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lunedì 28 luglio 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 5



5.
Plotnikov e Medvedev si svegliarono obnubilati, lo invocarono farfugliando da...
... da dove, diocristo?!
Le loro voci gli si smorzarono e spensero nell'abisso ovattato dello sguardo dell'essere: non c'erano il soffitto, le pareti con i tubi, le cisterne degli alieni che gocciolavano formaldeide; non c'era, quell'abominio pinnato, che era consapevole lo guardasse dal vetro: c'era solo una coltre. Anatoliy sentì il gelo scorticargli la pelle, … se ancora avessi un corpo... e la pelle; il dolore, la scossa elettrica, gli irrigidì gambe e braccia; lo schiacciò al pavimento.
Ma non c'erano il pavimento né si sentiva le estremità.
Soffrì il corso di ogni singolo istante di un milione di anni, ohgggesù; d'un milione di anni, sentì il senno liquefarsi, soffocarlo, tracimargli la gola; lo strozzò l'impressione e l'olezzo di vomito.
Ma non aveva le viscere e la gola.
Affondò fin il ginocchio, lo frustò la tormenta. Si riavvolse nella pelliccia, guaiolò l'aiutassero. E scavò nella neve che bloccava la slitta. Agli altri, grufolò che spingessero, ohìssa; fece leva con la clava sotto i pattini d'abete, bastonò gli otto cani.
Liberarono tutti gli uri dai recinti di tronchi d'albero.
Un donna si trascinò dalle tende fin il ciglio pericoloso che si affacciava all'oceano: gemette, e una lacrima già addiacciata le si ruppe su una guancia. Svolse il bimbo dalle bende di renna, lo gettò nell'abisso. Tornò fra le capanne, si prostrò innanzi i totem. Cadaveri d'inedia dentro l'ombra dei tepee.
Da sud, la tempesta e la ferocia degli orsi, dei mammut, delle tigri coi denti a sciabola, ruggivano che se ne andassero: la terra è maledetta. Lo sciamano danzò posseduto, percosse il suo tamburo e gridò ch'era così.
La tribù si incolonnò verso il nord.
Anatoliy soffrì i secoli nelle carni.
Camminava guardando a terra; calpestava le impronte del cacciatore davanti a sé. Alzò gli occhi per ottenere un sorriso e quell'altro lo guardò con il suo volto: una faccia di scimmia avvizzita, olivastra, corrugata dal ghiaccio, la salsedine e il vento; coi capelli schiacciati che nascondevano gli occhi a mandorla.
Lucidi, neri.
Smarrì il significato dell'idea di camminare.
La voragine si estendeva per l'intero orizzonte, né i giorni che splendettero per sei lune penetrarono il buio della immensa cascata.
Il sole illuminava a pochi passi dal ciglio; luccicava talvolta su una frana di ghiaccio, di minerale, di carcame di pesce, che eruttava da quel profondo alle propaggini di questo mondo.
Il cielo era limpido, lui si arrampicò su una cresta dell'iceberg: il cupo tumulto di onde nere e paurose, che ruggivano e schiumavano nell'abisso, tuonava da un capo all'altro del cielo e gli sembrava che non avesse mai fine.
Millenni. Né da dove né un oltre.
Chiuse gli occhi per trecent'anni nella culla dell'oceano: lo svegliò, all'improvviso, quell'orribile schianto; le grida, e il tonfo delle cose che cadevano nell'acqua. L'eco di una crepa scavata dall'estate.
Gli igloo si spezzarono, e i giacigli galleggiarono disfatti: molti affondarono paralizzati dal freddo, rantolarono li aiutasse; altri insanguinarono il ribollio delle onde masticati dalla orche e azzannati dai trichechi. Il lastrone si spezzò e si capovolse, si aggrapparono ai pali conficcati nel ghiaccio. La corrente li trascinò nella fossa: s'offuscarono il sole, la luna, le stelle e l'universo divenne un pozzo. Le orecchie gli sanguinarono dall'orrido rumore, tremò, e si strinse abbracciato ad altri cento sopravvissuti.
La vertigine del cadere lo offuscò per decenni.
«Svegliati, tovarich!», Plotnikov l'implorò.
Solo ghiaccio, solo otaridi, solo pesce e pinguini. Solo scogli d'argento, dai riflessi incolori, che a startene là vicino t'arrostivi il cervello, la pelle, le interiora le cartilagini e le ossa.
E quell'astro piccino, fra le nebbie sulfuree, che schiariva i deserti di qua dentro o qua sotto.
Anatoliy si tuffò nell'acqua fredda, e azzannò alla carotide quel cucciolo d'otaria. Tornò fin il ghiacciaio, strisciò dalla compagna, sbranarono la preda sanguinante e salata.
Che ancora si dibatteva.
Corse a riscaldarsi a quell'arsura di roccia, e si stese in mezzo agli altri già sdraiati sugli scogli. Gli dolsero le gengive, gli prudette la pelle: sputò un altro dente, con icore e saliva, sulle ciocche di capelli che gli caddero dalle tempie.
Quel giorno perse l'uso di quattro o cinque parole.
Millenni.
«Vai al magazzino!», Plotnikov lo scrollò, «e trovami qualche cosa di forte!»
«... c'è vodka...»
«Muoviti, andrà bene!»
