo!», sbigottii con l'amico.
«Sa trattare coi sottoposti.»
Constatai ch'era così. Gli operai, d'improvviso, si azzittirono tutti: si impietrirono, strabuzzarono, trattennero il respiro, a quel ciglio di oscurità di granito color neve.
Una idrovora a qualche metro discosto gorgogliava indifferente nel silenzio raggelante.
Il respiro affannoso del ragazzo sul letto.
La lancetta dei secondi di un orologio da muro mi trafisse di angoscia per sei muti minuti.
Sputai quelle parole per un panico bisogno; sennò; avrei gridato coi nervi a pezzi:
«... ma basta, adesso, con questa carnevalata...»
Uno stridere di cocci salì fuori dalla buca, e la luce infuocata d'un pomeriggio inoltrato rimbalzò sulla lastra e si spense nella mota.
Penetrò nella tomba.
Vidi il capomastro arrancare allo stipite, come stesse per andarsene e qualcosa lo trattenesse. La sua faccia inespressiva affiorò da quella pece, riaffondò con uno schiocco che mi fece nauserare.
Riapparve.
Uscì dal sepolcro.
Assistemmo dalla finestra a quella scena pietosa.
Zoppicò verso gli uomini attoniti cui mancava ancora un battito di cuore, trattenevano il fiato. Avanzò con i ginocchi che tremavano, con le braccia protese; supplicò, con un rantolo, che l'aiutassero a camminare e sorreggersi: come avesse disimparato.
Si sforzò di ispirare e si drizzò sulla schiena. Si scrollò con un singhiozzo. De Marinis era incredulo che quell'orango gagliardo fosse uscito così ridotto:
«... che gli è preso, accidenti?!...»
Evitai di rispondergli che mi sembrava lottasse.
Si sfregò dal milione d'anni sui vestiti e la pelle, rigettò le schegge d'ambra, di vetro e di metallo che crepitarono sotto i piedi epperò non luccicarono. Tremò ad ogni parola:
«... non c'è niente, là sotto, scansafatiche ignoranti...»
Gli operai l'avvicinarono e sostennero: e in quella concitazione, spintonato qua e là, ad Achille Varnelli cadde a terra la coppola.
«... ohcccristo!...», trasecolarono tutti.
Una brezza serotina gli arruffò i capelli bianchi.

Riprendemmo a lavorare di malavoglia, a rilento, e Alberto stornò la maggior parte degli uomini dal tratto di palude tutt'attorno al sepolcro; ché almeno per qualche tempo si placassero gli animi. Gli operai si premunirono, lo stesso, di infilare e cucire immaginette nei pantaloni, i cappelli e le giubbe: Sant'Antonio in una tesa di cappello e Sant'Anna in una tasca della giacca.
Si ostinavano a scavare con le spalle alla tomba.
Io mi calai un'altra volta, poi basta:
«Non vuoi tornare giù?», si stupì De Marinis.
Mentii. Mi inventai che le intrusioni danneggiavano il sito; che avevo già abbastanza reperti, che era inutile spazzare ancora in quella coltre di cocci e che era meglio che il sotterraneo restasse intatto per dopo: chissà mai che non la avessimo avuta vinta col Ministero e le Belle Arti.
Tacqui che mi inquietava quel fruscio, come d'agguato, che si sentiva laggiù nel buio dietro i trochili candidi; la sensazione che mi osservasse un affamato di me e che gli specchi non riflettessero più la luce: trascorrevo già cinque notti sui graffiti di M'rara, quelle macabre figure mi incupivano i pensieri.
E il rantolo, ogni giorno più debole, del ragazzo con gli occhi vuoti nell'alloggio a fianco al mio.
«... non mi sa che finirà per niente bene, piuttosto...», l'amico mi strizzò l'occhio, ché guardassi a Varnelli: gli spiovevano gli abiti sulle spalle incurvate. E una testa di tartaruga avvizzita, ingrigita, gli sporgeva da una camicia della taglia di un toro, «avrà perso quegli otto chili.»
«Quando il medico tornerà per visitare quell'altro...»
«Non vuole, è cocciuto: mi ha detto di lasciar perdere. Hai visto? Gli ha preso un tic.»
Lo seguimmo nell'ispezione al cantiere: passava fra le fila, le macchine e gli scavi senza alcun interesse. Tuttavia si fermava ad ogni cofano di autocarro, ogni vetro retrovisore e superficie traslucida; nei barili che tracimavano d'olio e nell'acqua dei secchi.
Guardava.
Si pizzicava, si schiaffeggiava, si accarezzava la faccia magra e guardava. Una smorfia di smarrimento gli storceva la bocca: proseguiva fino a un altro riflesso e restava per minuti lì impalato.