Il neonato lo accarezzò con la pinna, Anatoliy gli strofinò la pancia grassa, villosa, e gli fece il solletico sull'addome adiposo. Il piccolo squittì, gli orinò sulla pelliccia, gli sorrise coi denti aguzzi della mascella sproporzionata. Sporgente. E schiacciata all'insù come il naso e le sopracciglia.
Se avesse avute le sopracciglia.
«Anche i figli di Anuk sono nati con questi stessi... difetti
Quel pensiero di un'altra femmina, accovacciata in un angolo della grotta, gli squillò nella corteccia e la mente senza che lei gorgogliasse una sillaba.
Cos'era, difetto?
Le affidò quel bambino. La madre se lo strinse fra le braccia atrofizzate, gli infilò l'unico pollice in bocca ché succhiasse e s'addormentasse: strillava, però. Si scambiarono il concetto di una culla per il bimbo; d'un altro foro nella pietra d'argento coi barbagli incolori.
Quell'idea fulminò da Anatoliy nelle menti di tutti gli altri, di tutti; e divenne tutti i maschi e le femmine del gruppo, o ovvero divennero: si guardò dall'esterno con quegli occhi profondi, prominenti dall'orbita, ma accecati da quell'abisso che abitavano da sempre. Vide sé e la sua compagna con il piccolo che gridava, vide accorrere tutti i focii rotolando. Strisciò e si raggiunse; guaiolò per la fame e per l'abbraccio dei genitori.
Anatoliy era anche il bambino.
E scavarono la parete, e la roccia, con l'onde elettriche che proiettavano dall'ipofisi: modellarono il loro buco. Ci aggiunsero un cunicolo con un pozzo di lische, carcami e carogne. Ci stiparono la carne che era ancora da piluccare. Levigarono le lastre per distendersi e riposare, il giaciglio del cucciolo; appiattirono il monolito sull'ingresso della grotta. Gli bastò di volerlo, frantumare la roccia: lo pensarono tutti, quel medesimo istante.
«Anche adesso che mi imprigionano nella vasca e che gli altri sono in trappola nel coltello!», Anatoliy schiumò.
La mente gli bruciò di dieci secoli.
Era intento con tutti gli altri a rosicchiare la vela. La scolpirono e sollevarono con uno psico-corale, si rannicchiarono aggrovigliati fra quelle muffe, e molluschi, che ne infettavano l'abbagliante superficie. Si inclinarono in verticale sull'oceano sottoterra, fra le nubi di vapore nell'empireo sotterraneo.
Propulsione telecinetica collettiva. Trasvolarono e possedettero tutto il mondo di sotto.
I limpidi, condivisi pensieri della intera comunità. Sapere tutti e volere tutti la stessa cosa. Ottenerla con un'idea collettiva. Col potere e la pervicacia di un'unica volontà.
Il naso, e la gola, gli bruciarono d'alcool; la voce del sergente in qualche modo si avvicinò.
E l'odore di cacca dei pantaloni di Medvedev: che inetto vigliacco!
Cercò a tentoni la Tokarev fra i cavi: ce l'aveva stretta in pugno e assicurata col cinturino.
Che cos'era, stretta in pugno? Che cos'era, quel tappeto di nodi neri e viscosi? Si appoggiava o fluttuava?
Ieri.
Il coltello fendette l'onde scure e fumanti della immensa cascata che rimbombava nel buco. Capodogli, pesci-spada, focidi, e milioni di aringhe rovesciate nel buio.
Guazzarono sul ghiaccio, sbatterono gli addome, con le fauci spalancate a quello scroscio di cibo. Anatoliy si ingozzò di merluzzi; si immersero ancora, e la vela affondò per i tre quarti nell'acqua: satolli, interruppero il coro psichico; la corrente li trascinò da quel versante di rapide dove l'onda saliva verso il bordo del pozzo, anziché cadere giù com'era ovunque dov'era mare, e una cresta li sbatté sul mondo esterno.
Condivisero l'offuscata, atterrita volontà di uscire dall'acqua e rialzarsi di quota; volare alla voragine e tornare al mondo dentro. Terrorizzati dai fortunali e intorpiditi dal pesce.
Si tenne ai licheni con l'artiglio dei pollici, affondò con le zanne; essudò l'icore bianco e zuccherino che lo tenne appiccicato sulla crosta fluttuante. Era solo: era tutti, che inorridivano sordi del contatto con ciascun altro. Negletti.
L'universo gli parve esplodere dal rimbombo, la vela si rovesciò nel mondo diritto, di là, e schizzò nelle tenebre di una notte stellata.
«Cadiamo!»
Gli sembrò che quelle terre scintillassero di fuochi.
Riconobbe il mare Artico, e Murmansk, e Kola, e i tetti e tutti i laghi della allegra Joensuu.
Un residuo di umanità gli impose di uccidersi. Desiderò di evaporare e di disfarsi dei propri sensi. La nausea di un corpo gli crollò tutta addosso, e non era il suo corpo: la repulsione per quelle membra da focomelico, l'adipe, le zanne e il vello oleoso.
E il sapore disgustoso d'un pesce, salsedine, e di un'otaria sbranata cruda, da viva: non avrebbe immaginato che sapessero di vodka; di vodka finlandese di infima qualità.
E invecchiare in un istante di un milione di anni.
Epperò resistette.
Condividere le menti degli abomini con una mente: un'idea socialista.
Anatoliy si alzò di scatto seduto, cosciente e illuminato di una nuova affinità:
«È un sovjét, sono vivi! Sono come noialtri!»