Mi accorsi che tremava.
«È ancora scioccato.»
«Da che cosa?»
«Non so»; da M'rara, avrei voluto rispondere, epperò morsicai quelle parole.
«Cristosanto! È sceso in una cripta! E allora?! C'è un miasma, c'è un tossico, che gli fa quest'effetto?!»
«Anch'io, sono stato là sotto: sto bene. Hai solo l'impressione...»
«Hai solo l'impressione», rimarcò De Marinis.
Una pozzanghera di acqua ferma, la testa lucida di un badile, il coperchio di un barattolo di vernice e il ventre d'alluminio di una bombola del gas: poi, Varnelli si trascinò fino agli alloggi dei manovali e sfregò i lucernai con le maniche della giacca; restò là a fissare niente e a grattarsi la faccia.
Gli corrispose la polverosa penombra dell'interno svuotato.
«... c'è che quell'uomo va in giro con un fucile...»
«Sì: glielo tolgo», Alberto si irrigidì. Ostentò sicumera. Si accostò al capomastro con i pugni nei pantaloni, fischiettò qualche nota di Ti saluto e lo cinse alle spalle. Chiacchiere di circostanza sui lavori e l'umidità; sul fatto che s'era in piedi dall'alba, hai voglia, ancora, a che suonassero le sirene! Lo invitò nella baracca dei letti; «... e c'avete una brutta cera: riposatevi, Achille.»
L'altro si infilò la carabina a tracolla prima che l'amico riuscisse ad agguantarla.
«Non mi date il fucile? Vi ingombrerà.»
«... non è niente. Sto bene...»; entrò in una baracca, si sedette su una branda, appoggiò la carabina sui ginocchi e in silenzio fece no con la testa.
De Michelis chiuse l'uscio, lo bloccò con un lucchetto:
«... se non altro, non va in giro a fare male a qualcuno...»
Mi affacciai, timoroso, e sbirciai nella stanza: il capomastro non si muoveva. Tutto a un tratto alzò lo sguardo, si incrociò con il mio: mi fece rabbrividire. Ma, mi accorsi, che non mi stava guardando; non mi aveva nemmeno visto: fissava a qualcosa che era impresso nel vetro:
«... non ha la faccia! non ho la faccia! non sono! non è me!...»
Ed eruppe in un grido rauco di angoscia e si mise il fucile in bocca: sparò.
Le lamiere si insozzarono di cervella e di sangue. Mi ritrassi terrorizzato, strillai; ma Alberto mi afferrò per il bavero e sbatté su una parete di legno, mi premette con la mano sui labbri e soffiò nell'orecchio:
«Stai calmo! Non devono...»
Ma lo scoppio atterrì tutto il cantiere, gli uomini premettero alla porta allucchettata, ci scansarono con grugniti assassini e abbatterono l'anta.
«Oddìo!», trasecolarono; qualcuno entrò là dentro con un secchio e una coperta, gettarono sugli icori un sacchetto di trucioli. Qualcun altro svicolò a vomitare. Il capomastro non s'era ucciso da un quarto d'ora che ruggirono, 'affanculo!, che se ne andavano tutti; e minacciarono De Marinis di un ricorso al Partito.
«... ci prenderemo quel che ci spetta!... e per quel giovane: ce la paghi!... sei un figlio di puttana!... deve andare in galera!...»
Abbandonarono i macchinari, gli attrezzi e gli scavi e s'accodarono all'uscita rumoreggiando di insulti: nessuno, d'un centinaio di uomini, guardò manco per sbaglio alla camera di M'rara.
«... tanto vale che mi avessero linciato», Alberto inghiottì.
L'imbrunire scintillò su una spilla del littorio che portava appuntata al bavero della sahariana da avventuriero: ne smorfiò di fastidio; si aggiustò quell'oggettino dorato come se, tutto ad un tratto, gli pungesse sottopelle. Lo infilò nelle tasche:
«È finita, per me.»
Si schiarì con un tossito la gola e stornò dall'uscio aperto dell'alloggio: di spalle; si sforzò di non guardare a quell'orrendo spettacolo.
Balbettai che era empio.
«Fai pure, se sei capace di seppellirlo. È coperto, lasciamolo lì dov'è con quell'altro beota. Domattina, il Federale e la polizia li vorranno vedere.»
«Sei convinto che così presto...»
«C'è già il caso stanotte.»
Tremai di paura. Di un terrore soffocante e disordinato di una vita che ad un tratto mi crollava tutta addosso: sentii l'olio di ricino tracimarmi la gola; vidi svanire in un buco buio tutte le cose che possedevo, mi sentii disprezzato, e allontanato con disonore dall'accademia e dal mondo.