(...continua...)

sabato 26 luglio 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 4


4.
La botola dava accesso ad un rettangolo di cemento seppellito fino all'orlo nel calìce e nel ghiaccio; uno strato di muschi, il terriccio, la neve, ne occultavano in gran parte l'estensione e il perimetro.
«... ma dev'essere molti metri quadrati...», Lebedev stimò. Percorreva lo zoccolo, molti passi più in là, lo batteva con il calcio del fucile: toc toc.
«È il settore più grande dell'intero complesso», Anatoliy annuì. Infilò la lunga chiave nella porta corazzata, la girò dieci volte: all'interno di quel guscio di metallo, e rivetti, si sentì tutt'un frinire di ingranaggi e grilletti.
Uno sbuffo d'aria gelida e stantia, un pulviscolo ghiacciato, puzzolente di cloro, li investì dall'oscurità dietro l'uscio blindato.
«Brutto, brutto posto tovarich kommissar», mugugnarono gli uomini.
«Lebedev, Roman: restate nell'hangar. Zhenia, Vasilyev: appostatevi nella base. Medvedev: stai qui. Se vedete un finlandese all'orizzonte, trinceratevi nel capanno, difendete il trasporto. Sergente, Kotov: scenderete con me.»
«... proprio me dovevi scegliere?...», il soldato piagnucolò.
Plotnikov lo tirò per un orecchio:
«Sei smilzo, una lepre: il migliore, dentro un tunnel.»
«... inoltre», Anatoliy gli ricordò, «l'alternativa è una pallottola in testa.»
Gli uomini scattarono fin i posti assegnati, loro faticarono a spalancare la botola e bloccarono l'ingresso con un tronco schiantato:
«Voglio avere via libera, se dovessimo...»
Inghiottì quello scappare sotto il bavero stellato: non era un'opzione da Commissario Politico.
«... risalire piuttosto in fretta», gli ammiccò Plotnikov.
Tastarono la parete tutt'attorno allo stipite: brina, metallo; incrostazioni di vegetali e di ruggine e finalmente l'interruttore. Fioche e sparute plafoniere ferrate, che spandevano luce fredda e incolore, rischiararono un labirinto di condutture e di gabbie, tubi incastonati nelle pareti e il soffitto e counter appannati che gracchiavano cifre.
Frecce, avvertimenti e cartelli dappertutto: epperò in finlandese.
«Ci capisci, sergente?»
«È roba tecnica, commissario», ma indicò la riga gialla e ininterrotta sul pavimento, «va a quell'unica porta.»
«Precedici, Kotov.»
Il soldato strinse i denti, imbracciò il Mosin-Nagant, e tirò quel portellone alla parete di fondo.
Un mostruoso fracasso.
«Ohcccristo!», strillò.
Fu travolto da una cascata di scatolame e stagnole: aringhe, cioccolata, fagioli e tabacco; liquori, sottaceti, gallette e sale e zucchero.
Anatoliy si indignò, che non ci fosse del tè.
«... del resto, sono mikko!», calciò quella robaccia; rialzò per una spalla quell'imbecille di Kotov che guaiva spaventato sotto il mucchio di viveri. Gli rimise il fucile in mano, gli soffiò sulla faccia, lo sbatté contro la porta che gemette sui cardini; «È una cella alimentare, non è la bocca dell'inferno!»
Il sergente scavalcò quel ben d'Iddio sottovuoto, ed entrò nell'altra stanza con la pistola puntata.
Si irrigidì nel disco freddo d'un faro:
«... non proprio, tovarich kommissar...»
Lo raggiunse dall'altra parte: tutt'un tratto gli schifarono tutti i cibi stipati là.
Nell'elettrica penombra del magazzino sepolto, fra gli scaffali di scatolette e pacchetti, giacevano dieci corpi su altrettanti bancali; assiti incrociati su cavalletti e treppiede e sudari di incerata su una coltre di paglia.
Sistemati alla bene e meglio. Scomposti. Violati.
Nel lugubre e monotono bramito dei tubi, l'essudare oleoso, il tintinno degli aghi, il freddo azzurrava quei cadaveri disgraziati con i polsi o con le gole recise, anneriti da un tossico o slogati e fracassati. Strozzati dal cappio che arrossava i gargarozzi. Quattro uomini, sei donne, fra i diciotto e cinquant'anni; con un camice da medico come quello del vecchio.
«... eccoli, i colleghi...», Anatoliy intuì.
Kotov, poveretto, si fermò sulla soglia.
Plotnikov li esaminò da più vicino, si azzardò di toccarli con la canna dell'arma:
«Sai che cosa penso, tovarich kommissar
«Sono tutti suicidi: sì, credo anch'io. Quel vecchio, era l'ultimo sopravvissuto; s'è occupato di loro.»
Un sospetto lo attraversò: alzò gli occhi a quell'intrico metallico che occludeva le pareti e il soffitto, e sbirciò con attenzione nel chiarore delle lampade.
Il sotterraneo era zeppo di dinamite. Molti più candelotti dell'esplosivo nel gabinetto.
«... poi, voleva andarsene alla grande...»
«A che cosa, sopravvissuto?», il sergente impallidì, «Se fosse un'epidemia, non saremmo già infetti?»
«... non voglio ammalarmi!...», Kotov si segnò.
Lui puntò la Tokarev alla tempia dell'inetto, gli schizzò le cervella sull'uniforme di Plotnikov. Il giovane strillò. Anatoliy lo azzittì con una mano sui labbri, l'impietrì con lo sguardo:
«L'hai ucciso di paura, compagno sergente.»
Medvedev, agitato, vociò dall'ingresso:
«Chi ha sparato?! Cos'è successo, tovarich kommissar?!»
«Muoviti, raggiungici: ci serve un ricambio.»
Kotov, steso al suolo, non aveva metà del cranio: quell'altro, trasecolato, si appiattì alla parete. Gemette. Anatoliy, in silenzio, col revolver fumante, lo gelò con un'occhiata. Spietato. Non ammise domande. Il sergente annuì. 
Si inoltrarono cupi nel magazzino dei morti.
Le pile dei pacchi, le mensole e i cartoni, le scatole e le latte, rovesciate dovunque, li obbligarono a uno scomodo percorso fino ad un portellone all'altro capo del dedalo.
Questo sì, ch'era pesante e blindato.
Uno scrupolo o folle o disperato, l'inutile lavoro d'uno sciocco o inesperto, avevano tentato di interdire quella soglia con una trave incrociata a un'altra e conficcata al terreno.
«Tsé, figuriamoci: i chiodi nel cemento», Medvedev le tolse. Caddero sul pavimento con i cartelli kielletty; hengenvaara; la medesima scritta, a carboncino e vernice, sul soffitto e le pareti tutt'attorno alla porta.
«Proibito, immagino?», Anatoliy ghignò.
«... e pericolo di morte; tovarich kommissar...»
«... ma abbiamo la chiave...»
Un'altra serratura che obbediva a quell'attrezzo.
Quattordici giri, stavolta: una cosa dodecafonica che manco Webern al teatro Bol'šoj.
Una fitta alla testa.
Una scarica elettrica.
Anatoliy barcollò nausetao, stordito: le due facce sbiancate, e madide degli altri, gli fecero capire che anche loro, probabilmente...
Vertigini: un batter d'occhi e passò.
«Che cos'era, commissario?»
«L'aria chiusa, le muffa e quei cafaveri: è tutta roba che è andata a male, qui sotto», si coprì la bocca e il naso con la sciarpa avvoltolata, «Tutt'a posto, così: spalanchiamo.»
S'infagottarono e l'aiutarono col portello.
L'aprirono.
Gli orrori galleggiavano in cisterne di formaldeide nella livida sozza luce delle lampade sul soffitto; la stanza era assordata dagli apparecchi, le macchine. Il suolo era un intreccio di bocchettoni, di cavi, di gomene di caucciù riavvoltolate e ritorte; il termometro segnava gli otto gradi sotto zero: le pareti, il metallo e le teche luccicavano di freddo e essudavano condensa, e i boiler gocciolavano in insalubri pozzanghere.
Ma le cose bollivano, nei cilindri di vetro, in quel composto color orina che ne impediva la corruzione.
«Ohsssantamadre santa madre santa madre!», Medvedev guaiolò, «Dio! Cosa sono?!»
«Animali dell'Artico», Plotnikov l'azzittì, «Pesci, crostacei... molto brutti, ma animali: sta calmo, soldato.»
Non erano pesci.
Anatoliy strinse il braccio al sergente: si era accorto, che gli tremavano le ginocchia; si scrollava le braghe già inzuppate di fifa.
«L'hai saputa indossare, la tua faccia da guerra: bravo, ragazzo», gli scherzò nell'orecchio. E ordinò con noncuranza al soldato di mettersi un passo indietro di sentinella alla porta, «Medvedev, stai là. Che ne pensi, tovarich Plotnikov?»
Ma ammanco per il cazzo: né crostacei, né pesci. Quattro vasche di abomini che fluttuavano nel siero.
La prima era datata all'847; conteneva un colosso, all'incirca tre metri, a metà fra un orangutan e un orribile struzzo. Una targa in ottone recitava selenitus.
«... abitante della Lu...»
Anatoliy, dito al labbro, gli smorzò l'entusiasmo:
«L'ho capito: ma sta zitto, sì? S'era detto animali, con il povero Medvedev...»
La cisterna più piccola, ch'era quasi una botte, conteneva un ominide disgustoso con i denti e con gli artigli affilati; flaccido, nero, sei pollici d'altezza, con i grumi oculari come quelli d'un ragno. Quell'orrido viso, raggrinzito, senile, e quasi incastonato nel torace di un feto, gli sembrò che esprimesse bellicosi propositi. Sul cristallo c'era scritto 40.
«... un neonato deforme...»
«Auguriamoci sia così.»
Un'oscena seppia bipede con le chele e proboscide, con un ciuffo d'occhi neri, la statura di un uomo, occupava la terza vasca con l'etichetta Sirii B.
Anatoliy, il sergente, si guardarono ammutoliti.
L'emicrania, la nausea, li soffocò un'altra volta.
Qualcosa lo costrinse a trascinarsi alla quarta cellula, crollò sulle ginocchia al cospetto dell'essere.
Lo schifò più degli altri.
Su un addome rosato, e villoso d'anellide, si sviluppavano un torso obeso e sudato e una testa sproporzionata e chiazzata dall'alopecia. Ma umana. Gli arti, atrofizzati, si appiattivano in pinne; la mascella era deforme d'un abnorme dentatura.
Non c'era una targa, sul cilindro di vetro.
Anatoliy cavò di tasca la sua busta degli ordini e spiegò l'identikit dell'NKVD: quel disegno delirante di abomini su una vela, nel cielo.
«Ne abbiamo... trovato uno?», balbettò Plotnikov.
«È identico, sergente.»
Una scarica al cervello lo sdraiò sul pavimento; il ragazzo gli crollò sopra, svenuto. A stento capace di rialzarsi sui gomiti, la paralisi dolorosa lo inchiodava dov'era, latrò che Medvedev corresse ad aiutarli.
Si accorse che il soldato era steso, sull'uscio, e arrossava la soglia d'un abbondante epistassi.
Con gli occhi rovesciati.
Un'altra scarica l'irrigidì indolenzito e costretto, supino, sotto il silo del mostro.
L'ebollizione di formaldeide, la vibrazioni dei macchinari, titillarono quell'addome e quella coda di verme. L'abominio si imporporò e si contrasse, si distese nel liquido; unse il cristallo d'un icore biancastro.
Anatoliy inghiottì i conati.
Il pensiero di un intruso gli bruciò nel cervello; quella cosa aprì gli occhi.