M'rara.
Quel cadavere con il volto incavato, laggiù, e il niente spaventoso che stagnava nei manufatti, quell'incubo... cosa avevano a che fare, con queste cose di cui temevo?
È accaduto per avere scavato e fissato in quegli specchi di pece.
«Ti ho cacciato in un casino che... perdonami, Mario. Ma c'è il caso non ti incolpino di nulla: e sarebbe anche giusto. Io, t'ho chiamato a profanare quella tomba con tutto quello che ne è venuto.»
«Ho fatto la mia parte.»
De Marinis scalciò nella mota, gridò verso la tomba:
«Non mi arrendo, però! Se riuscissi a dimostrare che là sotto c'è qualcosa - non credo agli spettri: può darsi un veleno; la qualità di quella lastra immisurabile, che nuoce al cervello - potrebbe essere che ci scagionino. Si accorgerebbero, se scendessero... non è vero?»
Nutrii forti dubbi che un gerarca fascista, un sindaco di campagna e un ottuso professorino rimanessero suggestionati da quell'odio famelico; li impressionasse quel rettangolo di granito che, semplicemente, non obbediva ad un regolo. Né li avrebbero inquietati gli scongiuri sugli specchi; né l'effige orripilante del dio che da notti mi abitava nella testa:
«Può essere, sì», mentii per confortarlo.
«Siamo entrambi provati. Siamo soli in questo pozzo di fango in questo schifo di situazione; con...», accennò, con un singhiozzo di ribrezzo, al cadavere di Varnelli che ancora spargeva sangue sull'assito; crollò seduto sui cingoli di una ruspa, «parliamone domani, portiamoli in quel buco: sdraiamoci le poche ore che mancano. Vedrai che non sarà manco l'alba e sentiremo le sirene di polizia.»
Ci augurammo un'ironica buona notte sulla soglia dei rispettivi rifugi. Le mie poche cose da raccogliere in un attimo, i biglietti del treno, qualche soldo sul tavolo, la valigia a pie' del letto spalancata per esser fatta, mi tentarono vigliaccamente di abbandonare l'amico.
Fosse pure di farla a piedi dal cantiere alla stazione.
Lui mi guardò con afflizione, e sconfitto:
«... ci avresti anche ragione: se non ti trovo, pazienza. Puoi prendere la Balilla ch'è parcheggiata qui dietro...»
Chinò il capo e chiuse l'uscio. Sentii stridere la brandina, e il tonfo sordo degli stivali scalzati e il flop di un cappello che pencolava all'attaccapanni.
Non accese la luce.

Un sinistro, persistente cigolio mi svegliò a tarda notte: una lampada brillava nella baracca di De Marinis, e il vento faceva sbattere l'anta.
Socchiusa.
I vetri mi ovattarono un singhiozzo disperato, un nervoso e ininterrotto camminare il pavimento.
Mi alzai, mi vestii per uscire: l'istinto mi impose di intascarmi qualsiasi cosa potessi usare per difendermi da... non sapevo! Mi munii di un martello dalla cassetta di attrezzi.
Fuori, la profonda oscurità della palude era punta dalle fiamme dei lumini da cantiere: mi sembrò che una striscia nera più fitta sovrastasse la tomba.
La soglia dell'amico era sporca di impronte: la mota era rappresa su uno stipite sfregato; ma pedate di cocci, di cenere, e di sabbia, proseguivano all'interno e insozzavano l'assito.
E Alberto era là, livido, farfugliava; girava attorno scrollandosi di fanghiglia graffiandosi le gote e arruffandosi i capelli: sbiancati. Ma non della polvere sui vestiti e le spalle.
Lo stoppino della lanterna era nero e scorciato. In un angolo della stanza c'era l'arma di Varnelli, con gli aloni dei polpastrelli sudati sul paramano e l'impugnatura.
«... sei sceso nella tomba... perché non mi hai voluto con te?»
«Non c'è niente là sotto!», strillò allucinato; guardò insistentemente al fucile nell'angolo, «Lo capisci, che è vuoto?!»
Le dita mi tremarono sul manico del martello.
De Marinis gridò vuoto fino a perdere la voce, si accasciò sulla branda, si irrigidì inespressivo con gli occhi aperti e col fiato corto.
Frugai nell'armadietto pronto-soccorso e non seppi cosa accidenti somministrargli: sparsi, arrabbiato, le boccette e le garze sul pavimento. Spalancai la sua dispensa preferita e cercai fra le bottiglie di alcolici: grappa.
Un sibilo dell'amico mi gelò di ribrezzo, rovesciai la tazza piena che si sparse sotto il tavolo.