(...continua...)

martedì 22 luglio 2014

Anatoliy Volkov Commissario Politico - 3


3.
Sfondarono lo spinato, proseguirono mezz'ora in rettilineo fino a dove l'orizzonte scintillava di laghi. L'autocarro, crivellato, orinava carburante: seminò una portiera, un cerchione, lo sportello del cofano, svaporò dal radiatore e si spense reclinato.
Scoppiò un copertone.
Smontarono.
Si sedettero su un tronco d'albero, di traverso alla strada, ad attendere che Lebedev si esprimesse sui danni.
«È andato, tovarich kommissar.»
Anatoliy espettorò un 'affanculo al carcame inservibile e foracchiato del GAZ, si arrampicò fin il cassone tranciato e scrutò ad occidente. Il bagliore dell'acqua gli ferì le pupille. Una macchia di tetti, d'ardesia e di legno, marcava le propaggini di una piccola cittadina.
«Joensuu», tirò a indovinare, «quaranta chilometri: non sono granché.»
Ma i volti ingrigiti, l'espressione degli altri, gli fecero capire che non ne avevano le energie. Ancora rabbrividivano dell'imboscata, dei morti; con il groppo alla gola per i loro caduti. Il sergente ebbe il fegato di parlare per tutti:
«Avremo ancora addosso gli sciatori nemici: ci serve un trasporto, tovarich kommissar
Anatoliy annuì. Un complesso di edifici cenerognoli, piatti, con i tetti innevati, gli apparve di là degli alberi mille metri distante. Chiese a Plotnikov gli prestasse il binocolo:
«Assomiglia a un deposito», lo descrisse ai soldati, «forse è un ospedale, non è fortificato. C'è un hangar: magari fa al caso nostro. Chi va in esplorazione?»
Medvedev e Zhenia si avanzarono dal gruppo, armarono i fucili, lasciarono gli zaini:
«... ma stateci alle costole...», sorrisero ai compagni; sgattaiolarono nella macchia in direzione dell'obbiettivo.
«Avanti anche noialtri», Anatoliy ordinò, «due, trecento metri da loro: se restassimo attorno al camion, ci beccherebbero troppo facile.»
Strisciarono nel bosco.
Medvedev e il marconista, allo scoperto dagli alberi, si buttarono pancia a terra nella neve e le driadi: si fermarono in silenzio, con il dito sul grilletto, con i sensi ai movimenti e i rumori tutt'attorno.
Anatoliy lesse loro le labbra: sillabarono tre secondi, si scambiarono l'occhiolino.
Nessuno. E il muggito ininterrotto del maestrale nella tundra.
Scattarono in piedi, cento metri di corsa. Si acquattarono di nuovo stesi: sbracciarono. La squadra avanzò. Affondarono fino al muso nella coltre gelata.
Da vicino poté notare che quegli stabili, piatti, abbondavano di antenne, parafulmine e d'ottiche; di attrezzature da carotaggio, conficcate nel ghiaccio, di amperometri, di termometri, di barometri o che cos'altro.
Che la porta dell'hangar era appena socchiusa. Che una traccia di cingoli insozzava la neve.
Cavò di tasca la sua mappa di Carelia, la porse al sergente:
«... è una specie di stazione: è segnata? Cos'è?»
«Rilievi petroliferi e osservatorio meteorologico», Plotnikov confermò, «postazione duecentocinquantacinque; proprietà finlandese: è dismessa, però.»
«Uhm. Dismessa», lui si impensierì, «quella impronta da carro armato suggerisce il contrario.»
Medvedev e Zhenia raggiunsero un cancello, scassinarono coi coltelli tre lucchetti arrugginiti. Anatoliy scorse un'ombra furtiva che s'acquattava a una finestra del pianterreno. Udì il clac di un colpo in canna e il tossito d'un lanciarazzi.
«Toglietevi!», gridò.
Una vampa accecante atterrò i due soldati, e si spense in una nube solforosa e scarlatta: si rialzarono entrambi, intontiti, anneriti, barcollarono all'indietro e si accasciarono nella neve.
Ma illesi.
«Kaukana!Pakeni!», sbraitarono da dentro.
«... ohcccristo, un bengala!», Plotnikov sospirò, «per un attimo ho temuto... state bene, ragazzi?!»
Medvedev e Zhenia, pancia a terra nella coltre, gli risposero che sì: sbruciacchiati ma tutt'apposto.
«... è proprio abbandonata!», Anatoliy si imbestialì, «Che cosa ha detto, quel mikko stronzo?!»
«... di andarcene, penso...»
Sfoderò la pistola:
«All'attacco, compagni!»
Si lanciarono all'assalto della rete e del cancello, e i proiettili di Degtyaryov sbriciolarono i lucchetti.
Dalla base sibilò un altro razzo, gli scoppiò a pochi metri contro il tronco d'un abete: lo lasciò abbacinato. Lui guidò la carica, continuando a sparare, e cozzò, quasi cieco, sul portone dell'edificio. Incrinò la lamiera.
«... l'importante è l'esempio...»
Plotnikov e Roman insistettero a spallate; l'ombra, alle finestre, salì al secondo piano. Crivellarono le vetriate e la facciata di calcestruzzo, si sdraiarono accecati dall'ennesimo bengala.
«... Kaukana!Pakeni! Se on omaksi parhaaksesi!...»
«... ché è per il vostro bene...», il sergente tradusse.
Anatoliy si sfregò gli occhi con un pugno di neve, si scrollò dal bagliore e il bruciore dello zolfo.
«Ci sfotte, coi suoi petardi?! Tutti dentro, compagni!»
Ribaltarono l'uscio. E irruppero gridando, vomitando proiettili, nell'atrio abbandonato d'una specie di ambulatorio.
Flebo, alambicchi, lettighe e scaffali. Cannule, provette, microscopi e flaconi. Tavole anatomiche di creature dell'Artico: pesci, soprattutto, molluschi e crostacei. Frigoriferi in funzione e bottiglioni di formaldeide.
Ma non c'era nessuno.
Una raffica di Roman sparse i liquidi e i cocci, e strappò dalla parete quei disegni di autopsie.
«Fermati, imbecille!», lui lo trattenne.
«Occupiamoci innanzi tutto dell'entusiasta dei razzi», Plotnikov si incattivì; e fece cenno a Vasilyev e Kotov lo precedessero su una rampa: salirono.
Dall'alto un singhiozzo:
«... kaukana, minun Jumalani... »
Si affacciò sui gradini.
Lo centrarono al petto.
La pistola lanciarazzi rotolò sul pavimento.
«... era un vecchio, ohsssignore», il sergente trasecolò, «e non era un soldato...»
Anatoliy si inginocchiò su quel cadavere in camice: con termometro, stetoscopio, torcia elettrica e stilografica nelle tasche d'un tweed trapassato dai colpi. I pince-nez spezzati, e montati in oro fino, gli pencolavano attorno al collo con una chiave d'acciaio: non ne aveva mai vedute, così lunghe e scanalate.
«... ec per quale serratura, maledetti cretini?!...»
Vasilyev e Kotov si arrossirono, zitti. Coi fucili scaricati che tremavano fra le mani.
«Rastrellate l'edificio!», li scrollò Plotnikov, «Occhi aperti, mi raccomando! Cosa c'è dentro l'hangar?! Muoversi, scattare! Fra un quarto d'ora vi voglio qui!»
Medvedev, Lebedev e Zhenia li seguirono sulle scale e nel cortile innevato; Anatoliy restò solo, nella stanza devastata, con il giovane sergente e il caporale Roman.
«Sono un poco... provati, tovarich komissar.»
«Sono uomini di merda: era un medico, un civile.»
«Ci ha sparato due bengala.»
«Capirai, che spavento!»
«... ma a proposito di quei razzi... con quel casino che abbiamo fatto...»
«Cosa c'è, caporale?»
«Che fra un'ora avremo addosso mezzo esercito finlandese, io dico: se nell'hangar non troviamo un trasporto...»
«... c'è un gatto delle nevi», Anatoliy lo assicurò, «tracce fresche di cingolato sul ghiaccio, là fuori. E questo è un avamposto scientifico, e il nemico non è dotato di carri armati.»
Si affacciò alla finestra: Vasilyev e Kotov, pochi metri distante, sollevarono il basculante e esplorarono l'hangar; trascinarono all'aperto quel veicolo da neve: l'avviarono; e i vetri dell'edificio tremarono d'un barrito.
«... e 'affanculo gli sciatori dei mikko!», il sergente esultò, «Quel coso è un bel vantaggio; più robusto del GAZ.»
«La sa lunga, il commissario», gli sorrise Roman: resistette alla tentazione di una pacca sulle spalle.
Anatoliy si sedette, di traverso una seggiola, li invitò ad accomodarsi e insistette su quel disastro: le lettighe tranciate dalle raffiche di Degtyaryov, gli otoscopi, le siringhe e le forbici rovesciate. I barattoli d'alcool, le riserve di sangue, e i gomitoli di garza e gli strumenti da dissezione.
«Risolviamo quest'enigma: qual è la vostra ipotesi?»
Lo guardarono due facce tonte e sudate, si rintuzzarono ammutoliti per qualche istante. Sbiancarono. Plotnikov, finalmente, dimostrò l'utilità degli studi; la fortuna d'un papà acculturato e il merito dei gradi cuciti sulle spalle:
«... sulla mappa c'era scritto di rilievi minerari; c'è scritto abbandonata, ma questo... è un ospedale ben attrezzato, in funzione...»
«L'hanno allestito in previsione dell'offensiva», suggerì il caporale.
«Così prossimo al confine e sulla linea del fronte», Anatoliy smorfiò, «e un solo, vecchio medico ad occuparsi di tutto: no, non mi convince.»
«C'è un altro particolare», il sergente rabbrividì, «non è un pronto soccorso: guardate l'attrezzatura; guardate quelle tavole. Non sono per persone...»
«Assomiglia a un gabinetto scientifico.»
«È probabile», lui convenne; e raccolse l'illustrazione strappata di un orrido granchiforme.
Macrocheira Kaempferi.
«Che cosa difendeva, quell'innocuo poveraccio? Perché, ci supplicava di andarcene? Bastava che si arrendesse.»
Roman, tutt'un tratto, guardò verso il soffitto, e alla base e l'estremità delle colonne portanti: con l'espressione di chi scorgesse, nella penombra di un angolo, l'improvviso strisciare di un insetto schifoso:
«... forse», inghiottì, «non era così innocuo...»
E mostrò loro quei candelotti di dinamite fissati qua e là con del nastro adesivo.
L'intero laboratorio minato d'esplosivo.
«Era pronto a far saltare tutto in aria!»
«... compreso se stesso», Anatoliy incupì, «perché si arriva a tanto? Che cosa nascondeva?...»
Zhenia tornò dall'ispezione dell'edificio, riferì sull'attenti:
«C'è un settore seminterrato sul retro, tovarich kommissar: ha la porta blindata, non riusciamo a forzarla.»
«... ecco, a che cosa serve! Ti seguo, soldato!», e strappò dal cadavere quella chiave bizzarra.