Si graffiò la faccia a sangue con le unghie spezzate e nere:
«... gli specchi: hai capito a cosa sono serviti?! Lui, da dove viene non è... si è riflesso per tutta un'era in sé stesso... si è roso... tutto l'odio del nulla assoluto... mi inghiotto nel buco... mi ho visto!...»
Il barrito di un motore mi impedì di ascoltarlo: lo scalpiccio degli pneumatici nel fango, e un olà! perentorio, quella sciabola di luce che infilzò la baracca, mi accecarono e assordarono al capezzale di Alberto.
Lui, si rizzò come da un incubo; riprese conoscenza e sospirò di sollievo:
«... ma vengono, la buon'ora...»
Uno smilzo allacciato dentro un trench, con gli arrossati di notti in bianco, caffè nero e sigarette, calciò l'uscio tallonato da un poliziotto:
«Seguiteci, Ingegnere.»
Fuori, su un'automobile più lussuosa, quell'idiota d'un professor Calegari si sfregava le mani.

Fu una specie di stillicidio: se ne andarono con l'amico; caricarono su un ambulanza l'operaio istupidito e portarono il capomastro in un sacco di iuta. Mi lasciarono là, senza ammanco interrogarmi: consapevoli che mi avrebbero ritrovato e già, ne sono certo, con un fascicolo su di me traboccante di nefandezze.
Non era un'indagine: era chiudere una pratica su un'impresa mal gestita. Damnatio memoriae.
Mi sedetti immusonito, sconfitto e svuotato fino al sorgere del sole.
Cosa avevo da perdere? C'era M'rara, là sotto, qualunque cosa significasse: l'evidenza di quei giorni da incubo ormai mi convinceva che quel demone esistesse, qualcuno o qualcosa che svuotasse da sé; che avevamo lacerato, scoperchiando la fossa, il ridicolo tessuto di questo mondo che ci conforta.
Tanto vale comprendere.
Inghiottii un disperato coraggio, una resa, l'ineluttabile su di me; ravvivai la lanterna e lasciai la baracca. Una rabbia vendicativa, omicida, mi fermò sulla soglia: agguantai la carabina, mi intascai qualche cartuccia, sentii il clic del colpo in canna e ridiscesi al sepolcro.
Quel livore millenario, quello struscio di fuga, quel sentore di tradimento e di agguato, come il solito m'ottenebrarono sull'ingresso. Quegli oscuri sentimenti mi investirono più violenti: io stesso, non scendevo con intenzioni benevole.
E invece di nascondersi, e svanire precipitosi, mi sembrò che quei passi si attardassero e basta.
Sentii bene, ch'erano passi e giunture che scrocchiavano.
Al barbaglio del lume, tutt'un tratto, nel buio, sugli specchi alla parete scintillarono tre volti:
«... la mia faccia riflessa», sghignazzai imbaldanzito, «quaggiù me la rimanda ogni vetro che illumino...»: ché l'effetto, questa volta, non mi avrebbe impressionato.
Scostai la lanterna e proseguii l'esplorazione. Ormai ero di spalle quei tre visi riflessi ma, lo stesso, continuarono a muoversi: anzi si contrassero, gemettero d'angoscia.
Gelai di terrore, li schiarii con la lampada: puntai la carabina alle facce del manovale, di Varnelli e di Alberto vive e incastonate nelle lastre di granito; farfugliavano dementi gocciolando un umore nero.
Qualcosa mi si schiantò nel cervello. Strillai. Scaricai la carabina a quell'orrore nel muro. Le facce si dissolsero in pietosi gloglotti, tre macchie di icore sui pannelli lattiginosi.
Il rinculo dell'arma, e i detriti sul pavimento, mi sbilanciarono contro qualcosa di molliccio e di viscido, in un angolo della cripta nella fitta oscurità.
Uno schiocco di tessuti, cartilagine e d'ossa mi strozzo dalla nausea; la lanterna mi cadde: quel cadavere colossale e smagrito, rannicchiato di spalle, che fischiava di frustrazione nei cristalli del muro, mi apparì per un istante nell'alone di idrogeno.
Negli specchi che aveva a fronte vidi un orrido buco.
«... Dio mio!... Non ti voltare! Ti supplico!...», piansi.
Quel sibilo odioso, quell'affanno ammalato: l'orrore torse il collo; mi sentii precipitare dentro l'incavo del mio volto, nella testa che non c'era, non ho la faccia!; nel...

È il 30 di novembre del 1935. Ora mi trascino nella realtà trasparente. So il nulla. Mi rifletto in ovali vuoti che scongiurano M'rara. È uscito da quella tomba e cammina nel mondo!