(... continua...)

domenica 20 luglio 2014

Sei mesi di lavoro e di e.book

Sei mesi sono un ottimo intervallo per fare il punto sul lavoro d'autore. Ed ecco il mio bilancio (e promemoria delle mie pubblicazioni) per il periodo gennaio-giugno '14. Mi limito alle pubblicazioni di carattere professionale: ovvero quelle regolarmente remunerate, con altrettanto regolare contratto che mi lega all'editore e/o curatore.
Innanzi tutto, i titoli “autoprodotti” con il gruppo Collana Imperium; associazione di autori di genere, presieduta e curata da Diego Bortolozzo, che annovera fra le fila due colleghi Premi Urania: Maico Morellini e Piero Schiavo Campo. Se in principio ero scettico nei confronti del self-publishing, l'esperienza con Imperium mi ha fatto cambiare idea; e il dinamico feeling fra i componenti del gruppo (scambio di consigli su sinossi, copertine, promozione dei propri titoli senza, però, gratuite piaggerie né improbabili recensioni) mi ricorda i gloriosi tempi di H.P.L.; l'Amateur Press Association e il circolo Kleicomolo.
Detesto le fascette del milione di copie, così come le balle dell'esordiente su Amazon che inanella in un mese le migliaia di vendite. Riporto le cifre reali di un artigiano di narrativa fantastica: che, se anche suscitassero ilarità negli "addetti ai lavori", spero servano agli aspiranti scrittori.
Credetemi: a confronto di esperienze tradizionali, ivi comprese di editoria universitaria, i numeri che seguono sono molto gratificanti!...

Centralino Celeste: XXVII secolo: l'astronave mineraria Curiex, in viaggio di esplorazione ai confini della galassia, si imbatte in un corpo celeste di origine artificiale e bizzarre caratteristiche: l'oggetto si rivela un tesoro commerciale e la più grande reliquia della storia dell'umanità. L'equipaggio è indeciso se approfittarne o inseguirne il mistero nelle tenebre del cosmo: il viaggio metterà alla prova le risorse della Curiex e, raggiunta la meta, la lealtà degli ufficiali della nave al loro comandante Cristoforo Piccolomini. In un luogo impossibile nel profondo della Via Lattea, soprattutto, gli uomini del 2600 riscopriranno il loro timore per il divino, o il terrore, probabilmente più grande, dell'assenza di dei nel buio dello spazio.
131 copie in e.book e cartaceo (periodo: gennaio-giugno 2014)

La Macchina Insurrezionale: Uno spettro a vapore si aggira per l'Europa. All'indomani dei Moti del 1848, e della Guerra di Indipendenza Italiana, il tenente Caravà, dell'Esercito Austro-Ungarico, è sulle tracce di un ordigno di distruzione di massa che minaccia l'anarchia in tutti i Regni del continente. Gli scontri all'arma bianca con automi mostruosi, le battaglie fra aeronavi, un sulfureo nemico, i pericoli che l'ufficiale dovrà affrontare nella sua caccia, sono nulla a confronto di una grande cospirazione a danno della pace e la concordia fra i popoli... e del potere terrificante della Macchina Insurrezionale!
148 copie in e.book e cartaceo (periodo: gennaio-giugno 2014)


Futuro Bruciato: Fantacronache di un futuro imminente dove è lecito l’assassinio dei genitori, si gestisce la cosa pubblica come un gioco di ruolo, la carne è materia prima dell’industria militare, l’uomo è incapace di guardare alle stelle e ammutolisce nell’oscurità di un degrado linguistico.
Sei racconti di fantascienza sociologica premiati a concorsi di prestigio (Robot e Stella Doppia/Mondadori Urania) raccolti in un’antologia con commento dell’autore.
36 copie in e.book e cartaceo (periodo: marzo-giugno 2014)


Com'è facile scrivere difficile: Un prontuario per aspiranti scrittori, soprattutto “di genere”, che tratta delle tecniche narrative in modo esaustivo, semplice e divertito; uno scambio di idee su strutture del racconto, dialoghi e personaggi e raccolta dei documenti. Un ilare confronto fra autore e lettore che procede per esempi pratici, citazioni e consigli; e che guarda alla narrativa che si confronta con il cinema, la scrittura televisiva e quella per il fumetto.
153 copie in e.book e cartaceo (periodo: gennaio-giugno 2014)


Com'è facile diventare un eroe: Scrivere Protagonisti, Comprimari e Antagonisti per un romanzo, un racconto o un progetto seriale. Dopo "Com'è facile scrivere difficile", un altro divertito, piacevole prontuario sulle tecniche e teorie narrative che riguardano il Personaggio: con efficaci consigli pratici per dare vita ai vostri Eroi sulle pagine e confronti e riferimenti alla scrittura per il fumetto, per il cinema e la TV.
13 copie in e.book e cartaceo (periodo: maggio-giugno 2014)


Altro fronte è quello dell'autentica editoria:

I Senza-Tempo: Chi sono il dottor commercialista Totali, l'avvocato fallimentare Pantocrati, il notaio Maggioritariis? E soprattutto, chi è Monostatos il risvegliato? (Questi nomi, presi a prestito nel 2012, nascondono attività mostruose.) Chi ha assassinato i bambini di una scuola elementare di provincia, divorandoli? (Le indagini sono tuttora in corso.) Cosa vogliono gli Archiburoboti, invasori meccanici già in marcia nel 2024? L'intempestiva risposta arriverà nella spaventosa Italia che ci aspetta nel 2036, in un romanzo di magistrali nefandezze e originalità assoluta, vincitore del premio indetto annualmente da "Urania".

Non so dire le cifre esatte: ma i vostri (spero) negromanti preferiti, a distanza di ormai son due anni dal Premio, continuano ad ottenere inaspettati consensi: tant'è che si attestano al 12.000° posto fra gli e.book di fantascienza in classifica Amazon (media piuttosto alta, per un titolo non recente), e le royalties Mondadori mi confermano il dato...


Molto soddisfacente, altresì, l'esperienza con Delos Digital:

Sonno Verde: La terraformazione di un pianeta: un'impresa titanica che trasformava un pianeta alieno in un paradiso abitabile dall'uomo, ricco di vegetazione e terreni fertili. Richiedeva vent'anni, tempo durante il quale gli aspiranti coloni vivevano sottoterra, in un ambiente artificiale, per controllare e seguire lo sviluppo del loro mondo futuro. Terminato il lavoro, era compito di Eleanor Cole, ufficiale antropologo, aiutarli a compiere il passaggio tanto atteso, a uscire alla luce del sole e iniziare una nuova vita. Ma sul pianeta Sisifo le cose erano andate diversamente. Il momento del passaggio era passato da anni e i coloni si rifiutavano di uscire dal loro mondo sotterraneo. Sarebbe toccato ancora una volta a lei, Eleanor Cole, risolvere la grana. Ma ciò che la attendeva su Sisifo era molto peggio di ciò che si aspettava.
51 copie in e.book (periodo: maggio-giugno 2014)


Circa il n.2 della rivista "Scritture Aliene", cui ho partecipato con il racconto Non due volte nello stesso fiume, e che avrò sempre piacere di collaborare in futuro, il curatore Vito Introna mi riferì, qualche settimana or sono, che nel periodo aprile-giugno 2014 si erano vendute all'incirca 30 copie.



Nota dolente per All'Inferno, Savoia!Un golem che si trasforma in un mostruoso coniglio, il tentativo di far "rivivere" i morti per costruire il ponte sullo Stretto di Messina, gli oscuri segreti di Anubi e della Cabala in un'epoca dei Savoia, di Napoleone e della Grande Guerra irriconoscibile, dove anche gli alieni possono presentarsi a Leopardi.

La mia prima antologia steampunk, di cui l'onestissima e puntuale Kipple mi paga tuttora le royalties, ha a stento superato, in un anno, le 20 copie.


A settembre troverete una nuova antologia, e spero due romanzi fra l'autunno e dicembre. Nel frattempo, felici letture estive!